Ma che che vi credevate? Che uno si potesse chiamare “lider massimo” solo per scherzo senza essere né leader, né massimo? O che uno che si chiama “lider massimo” potesse fare il massimo leader solo a casa sua, con la moglie, i figli e con i vecchi amici dei “pionieri” del Pci e della merchant bank di Palazzo Chigi? Massimo D’Alema non scherza. E’ “lider” a casa, nel partito, in Italia ed anche in trasferta nei vari paesi del mondo. E non rinuncia al suo ruolo e non si lascia intimidire da nessuno. Come ogni grande della storia che si rispetti. Uno sfessatissimo giornalista americano lo ha voluto sfotticchiare all’Onu dopo la storica vittoria sulla moratoria universale della pena di morte. E lo ha provocato sul Dalai Lama invitandolo a spiegare perché mai non avesse ricevuto il pontefice buddista alla Farnesina così come Bush aveva fatto alla Casa Bianca. “Non credo – ha risposto orgogliosamente il supremo – di dover andare a scuola da Bush in materia di solidarietà”. Come dire che “de minimis non curat praetor”. E che se Bush aveva tempo da perdere con quel rompipalle del Dalai Lama, lui aveva ben altro da fare.
In particolare convincere i delegati dei paesi dove si pratica tranquillamente la lapidazione, la decapitazione, la fucilazione ed ogni altro metodo veloce di togliere la vita, a votare per la moratoria contro la pena di morte per dare un po’ di fastidio agli Usa. Insomma, altro che Sigonella! Un gigante, autore di una sberla al presidente americano destinata ad entrare nella storia. Come lo schiaffo di Anagni. O tanto per tornare a tempi più recenti ed alla tradizione da cui il “lider massimo” proviene, alla occupazione della prefettura di Milano da parte di Giancarlo Paietta e della “volante rossa” nel primo dopoguerra! “ Bravo – disse al telefono Togliatti al suo impetuoso compagno – e adesso che ci fai? ”Già, e adesso che ci fa D’Alema con il voto dei sepolcri imbiancati dell’Onu e con lo schiaffo a Bush? Punta alla successione a Fidel Castro?