L’idea che sta alla base dell’incarico a Franco Marini è di ripetere il cambio in corsa che tanto funzionò all’epoca della crisi del primo governo Prodi e della nascita del governo D’Alema. Anche allora si trattava di togliere da Palazzo Chigi un personaggio ingombrante e scomodo per i leader di Margherita e Ds, di sostituirlo con un uno dei capi delle due grandi anime del centro sinistra e di portare avanti la legislatura strappando i voti necessari ai settori centristi del Polo della Libertà. I registi dell’operazione furono D’Alema e Marini, con la paterna benedizione di Oscar Luigi Scalfraro e il contributo determinante di Francesco Cossiga e Clemente Mastella. Oggi, guarda caso, i registi sono gli stessi, il benedicente è Giorgio Napolitano ed i possibili artefici dell’operazione potrebbero essere gli eventuali scissionisti dell’Udc. Cambia solo il beneficiario, cioè Marini al posto di D’Alema. Ma l’obbiettivo rimane lo stesso, cioè mettere in piedi un governo che, al di là di qualsiasi impegno formale per la riforma elettorale e le altre ritenute indispensabili per ridare ossigeno al paese, vada avanti fino al termine della legislatura. Di fronte a questo schema la domanda che più di ogni altra gira con insistenza non è se potrà scattare e funzionare con la stessa efficacia del passato. Continua a leggere