Da duecento e passa pagine del programma dell’Unione alle trentatré del Partito Democratico il passo è decisamente lungo. Ma a parte il fatto che queste trentatré pagine sono una sorta di Bignamino di un documento molto più ampio, la differenza tra i due programmi è destinata a risultare praticamente inesistente. Per la semplice ragione che come il primo anche il secondo esprime sogni. E quindi non serve a nulla. Al tempo dei tradizionali partiti di massa i programmi elettorali rappresentavano la summa delle conoscenze e delle intenzioni di una determinata forza politica, il documento in cui veniva specificato il modello di società da perseguire e gli strumenti legislativi per realizzarlo. Nell’epoca dei partiti post-moderni, invece, se si vuole capire il senso di marcia di un determinata forza politica bisogna ignorare i programmi e, paradossalmente, badare solo all’apparenza. L’indicazione vale per qualsiasi partito. Ma ancora di più per quello di Walter Veltroni. Perché l’ex sindaco di Roma, quello delle “Notti bianche” e del Festival del Cinema, ha deciso di giocare la sua partita solo ed esclusivamente sulle mosse di grande effetto d’immagine. Nessuno pensa seriamente di andare a cercare nel programma delle 33 pagine le future scelte di politica giudiziaria del Pd. Continua a leggere