Orso di Pietra – Il blog di Arturo Diaconale

Il blog di Arturo Diaconale

Libertà senza liberali

con 10 commenti

Ci sono due modi per affrontare la questione della scomparsa di candidati dichiaratamente laici e liberali dentro il Pdl. Il primo è di scaricare la responsabilità dell’avvenimento sugli altri, cioè su i non liberali. E, quindi, di volta in volta, prendersela con il Cavaliere che definisce il Pdl il partito dei liberali e dei moderati e poi tutti candida tranne che gli uni e gli altri. Oppure denunciare il peso eccessivo di An che invece di pensare come un partito liberal-conservatore debba essere fondato sul giusto equilibrio tra le due componenti, cerca da sempre di imporre una sorta di egemonia conservatrice che limita e danneggia il Pdl. O, in alternativa, scaricare la responsabilità della faccenda sui collaboratori più stretti di Berlusconi, da Bondi a Cicchitto, da Verdini a Scajola, troppo preoccupati di selezionare dei fedeli gregari utili solo a premere senza fiatare i bottoni dei voti parlamentari per poter immaginare che la politica senza le idee produce solo disastri. O, per finire, accusare i cattolici del Pdl di aver liquidato la presenza liberale per compiacere le gerarchie vaticane desiderose di poter contare su un fronte moderato privo di possibili quinte colonne laiche. Questo primo modo di affrontare il fenomeno della cancellazione dei liberali dal Pdl è ricco di argomentazioni più che giuste. Addirittura sacrosante. Che potrebbero influire non poco sull’andamento della campagna elettorale e sull’esito del voto. Se, ad esempio, passa il messaggio che il prossimo Parlamento sarà pieno di mezze-calze al servizio del leader-monarca, c’è da prevedere un forte aumento dell’astensionismo.

Perché votare per chi viene selezionato proprio in nome della propria mancanza di idee, di autonomia e di capacità politica? Così come se, ad esempio, si considera acquisito che i laici, anche quelli non laicisti, sono banditi dal Pdl, non ci si può stupire se poi una fetta di elettorato liberale, moderato e non confessionale non si sente più rappresentato dal partito del Cavaliere e decide o di non votare o di votare a dispetto. Ma questo primo modo di affrontare la questione, anche se pieno di spiegazioni convincenti, non esaurisce la risposta all’interrogativo sul perché la presenza dei liberali nel Pdl sia tramontata. Per chiarire completamente la faccenda c’è bisogno di un secondo modo. Cioè quello che chiama in causa i liberali stessi. Naturalmente questo non significa negare che il cesarismo berlusconiano e le sue conseguenze (così come, sul versante opposto, il cesarismo veltroniano) abbiano delle responsabilità precise nel fenomeno della sostanziale esclusione della politica dalla sua sede istituzionale naturale, cioè il Parlamento. Significa, però, mettere bene in chiaro che se un’area politica viene oscurata la colpa non può non ricadere anche sui suoi rappresentanti più significativi. Che per garantire se stessi hanno sempre evitato di dare corpo alla propria area politica. Ed in questo modo sono riusciti nel capolavoro non solo di liquidare l’area ma anche di far eliminare uno alla volta i liberali dal partito del Popolo della Libertà.

Written by orsodipietra

Marzo 11, 2008 a 2:48 pm

Pubblicato in Editoriali, L'opinione, Politica

10 Risposte

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  1. Sul sito http://www.neolib.eu è in corso un sondaggio rivolto a quelli che si definiscono “liberali”. I risultati sono sorprendenti. Vi invito a votare e a visionarli.

    Gionata Pacor

    Marzo 11, 2008 alle 5:46 pm

  2. C’e’ indubbiamente un forte appiattimento ed omogeneizzazione del pensiero politico.
    Si cerca di essere omnicomprensivi con la speranza di attirare un vasto elettorato.
    Il problema che dietro delle novita’ di facciata solo simboliche, i leader politici sono gli stessi e la loro credibilita’ e’ sempre minore.

    angelmclove

    Marzo 11, 2008 alle 6:02 pm

  3. Concordo con l’editoriale di Diaconale.
    Ma il problema principale è che non c’è mai stata in Italia una vera diffusione della cultura liberale nella sua derivazione anglosassone, né della scuola austriaca, mentre il PLI, seguendo la strada del liberalismo continentale, ha sempre avuto una connotazione troppo anti-clericale per avere successo in Italia.

    Il motivo è chiaro se rileggiamo un passo di von Hayek, secondo il quale le due forme di liberalismo si fondano su due concezioni filosofiche diverse:
    “La prima – quella anglosassone – poggia su una interpretazione evoluzionistica di tutti i fenomeni della cultura e dello spirito e sulla visione dei limitati poteri della ragione umana. La seconda si basa su ciò che è chiamato razionalismo ‘costruttivistico’, una concezione che tende a considerare tutti i fenomeni culturali come il prodotto di un preciso disegno, e sulla fiducia che sia possibile e desiderabile ricostruire conformemente ad un piano determinato ogni istituzione storica. La prima forma, di conseguenza, rispetta la tradizione e riconosce che ogni conoscenza e ogni civiltà riposano sulla tradizione, mentre il secondo tipo la disprezza poiché ritiene che un ragionamento sia di per se stesso in grado di esprimere una civiltà. (Si pensi all’asserzione di Voltaire: ‘Se volete buone leggi, bruciate quelle che avete e datevene di nuove’).
    Un risultato di questa differenza è che il liberalismo della prima forma è perlomeno non incompatibile con le credenze religiose e spesso è stato sostenuto e persino sviluppato da uomini con una fede religiosa molto salda, mentre il liberalismo di tipo ‘continentale’ è stato spesso contrario a tutte le religioni e politicamente in costante conflitto con le religioni organizzate”

    E’ sintomatico che da una scissione del PLI negli anni ‘50 nacque proprio il Partito Radicale.
    Se avessimo avuto un liberalismo veramente laico, non laicista, capace di collaborare con gli esponenti del cattolicesimo liberale, forse le cose potevano andare meglio, ma con i “se” e i “forse” non si va lontano.
    Bisogna rimboccarsi le maniche e cominciare dall’Abc, educando le nuove generazioni. CGIL-Scuola permettendo…

    mauro

    Marzo 11, 2008 alle 11:46 pm

  4. Essere laici non vuol dire essere contro le religioni: vuol solo dire aborrrire che la religione, qualsiasi religione, imponga la sua morale, giusta o sbagliata che sia, ai principi legislativi. Parlare di liberali laici ‘cattolici’ è quindi una sontuosa contraddizione in termini. Ed il PdL pagherà lo scotto di questa idiozia (io per esempio non lo voterò).

    Sul fatto che poi chi si dichiara liberale e laico debba fare autocritica su come gestisca ogni giorno l’associazionismo politico mi pare cosa ovvia e concordo pienamente con Diaconale. Balza ogni giorno agli occhi infatti come i cittadini si sorprendano ogni volta che fai loro notare come il tal partito manchi di connotazioni laiche a favore di quelle ‘confessionali’ (e parlo di PdL come di PD), mentre è chiaro come la maggior parte delle persone siano tutte meno che ‘religiose’ (che non vuol dire ‘credenti’) ed apprezzino a parole le riforme a connotato ‘laico’. E ora come ora stanno per trovarsi una coalizione che li guiderà (qualsiasi sia delle due…) ostaggio di un riformismo etico conservatore e bigotto, e di un riformismo politico che tende paurosamente verso il ’sociale’.

    inyqua

    Marzo 12, 2008 alle 5:40 am

  5. i pezzi dello scacchiere sono tutti sparsi, alla fine questo dovrebbe essere un partito liberalconsevatore, senza il trattino in mezzo, ma per ora non si può fare, se prima non si mette da parte il cesarismo berlusconiano, quindi è inutile farsi “seghe” mentali, bisogna solo lavorarci, e sperare che fra qualche anno, messo da parte il cesarismo…tutto si sistemi, perchè non ci sono alternative.

    Raffaele

    Marzo 12, 2008 alle 8:14 am

  6. Inyqua, con la tua laicità “monca” alla Odifreddi, finirai per doverti sempre astenere.
    Semplicemente perché è un approccio irragionevole.
    Nel momento in cui pretendi che le religioni non abbiano conseguenze nello spazio pubblico, ovvero siano confinate nella sfera privata (come vorrebbe Odifreddi), tu ti poni contro le religioni e tendi a limitare la libertà di espressione di chi non la pensa come te, invece di confrontarti nel merito delle questioni.

    I “principi legislativi” sono basati su evidenze etiche (rubare è “male” a qualsiasi latitudine). La religione cattolica in particolare è strettamente legata al diritto naturale, quindi è pacifico che sia in relazione con quelle evidenze etiche che fondano le leggi, ma che valgono per tutti gli uomini, in quanto tali, non solo per i cattolici.
    Questo non significa voler imporre la religione o la morale cattolica. Nessuno pensa di reintrodurre la religione di Stato o di multare chi non va a messa la domenica (come facevano i calvinisti a Ginevra secoli fa).
    I problemi sorgono quando certi “scienziati” o intellettuali vorrebbero staccare la tecnica dall’etica e giustificare qualsiasi cosa solo perché “Si può fare!”. ;-)
    Se io dico che la vita umana è un bene da tutelare dal concepimento alla morte naturale, non lo dico perché è un dogma cattolico, ma perché è un’affermazione di buon senso, in quanto essere umano.
    E che il momento in cui inizia la vita è la fecondazione non lo decide il Vaticano, ma la scienza.

    Certe evidenze si possono negare solo ispirandosi all’utilitarismo consequenzialista, tanto di moda ultimamente sulle questioni bioetiche, cioè “quell’opzione morale in base alla quale le norme fondamentali su cui si devono regolare i comportamenti umani, sono l’utilità e il piacere, come conseguenza di ogni azione. Dottrina esposta con coerenza e rigore da Jeremy Bentham, autore inglese ottocentesco che andrebbe collocato accanto ad Aristotele e Kant per l’influenza – spesso non avvertita, ma purtroppo assai pervasiva – della sua etica, che plasma oggi la bioetica, la politica, l’economia, il diritto ecc.
    La domanda che ci si pone dapprincipio è di importanza capitale: è lecito torturare una persona per scoprire un attentato in anticipo? È giusto fare esperimenti o clonazioni su esseri umani (adulti o allo stato embrionale) per salvare le generazioni future? Si può uccidere un innocente per salvarne cento? A queste domande l’utilitarismo consequenzialista risponde affermativamente. [...] L’analisi dettagliata e approfondita delle tesi utilitariste ha come esito il paradosso della loro inapplicabilità in quanto contraddittorie e della dannosità della loro applicazione. Se il fine di ogni scelta è l’utilità comune, la quale si identifica con il piacere o con ciò che si vuole, ne consegue che l’utilità non ha fondamento oggettivo ma è appoggiato su di una soggettività incomunicabile. Perciò la pretesa oggettività dell’utilitarismo è inficiata in modo insanabile. Se poi il valore dell’azione è determinato dalle sue conseguenze, delle due l’una: o l’uomo deve avere una capacità predittiva pari a quella di Dio per poter scegliere in base alle conseguenze del futuro più remoto, oppure deve agire senza la certezza dell’utilità ultima e viene schiacciato da una responsabilità infinita per la sua sia pur minima azione, che perciò non si potrà mai sapere se sia buona o malvagia finché non si giunga alla fine della storia.
    Si potrebbe andare avanti a enumerare le aporie insolubili dell’utilitarismo, ma non è lo scopo di questa recensione. Una cosa però sta a cuore del sottoscritto: chiarire perché un tale coacervo di aporie possa suscitare tale ampio e schiacciante consenso. Il presupposto della risposta è innanzitutto che è più facile non pensare che pensare, non riflettere che riflettere, e, di conseguenza, scegliere male che scegliere bene, posto che il bene, per essere compiuto, va scelto e per essere scelto va conosciuto, e se non si è disposti alla fatica di conoscere, di pensare e di riflettere per poter scegliere bene, l’esito della scelta sarà facilmente prevedibile come infausto.” (Giovanni Zenone. recensione a “L’utilità del bene”, Giacomo Samek Lodovici)

    mauro

    Marzo 12, 2008 alle 9:08 am

  7. Concordo anche con Raffaele.
    Ciao!

    mauro

    Marzo 12, 2008 alle 9:09 am

  8. Chi pensa con la propria testa sa già che Berlusconi è sorpassato dai tempi.
    E’ vecchio…non solo anagraficamente.
    Per non sentirsi solo, ama circordarsi di nani, giullari e ballerine…e anche qualche poeta fallito.

    E’ un capo-popolo e non sarà mai uno statista. Esseri capi-popolo può funzionare in azienda…ma lo STATO è un’altra cosa.

    Se vincerà, cosa probabile, affosserà l’Italia con il suo protagonismo e i favori che deve a pensionati, casalinghe, leccaculo, puttane, cortigiane/i e chi più ne ha più ne metta.

    Se non fosse per la desolazione di idee che lascerà dietro di sè, mi farebbe quasi pena perchè, in definitiva, è un personaggio tragico.
    E’ come un padre che cerca di controllare tutto anche quando il tempo non lo permette più e figli non lo ascoltano più.
    Alla fine rimarrà solo davanti alla sua maschera.

    L’unica speranza è lo spareggio per costringere a riforme condivise. Altrimenti…mala tempora currunt!

    azimut72

    Marzo 12, 2008 alle 9:47 am

  9. Anche io confido in un pareggio… e poi dire che Berlusconi è un liberale è come dire che Borghezio è un moderato!

    Paolo

    Marzo 12, 2008 alle 11:22 am

  10. @Mauro:
    La tua analisi sul brano di Hayek sarebbe pure corretta, se non fosse viziata dalla solita disonestà di fondo che culmina nel bidone di laico-laicista. Basta realmente consultare un dizionario per vedere che si tratta di una mistificazione. Laico e laicista sono sinonimi, punto.

    Il liberalismo, come giustamente dice Hayek, è uno solo, quello che deriva dalla tradizione empirista inglese. Il resto, cattolicesimo liberale, liberalsocialismo, ecc…. sono tutte idiozie partorite per poter definirsi a tutti i costi liberali. In realtà il liberalismo è uno solo, è semplicemente il liberalismo. Essere o meno religiosi è del tutto ininfluente quando si è semplicemente liberali, come direbbe Martino. Le differenze tra un liberale cattolico ed uno ateo sono assolutamente nulle quando si sostiene il paradigma liberale.

    Il problema è che in questo paese nessuno ha l’onestà di riconoscere che si può essere tranquillamente clericali o socialisti, senza per forza doverci mettere in mezzo il liberalismo che non c’entra una mazza con le suddette ideologie.

    j1nz0

    Marzo 12, 2008 alle 3:15 pm


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