Che barba, che noia
Nessuno si faccia illusioni. Neppure l’ultimo mese di campagna elettorale riserverà stimoli e sorprese in grado di liberare il paese dallo stato di noia sonnacchiosa che lo pervade da quando il governo Prodi è caduto e la legislatura si è interrotta. Sarà perché il sistema delle liste bloccate toglie la gran parte degli interrogativi e delle attese sui nomi dei futuri deputati e senatori (di fatto il Parlamento è per il novanta per cento già definito). Sarà perché i due maggiori partiti, Pdl e Pd, sembrano aver stabilito un patto tacito di non aggressione e le forze minori non hanno la forza mediatica e l’inventiva in grado di far saltare l’intesa. Sarà perché non sembrano esserci differenze sostanziali tra i programmi di massima di tutte le forze politiche. Sarà, infine, perché le immagini esteriori hanno avuto la meglio sulle identità interiori. E’ un fatto, comunque, che l’attuale campagna elettorale si presenta come la più piatta della storia dell’Italia repubblicana. E che molto difficilmente riuscirà a fornire nelle prossime settimane qualche emozione particolare. L’unico elemento di vivacità degli ultimi giorni è la polemica sulla candidatura di Giuseppe Ciarrapico. E questo indica la dimensione precisa della gravità del fenomeno della noia. Se per smuovere un po’ le acque si deve riesumare la contrapposizione archeologica fascismo-antifascismo, vuol dire che il dibattito politico è totalmente privo di argomenti.
E che peggio di così non può proprio andare. Si dirà che questo quadro è troppo pessimistico. Che di novità ce ne sono fin troppe, con il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo, la nascita di Pdl e Pd e, sul piano intellettuale, la discussione aperta dal libro di Giulio Tremonti tra liberisti globalizzatori e protezionisti no-global. Ma queste novità non accendono alcuna fantasia. Perché il bipartitismo è ancora lontano e la fase di transizione, che oltretutto è iniziata nel ’92-93, è ancora lontana dalla suo punto di approdo. Perché Pdl e Pd per il momento sono solo delle liste che diventeranno partiti solo dopo le elezioni. Ed, infine, perché anche il dibattito “alto” su liberismo e protezionismo appare totalmente astratto. Qualunque governo nascerà dal voto del 13 aprile dovrà comunque seguire la linea del liberismo realista, quella che cercherà di coniugare l’esistenza non revocabile del mercato globale con l’esigenza di preservare in qualche modo il manifatturiero nazionale dalla concorrenza turbinosa e sleale dei paesi asiatici emergenti. E, quindi, a dispetto dei fautori della purezza assoluta del liberismo o del colbertismo, seguirà una strada inevitabilmente mista, fatta di misure liberalizzatrici e di qualche azione protezionistica. Ma l’assenza di stimoli, di sollecitazioni e di colpi d’ala aiuta il paese ad uscire dalla crisi? La domanda non va girata ai componenti del prossimo Parlamento che, come tutti sanno, avranno come unico compito di premere i bottoni sulla base delle indicazioni dei rispettivi leader. Va invece rivolta agli intellettuali, agli uomini di cultura, ai giornalisti di ogni tipo d’orientamento. Contro la noia ed il conformismo improduttivo, per uscire dalla crisi, servono stimoli, idee, provocazioni.









La gente e’ stufa della politica per un semplice motivo: i soldi sono proprio finiti.
Agli italiani non importa piu’ di nulla ma solo di avere le tasche miseramente vuote.
Sul piattume della campagna elettorale, c’è poco da aggiungere. Le liste bloccate non fanno che accentuare la poca dialettica tra i candidati. Sui media appaiono sempre le stesse persone. I candidati si limitano a farsi vedere in giro quando arriva nella loro circoscrizione, qualche dirigente. Tristezza.
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NLa gente è stufa, e sarà ancora più stufa perchè dal nuovo sito http://www.politiche08.org si evince chiaramente che il voto al Senato potrebbe portare ad un pareggio! La legge elettorale ha un effetto perverso: il PdL potrebbe conquistare 14 regioni su 20 ed ottenere come risultato di avere gli stessi seggi della maggioranza dell’Unione nel 2006, ovvero 158. L’effetto è dato dalle tre distorsioni effettuate dal “porcellum”: per prima cosa tutto è fatto a livello regionale, si tratta in verità di 20 piccole elezioni e non di una elezione nazionale, con ben 8 regioni “in bilico”, ovvero con un distacco minore del 4% tra PdL e PD. E’ chiaro quindi che il guadagno o la perdita di anche una sola regione può essere sufficiente per passare dalla vittoria alla sconfitta per una coalizione. Poi non viene premiato chi vince “molto”: se una coalizione è vicina al 55% non vengono assegnati seggi in premio, questo penalizza il PdL che in alcune regioni non riceve senatori in più. Infine la soglia di sbarramento dell’8% ne mette in forse il superamento da parte dell’UDC (in quasi tutte le regioni) e della Sinistra Arcobaleno (in molte regioni): questi seggi potrebbero andare di volta in volta all’una o all’altra delle coalizioni maggiori, cambiando così radicalmente la composizione del Senato.
Sin dal suo annuncio, lo spregiudicato progetto di bipartitismo concordato (recentemente proprio il Cavaliere, intervistato su Sky TG24, ha candidamente ammesso di aver condiviso l’idea proprio con Walter…) ha generato più di un sospetto. Non convinceva l’ipotesi di rendermi complice della nascita di uno scenario americaneggiante nel quale i due ‘partiti contenitore’ potessero conquistare oltre l’80% dei voti, arrivando ad un controllo assoluto del potere politico (e non solo..), saldamente consegnato nelle mani dei due leader e dei pochi fedelissimi sodali. Una vera oligarchia…
PROSEGUE SUL BLOG http://faber2008.blogspot.com/