Il caso Napoli

Ed ora la riforma della giustizia

 

Cacciato dalla porta il tema del rapporto difficile tra politica e giustizia è rientrato prepotentemente dalla finestra. Chi aveva inneggiato all’avvenuto superamento di un contrasto che va avanti da almeno vent’anni ed ha pesantemente condizionato la vita pubblica del paese, deve prendere dolorosamente atto che si è sbagliato. E’ vero che durante la campagna elettorale il tema dello spinoso confronto tra i poteri dello stato era stato praticamente espunto dalla dialettica tra i due maggiori partiti. Ed è altrettanto vero che l’avvio della legislatura sembrava caratterizzato dalla volontà non solo della maggioranza e dell’opposizione ma anche di alcuni settori importanti della magistratura , di considerare lo storico contenzioso in via di lento ma sicuro superamento. Ma adesso c’è stata la sortita dei magistrati napoletani con la raffica di arresti ed avvisi di garanzia contro i funzionari che dovrebbero attuare le misure stabilite dal nuovo governo per eliminare l’emergenza dei rifiuti . Ed è arrivata la conferma che la normalizzazione era solo una illusione. E che il nodo politica-giustizia non solo è sempre più intricato e di difficilissima soluzione ma rappresenta uno degli ostacoli principali da superare se si vogliono affrontare i più gravi problemi sul tappeto.  Naturalmente i magistrati autori della sortita negano qualsiasi intento polemico nei confronti del governo , escludono la giustizia ad orologeria e sostengono che l’inchiesta viene da lontano e non può essere collegata in alcun modo alle iniziative del nuovo esecutivo tese ad eliminare la piaga della “munnezza” napoletana. Ma la tesi che la giustizia ha tempi e modi diversi e separati dalla politica regge in condizioni normali. Non può essere tirata in ballo quando le condizioni generali sono talmente anomale che una intera città, una intera regione e l’immagine complessiva del paese sono sfregiate da una emergenza così grave ed allucinante come quella delle montagne d’immondizia.  Di fronte a questa considerazione l’argomento che la magistratura napoletana, nella sua indipendenza ed autonomia, non è tenuta a badare ai percorsi della politica e del governo non è una giustificazione. E’ , al contrario, una aggravante. Se un magistrato applica la legge in maniera formale senza alzare gli occhi dalle carte e notare che fuori dalla finestra la “ munnezza” si accumula, le alternative sono solo due. O è un irresponsabile che in nome del trionfo della legge se ne infischia delle conseguenze del proprio comportamento , conseguenze che nel caso in questione possono andare dalle rivolte popolari all’epidemia di colera. Oppure compie una azione carica di contenuto politico e pretende di diventare l’unica opposizione reale all’attuale maggioranza colmando il presunto vuoto lasciato dal Partito Democratico.  In un caso o nell’altro non si verifica né il trionfo del diritto, né la supplenza dell’opposizione. L’unico rispuntato che si ottiene è che un pezzo dello stato delegittima un altro pezzo dello stesso stato. E che il tentativo di superare l’emergenza rifiuti riportando l’autorità dello stato su un territorio per troppo tempo abbandonato a se stesso , viene drammaticamente vanificato.  Tutto questo, per fortuna, produce un effetto preciso. L’opinione pubblica del paese si rende perfettamente conto che per risolvere l’emergenza dei rifiuti non bastano i termovalorizzatori , le discariche , i treni per la Germania e la lotta alla camorra ma è indispensabile riportare il tema del rapporto tra giustizia e politica al centro dei problemi del paese.  Si dice che di fronte alla iniziativa dei magistrati napoletani Silvio Berlusconi abbia chiesto di accelerare l’iter del provvedimento contro le intercettazioni illegali. Va bene. Ma non basta. L’occasione impone di riaprire la discussione su una riforma della giustizia . Se non si scioglie questo nodo ogni emergenza è destinata a rimanere tale e ad aggravarsi. Drammaticamente.

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