Eugenio Scalfari considera Antonio Polito un liberale. Ma non esita ad accusarlo di soffrire di “un preoccupante prolasso di moralità deontologica” per aver difeso il progetto di “scudo giudiziario” per Silvio Berlusconi. Polito, naturalmente, se la prende a male per questa accusa tipica dei moralisti urologi. E se la prende con quel “filone della cultura liberale nostrana” espressa da “La Repubblica” che ha il vizietto di non “chiamare per nome e cognome di suoi bersagli polemici e l’abitudine alla condanna morale per chi la pensa in maniera diversa”. Insomma, un liberale che definisce illiberali altri liberali. E non finisce qui. Perché a completare il giro Giuseppe D’Avanzo se la prende con i liberali del “Corriere della Sera” contestando loro di sostenere tesi che “tolgono il fiato” e che sono “bestialità da mondo sublunare” a proposito della magistratura e della sua responsabilità nella crisi del paese. Tutto, ovviamente, da liberale secondo Polito illiberale che se la prende con dei liberali moralmente illiberali.
Il ché non sarebbe un grosso guaio se non fosse che la vicenda solleva una precisa questione di parentela. Se Polito è liberale, Scalfari liberale, D’Avanzo liberale, Mieli liberale e Galli della Loggia ovviamente liberale, noi del giornale fondato da Cavour siamo loro parenti? Per parte di Adamo o di qualche antenata un po’ zoccola?