L’occasione della riforma
Giustizia
L’auspicio è che l’azione mediatrice del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sortisca l’effetto voluto. E che dopo i giorni dello scontro frontale tra governo da una parte e magistratura ed opposizione dall’altra , si arrivi rapidamente alla definizione di un compromesso sulla materia del contendere che ponga finalmente termine al conflitto in corso. Nessuno è in grado di prevedere se , come ha praticamente chiesto il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini , il punto d’intesa consisterà nel baratto tra la rinuncia del centro destra al provvedimento “blocca processi” ed il via libera del Csm alla misura sull’immunità per le cinque massime cariche dello stato. O se , invece, l’intesa assumerà una forma meno grossolana e più raffinata . Di sicuro l’operazione non sarà immediata. Sarà caratterizzata da un attento sincronismo tra l’attività del Parlamento e quella del Consiglio Superiore della Magistratura ( è facile prevedere che la Camera ritoccherà il pacchetto-sicurezza approvato ieri dal Senato rivedendo la norma blocca-processi solo se contestualmente il Csm rivedrà il suo pregiudizio contro il provvedimento sull’immunità). E , soprattutto, richiederà un grande sforzo di mediazione costante ed attenta da parte del Capo dello Stato per evitare che un qualche accidente, magari non voluto, possa ridare fuoco alle polveri.
Ribadita la speranza che l’azione di Napolitano abbia successo, va però rilevato come non rientri nella normalità democratica che l’unica possibilità di evitare lo scenario apocalittico ipotizzato da Francesco Cossiga ( Csm e Corte Costituzionale che bocciano lo “ slitta-processi” e l’immunità, il Tribunale di Milano che condanna Berlusconi ed il governo che va in crisi con il conseguente ricorso ad elezioni anticipate in un clima da guerra civile) dipenda dalla mediazione del Capo dello Stato e dal senso di responsabilità dei soggetti in campo.
Non c’è bisogno di tornare a tirare in ballo il colpo di stato mediatico-giudiziario della prima metà degli anni novanta o , sul fronte opposto, la presunta “ossessione” del Cavaliere nei confronti dei magistrati. Se il paese è ad un passo dal precipitare verso una crisi di modello sudamericano e se l’unica possibilità di evitare un esito del genere passa attraverso lo sforzo di mediazione del Quirinale, vuol dire che l’equilibrio dei poteri dello stato di diritto è saltato. E che se non si corre immediatamente ai ripari curando non il sintomo contingente ma affrontando una volta per tutte la malattia, l’eventuale compromesso di questi giorni non servirà a nulla. Lo squilibrio dei poteri tornerà a manifestarsi fino a provocare l’ultimo e definitivo terremoto delle istituzioni repubblicane.
L’auspicio, allora, è che insieme al compromesso Napolitano riesca a strappare ai suoi interlocutori l’impegno ad affrontare il nodo che da oltre quindici anni minaccia di strangolare la vita democratica del paese. Si tratta di ridefinire il rapporto tra politica e giustizia e di farlo avviando quella grande riforma istituzionale che viene inutilmente invocata da decenni.
A dispetto delle apparenze le condizioni ci sono tutte. La magistratura è nella stragrande maggioranza consapevole che le forzature delle frange ideologizzate ed estremiste danneggiano il paese e l’intera categoria. L’opposizione riformista può isolare e rendere inoffensivo Antonio Di Pietro solo alzando la posta e puntando sulla grande riforma. Silvio Berlusconi ed il centro destra hanno la forza e la compattezza necessari per ridare stabilità allo stato di diritto e dare vita ad una nuova e più solida Repubblica .






