Da sinistra a dipietrista
Pd e Prc
L’interesse del centro destra è fin troppo evidente. Se il governo supera l’ostacolo del “blocca-processi” e dell’immunità per le massime cariche dello stato non con un colpo di mano ma con una intesa con Pd ed Udc, supera l’estate in piena tranquillità e può ragionevolmente prevedere che l’autunno non sarà caldo e la prima parte della legislatura in discesa. Altrettanto evidente, sul fronte opposto, è l’interesse di Antonio Di Pietro. Più rispolvera lo spauracchio del Cavaliere Nero, più cavalca le manifestazioni girotondine, più torna ad interpretare il ruolo del più duro ed intransigente sostenitore dell’antiberlusconismo, più occupa lo spazio politico lasciato vuoto dalla sinistra massimalista e più mette in difficoltà il Partito Democratico bollandolo come “inciucista” e “collaborazionista” agli occhi di quell’elettorato che per troppo tempo è stato educato al verbo del giustizialismo.
Gli interessi della maggioranza e di questa parte dell’opposizione sono chiari. Ed è logico che ognuno faccia la sua parte. Berlusconi nel cercare di risolvere una volta per tutte il conflitto tra politica e giustizia di cui è vittima e simbolo. Di Pietro nello sfruttare al massimo l’iniziativa del Cavaliere per lucrare sulle difficoltà e le debolezze del Pd e della sinistra antagonista.
In questo quadro di interessi dovrebbero essere evidenti anche quelli del Pd e quelli della galassia massimalista uscita dal Parlamento ma sempre presente nel paese. Invece su questo fronte di chiaro non c’è un bel nulla. I dirigenti del Partito Democratico non hanno ancora digerito e metabolizzato la sconfitta. Non si fidano di Berlusconi di cui, però, condividono senza ammetterlo l’ “ossessione” per certi magistrati (i casi Forleo e De Magistris insegnano). Al tempo stesso temono la concorrenza di Di Pietro. E quindi si muovono in equilibrio precario lungo il crinale di queste due opposte preoccupazioni. Un po’ giocando la carta ambigua del “si fa ma non si dice”. Ed un po’ nascondendo anche a se stessi che al momento il loro principale nemico è Di Pietro e che il loro unico interesse è isolarlo nel suo giustizialismo estremista.
Addirittura più grave è la condizione dei dirigenti della sinistra massimalista. Che non sono ambigui ed ipocriti non perché hanno posizioni nette e chiare ma perché non hanno proprio posizioni. Cioè sono politicamente assenti. Come se l’uscita dal Parlamento dei propri rappresentanti avesse provocato l’automatica scomparsa dei loro partiti e dei loro militanti. O, peggio, come se fossero ormai rassegnati a consegnare la loro storia e la loro tradizione nelle mani di chi non ha nulla a che spartire con il movimento dei lavoratori e pensa di usare la categoria dei Pm al posto della classe operaia per il proprio vantaggio personale.
Questa doppia debolezza favorisce la soluzione del “nodo-giustizia”. Ma apre un interrogativo inquietante per l’opposizione. Resterà di sinistra, riformista o massimalista che sia, o diventerà solo dipietrista, cioè a vocazione minoritaria e marginale?







io mi auguro che il pd con la scusa di una opposizione intelligente non rinneghi alcuni punti del proprio programma
pier90
Giugno 26, 2008 alle 11:36 am