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Guerre editoriali

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Caso Telecom

Dall’esterno è praticamente impossibile capire quale sia la verità sul caso Telecom. Se ha ragione la Procura di Milano che dopo tre anni di indagini si appresterebbe a scagionare i vertici dell’azienda telefonica e ad indicare come unici responsabili della decennale operazione di spionaggio ai danni di mezzo paese una trentina di oscuri funzionari capeggiati dal responsabile dei servizi di sicurezza Giuliano Tavaroli. Oppure se la ragione è dalla parte dello stesso Tavaroli che non ha alcuna intenzione di svolgere il ruolo di principale capro espiatorio della faccenda e minaccia di chiamare in causa non solo Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora, cioè il presidente e l’amministratore delegato di Telecom, ma tutti i generali e gli uomini politici che negli ultimi anni hanno avuto a che fare con questioni legate alla sicurezza.
Naturalmente, pur non avendo studiato le carte e procedendo a lume di naso e di buon senso, qualche idea è possibile averla. Come quella secondo cui è un po’ singolare che la Procura entrata nella storia per aver fissato il principio del “non poteva non sapere”, abbia adottato sul caso Telecom il principio opposto del “non sapevano e non potevano sapere”.
Ma, come si dice in questi casi, bisogna aver fiducia nella magistratura ed aspettare che la giustizia faccia il suo corso. Per cui è meglio lasciare da parte il buon senso. E prendere in esame, di questa intricata storia, un aspetto che apparentemente può sembrare marginale ma che in realtà è fin troppo importante. Cioè la constatazione che il caso Telecom ha innescato una ennesima guerra editoriale tra il “Corriere della Sera” e “La Repubblica”, cioè tra i due principali quotidiani italiani.
Ieri il giornale diretto da Palo Mieli ha pubblicato un editoriale di uno dei suoi commentatori di maggior peso, Sergio Romano, per rilevare come con la mancata incriminazione di Trochetti Provera e Buora la procura di Milano abbia smontato il teorema che era stato costruito negli anni da quella parte del mondo dell’informazione che vede complotti e corruzione ovunque (cioè dai media di Carlo De Benedetti). A sua volta il giornale fondato da Eugenio Scalfari e diretto da Ezio Mauro ha pubblicato la prima puntata di una lunga ricostruzione della vicenda da parte del principale imputato, cioè  Giuliano Tavaroli, che tira in ballo non solo i capi di Telecom ma alcuni magistrati di Milano e tutti i vertici militari e politici che si sono interessati di intelligence dagli anni ‘90 ad oggi.
Non si tratta di una novità. Sono anni che i due gruppi editoriali si fanno la guerra. Questa volta, però, c’è una differenza sostanziale rispetto al passato. “Corriere della Sera” e “La Repubblica” non si scontrano sul terreno delle tirature, della promozione, della foliazione o di qualsiasi altro elemento tradizionale della concorrenza editoriale. Lo fanno sul terreno della giustizia. Con “La Repubblica” all’attacco di Tronchetti Provera, componente determinante del “salotto buono” di Rcs. E con il “Corriere della sera” che tenta di sfuggire agli attacchi sperando nella tenuta della copertura fino ad ora assicurata dalla “amica” Procura milanese.
Si dirà che non c’è da scandalizzarsi se, dopo essere stato utilizzato per scopi politici, lo strumento giudiziario diventa l’arma per perseguire obbiettivi editoriali o, più prosaicamente, interessi particolari di gruppi finanziari. Il problema, però, è che l’interesse particolare di questo o quel soggetto economico viene portato avanti a mezzo stampa. E non con trasparenza e chiarezza ma ammantando i colpi bassi inferti tramite le rivelazioni esclusive e le difese imbarazzate degli azionisti di riferimento del proprio giornale con i sacri principi della libertà di stampa e del diritto all’informazione dei cittadini.
Tanta ipocrisia è insopportabile. Perché svilisce la funzione della libera stampa e mina alle basi il corretto funzionamento della democrazia.

Written by orsodipietra

Luglio 21, 2008 a 2:29 pm

Pubblicato in Editoriali, L'opinione, Politica

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