Il messaggio mafioso
Caso Telecom
Gli esperti di messaggi trasversali tipici del mondo mafioso sostengono che nelle rivelazioni di Giuliano Tavaroli si scrive Fassino ma si deve leggere D’Alema. Cioè a dire che l’ex segretario dei Ds è solo un falso bersaglio. Quello che non c’entra niente e che va colpito solo per far capire al bersaglio vero che è entrato nel mirino dei cecchini e che può essere colpito a morte in qualunque momento.
Nessuno può stabilire con certezza che questa degli esperti di messaggi mafiosi sia l’interpretazione più giusta e più corretta delle confessioni dell’ex responsabile della sicurezza di Telecom a Giuseppe D’Avanzo de “La Repubblica”. Chi ricorda che la vendita dell’azienda telefonica italiana a Roberto Colaninno avvenne durante il governo guidato da Massimo D’Alema può trovare un supporto alla supposizione. E chi non ha dimenticato l’infinito polverone sulle presunte tangenti gigantesche che l’affare avrebbe prodotto può pensare che il bandolo di quella intricata matassa sia stato finalmente individuato. Ma siamo sempre sul terreno dei semplici indizi che però non riescono a fornire una prova certa. Alimentano le dicerie, le maldicenze, il discredito verso non un singolo personaggio politico ma verso l’intera classe politica. Ma non costituiscono una verità inoppugnabile. Per questo non vanno presi sul serio. Ed, anzi, vanno respinti tassativamente, a dispetto di qualsiasi esperto, in quanto lesivi della dignità delle persone e del loro diritto a non subire alcun tipo di processi e condanne mediatiche in assenza di un qualsiasi giudizio definitivo della magistratura.
Ribadito che la presunzione d’innocenza vale sempre ed anche per D’Alema e Fassino, però, non si può chiudere gli occhi di fronte al fatto che accanto ad un aspetto giudiziario esiste anche un aspetto politico. Quello che indica come nel Partito Democratico sia di fatto iniziata una vera e propria resa dei conti. Perché il cecchinaggio di D’Alema tramite il falso bersaglio Fassino? Chi vuole sbarazzarsi del leader del Pd e per quale scopo?
Si dirà che se per sciogliere questi interrogativi si tornasse ad applicare l’antico schema del “cui prodest” si riesumerebbero quei teoremi che tanti danni alla verità ed al paese hanno prodotto in passato. Ma anche senza cercare ad ogni costo chi avrebbe interesse a che Tavaroli e “La Repubblica” facessero il tiro al piccione su D’Alema, non si può fare a meno di registrare che l’episodio sembra fatto apposta per accendere ufficialmente le guerre intestine nel Partito Democratico.
Tavaroli come l’attentatore di Sarajevo? Quello che scatena la prima guerra mondiale tra i tanti gruppi e le infinite fazioni di un partito che, senza essere praticamente nato, è già in procinto di esplodere e di morire?
Su questo punto non ci possono essere dubbi di sorta. L’ex responsabile della sicurezza di Telecom ha acceso la miccia ed ora la santabarbara non può che saltare. Non importa se Tavaroli lo ha fatto per salvare se stesso o per fare un piacere a qualcuno. Ciò che importa è che la guerra nel Pd sia scoppiata e che si preannunci lunga e senza esclusione di colpi.
Prevedere come possa andare a finire è impossibile. Vincerà D’Alema? La spunterà Veltroni? Il Pd finirà in mille pezzi la con la Margherita e le sue diverse componenti da una parte ed i Ds e le sue due anime dall’altra?
Tra le tante possibili risposte figura anche quella che solo qualche settimana fa sembrava da scartare a priori. E se tutta questa buriana servisse a creare le condizioni per il ritorno, non immediato ma a frantumazione completata, di quel Romano Prodi che non ha mai rinnegato la strategia dell’unità (ovviamente nella sua persona) di tutti i pezzi grandi e piccoli della sinistra?







Si’, ci manca solo questo…
Politicrack
Luglio 27, 2008 alle 1:56 am