La contraddizione è evidente. Il Pd chiede che il governo tecnico si affretti a liberare la Rai dal peso insostenibile dei partiti e della politica ma, al tempo stesso, pone con forza l’esigenza che la nomina del nuovo direttore del Tg1 non sia espressione dei vecchi equilibri politici fondati sulla maggioranza di centro destra ma sul nuovo equilibrio rappresentato dalla nascita del governo di Mario Monti. In sostanza si combatte l’invasività della politica del centro destra con l’invasività della politica della sinistra. E si cerca di far saltare la nomina a tempo di Alberto Maccari in quota Pdl e di Alessandro Casarin in quota Lega sostenendo che, essendo il Tg1 la tradizionale voce televisiva del governo, il nuovo vertice non può essere il terminale del vecchio assetto di centro destra ma l’espressione dell’esecutivo dei professori. Insomma si combatte la lottizzazione con la lottizzazione uguale e contraria.
Che la posizione del Pd sia strumentale è fin troppo evidente. Perché punta a strappare al centro destra la guida del Tg1 prima della scadenza naturale dell’attuale Consiglio di Amministrazione fissata per maggio. E perché è diretta a piazzare alla guida del telegiornale della rete ammiraglia del servizio pubblico i soliti giornalisti di area a cui la sinistra ha attribuito la qualifica fasulla di super partes per meglio conquistare fette di potere nel servizio pubblico.
I dirigenti del Pdl, quindi, hanno tutte le ragioni nel difendere la linea scelta dal direttore generale Lorenza Lei per trovare una soluzione temporanea in attesa che un nuovo Consiglio di Amministrazione o una nuova legge risolva stabilmente il problema delle scelte dei vertici giornalistici della Rai.
Ma gli stessi dirigenti del Pdl che negli ultimi tre anni hanno esercitato la loro influenza sul servizio pubblico radiotelevisivo farebbero bene a non limitarsi ad opporsi all’invadenza strumentale della Pd. Ciò che avviene oggi in Rai è molto più di uno dei tanti tentativi di lottizzazione surrettizia da parte della sinistra. E’ la dimostrazione lampante, brutale, indiscutibile del totale fallimento dei criteri, delle logiche e delle scelte adottate dal centro destra per gestire la più grande azienda d’informazione del paese.
Perché parlare di criteri, logiche, scelte e non raccogliere tutto nel termine più corretto ed indicato di “strategia”? Perché non denunciare il fallimento del comportamento usato dal centro destra nei confronti della Rai e dell’intero mondo della comunicazione e dell’informazione del paese?
Semplice: perché non c’è stata alcuna strategia. A nessuno è passato per la mente che il problema dell’informazione fosse determinante in una democrazia dove i media hanno assunto posizioni talmente dominanti da diventare decisivi, come la vicenda Monti insegna, per gli equilibri politici del paese. Nessuno si è preoccupato di realizzare uno sguardo d’assieme del sistema informativo nazionale, di capire le dinamiche passate che hanno portato ad una totale egemonia della sinistra sui mezzi d’informazione, di valutare le situazioni presenti e cercare di predisporre un futuro fatto non di una egemonia eguale e contraria di un centro destra sprovvisto di una cultura carica di vocazione egemonica ma almeno di una più equilibrata applicazione del pluralismo previsto dalla Costituzione. Tutto è stato lasciato al caso, agli interventi personali di questo o quell’esponente del centro destra fatti senza rispondere a nessuna visione complessiva, fosse anche quella ispirata al semplice rispetto del pluralismo, ma diretti solo a perseguire l’interesse contingente e personale dell’esponente in questione. Fosse il Cavaliere o qualche mezza calzetta provvista di un qualche potere calato dall’alto più per circostanze casuali che per un qualche titolo di merito.
Il risultato è che qualche clientes sarà stato pure beneficato, ma la Rai tornerà presto o tardi ad essere un feudo esclusivo della sinistra e l’intero sistema informativo nazionale continuerà a risultare al servizio dei “poteri forti” che da sempre conservano i loro privilegi alle spalle della società italiana facendo accordi di potere con gli inamovibili gruppi dirigenti post-comunisti.
C’è una soluzione? Più che privatizzare, smantellare!