Parte male il percorso scelto dai tre partiti della maggioranza, Pdl, Pd e Terzo Polo, per aiutare il governo Monti a far uscire il paese dalla crisi e dall’emergenza tecnica. Perché, come ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani, se i partiti in questione decidessero di operare in questo senso fissando l’agenda di una riforma istituzionale contraddistinta dalla riduzione del numero dei parlamentari, da una nuova legge elettorale e dalla riduzione dei costi della politica, l’intera operazione sarebbe destinata ad un clamoroso insuccesso.
Certo, serve una nuova legge elettorale e serve sicuramente un taglio drastico ai costi esorbitanti della politica. Ma partire all’insegna di queste sole bandiere significa solo voler cavalcare l’onda momentanea della facile demagogia dell’anti-politica. Il che può funzionare se si vuole avviare una campagna elettorale ma non serve assolutamente a dare al paese quegli strumenti istituzionali nuovi che gli potrebbero consentire di uscire dalla crisi e dall’emergenza dei tecnici al governo.
La nuova legge elettorale, il taglio dei costi della politica e la riduzione del numero dei parlamentari, infatti, non possono precedere una qualunque riforma istituzionale. Ne possono essere una parte. Che però cambia a seconda del tipo di riforma che si vuole realizzare. La scelta della riforma, in altri termini, non può che precedere sempre e comunque le decisioni sui meccanismi elettorali e sulla drastica riduzione di tutti i costosi ed improduttivi apparati costruiti dalla politica nel corso degli ultimi decenni.
Non si tratta di fare del facile “benaltrismo”. Cioè tirare il ballo la necessità di realizzare un grande progetto di riforma con il solo obbiettivo di lasciare tutto immutato.
Si tratta, più semplicemente, di mettere ben in chiaro che in questo momento non c’è spazio per strumentalizzazioni elettoralistiche. E che qualsiasi patto tra i partiti della maggioranza voglia essere realizzato deve necessariamente essere fondato sulla condivisione di un preciso progetto teso a ridisegnare l’intero assetto istituzionale del paese. Prima di ridurre il numero dei parlamentari, ad esempio, si deve stabilire se il bicameralismo perfetto deve essere mantenuto o se si deve passare ad una Camera di deputati ed un Senato delle regioni. Se bisogna confermare il bipolarismo, ritornare al proporzionale o mescolare, ed in quale proporzione, i due sistemi. Se si vuole conservare l’attuale costituzione materiale che ha prodotto un presidenzialismo di fatto all’interno di un sistema parlamentare di facciata o se si intende istituzionalizzare il presidenzialismo facendo eleggere direttamente dai cittadini l’inquilino del Quirinale. Se si pensa che sia meglio avere un Presidente della Repubblica di garanzia ed un Premier eletto dal popolo o se neppure una qualche forma di premierato vada bene per il nostro paese e si debba tornare all’epoca in cui i Presidenti del Consiglio erano il frutto di accordi riservati tra i soli segretari dei maggiori partiti.
E la riforma non si può fermare all’assetto delle massime istituzioni. Deve riguardare necessariamente tutte le diverse articolazioni inventate dalla politica per trasformare lo stato sociale nel gigantesco ammortizzatore sociale delle proprie clientele. Dalla crisi, infatti, non si può uscire solo aumentando il peso della pressione fiscale che non taglia il debito ma serve solo a far pagare interessi sempre più alti del debito stesso. Si esce incidendo pesantemente nei tessuti cancerogeni dello stato burocratico-assistenziale. Smantellando le strutture inutili, snellendo quelle che possono ancora servire e riconvertendo ad attività produttive una intera classe dirigente, fatta da politici e da burocrati, da troppo tempo abituata a vivere fin troppo agiatamente alle spalle dei normali cittadini.
Se dunque Bersani vuole andare alle elezioni a breve continui pure a giocare con la facile demagogia. Se vuole fare sul serio rinunci alle sciocchezze e parli un linguaggio di verità!