Se in gioco è la pelle

Sarà pure vero che i tassisti che hanno assediato martedì scorso palazzo Chigi non hanno, come ha scritto uno dei più attivi aedi del governo Monti, la “serenità e la forza interiore della fiumana di Pelizza da Volpedo”. E sarà ancora più vero, come ha rilevato lo stesso sostenitore dell’esecutivo dei tecnici, che i comportamenti da ultrà non sono compatibili con una democrazia matura.
Ma, oltre a ricordare che la fiumana proletaria immortalata dal pittore socialista la forza la manifestava spesso non solo in maniera interiore ma anche con le barricate e gli scontri di piazza, va considerato che il paragone negativo tra la categoria dei tassisti e la classe operaia sarà pure politicamente corretta ma è profondamente sbagliato.
Perché esiste un fattore che accomuna ed unisce i tassisti brutti, sporchi e cattivi disegnati dai sostenitori di Monti e le mitiche masse operaie e bracciantili del tempo passato. E questo fattore è che oggi come allora la protesta di chi scende in piazza non nasce da una qualche motivazione ideologica ed intellettuale ma dalla necessità di difendere ad ogni costo la propria pelle.
Certo, per i privilegiati delle alte burocrazie investisti del ruolo di governanti e per i trombettieri altrettanto privilegiati dei media di proprietà dei banchieri, parlare di pelle da salvare è decisamente volgare. Ma chi trova sgradevole, sguaiato ed incompatibile con la democrazia matura il comportamento dei tassisti compie un errore marchiano nel non considerare e disprezzare la ragione di fondo per cui questa categoria scende in piazza e protesta. I braccianti e gli operai di Pelizza da Volpedo chiedevano pane e lavoro per uscire da condizioni di vita disumane e salire di almeno un gradino la scala sociale di cui occupavano il posto più basso. I tassisti chiedono di poter continuare a lavorare senza dover modificare radicalmente le loro condizioni di vita ed essere cacciati in quell’ultimo gradino della scala sociale in cui si trovavano i proletari di fine ottocento.
L’errore marchiano dei sostenitori del governo è di non capire che la protesta non è contro le liberalizzazioni ma è per la sopravvivenza personale. E che questa protesta non riguarda solo i tassisti ma è destinata ad essere scatenata da tutte quelle altre categorie che vengono definite “marginali” dai tecnici al governo e dai loro sostenitori e considerate destinate a scomparire sotto l’incalzare di una modernizzazione intesa come trionfo dei grandi gruppi commerciali, dei trasporti, della distribuzione, sulle piccole attività individuali.
Da questo punto di vista la battaglia per la difesa della propria pelle dei tassisti è solo la punta dell’iceberg. Dopo i conducenti di taxi, che temono di diventare sottoproletariato urbano con l’avvento dei grandi gruppi che trasformano i piccoli proprietari di auto pubbliche radunati in cooperative in dipendenti a retribuzione dimezzata per l’assunzione di immigrati affamati, toccherà ai piccoli artigiani, ai piccoli commercianti, ai singoli farmacisti, ai professionisti fermi all’attività individuale e via di seguito. Che non si batteranno per difendere privilegi ma in alcuni casi la sopravvivenza, in altri lo status sociale, in tutti la propria condizione di vita.
Può un governo tecnico nato per l’emergenza e privo di una qualche legittimazione popolare compiere una così radicale rivoluzione sociale? Chi pensa che lo possa fare  per investitura presidenziale e per designazione dei poteri forti non ha calcolato che
le rivoluzioni sociali possono essere realizzate solo sulla base di un largo e forte consenso popolare. Quel consenso che il governo dopo appena due mesi di attività ha incominciato a perdere a causa di scelte compiute non per fronteggiare l’emergenza ma per soddisfare gli interessi dei grandi gruppi finanziari, commerciali, bancari, distributivi.
Ma il paese può permettersi di avere ancora a lungo un governo che non sa uscire dalla crisi ma che, nell’incertezza, mette a rischio la pelle dei singoli cittadini?

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