Alla radice degli anni di piombo che insanguinarono il nostro paese non ci fu solo la strage di piazza Fontana come sostengono i nostalgici combattenti e reduci di quella tragica fase della storia italiana. Ci fu anche il traliccio di Segrate sotto il quale venne trovato il corpo di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato dalla bomba con cui l’editore rivoluzionario voleva spegnere le luci di Milano.
Feltrinelli era stato chiaramente vittima della propria imperizia di artificiere dilettante. Ma divenne ben presto il simbolo di una rivoluzione proletaria che il potere borghese cercava di stroncare ricorrendo ad ogni forma di “trama oscura”. Ed, a dispetto della natura accidentale della sua morte e del fatto che non si trattava di un proletario ucciso dalla reazione borghese ma di un borghese miliardario ucciso dalla propria ideologia proletaria, si trasformò nello stimolo e nel modello di tutti gli aspiranti rivoluzionari degli anni ’70.
Sulla base dell’esperienza del passato, allora, non va sottovalutata la vicenda del traliccio della Val di Susa da cui è caduto il leader No Tav Luca Abbà. Non solo perché l’incidente provocato dalla disattenzione del giovane contestatore dell’alta velocità è stato subito presentato come la conseguenza di una inaccettabile azione coercitiva della polizia. Ed è stato spunto per una serie di azioni violente condotte in parecchi città italiane dai gruppi più intransigenti dell’estremismo antagonista. Ma soprattutto perché il traliccio della Val Susa, così come quello di Segrate di tanti anni prima, rischia di innescare una reazione a catena di contestazione e di violenza in un paese dove si stanno drammaticamente creando le condizioni favorevoli per questa tragica forma di ritorno al passato.
La drammatica vicenda della Val di Susa va messa in relazione con il disagio crescente che colpisce fasce sempre più ampie della popolazione italiana a causa della crisi economica. Va collegata con le tensioni che hanno sconvolto e rischiano di tornare a dilaniare la Grecia per lo stesso motivo. Ed, infine, va vista in un quadro generale europeo dominato dall’insofferenza sempre più forte dell’opinione pubblica tedesca per i sacrifici da compiere in favore dei paesi più deboli dell’Europa e del vento anti-Ue ed anti-euro che spira sempre più forte in Francia alla vigilia delle elezioni ed in tutto il Vecchio Continente. L’incidente del leader No Tav rischia di essere una scintilla sopra un lago di benzina. Che può provocare un incendio dalle dimensioni gigantesche e dalle conseguenze devastanti.
Consapevole di questo pericoli il ministro Elsa Fornero ha sostenuto che con i No Tav bisogna continuare a dialogare. Ma il dialogo non basta. Non solo perché i gruppi antagonisti non hanno alcuna intenzione di ascoltare e di confrontarsi. Ma soprattutto perché non sono e non possono essere loro gli interlocutori veri del dialogo. Se il governo vuole disinnescare il rischio che il traliccio della Val di Susa dia fuoco alle polveri della protesta generalizzata in tutta Italia deve dimostrare di volere confrontarsi con l’intero paese. Non con le parole o con la manifestazione formale dei buoni sentimenti. Ma con azioni concrete che dimostrino la consapevolezza del governo del disagio crescente nella società nazionale attraverso misure che non servano solo ad accrescere le lacrime ed il sangue ma anche a suscitare qualche speranza per la soluzione della crisi.
Fino ad ora l’esecutivo di Mario Monti si è presentato con il volto dell’austerità , del rigore, del sacrificio. Ed ha lanciato al paese il messaggio che solo cambiando il proprio modello di vita può sperare di salvarsi. Ora deve sforzarsi di far almeno balenare che solo la lunga recessione ci sarà comunque una qualche ripresa. Ed accedere almeno una fiammella di ottimismo della volontà. Senza il quale non si va da nessuna parte tranne che subire le conseguenze della maledizione del traliccio.