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Monti, improponibile “coscienza critica”

Scelta Civica prima ha perso Futuro e Libertà, cancellato dalla scena politica dal risultato elettorale. Ed ora perde l’Udc, che dopo essere uscito dimezzato dal voto, si è reso conto che continuare a rimanere legato al carro di Mario Monti avrebbe provocato la sua definitiva dissoluzione. Al cartello elettorale dell’ex Presidente del Consiglio rimangono dunque due solo componenti ed un garante. C’è il gruppo di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo e di Nicola Rossi, che però ha già annunciato di non avere alcuna intenzione di trasformarsi in una mini-corrente di un mini-partito. E c’è la componente cattolica proveniente dalle Acli e dalla Comunità di Sant’Egidio che, a differenza dei montezemoliani, non avrebbe alcuna difficoltà a calarsi nei panni della corrente ma non sembra avere la consistenza necessaria ad essere tale.

C’è, infine il garante, Mario Monti, che però non ha alle spalle né una qualche organizzazione, né una qualche esperienza di attività politica di base. E che, nella consapevolezza di queste carenze, non può far altro che sperare di tenere insieme i due pezzi niente affatto omogenei o complementari del suo cartello (montezemoliani e cattolici di sinistra sono culturalmente e politicamente agli antipodi) autonominandosi, sull’esempio di quanto fatto a suo tempo da Ugo La Malfa nei confronti del centro sinistra classico, “coscienza critica” delle larghe intese e del governo Letta-Alfano. Bastano questi elementi per assicurare un qualche futuro politico a Scelta Civica? L’Udc ha dimostrato di non credere ad una prospettiva del genere ed ha scelto di uscire dal cartello incominciando, in vista delle elezioni europee del prossimo anno e della comune appartenenza al Ppe, una lenta ma decisa marcia di avvicinamento al Pdl. Ciò che rimane di Fli, dopo aver liquidato per “incapacità politica “Gianfranco Fini, ha dimostrato di pensarla allo stesso modo.

Ed ha incominciato a riprendere i contatti con la vecchia area di provenienza, cioè la destra degli ex An, e sembra destinato a ritornare, magari non con una trasmigrazione collettiva ma sotto forma di iniziative singole, alle proprie origini nel centro destra. Le due componenti restanti del cartello e lo stesso Monti , approfittando del fatto che Scelta Civica rimane comunque la terza gamba dell’alleanza delle larghe intese, appaiono ancora incapaci di fornire una risposta all’interrogativo e rinviano la risposta al momento in cui le larghe intese si esauriranno e una scelta per il futuro dovrà essere presa comunque. Questa paralisi, di cui Italia Futura sembra essere cosciente molto più della componente cattolica, è di per se un pessimo viatico per il prossimo cammino di Scelta Civica. Lascia presupporre che, in assenza di una decisione rapida sulla strategia politica da seguire, il cartello di Monti finirà col perdere progressivamente pezzi ed arrivare alla fine della parabola del governo Letta-Alfano senza aver più il fiato per poter poter andare avanti.

Se l’ex Presidente del Consiglio non fosse un tecnico imprestato occasionalmente alla politica e non un politico dilettante saprebbe che per svolgere il ruolo di “coscienza critica” nei confronti delle larghe intese sull’esempio di Ugo La Malfa verso il centro sinistra bisognerebbe essere La Malfa. Cioè un leader politico che nei confronti del centro sinistra aveva l’autorità di padre non solo fondatore ma anche ideatore e teorizzatore. Ma Monti non ha questa autorità. Perché non ha mai teorizzato o ideato la formula di governo attuale indicandola come indispensabile ed irreversibile. Ha solo guidato per un anno un governo occasionalmente sostenuto dall’esterno dal Pd e dal Pdl e l’unica scelta politica che ha compiuto non è stata di cercare di avvicinare ed armonizzare le forze alternativa ma di fare concorrenza ad entrambe nella temeraria pretesa di scompaginarle per condizionarle e conquistarle. E allora? La conclusione è prevedibile. L’unica incertezza riguarda la data dello “sciogliete le righe”. In autunno o nella primavera del prossimo anno?

Pd: tanti aspiranti segretari, poche idee

Da buon sindacalista il neo segretario del Pd Guglielmo Epifani è un uomo con i piedi ben piantati per terra. Così ha deciso che fino al prossimo autunno non farà solo il segretario del proprio partito ma continuerà a svolgere le funzioni di Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera. Perché, come dice l’antico adagio popolare, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. E se in autunno il congresso del Pd non dovesse confermarlo alla segreteria la sua poltrona di Presidente di commissione parlamentare non gliela toglierebbe nessuno e non si ritroverebbe nella triste condizione di passare da un giorno all’altro da leader del Pd a deputato col rango di peone.

La decisione di Epifani spiega più di qualsiasi lungo discorso che la caratteristica principale dell’attuale segreteria del Partito Democratico è quella di essere a tempo, transitoria, precaria , balneare. D’altro canto, se è lo stesso segretario a non credere alla possibilità di rimanere alla guida del partito dopo il prossimo congresso, come si può pretendere ci possano credere gli altri dirigenti del Pd e gli osservatori esterni tutti ? Non è un caso, infatti, che a distanza di un paio di giorni dall’elezione di Epifani al vertice del partito, sia partita la corsa alla segreteria con la discesa in campo di Chiamparino, la conferma della candidatura di Cuperlo, la presenza di Barca impegnato in un tour promozionale (ovviamente di se stesso) nelle federazioni locali e l’incombenza costante di Renzi che nell’incertezza tra puntare a fare il segretario o a fare il Premier punta su tutto, tanto per non sbagliare. A questo fervore di candidature personali dovrebbe corrispondere un qualche dibattito interno sulle idee e sui programmi di cui questi uomini dovrebbero essere portatori.

Invece, a dispetto dell’altro antico detto secondo cui le idee camminano sulle gambe degli uomini, nel Pd ci sono gli uomini e le gambe ma mancano totalmente le idee. Ci sono, per la verità, quelli che sostengono il governo Letta e quelli che mugugnano contro il governo guidato dall’ex vice segretario del Pd. Ma se si considera che è lo stesso Letta a dichiarare di trovarsi alla guida di un governo che non gli piace, si capisce perfettamente che la distinzione tra gli uni e gli altri non è politica ma solo di convenienza personale. Chi è al governo cerca di rimanerci, chi non ha incarichi governativi pensa a quando il governo cadrà per vedere di poter entrare in quello successivo. Nessuno è in grado di prevedere se e quanto questo stato di atarassia politica del Pd possa andare avanti. Ma, al tempo stesso, nessuno può stupirsi se il partito erede della tradizione del Pci e della tradizione della sinistra democristiana si trovi in questo stato catatonico e che l’unico segno di vitalità in grado di essere percepito dall’esterno sia il disagio di ritrovarsi in una coalizione governativa a fianco degli odiati berlusconiani. La verità, infatti, è che negli ultimi vent’anni l’unica idea circolata tra i dirigenti e gli elettori del Partito Democratico è stata solo quella dell’ostilità nei confronti del Cavaliere Nero e dei suoi prezzolati vassalli e cortigiani.

Il confronto per un eventuale intreccio e fusione tra post-marxismo e post-dossettismo? Scomparso. La tradizionale dialettica tra riformisti e massimalisti? Relegata in soffitta tra le robe vecchie. L’attenzione per gli esempi offerti da Blair e da Obama? Cancellata. La stessa infatuazione per la socialismo più tradizionale (oltre che più vecchio e scontato) di Hollande? Svanita nel giro di qualche settimana. Ogni forma di riflessione politica, giusta o sbagliata che fosse, è stata soppiantata dal più facile visceralismo antiberlusconiano. Quello su cui punta Beppe Grillo quando spara a zero contro il governo Letta nella prospettiva di farlo cadere per fagocitare un Pd privo di idee e diventare l’unico e solo antagonista del “Nano”. Da Togliatti e Dossetti a Grillo, ovvero dal dramma alla farsa.

Il rischio di collasso che a Letta non piace

Il rapporto Cei sul lavoro indica che nel nostro paese il numero dei disoccupati reali è almeno il doppio di quello, già altissimo, indicato dai dati ufficiai. Che solo l’Italia, a differenza del resto d’Europa, importa manodopera non qualificata ed esporta prestatori d’opera qualificati. E, soprattutto, che questa drammatica situazione è destinata ad andare avanti almeno fino al 2020. Il rapporto preparato da esperti, studiosi e ricercatori per la Conferenza Episcopale Italiana si limita a stilare questa amara diagnosi ed a pronosticare tempi lunghissimi per la gravissima malattia di cui soffre il paese. Non propone ricette per la sua soluzione . Probabilmente perché l’individuazione delle terapie capaci di far uscire dalla crisi la società italiana sarà oggetto di un altro rapporto.

O, forse, perché la Cei ha voluto offrire un contributo importante ed utile a chi, governo, Parlamento, forze sociali e classe dirigente in generale, ha il compito istituzionale di risolvere il problema. Quanto tempo bisognerà aspettare prima che la strada per la ripresa venga individuata e percorsa? I più realisti sostengono che bisognerà comunque attendere il risultato delle elezioni tedesche del prossimo autunno prima di poter sapere quale potrà essere l’indirizzo che il nostro paese potrà prendere per invertire la rotta che sembra condannarlo ad un declino irreversibile. Nel frattempo, aggiungono, non si può chiedere al governo di Enrico Letta, frutto di un compromesso difficilissimo tra forze naturalmente contrapposte, di andare oltre il tentativo di correggere la linea dell’eccesso di pressione fiscale che aveva caratterizzato il precedente governo, anch’esso dell’emergenza, di Mario Monti. La tesi dei realisti è sicuramente accettabile. Ma si scontra con un interrogativo fin troppo inquietante a cui bisognerà trovare in ogni caso una qualche risposta.

Fino a che punto il paese è in grado di reggere la situazione fotografata con tanta precisione dal rapporto della Cei ? La domanda non riguarda la possibilità di tenere fino al 2020, data in cui non si capisce come la fase della disoccupazione crescente, cioè della crisi, dovrebbe terminare. Perché è assolutamente certo che in queste condizioni il paese non potrà continuare a sopportare una disoccupazione reale del 20 per cento, una fuga di trecentomila cervelli l’anno e una economia in stato definitivamente comatoso. L’interrogativo, sempRe in nome del realismo, riguarda la tenuta a breve. Siamo proprio certi che il paese possa aspettare le elezioni autunnali tedesche e le eventuali innovazioni politiche che ne potrebbero scaturire senza subire collassi di sorta nella sua pace sociale? L’ex segretario della Cgil Sergio Cofferati ha sostenuto che il pericolo non esiste visto che il disagio sociale difficilmente sfocia nella violenza .

Ma l’affermazione dell’attuale europarlamentare del Pd, quello che portò in piazza tre milioni di persone a manifestare contro una indispensabile riforma delle pensioni, non tiene conto del rischio che a soffiare sulle tensioni sociali ci siano quelle forze politiche che non accettano il governo del compromesso e dell’emergenza e sperano di cavalcare le difficoltà di gran parte della società italiana per provocare una radicalizzazione della lotta capace di spazzare via le odiate larghe intese. Il Presidente del Consiglio Enrico Letta dovrebbe preoccuparsi di questo pericolo piuttosto che rincorrere i fantasmi inesistenti dei pericoli di rottura sui temi della giustizia. E, soprattutto, dovrebbe evitare di blandire chi punta mandare all’aria il precario equilibrio che lo ha mandato a Palazzo Chigi sostenendo di essere alla guida di un governo che non è di suo gradimento. Se il primo a non credere in se stesso e nel suo compito è lo stesso Presidente del Consiglio, il rischio di non arrivare a settembre diventa decisamente alto!

Il Cavaliere leader anche con le condanne

Nella Prima Repubblica il cursus honorum di un politico degno di questo nome prevedeva l’elezione e la lunga presenza in Parlamento per chi aspirava ad un ruolo di rilievo nella vita pubblica. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un De Gasperi, un Togliatti, un Nenni, un Fanfani, un Berlinguer, un Andreotti,un Moro, un Craxi svolgere una qualche funzione politica senza aver essere stati eletti alla Camera o al Senato. La regola è valsa anche nella Seconda Repubblica. Quando tutti i personaggi di spicco dell’epoca del bipolarismo muscolare hanno continuato a pensare che senza la presenza in Parlamento il loro ruolo politico sarebbe stato ridimensionato o, addirittura, azzerato.

La novità di quella che non è la Terza Repubblica ma solo la coda della Seconda e della Prima, è che questa regola è stata di fatto abrogata. Massimo D’Alema si è autorottamato, non si è presentato alle elezioni, non è presente in Parlamento, ma continua ugualmente a svolgere una importante funzione politica all’interno del Partito Democratico. Lo stesso vale per Walter Veltroni, che non ha bisogno del laticlavio parlamentare per far valere il proprio peso politico all’interno del Pd. Per non parlare di Beppe Grillo che è e rimane il leader incontrastato del Movimento Cinque Stelle pur essendo interdetto ai pubblici uffici per una vecchia condanna passata in giudicato. Alla luce di questa innovazione va considerata l’affermazione pronunciata sabato scorso a Brescia da Silvio Berlusconi secondo cui i magistrati che lo tengono in odio possono emettere tutte le condanne a suo danno che vogliono. Ma non potranno mai impedire agli elettori del Pdl di sceglierlo come il proprio leader incontrastato. Pochi hanno fatto caso al significato politico di questa affermazione. Molti l’hanno giudicata una semplice frase ad effetto pronunciata per ingraziarsi la piazza dei sostenitori bresciani e per replicare polemicamente ai contestatori dei centri sociali.

Ma il significato politico reale della frase di Berlusconi è che i magistrati di Milano lo potranno anche condannare per la vicenda Ruby, quelli di Napoli potranno anche fare altrettanto con il caso Lavitola e quelli di qualsiasi altro tribunale potranno fare altrettanto in qualche ulteriore processo in atto o di la da venire. Ma non ci sarà sentenza, anche quella che dovesse passare in giudicato, che potrà impedire agli elettori del centro destra di considerare il Cavaliere vittima di una giustizia ingiusta e politicizzata e pretendere che , proprio per questa ragione , continui a rimanere il leader indiscusso del fronte dei moderati. E se in seguito a qualcuna di queste sentenze di condanna i guastatori del Pd decidessero di rilanciare la proposta dell’ineleggibilità di Berlusconi, della sua espulsione dal Parlamento e, ultima ed estrema ipotesi, il via libera ad un suo eventuale arresto deciso da qualche magistrato in cerca di visibilità? La risposta è sempre la stessa. Nessuno potrebbe mai impedire agli elettori del centro destra di continuare ad attribuire al Cavaliere il ruolo di leader dei moderati e nessuno potrebbe impedire a Berlusconi di svolgere dall’esterno del Parlamento, da casa sua o da qualche carcere, la funzione di capo della maggioranza relativa degli italiani.

I sondaggi parlano chiaro. Le vicende giudiziarie del fondatore del Pdl non influiscono minimamente sul consenso nei suoi confronti. Anzi, come sempre è accaduto nel corso degli ultimi venti anni, più l’accanimento giudiziario è aumentato d’intensità, più i consensi sono aumentati. A dimostrazione che insistere sul tentativo della liquidazione per via giudiziaria dell’avversario principale della sinistra non serve affatto allo scopo ed alimenta la sfiducia della maggioranza del paese nei confronti della giustizia malata e di chi la usa per i propri fini. La conclusione, dunque, è semplice. Non saranno le condanne (che debbono passare in giudicato) ad eliminare il Cavaliere. E non sarà quest’ultimo a far cadere il governo per reagire alle forzature della magistratura prevenuta e politicizzata. Per batterlo ci vorrà la politica. Quella che manca ad una sinistra priva di idee e di un minimo di buon senso!

Grillo: un marziano a Roma

Alcuni sondaggi danno ancora in crescita il Movimento Cinque Stelle. Ma, a dispetto degli auspici favorevoli, non è difficile rilevare come la fase di ascesa politica del partito di Beppe Grillo si sia esaurita e stia iniziando la fase del declino. Qualcuno identifica il momento di svolta nella polemica scoppiata tra il leader genovese ed i parlamentari grillini a proposito degli stipendi e di quanto ciascuno deputato e senatore dovrebbe trattenere per vivere a Roma durante i giorni in cui il Parlamento è aperto e funzionante.

A pensarla in questo modo è probabilmente chi pensa aristocraticamente che occuparsi di soldi è una questione da bottegaio. E tende a concludere che, se il problema principale dei grillini non è più di portare avanti fino alla vittoria la battaglia contro la casta della politica ma di avere lo stipendio necessario per le proprie spese , la loro funzione innovatrice si è di fatto già esaurita. Qualche altro avanza una ipotesi più sarcastica ispirata al famoso marziano di Ennio Flaiano. E stabilisce che i poveri grillini ci hanno messo appena un paio di mesi per farsi fagocitare dal tradizionale cinismo romano e perdere quell’innocenza originaria che all’indomani del voto sembrava destinata a provocare lo sconquasso della democrazia rappresentativa. In realtà hanno una parte di ragione sia gli uni che gli altri. Scoprire che anche i più puri tra i rivoluzionari hanno famiglia e si preoccupano di arrivare alla quarta settimana alimenta i sospetto che per buona parte dei grillini il Movimento Cinque Stelle sia servito solo a trovare una occupazione piuttosto che a provocare la palingenesi della società italiana.

E registrare che dopo la curiosità iniziale i romani e l’intera comunità nazionale abbiano perso qualsiasi interesse per i parlamentari di Grillo (come per il marziano di Flaiano) spinge inevitabilmente a derubricare il fenomeno che tanto aveva fatto discutere nei mesi scorsi a banale e normale accidente della storia. Come a suo tempo i qualunquisti di Guglielmo Giannini o i primi leghisti di Umberto Bossi. Accanto a queste ragioni, però, esiste una terza causa più importante di tutte. Che consiste nella risoluzione dell’equivoco che era sorto al momento dell’esplosione elettorale del Movimento Cinque Stelle. Allora si era pensato che l’antipolitica espressa da Grillo fosse portatrice di un nuovo modo di fare politica. Adesso si incomincia a scoprire che quell’antipolitica non era portatrice di una politica nuova ma era esattamente ciò che dichiarava di essere, cioè la mancanza di politica o, se vogliamo, l’incapacità di portare avanti una qualsiasi strategia politica oltre quella della sterile contrapposizione nei confronti di chiunque non voglia baciare la pantofola del Sommo Sacerdote genovese. Si dirà che un partito d’opposizione abbia di fronte a se un percorso obbligato. Che è quello dello scontro continuo nei confronti delle forze di governo.

E che il Movimento Cinque Stelle , oltre ad attaccare Enrico Letta e Silvio Berlusconi, non debba fare altro che incalzare da sinistra il Partito Democratico per continuare a succhiargli gli elettori così come ha fatto alle ultime elezioni. Ma questo è il percorso obbligato del piccolo cabotaggio. Non è il percorso più elevato che avrebbe dovuto seguire una forza politica nata con il proposito di cancellare definitivamente non solo la vecchia casta ma l’intero sistema della democrazia rappresentativa. In fondo da un marziano ti dovresti aspettare uno straordinario ed uno spettacolare disco volante capace di percorrere la galassia. Non un normale “piè di lista”, magari con qualche voce gonfiata.

Fli, la diaspora della destra e il futuro

È stata una uscita di scena decisamente mesta quella che è toccata, dopo anni ed anni passati da protagonista, a Gianfranco Fini. L’Assemblea Nazionale di Futuro e Libertà non si è limitata ad accettare le dimissioni del proprio leader, ma ha rilevato che la sconfitta elettorale di Fli è dipesa dalla mancanza di «capacità politica» e ha dato mandato al coordinatore nazionale Roberto Menia di avviare un dialogo con tutti i soggetti interessati ad avviare una nuova fase costituente della destra italiana. Futuro e Libertà, in pratica, ha condannato in maniera inappellabile Gianfranco Fini alla uscita dalla politica per palese incapacità.

E, soprattutto, ha deciso di invertire radicalmente la rotta che l’ex Presidente della Camera aveva perseguito prima delle elezioni collocando il partito fuori dalla sua area tradizionale. Da adesso in poi, liberatosi dai condizionamenti personalistici del suo ex padre-padrone, Futuro e Libertà tornerà ad essere una componente della destra italiana collaborando agli sforzi in atto per porre fine alla sua diaspora. La decisione dell’Assemblea Nazionale di Fli è sicuramente positiva. Ma rischia di essere tardiva. Perché, grazie soprattutto ai personalismi funambolici di Fini ed alla singolare passività con cui il gruppo dirigente di Fli li ha subiti, la destra si è frantumata in mille pezzi. Alcuni dei quali si sono lasciati fagocitare dal Pdl, altri hanno tentato di recuperare un minimo di autonomia , come nel caso di Fratelli d’Italia, ed altri ancora si sono polverizzati in tanti gruppi troppo ridotti per poter esercitare un qualche ruolo politico di rilievo.

In queste condizioni il progetto di una costituente di destra capace di ricostruire, magari con un nome diverso, la vecchia Alleanza Nazionale, appare estremamente difficile da realizzare. Non solo perché non è facile ricomporre divisioni che proprio la polverizzazione in micro-gruppi tende ad esaltare piuttosto che a ridurre e comporre. Ma perché il semplice ritorno al passato con condizioni politiche del tutto nuove appare una operazione destinata ad avere scarso respiro. Ricreare Alleanza Nazionale, sempre che l’impresa possa riuscire superando a fatica i rancori accumulati in tanti anni, può essere un progetto che può accontentare una vecchia guardia alla ricerca di una collocazione e di una sicurezza perse nel passato recente e più remoto. Ma quale attrattiva può avere nei confronti delle giovani generazioni e, soprattutto, in quella parte di elettorato del centro destra che deluso dai suoi leader si è rivolto in disperazione all’astensione o alla protesta sterile di Grillo? Per i tanti soggetti della diaspora di destra, in sostanza, è molto alto il rischio di non riuscire nell’impresa del ritorno al passato o, peggio, di dare vita ad un mini-partito destinato ad rinchiudersi nel ghetto di una opposizione di sistema per recuperare la propria vecchia identità.

Serve un progetto nuovo, che tenga conto con realismo delle particolari condizioni politiche del momento, e che sia l’espressione di una visione più aperta e più ampia del ruolo di uno schieramento votato naturalmente alla responsabilità di guidare il paese. Il problema, allora, non è quello di ritrovare l’antica identità per ricreare il vecchio ma di elaborare una identità nuova che sappia tenere insieme uno schieramento ampio ed articolato capace di rappresentare i valori della libertà, dell’interesse nazionale e della prospettiva di una Unione Europea più politica e più democratica. Uno schieramento che sappia tenere in campo e partecipare da protagonista alla democrazia dell’alternanza, quella che seguirà naturalmente la fase della consociazione emergenziale, anche quando i leader attuali saranno tramontati. Più che un partito vecchio, quindi, c’è da dare vita ad un rassemblement nuovo.

Il giustizialismo e la morte di Andreotti

 

Aldo Moro aveva detto in Parlamento che la Democrazia Cristiana non si sarebbe fatta processare in piazza. Invece il leader Dc venne sottoposto ad un processo politico nel chiuso di un covo delle Brigate Rosse e venne ucciso (ma i carnefici usarono il termine “giustiziato” considerando legittimo il loro “processo”) nel bagagliaio di una sgangherata Renault. Da morto, però , Moro ottenne una singolare sorte venendo addirittura rivalutato (il termine non va inteso secondo il vocabolario italiano ma nella accezione resa nota dalla tradizione del vecchio marxismo-leninismo) da quella cultura che avrebbe voluto processarlo in piazza e che si accontentò di prendere atto dell’“errore” dei “compagni che sbagliano”. Giulio Andreotti ha avuto la fortuna di non venire giustiziato dalla Br (che pure avevano scelto lui come bersaglio prima di Moro).

Ma ha avuto la doppia sfortuna di essere stato processato sia nelle aule giudiziarie, sia nella piazza virtuale creata dai grandi media nazionali. E di non ottenere alcuna rivalutazione da morto di ma di subire da defunto una sorta di damnatio memoriae non solo da parte dei propri nemici più irriducibili (vendi l’invasato per fatto personale Caselli ed il presuntuoso ignorante Saviano) ma , soprattutto, da una massa di poveri inconsapevoli. Quelli alimentati da anni da una vulgata egemonica tesa a processare nelle piazze, nelle aule dei tribunali, in Parlamento, nelle commissioni parlamentari, nei giornali, nella Rete ed in ogni luogo ed occasione favorevole i propri avversari , considerati non semplici concorrenti o nemici ma come i rappresentati del male assoluto da distruggere in nome del bene e della virtù intese secondo la logica del più ottuso giacobinismo. Sulla scia di questa forsennatezza si inserisce (la vicenda delle commissione giustizia ne è la spia più indicativa) il riflesso condizionato di una parte consistente della sinistra di infischiarsene dei problemi dell’emergenza del paese che impongono l’esistenza di un governo di larghe intese per poter finalmente processare e liquidare nelle aule giudiziarie, in Parlamento, nelle piazze ed in qualsiasi altro luogo adatto alla bisogna Silvio Berlusconi .

A seguire l’istinto più immediato bisognerebbe rispondere alla arrogante pretesa della sinistra ottusa ed irresponsabile mandando all’aria il governo delle larghe intese e puntando apertamente e decisamente ad elezione anticipate chiarificatrici. Ma le condizioni del paese impongono una maggiore prudenza. E dovrebbero spingere il Pdl, partito che in questo momento viene considerato in crescita costante grazie al suo senso di responsabilità, a resistere alle provocazioni. Il tempo non gioca a favore di quelli che da alcuni decenni pensano di processare in piazza , nelle aule di giustizia e nei covi i propri avversari. I giacobini sono invecchiati. E con Andreotti non è morta solo la Prima Repubblica ma anche la pretesa dei suoi avversari di eliminarla con i metodi del giacobinismo mediatico e giudiziario!

Imu, Porcellum e leggi su sindacati e partiti

Se il governo Letta-Alfano riuscisse ad eliminare l’Imu ed il Porcellum avrebbe già compiuto una buona parte del proprio lavoro. Rimarrebbe la parte più complicata. Quella della riduzione complessiva del carico fiscale con misure dirette a riattivare il mercato del lavoro con la riduzione delle tasse alle imprese ed ad rimettere in circolo un minimo di liquidità allentando il torchio che pressa l’80 per cento degli italiani proprietari di casa. Sulla carta quella che viene definita la parte più complicata appare come la più semplice. Perché in apparenza basterebbe reperire le risorse necessarie per coprire i mancati introiti del cuneo fiscale e della spremitura dei proprietari ed il gioco sarebbe fatto.

Invece la questione non è matematica ma politica. Ed è proprio questo che rende più difficile l’operazione. Perché in ballo tornano le vecchie categorie dei proprietari e dei lavoratori. E, come si è già visto nei giorni scorsi sulla polemica sull’abolizione dell’Imu, tra i partiti scatta il riflesso condizionato della difesa degli interessi dei rispetti blocchi sociale di riferimento. Così la sinistra si arroga il diritto di rappresentare i lavoratori e chiede che il costo della riduzione del cuneo fiscale venga pagato dai proprietari di abitazioni, magari con una apposita patrimoniale. Ed il centro destra scatta a difesa del ceto medio, quello che per definizione formato da gente che ha comperato o avuto in eredità beni immobiliari. E chiede che il maggior costo della riduzione del carico fiscale sulla casa venga pagato da una serie di tagli allo stato sociale. Nel momento di passare alle misure concrete, in sostanza, destra e sinistra sono portate a dimenticare l’emergenza che impone loro una faticosa collaborazione e coabitazione governativa ed a rispolverare tutte le antiche ed insuperate differenze.

Ma queste differenze hanno continuano ad avere le vecchie basi sociali di riferimento? E nella riapparizione di così radicate diversità non c’è il riaffiorare di antichi schematismi ideologici ormai abbondantemente superati dalla realtà? Non c’è bisogno di ricorrere a De Rita per prendere coscienza del fatto che le antiche distinzioni di classe non esistono più. Basta guardarsi intorno per registrare che gran parte dei lavoratori è per fortuna riuscita a diventare proprietaria di una abitazione e che una larga fetta di proprietari è priva di un posto di lavoro o combatte per conservarlo con le unghie e con i denti. Gli interessi di costoro, cioè della stragrande maggioranza della popolazione nazionale, sono dunque interessi comuni, non separabili, non conflittuali tra di loro. Ad essere precari o disoccupati non sono solo i figli dei lavoratori ma anche quelli dei proprietari. Così come a subire le conseguenze di una pressione fiscale paralizzante ed iniqua è la stragrande maggioranza dei cittadini che fanno parte di quel ceto medio allargato ed interclassista che è stato il risultato delle grandi trasformazioni avvenute nel secondo dopoguerra.

Ma superare i vecchi schematismi ideologici non è affatto semplice. Perché mantenerli in piede garantisce a partiti e sindacati grandi rendite di posizione a cui le vere caste che affliggono il nostro paese non vogliono in alcun modo rinunciare. Ed allora? La conclusione è che il governo Letta-Alfano non può permettersi di fare solo il compito che si è prefisso eliminando Imu e Porcellum e riducendo sensibilmente la pressione fiscale che provoca la recessione e paralizza il paese. Deve fare molto di più. Mettendo in cantiere leggi capaci di introdurre il metodo democratico all’interno dei sindacati e dei partiti e destinate, attraverso la modernizzazione di organismi indispensabili per la tenuta del sistema democratico, a provocare il progressivo smantellamento delle rendite di posizione e degli schematismi ideologici.

Renzi e la progressiva perdita di credibilità

Matteo Renzi è stato l’avversario sconfitto di Pier Luigi Bersani alle primarie del Partito Democratico raccogliendo però una fetta consistente del partito ed una grande popolarità capace di trasformarlo in un personaggio di livello nazionale. Renzi non ha di fatto partecipato alla campagna elettorale condotta in maniera decisamente maldestra da Bersani. Avrebbe potuto criticare, contestare, cercare di correggere la strategia dello smacchiamento del giaguaro. Invece ha preferito adottare la linea del “né sabotare, né collaborare”,+ù convinto che non fosse quello il momento più opportuno per uscire allo scoperto. All’indomani delle elezioni perdute avrebbe potuto far valere la sua caratteristica di uomo nuovo del Pd alternativo a Bersani ed all’intero vecchio gruppo dirigente colpevole di aver perso una battaglia che sembrava largamente vinta in partenza. Invece non ha assunto nessuna iniziativa per compiere in condizioni favorevoli ciò che aveva promesso durante la campagna delle primarie.

Cioè la rottamazione della casta dei maggiorenti. Ed ha preferito approfittare delle difficoltà incontrate da Bersani durante la tormentata fase dell’elezione del Presidente della Repubblica per prendersi la propria vendetta sul segretario contribuendo alla sua mesta uscita di scena. Ma anche in questa fase Renzi non è uscito in campo aperto sfidando il suo rivale e proponendo al Pd quel progetto di rinnovamento integrale che aveva fatto balenare nei mesi precedenti. Ha preferito stare ostentatamente defilato sempre nella convinzione che il suo momento dovesse ancora arrivare. Qualcuno ora pensa che il momento tanto atteso e sempre rinviato potrebbe essere quello dell’assemblea nazionale di sabato prossimo in cui i dirigenti del Pd saranno chiamati a decidere sul dopo-Bersani e scegliere tra un nuovo segretario o un reggente destinato a guidare il partito fino al congresso d’autunno. Invece pare che anche in questa occasione l’aspirante rottamatore resterà rigorosamente alla finestra ad assistere allo scontro tra quelli che vogliono un segretario subito e quelli che preferiscono il reggente a tempo rinviando a data da destinarsi l’avvio della sua partita per la conquista e la trasformazione del Partito Democratico.

Può essere che la tattica scelta da Renzi possa risultare nel tempo vincente. E che magari il sindaco di Firenze non voglia bruciarsi ora che il governo di larghe intese non può non condizionare in maniera decisa la linea del partito e preferisca aspettare l’autunno. Quando il congresso del Pd potrà anche decidere di porre fine all’esperimento anomalo rappresentato dall’esecutivo guidato da Enrico Letta. Di sicuro, però, questa tattica scelta dal sindaco di Firenze non è priva di danni. Il principale è la sensazione che si va diffondendo progressivamente, non solo all’interno del Pd ma anche in quella vasta area di moderati e di riformisti attratti dall’“uomo nuovo”, è che Renzi sia un personaggio tutta apparenza e niente sostanza che nasconde dietro le battute ed i propositi roboanti ed ambiziosi un sostanziale vuoto di idee e di progetti per il futuro. È probabile che per il sindaco di Firenze questo non sia affatto un danno. In fondo la politica italiana è piena di personaggi bravissimi a curare la propria immagine ma incapaci di contribuire in qualsiasi modo alla soluzione dei problemi del paese. Ma un leader che non voglia essere una meteora non può limitarsi ad aspettare il momento più utile a se stesso per uscire allo scoperto e giocare la propria partita per la conquista di un ruolo pubblico rilevante. Deve piegarsi alle esigenze del paese e mettere le proprie idee per la soluzione dei problemi quando questi problemi si pongono. Altrimenti si corre il rischio di apparire come uno privo di idee. Non un “uomo nuovo” ma come un semplice tronista della politica !

Governo stabile, pacificazione, amnistia

C’è un solo modo per voltare pagine dopo una guerra civile, “calda” o “fredda” che sia. Se si punta alla pacificazione non c’è altra strada che l’amnistia. All’indomani della guerra civile calda il governo formato da tutti i partiti che avevano partecipato alla Resistenza contro il fascismo si affrettarono a varare una amnistia per tutti i crimini che erano stati commessi durante gli anni della lotta fratricida. A firmare il provvedimento, nella sua qualità di Guardasigilli (cioè di Ministro della Giustizia) fu il leader massimo del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, che con quell’atto realizzò un autentico capolavoro politico. Non solo tolse dai guai giudiziari i suoi tanti compagni di partito che avevano le mani sporche non solo del “sangue dei vinti” ma anche di quello di tanti partigiani non comunisti e dei “nemici di classe” eliminati durante e dopo il conflitto in nome della rivoluzione proletaria. Ma recuperò alla democrazia ed in gran parte alla militanza in favore del Pci buona parte di quella giovane generazione che aveva creduto nella terza via rivoluzionaria indicata dal fascismo di sinistra e che aveva bisogno di nuove e salvifiche certezze dopo il fallimento di quelle precedenti.

E rese possibile la ripresa complessiva del paese dopo le laceranti e drammatiche vicende (oggi si direbbero “ divisive”) degli anni precedenti. Se l’amnistia di Togliatti rese possibile la pacificazione dopo la guerra civile calda è addirittura banale rilevare che se si volesse sul serio avviare la pacificazione dopo la guerra civile fredda non solo dell’ultimo ventennio bipolare ma anche dell’intero secondo dopoguerra italiano, sarebbe indispensabile seguire l’esempio del governo del Cnl e di Togliatti e ricorrere all’amnistia. Fino ad ora la richiesta di un provvedimento del genere è venuta solo da Marco Pannella e dai radicali. Che l’hanno motivata con l’esigenza umanitaria di svuotare carceri riempiti all’inverosimile e ridare dignità ed una possibilità di nuova vita a migliaia di condannati in via definitiva o incarcerati in attesa di giudizio. All’indomani della rivoluzione giudiziaria di Tangentopoli alle motivazioni umanitarie di Pannella si aggiunsero anche quelle di chi rilevava che una amnistia azzeratrice dei guasti e dei nodi irrisolti della Prima Repubblica anche la Seconda sarebbe stata ben presto vittima delle eredità irrisolte del passato.

Ma, com’è noto, le ragioni umanitarie e quelle politiche vennero travolte e cancellate dall’ondata di giustizialismo giacobino che puntava al rilancio ed alla perpetuazione della guerra civile fredda per eliminare gli avversari e vincere la battaglia per il potere. Quell’ondata non si è affatto esaurita. Al contrario, è cresciuta a dismisura provocando addirittura la fine della Seconda Repubblica all’insegna della richiesta di condanna non solo morale ma anche giudiziaria nei confronti della aborrita “casta” formata dalla classe politica. Di fronte a questa ondata niente affatto in via di esaurimento può sembrare non solo inutile ma addirittura ridicolo rilanciare il tema dell’amnistia. Ma il giustizialismo giacobino non ha prodotto solo la fine della Seconda Repubblica ma anche quella condizione di ingovernabilità a cui si tenta di sopperire in qualche modo con il governo di larghe intese di Enrico Letta.

E, soprattutto, ha reso evidente che qualsiasi esecutivo intenda fronteggiare con le riforme la grande crisi del momento ha la necessità inderogabile di mettere un freno alla guerra civile fredda di giacobini ed antigiacobini e di avviare un difficile ma indispensabile processo di pacificazione. Ma come pacificare il paese senza unire alla motivazione umanitaria di Pannella quella politica di creare le migliori condizioni per una solida terza Repubblica? L’esigenza dell’amnistia sarà pure impopolare e non realistica. Ma è chiaro che senza amnistia non ci può essere pacificazione. E senza pacificazione non ci può essere stabilità di governo, possibilità di fronteggiare la crisi, speranza di ripresa per il futuro!

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