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L’antagonismo Renzi-Letta

 

Il problema di Matteo Renzi non è Pier Luigi Bersani ma Enrico Letta. Perché l’obbiettivo del sindaco di Firenze non è di diventare il segretario del Pd ma di usare la carica di segretario del Partito Democratico per candidarsi a Premier in alternativa ed in sostituzione dell’attuale Premier in carica. Posta in questi termini la questione sembra essere uno dei soliti personalismi della politica italiana. In realtà, dietro la competizione personale tra Renzi e Letta che si può anche comporre nel breve periodo come sta avvenendo adesso, c’è una questione politica grande come una casa. E tale questione, a differenza del contrasto da pollaio, non è affatto componibile.

Perché per un verso riguarda il fatto che i due hanno una comune strategia ed una stessa area politica di riferimento. E per l’altro è segnata dalla circostanza del contrasto netto ed inconciliabile tra il sindaco fiorentino e l’attuale inquilino di Palazzo Chigi sul modello di leadership da perseguire. La parte in comune che rende lo scontro irrisolvibile e permanente non dipende dall’identica origine democristiana dei due personaggi. La radice comune esiste ma non incide più di tanto nel conflitto visto che entrambi si considerato “cattolici adulti” e tendono a far dimenticare l’ormai antica provenienza. La parte in comune è quella della linea politica riformista. Che Renzi ha cavalcato con grande abilità ponendosi come il Blair italiano in grado di conquistare consensi non solo dentro l’area della sinistra tradizionale ma anche in quella del centro destra. E che Enrico Letta, formalmente suo malgrado ma sostanzialmente con grande soddisfazione, sta praticando di fatto alla guida di un governo di larghe intese che lo rende inevitabilmente trasversale ai due schieramenti canonici.

Renzi, in sostanza, si propone al paese come il personaggio in grado di realizzare ciò che Letta sta dimostrando di poter già fare adesso con innegabile abilità. E questo dato oggettivo di rende inevitabilmente sovrapponibili. E, quindi, alternativi ed in concorrenza perenne ed inconciliabile. Alla parte comune che divide si aggiunge poi la parte di diversità che accentua la divisione. Renzi ha una visione del partito ed, in generale, dell’attività politica ispirata al modello americano. Usa la carica di sindaco di Firenze per meglio portare avanti la sua campagna “presidenziale” permanente allo scopo di vincere plebiscitariamente le primarie e conquistare la candidatura a Premier. Imita Silvio Berlusconi, che ha introdotto in Italia il modello americano con venti anni di anticipo su di lui. E non a caso viene visto come una sorta di alieno da quella parte del Pd che detesta il cosiddetto berlusconismo, considerato una sorta di attentato alla Costituzione. Enrico Letta, al contrario, ha una visione del partito ed in generale della politica, molto più domestica. Non si pone come leader plebiscitario ma punta a consolidare il proprio ruolo di capo del Governo con un comportamento che ricorda in tutto e per tutto i comportamenti dei leader democristiani del passato.

Quelli che nascondevano la propria ambizione dietro la formula dello “spirito di servizio” e che non avrebbero mai rinunciato alla “forza tranquilla” della democrazia parlamentare in cambio delle avventure, magari esaltanti ma sicuramente rischiose e brucianti, imposte dalla democrazia presidenziale. Per il momento tra i due esiste un patto di non aggressione. Imposto solo dalla comune constatazione che il tempo dello scontro non è ancora maturo. Entrambi, però, sanno che la premiership è una sola e che, presto o tardi, la partita per la sua conquista dentro la sinistra riguarderà solo loro due.

Centrodestra: una rete, non un apparato

È un falso dilemma quello tra partito pesante e partito leggero, partito apparato radicato sul territorio e partito movimento in campagna elettorale perenne per conquistare e tenere stretto il sempre più ampio elettorato d’opinione. L’alternativa è fasulla per la semplice ragione che il partito pesante e d’apparato, quello che si articola nel territorio e si sostiene occupando il più possibile le strutture pubbliche, è in via di sostanziale estinzione. Rimane in vita la parte clientelare che resta abbarbicata a tutti i diversi livelli delle amministrazioni locali e di quelle nazionali ma che fronteggia con sempre minore capacità di resistenza la rabbia diffusa e crescente contro le caste burocratiche che hanno occupato lo stato e gravano sulle spalle dei contribuenti. Ma la parte apparato è ormai in via di progressivo smantellamento.

E non perché, come pensa erroneamente Pier Luigi Bersani fermo ad una idea novecentesca e tradizionale del partito di massa, sul mercato politico ci sono ormai solo partiti leaderistici affidati alla visibilità ed alla forza comunicativa del “padre padrone” ad eccezione del Partito Democratico privo di padroni (e di leader). Ma perché nella moderna società segnata dalla molteplicità e dalla diversità dei canali di comunicazione, di informazione e di formazione, il partito come unico canale di comunicazione tra istituzioni e corpo elettorale formato da un corpo chiuso di funzionari e di professionisti della politica è ormai definitivamente e totalmente superato. L’esempio del Pd, proprio quello che Bersani cita a modello alternativo a quello leaderistico, è fin troppo significativo. Il vecchio apparato, quello che ha vinto le primarie contro il corpo estraneo Renzi, è talmente in ritirata da pensare addirittura che l’unica possibilità di salvezza sia di portare lo stesso Renzi alla guida del partito. E se non ci fossero le strutture collaterali, dalle masse dei pensionati della Cgil alla rete di interessi delle cooperative, il Pd (come dimostrano i dati delle elezioni) non avrebbe una capacità molto ridotta di presa e di mobilitazione del popolo della sinistra.

Il centro destra alle prese con il problema del modello di partito da costruire dopo che la vecchia macchina del Pdl sarà rottamata, dunque, ha una indicazione chiara. Non può pensare di mettere in piedi un partito pesante e di apparato. Sia perché i suoi professionisti della politica sono pochi, sia perché le sue clientele locali non sono capaci di conquistare e conservare fette di potere, sia perché alle proprie spalle non ha né sindacati, né cooperative. La scelta obbligata è dunque quella del cosiddetto partito leggero? Sicuramente sì. A condizione che la formula di questo tipo di partito non sia quella che affida al solo Silvio Berlusconi il compito di effettuare miracoli in occasione delle diverse tornate elettorali. Essere leggeri, infatti, non significa essere inesistenti. Significa, al contrario, dare vita a strutture snelle formate da persone di riconosciuta capacità. E, soprattutto, significa che queste strutture sappiano creare collegamenti costanti tra elettori ed istituzioni attraverso il sostegno di molteplici canali di comunicazione esterni al partito ma ispirati ai valori ed alle idee del centro destra.

Il partito leggero, in sostanza, deve svolgere il ruolo di coordinatore e di regista di una rete di organismi intermedi in grado di utilizzare tutti i più moderni strumenti di informazione, comunicazione e formazione. Ci sono giornali, siti, fondazioni, centri studi, associazioni culturali, movimenti monotematici e di scopo, società, cooperative, onlus ed i più diversi organismi del volontariato che possono contribuire a mettere in piedi la rete con cui il partito nuovo deve avere la possibilità di raccogliere il proprio elettorato. Impresa impossibile? Niente affatto. La rete c’è già ed è spontanea. Basta riconoscerla ed organizzarla.

La pericolosa linea del “perdere tempo”

Nessuno lo dice. A partire dai ministri a finire al Presidente del Consiglio, Enrico letta. Ma la linea scelta dal governo per superare le difficoltà del momento presente sembra essere solo quella del “perdere tempo”. Sulle riforme, da quella elettorale a quelle istituzionali, si è scelta la strada tortuosa ed inutile della commissione dei saggi affiancata da una consultazione popolare via web destinata a tradursi nella solita fiera delle vanità di chi ha scambiato internet nel confessionale tecnologico delle proprie nevrosi. Di questo tipo di riforme, dunque, se ne riparlerà non prima dell’autunno.

E solo per investire il Parlamento, che poi è l’unico titolato a discutere ed ad approvare i provvedimenti di riforma, della intricata questione. Stessa solfa per i provvedimenti economici. Chi aspetta qualche provvedimento urgente per evitare l’aumento dell’Iva e stabilire il riassetto definitivo della tassazione sulla casa è destinato a rimanere deluso. Il Ministro Zanonato ha annunciato che non ci sono soldi. E, di conseguenza, che la decisione di non aumentare l’Iva e annullare l’Imu sulla prima casa è rinviata a data da destinarsi. Questo significa che le risorse non impegnate su questi fronti potranno essere destinate al fronte della riduzione delle tasse alle imprese ed ai lavoratori? Niente affatto.

Se i soldi non ci sono per Imu e Iva non possono esserci neppure per gli sgravi sulle assunzioni. Ma poiché sbattere la verità in faccia a commercianti , consumatori e proprietari è politicamente corretto mentre non lo è avere la stessa brutale franchezza nei confronti dei sindacati, della Confindustria e dei partiti della sinistra, il governo ha annunciato che non ci saranno provvedimenti d’urgenza di sorta sul tema del lavoro perché prima bisognerà effettuare una doverosa consultazione con le forze sociali. Insomma, anche in questo caso , l’esecutivo di Enrico Letta ha scelto la linea del “ prendere tempo” . Fino a quando andrà avanti questa sorta di paralisi decisionale ? Nessuno dubita che si tratti di una scelta priva di alternative. E che il governo, se ci fossero le condizioni, non avrebbe difficoltà a non alzare l’Iva, ad eliminare l’Imu ed a varare la riduzione delle tesse per le imprese e per i lavoratori.

Ma un limite temporale allo stallo deve essere pur dato. Non tanto in nome di quella chiarezza e trasparenza che tutti invocano ma nessuno applica, quanto sulla base della considerazione che alla lunga il non fare porta automaticamente al tracollo della situazione sociale del paese e della stabilità del governo. Chi, all’interno dell’esecutivo, è convinto di poter contare su una sorta di scudo protettivo formato dall’emergenza, dal sostegno dell’Europa e dalla volontà di Giorgio Napolitano, compie un grave errore. Perché i fattori che garantiscono la tenuta dell’attuale esecutivo di larghe intese possono tenere finché le tensioni sociali che serpeggiano nel paese rimangono contenuti e nei limiti sostenibili. Ma se le tensioni esplodono lo scudo di emergenza (Europa e Quirinale) salta . E con esso salta il governo del “prendere tempo”.

È probabile, come molti sostengono, che per uscire dalla paralisi si debba attendere il risultato delle elezioni tedesche di settembre. Solo un allentamento della linea di estremo rigore portato avanti dal governo della Cancelliera Merkel potrebbe consentire ad Enrico Letta ed ai suoi ministri di incominciare ad operare concretamente per ridurre le tensioni. Perché, però, invece che inventare pretesti per prendere tempo e rinviare le decisioni, non dirlo apertamente? È certo che una “operazione chiarezza” in questo senso alimenterebbe le polemiche nei confronti non solo della Germania ma anche degli altri paesi rigoristi dell’Europa del Nord. Ma chi garantisce che tenere nascosta questa verità non impedisca la crescita e l’esplosione delle spinte antieuropee? E, soprattutto, se il problema è l’eccesso di rigore imposto da Berlino, perché non incidere in qualche modo sulle future scelte della Germania facendo sapere che di eccesso di rigore non rischiano di morire solo i paesi del Mediterraneo ma la stessa Unione Europea?

La bojata della consultazione web

Tra dieci giorni parte «la più grande consultazione sul web mai fatta in Europa» sui temi della riforma costituzionale all’esame della Commissione dei 42 esperti insediata dal governo martedì scorso. La consultazione, come ha annunciato il ministro Gaetano Quagliariello, sarà articolata in tre fasi. Le prime due saranno aperte a tutti coloro vorranno partecipare. La terza sarà invece riservata all’accademia, alle università ed agli studi professionali. L’iniziativa, sempre a detta del ministro per le Riforme, non è inedita ma segue la strada già percorsa dagli ex ministri Brunetta, Profumo e Barca. E, soprattutto, quella seguita dal governo Monti per la “spending review”.

Ed è proprio dal quest’ultimo esempio di ampia consultazione via web su un tema importante come i tagli alle spese dello stato che bisogna partire per formulare un giudizio sull’operazione promossa dal governo. Si tratta, prendendo a prestito la famosa battuta fantozziana, di una bojata pazzesca! Che serve a perdere tempo ed a macinare carte inutilmente nel segno di una trovata esclusivamente demagogica. Ma che produce anche una serie di effetti negativi all’insegna del principio fasullo secondo cui, grazie alla rete, tutti possono occuparsi di tutto in nome di una presunta conoscenza orizzontale egualitaria destinata a soppiantare la vecchia conoscenza verticale di natura elitaria dell’epoca precedente all’avvento del web. Sulla consultazione attraverso la rete sui tagli della spesa effettuata dal governo Monti è calato un velo di pietoso silenzio. L’operazione è servita solo a raccogliere una massa considerevole di banalità, sciocchezze ed insulti tra i più vari e diversi. E, naturalmente, non ha prodotto un bel nulla. Né più, né meno di quanto ottenuto dalle precedenti consultazioni di Brunetta, Profumo e Barca. Non è servita neppure ad assolvere il proprio intento demagogico di fondo.

Perché chiunque abbia preso parte alla iniziativa non ha minimamente riconosciuto la volontà di partecipazione popolare messa in mostra dal governo, ma ha semplicemente approfittato dell’occasione per manifestare attraverso il comodo strumento del computer il proprio disprezzo e la propria sfiducia nei confronti della classe politica. Ma la “bojata pazzesca” della consultazione web sulle riforme costituzionali non si limita ed essere totalmente inutile. È anche gravemente perniciosa. Perché delegittima l’attività dei 42 esperti avallando la tesi secondo cui non c’è alcun bisogno di competenza specifica per occuparsi di architettura costituzionale ma basta un “tweet” scritto in seguito ad una lettura frettolosa dei post che girano vorticosamente sul web per essere posti sullo stesso piano dei componenti della commissione per le riforme.

La consultazione, infatti, non è un referendum. A chi vi partecipa non si chiede di esprimere una opinione o un qualche giudizio sul risultato dell’attività degli esperti ed, in seguito, del Parlamento. Si chiede, al contrario, di fornire suggerimenti, pareri, indicazioni. Con la promessa che ogni contributo verrà preso in considerazione e valutato alla stessa stregua di quanto verrà espresso dal lavoro della commissione degli esperti e successivamente codificato dal Parlamento. Il messaggio implicito che in questo modo viene trasmesso non è affatto di apertura alla partecipazione democratica attraverso la nuova frontiera della tecnologia, ma solo di espressione della difficoltà della classe politica di saper usare al meglio i nuovi strumenti di comunicazione senza confondere competenze ed egualitarismo e correre il rischio di passare da Fantozzi a Tafazzi.

L’identità unica del moderno centro destra

 

Le elezioni amministrative del ’93 si conclusero con un successo senza precedenti per la sinistra che alimentò la convinzione di Achille Occhetto di poter portare la sua “gioiosa macchina da guerra” a conquistare più del sessanta per cento dei consensi nelle successive politiche del ’94. Non fu così. La convinzione risultò sbagliata. E da quell’errore nacque il successivo ventennio bipolare segnato dalla presenza condizionante di Silvio Berlusconi. Nel commentare le ultime amministrative molti esponenti della sinistra hanno sottolineato come questo precedente non serva a nulla.

Perché è vero che le politiche del ’94 sconfessarono clamorosamente le indicazioni delle amministrative del ’93. Ma è altrettanto vero che quelle amministrative servirono da trampolino di lancio per quelle forze (la Lega ed il Movimento Sociale Italiano) che a distanza di pochi mesi sarebbero diventati gli alleati indispensabili e determinanti del partito inventato dal Cavaliere all’indomani della conquista da parte della sinistra di tutti i principali comuni italiani. Il paragone tra il ’93 ed il 2013, in sostanza, sarebbe sbagliato in quanto allora Lega e destra erano partiti in ascesa e la loro spinta propulsiva sarebbe stata decisiva per il successo del ’94 di Forza Italia, mentre ora sono forze in declino e se si andasse a votare nel 2014 risulterebbero essere più un peso che un aiuto ad una eventuale rinata Forza Italia di Berlusconi. Sulla carta la riflessione appare formalmente corretta. Nella realtà, però, non tiene conto che se nei vent’anni di bipolarismo il partito del Cavaliere ha consumato tutti i suoi principali alleati degli esordi (dall’Udc fino alla Lega passando per An), questo fenomeno non ha minimamente intaccato il bacino elettorale del centro destra. Gli elettori moderati possono anche disertare le urne alle amministrative perché non si riconoscono nella classe politica locale del Pdl. Ma alle politiche normalmente si mobilitano.

Non solo perché a farli uscire dalla tradizionale sonnolenza della maggioranza silenziosa si attiva un leader dalla forza e dalla capacità di interpretare gli umori della propria gente come Silvio Berlusconi. Ma perché in questi vent’anni si saranno pure consumate le identità iniziali della Lega, della destra ex missina e dell’Udc, ma si è anche formata una identità collettiva nuova e diversa che trova espressione nel Cavaliere ma che , sia pure in maniera più istintiva che strutturale, indica l’esistenza di un’area (non ancora partito) paragonabile all’area che negli Stati Uniti da vita al Partito Repubblicano, in Gran Bretagna al partito conservatore ed in Europa al Partito Popolare Europeo. Il berlusconismo, in sostanza, ha prodotto nel corso di venti anni il progressivo ridimensionamento delle identità iniziali dei tanti soggetti politici che si erano collocati nel centro destra e la contemporanea crescita di una identità sempre più definita da un punto di vista culturale e sociale che abbraccia quelle precedenti ed all’interno della quale tutte le altre sembrano destinate a fondersi.

Il tratto distintivo di questa identità è dato dall’intreccio tra idea liberale, idea nazionale ed idea riformista che trova nella personalità di Silvio Berlusconi una espressione ed una rappresentanza estremamente significative. A questa identità, però, non corrisponde ancora una struttura adeguata. Che potrebbe essere quella federale di forze nazionali e locali di origini diverse ma unite nella battaglia per la liberazione dei cittadini dal peso dello stato burocratico-assistenziale di modello sovietico caro alle sinistre. Ma che, di sicuro, non dovrebbe essere quella del ritorno alle tante identità originarie che ormai si sono già fuse tra loro in maniera spontanea e che se riesumate servirebbero solo a frantumare un’area che rappresenta l’unica speranza di salvare il paese.

Il dilemma sul “piano B” di Alemanno

 

Persa Roma il “piano B” di Gianni Alemanno sembra prevedere il ritorno alla politica nazionale. Per fare cosa? Per puntare alla progressiva conquista del Pdl in vista della successione a data da destinarsi a Silvio Berlusconi? Oppure per mettere insieme i pezzi sparpagliati della vecchia Alleanza Nazionale e ricostruire un partito di destra magari alleato ma sicuramente autonomo ed indipendente dal Pdl? L’interrogativo è aperto. E non è detto che Alemanno abbia già la risposta a questo difficile dilemma. Perché entrambe le strade sono molto suggestive ed invitanti. Ma ognuna di esse presenta dei pericoli e delle controindicazioni da non prendere assolutamente sottogamba se non ci si vuole infilare in una avventura senza via d’uscita.

Intanto si tratta di strade alternative. O si lavora per conquistare il Pdl tenendo ben salde tutte le diverse componenti con una strategia unionista e fusionista tesa a creare una nuova identità collettiva per il centro destra. Oppure si punta a ricreare un partito di destra passando attraverso la inevitabile spaccatura del Pdl attraverso un forte richiamo alla vecchia identità non tanto di Alleanza Nazionale quanto del Movimento Sociale Italiano. Il primo percorso comporta una implicita sfida a Silvio Berlusconi nella convinzione che la leadership del Cavaliere possa essere cancellata a breve dalle sentenze della magistratura e nel calcolo che una volta perso il proprio punto di riferimento il popolo del centro destra si rivolga, per scongiurare il rischio di una rovinosa diaspora, al meno debole dei suoi possibili successori ed eredi.

Ma è fondata la previsione che Berlusconi si lasci liquidare dalle sentenze politicizzate senza combattere? Ed è consigliabile, in questa incertezza seguire l’esempio di tutti quelli (Gianfranco Fini in testa) che hanno sfidato il Cavaliere nella presunzione della sua imminente scomparsa e ne sono stati triturati? Il secondo percorso evita il rischio di esporsi all’ira furente di Berlusconi ma comporta la necessità di convincere tutte le vittime dei calcoli sbagliati di Fini a mettere indietro l’orologio di quasi vent’anni e ad affidarsi a chi, per cinque anni in qualità di sindaco di Roma, ha cercato in ogni modo di assumere una identità diversa da quella di partenza.

Per Alemanno, dunque, è più pericoloso sfidare Berlusconi o tornare ad innalzare, in condizioni politiche rese difficili dalla sconfitta romana, la bandiera fino all’altro ieri ammainata della antica destra identitaria? Nessuno è in grado di trovare una risposta certa e rassicurante alla domanda. L’unica certezza, però, è che sia nel caso della sfida al Cavaliere che nell’eventualità della corsa alla ricostruzione della destra, Alemanno e chiunque lo volesse seguire dovrebbero avere la forza di rinunciare ai modelli, alle forme ed alle suggestioni del passato e compiere uno sforzo per lanciare una proposta politica radicalmente nuova. Senza un salto di qualità nella direzione del futuro ogni strada è destinata a portare verso il fallimento. Ed è bene che nell’area del centro destra, area potenzialmente molto più ampia di quella attuale, si incominci a riflettere sulla assoluta necessità di elaborare un progetto politico per l’Italia dei prossimi anni ’20 e ’30 e non per l’Italia degli anni ’90 del secolo scorso.

Il grillino Fico che non sa cosa fare

La conquista della Presidenza della Commissione di Vigilanza Rai da parte dell’esponente di Cinque Stelle Roberto Fico fa venire in mente l’ironica domanda che Palmiro Togliatti fece a Giancarlo Pajetta al termine della telefonata in cui il suo giovane compagno gli aveva annunciato trionfante di aver occupato con i partigiani della “Volante rossa” la prefettura di Milano. «E adesso che ci fate?». Già, ora che Fico si è installato al vertice della commissione parlamentare che ha il compito di vigilare sul servizio pubblico radiotelevisivo che ci fa? Quale attività riuscirà a svolgere ? L’iniziale dichiarazione d’intenti dell’esponente grillino non ha fornito una grande indicazione in proposito.

Fico, comportandosi da Pajetta giovane ed inesperto, ha annunciato trionfante che il suo sforzo principale sarà di liberare la Rai dalla politica. Il ché non è soltanto una scontata banalità ma anche una contraddizione in termini in quanto pronunciata dal Presidente dell’organo parlamentare a cui la legge impone di esercitare il controllo politico dell’attività di Viale Mazzini. Può essere che con la sua dichiarazione Fico volesse annunciare la sua volontà di cambiare la legge Gasparri. Ma che bisogno c’era di battersi per la conquista della Presidenza della Commissione di Vigilanza quando la battaglia per la modifica della Gasparri la poteva tranquillamente svolgere in Parlamento insieme con il proprio gruppo? Entrare nella Vigilanza e pretenderne la guida, in realtà, comporta una adesione piena alla spirito ed alla lettera della legge che si vorrebbe cambiare pretendendo di cacciare la politica dalla Rai. Fico, come è stato più volte preannunciato da Beppe Grillo, si sforzerà di compiere l’esatto contrario di quanto comunicato esercitando una massima a azione di vigilanza sul servizio pubblico. Cioè eserciterà uno stretto e serrato controllo politico su Viale Mazzini comportandosi, almeno da un punto di vista generale, sulla falsariga di tutti i suoi predecessori alla guida della commissione.

Quale discontinuità rispetto al passato, allora, la presidenza grillina della Vigilanza avrà la possibilità di determinare visto che rispetto alla legge Gasparri non produrrà alcuna rottura ma solo la piena applicazione? Grillo dice che da San Macuto il giovane Fico potrà fare le bucce agli stipendi dei conduttori e promuovere il rinnovamento dei talk-show politici a cui i grillini hanno il divieto di partecipare. È poco? È tanto? In realtà è il programma iniziale di tutti quelli che si sono succeduti al vertice della Commissione e che, nel corso dei decenni, ha prodotto solo ondate di lottizzazioni successive. Quelle che in Rai si stratificano come le ere geologiche e che hanno portato nel corso del tempo alla edificazione dell’attuale esempio del più gigantesco ed inutile mastodonte burocratico-assistenziale del sistema pubblico italiano.

Gli esperti del settore, delle specie di geologi delle lottizzazioni Rai, riconoscono le stratificazioni che risalgono alle infinite ere della Prima Repubblica, che si sono progressivamente arricchite delle tantissime della Seconda e che nella fase più recente hanno addirittura assunto la forma, denunciata nei giorni scorsi da Augusto Minzolini, della stratificazione formata dagli amici personali del direttore generale nominato dal governo tecnico e che viene denominata la “stratificazione Gubitosi”. Dopo quelle del passato remoto e più recente avremo, dunque, anche la stratificazione grillina? Magari sotto forma di qualche nuova conduttrice di coscia lunga e di piccola virtù? La speranza, ovviamente, è che Fico si limiti ad esercitare il controllo politico e rinunci alla propria fetta di lottizzazione. Vedremo. Ma si tratta di una speranza molto esigua. Più che altro un pio desiderio quasi irrealizzabile. Sempre che Fico non si metta in testa di smantellare il mastodonte. Ma di questo, significativamente, non ne ha affatto parlato.

A Roma per la riduzione del danno

Roma è una città dove giornalmente convivono circa quatto milioni di persone. Due milioni e mezzo è formato da residenti, il restante milione e mezzo è rappresentato da pendolari e da turisti che la mattina faticano ad entrare dentro la cinta urbana e la sera faticano ad uscirne. Il problema principale della città sarebbe, dunque, di assicurare condizioni di vita migliori non solo a quel terzo di abitanti che quotidianamente combatte contro ogni tipo di resistenza prima per invadere e poi defluire dall’Urbe ma anche a quei due terzi dei cittadini che sono costretti a subire le conseguenze dell’invasione mattutina e dell’esodo serale. Ci sono, naturalmente, infiniti altri problemi che gravano su Roma. Ma sono tutte questioni che vanno poste in posizione successiva a quello che può essere considerato come la madre di tutti i problemi.

Come si può affrontare il problema dei problemi? Non ci vogliono solo le capacità tecniche degli amministratori, degli urbanisti, degli architetti, degli ingegneri, dei sociologi e magari, degli psicologi di massa. È necessaria in primo luogo una visione, una concezione, una idea della città, che parta da una presa d’atto della realtà ma che sappia proiettarsi verso il futuro. La realtà è che Roma è tracimata oltre i confini della sua enorme provincia. Ha abbondantemente scavalcato il vecchio limite virtuale del raccordo anulare e si estende, di fatto, da Civitavecchia a San Felice Circeo, da Ostia ai preappennini fino quasi all’Abruzzo. È diventata la grande città metropolitana definita Roma Capitale. Senza, però, non solo averne i poteri e le disponibilità economiche e finanziarie. Ma, soprattutto, senza che i suoi rappresentanti politici siano riusciti a elaborare una visione, una prospettiva ed una missione per una città che non è più quella novecentesca formata da un’area policentrica a cui si aggiungono le periferie racchiuse dentro il raccordo anulare inteso come se fosse le nuove mura aureliane.

Ma che è una megalopoli urbana del terzo millennio a cui è stato dato formalmente lo status adeguato da Roma Capitale pur continuando ad essere obbligata a vivere dentro il busto sempre più ristretto di vecchie concezioni da cui la classe politica romana non riesce a liberarsi. Si sperava che dalla campagna elettorale per il Campidoglio emergesse qualche indicazione su quale dovrebbe essere la nuova visione della città. Ma la speranza è andata delusa. La partita è stata giocata dai protagonisti solo con gli occhi rivolti al passato. Dal sindaco uscente per giustificare il proprio operato, dagli sfidanti per contestarlo chiedendo un cambiamento che però nessuno è riuscito a spiegare in quale direzione dovrebbe andare. In queste condizioni l’unico criterio su cui si potrà giocare la battaglia del ballottaggio tra Alemanno e Marino sembra essere quella dell’appartenenza. Quella indicata apertamente dall’architetto Massimiliano Fuksas che in una intervista ha ammesso di conoscere e di aver ben lavorato con Alemanno e di non conoscere affatto Marino.

Ma poi ha concluso che voterà comunque per Marino in nome della propria antica fede “comunista”. È probabile che chi domenica andrà a votare la farà solo in nome del richiamo della propria foresta. Ma accanto a questo sarebbe opportuno, messe da parte tutte le delusioni e le critiche, introdurre un altro criterio di valutazione e di scelta. Quello della riduzione del danno. Chi potrà fare meno danni tra il sindaco uscente che ora promette discontinuità rispetto agli errori dei cinque anni passati sulla base dell’esperienza maturata e lo sfidante che si è presentato ai romani dicendosi pronto ad ascoltare ma senza avere nulla da dire tranne qualche scontata banalità? Al vecchio metodo montanelliano del “turarsi il naso” va sostituito quello della “riduzione del danno”. Con l’impegno, però, a battersi perché Roma Capitale abbia al più presto una visione ed una missione a cui fare riferimento per il futuro. Per questo voterò Alemanno.

Riforme e processi: rischio di deriva

La strada della riforma in senso presidenziale della Costituzione è strettamente intrecciata con quella del calvario giudiziario di Silvio Berlusconi. Nel senso che se il leader del centro destra viene cancellato per via giudiziaria dalla scena politica la riforma istituzionale in chiave presidenziale viene approvata a furor di popolo entro i 18 mesi indicati da Giorgio Napolitano. Se invece, per qualche strano ed inaspettato accidente, il Cavaliere riesce a sopravvivere politicamente all’atto finale della persecuzione giudiziaria che si va consumando nei processi Mediaset, Ruby, Unipol e napoletani, il furor del popolo della sinistra si scaglierà contro ogni ipotesi di innovazione e cambiamento della Carta Costituzionale e le speranze di un rinnovamento istituzionale indispensabile per la sopravvivenza del paese svaniranno miseramente.

L’intreccio non è una supposizione , ma un fatto oggettivo. Ne convengono quanti sostengono che l’anomalia italiana sia rappresentata dalla presenza di Silvio Berlusconi e teorizzano che tolto di scena il Cavaliere anomalo scomparirebbero di colpo tutti i problemi e tutte le nequizie che affliggono la società italiana. Dai partiti personali all’alto tasso di corruzione, dall’evasione fiscale allo stesso altissimo debito pubblico. E ne convengono, ovviamente, quanti rilevano che il no alla riforma semipresidenzialista alla francese di parte significativa della sinistra nasce dal timore che Berlusconi voglia sfuggire alla giustizia facendosi eleggere Capo dello Stato e battendo, grazie alle proprie televisioni, tutti i candidati del fronte progressista gli venissero posto di fronte. Con simili presupposti esiste una qualche possibilità che si possa mettere seriamente mano alla riforma della Carta Costituzionale prima che l’intreccio perverso non venga sciolto? Chi si pone questo interrogativo non si rende conto che prima di trovare la risposta al dilemma bisogna trovare una soluzione ad una questione ancora più urgente. Che è quella relativa a quanto potrebbe succedere se l’intreccio venisse tagliato, come il nodo gordiano, dalla lama affilata di una qualche sentenza della magistratura come invocano da vent’anni a questa parte gli antipatizzanti del Cavaliere.

Siamo proprio certi che una volta condannato ed interdetto ai pubblici uffici il leader del centro destra, la strada della riforma in senso presidenziale diventerebbe in discesa ed i vari Romano Prodi e Matteo Renzi potrebbero sfidarsi per una candidatura alla suprema carica dello Stato che non avrebbe rivali vista l’indisponibilità forzata del concorrente della parte opposta? Daniera Santanchè minaccia lo sciopero fiscale del popolo del centro destra in un caso del genere. Ma anche volendo escludere una reazione così estrema, è chiaro che la cancellazione per via giudiziaria dell’unico leader del centro destra in grado di competere con la sinistra rappresenterebbe una rottura traumatica ed irreparabile del tessuto democratico del paese. Che non solo manderebbe all’aria qualsiasi possibilità di riforma ma che provocherebbe una lacerazione irreversibile della democrazia italiana. Altro che applicazione del modello semipresidenziale francese! Si arriverebbe ad una deriva di stampo ucraino o birmano.

E chiunque si trovasse a gestire il governo in una condizione del genere, cioè con metà del paese convinto di aver subito una ingiustizia insopportabile e di essere stato rinchiuso in un assurdo ghetto, finirebbe inevitabilmente vittima di una drammatica tentazione autoritaria. Il problema, allora, non è l’anomalia Berlusconi. La vera anomalia è rappresentata da chi considera non solo legittimo ma addirittura morale liquidare il proprio avversario per via giudiziaria nella convinzione che sia non solo un delinquente comune ma il rappresentante di un mondo antropologicamente diverso e geneticamente tarato da estirpare con ogni mezzo. Gli anomali, in sostanza , sono quelli che sognano ancora e per sempre la guerra civile!

Presidente di garanzia, il falso dilemma

Modificare o cambiare? I sostenitori ad oltranza della intangibilità della “Costituzione più bella del mondo” giocano su questo interrogativo. Un conto, sostengono, è “modificare” la Carta Costituzionale eliminando, ad esempio, il bicameralismo perfetto. Un altro conto è cambiarla radicalmente sostituendo il sistema parlamentare con il sistema presidenziale. La loro tesi, quindi, è che modificare è lecito, mentre cambiare sarebbe un vero e proprio attentato alla Costituzione, cioè un gravissimo reato previsto dal nostro Codice Penale. Questa tesi, cara a Rosi Bindi, a Stefano Rodotà, a Nichi Vendola, a Gustavo Zagrebesky, a Roberto Saviano, è sicuramente pericolosa.

Perché può sicuramente innescare l’iniziativa di qualche Pm in cerca di facile gloria contro i sostenitori della necessità di innovare una Carta Costituzionale scritta in condizioni storiche e politiche completamente diverse da quelle attuali ed adeguare alle condizioni storiche e politiche attuali la forma dello stato repubblicano. Ma è talmente debole e strumentale da poter essere confutata ricorrendo al semplice buon senso. Cioè all’unica argomentazione che può essere compresa e condivisa dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Tesi diversa, invece, è quella a suo tempo esposta da Giorgio Napolitano secondo cui il vero problema non è la distinzione tra “modifica” e “cambiamento” ma la differenza tra il ruolo del Capo dello Stato previsto dalla attuale Costituzione ed il ruolo del Capo dello Stato eletto direttamente dai cittadini.

Il primo , secondo la volontà dei Padri Costituenti, rappresenta l’unità della nazione e, in quanto tale, deve essere necessariamente super partes. Il secondo, invece, proprio perché eletto direttamente dai cittadini, è sempre il simbolo dell’unità nazionale ma non può non essere che l’espressione di una parte , consistente e maggioritaria quanto si vuole, ma sempre di una parte. Il rischio, in sostanza, secondo il pensiero a suo tempo espresso da Napolitano, è che un presidente eletto da uno schieramento in alternativa ad un altro non venga più percepito dal paese come il simbolo dell’unità nazionale. E questo produca quella lacerazione e quella spaccatura della società che, paradossalmente, l’elezione diretta vorrebbe evitare. È probabile che in Italia un rischio del genere possa essere maggiore rispetto ai paesi in cui il sistema presidenziale, cioè di un presidente eletto da una parte ma che rappresenta egualmente l’unità dello Stato, non provoca lacerazioni e contrasti eccessivi.

La storia d’Italia è diversa da quella di Stati Uniti e Francia. E non è da escludere che da noi il rischio di un presidente che divide potrebbe essere più alto rispetto ad altre nazioni. A bilanciare una preoccupazione del genere, fin troppo legittima, però, c’è l’esperienza consolidata nel corso di alcuni decenni di storia repubblicana. Perché è vero che i Padri Costituenti vollero che il Capo dello Stato ed i Presidenti di Camera e Senato, cioè i massimi vertici istituzionali, fossero figure di garanzia al di sopra delle parti. Ma è altrettanto vero che nel passaggio dalla Costituzione formale a quella materiale le iniziali figure di garanzia sono progressivamente tornate a svolgere, tra l’altro con l’autorevolezza derivante dalle loro cariche, funzioni politiche comunque divisive. Senza tornare indietro nel tempo, agli esempi di Gronchi, di Segni, di Pertini, di Cossiga, di Scalfaro, basta fare riferimento alla supplenza politica esercitata con estremo vigore da Giorgio Napolitano per registrare come la volontà originaria dei Padri Costituenti sia stata innovata (per non dire stravolta).

Un fenomeno che non riguarda solo il Capo dello Stato ma anche i Presidenti di Camera e Senato. Come dimenticare, infatti, il doppio ruolo di terza carica dello stato e di capo-partito esercitato da Gianfranco Fini nella passata legislatura ? E come non prendere atto che in quella presente il Presidente del Senato continua ad interpretare il ruolo di capo dell’Antimafia ed il Presidente della Camera non perde occasione per manifestare le proprie convinzioni politicamente corrette?

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