Cinismo e spregiudicatezza non fanno un leader

Non sarà la testa rotolata di Francantonio Genovese a frenare la corsa elettorale di Beppe Grillo. L’idea di Matteo Renzi di placare la voglia di forca e di ghigliottina che vent’anni di giustizialismo hanno instillato nel Paese procedendo all’esecuzione sommaria di un proprio parlamentare, si è rivelata un errore grossolano. Perché a consentito al leader del Movimento Cinque Stelle di rivendicare il merito dell’atto esemplare. E, soprattutto, perché ha dimostrato come il Premier non abbia saputo elaborare una strategia capace di fronteggiare la protesta che sale nella società italiana diversa da quella seguita dai quanti negli ultimi vent’anni lo hanno preceduto alla guida della sinistra italiana.

Renzi non ha capito la lezione che avrebbe dovuto impartirgli il fallimento dei vari D’Alema, Veltroni e Bersani. Cioè che il giustizialismo non si combatte con il giustizialismo, visto che c’è sempre, come dicevano i saggi del dopoguerra, chi si atteggia a più puro che ti epura. Il giustizialismo, al contrario, si combatte per un verso con la strenua difesa dello Stato di diritto, quello fondato sulle garanzie dei cittadini. E per l’altro affrontando coraggiosamente le cause reali che lo alimentano. Cioè il disagio e le difficoltà crescenti dei cittadini sottoposti ad una crisi economica, politica e morale che non sembra destinata a finire e che non appare avere precedenti.

La campagna elettorale ha messo impietosamente a nudo questa totale incapacità di Renzi di affrontare la protesta giustizialista e la crisi. Il Presidente del Consiglio ha esibito spregiudicatezza con la mancia elettorale degli 80 euro, e cinismo con la brutale esecuzione di Genovese. Ma non è riuscito a dimostrare di avere qualche altra caratteristica e risorsa oltre queste doti da politicante di basso conio. La svolta che aveva promesso non si è vista! Il risultato è che la protesta irrazionale a cui Grillo cerca di dare voce sale e rischia di trasformare il Movimento Cinque Stelle in un partito vicino al 30 per cento dei consensi. E quella sinistra, che avrebbe dovuto essere rigenerata dall’integratore rivitalizzante rappresentato da Renzi, rischia di essere addirittura scavalcata dai puri che la epurano non in nome della ideologia ma della rabbia.

Che succede se le elezioni del 25 maggio non dovessero risolversi nel plebiscito a favore di Renzi, pronosticato dai grandi media e dai sondaggisti servi nelle settimane scorse e concludersi con un trionfo di Grillo e con la conferma di un’area di centrodestra divisa ma ancora maggioritaria nel Paese?

La domanda incomincia a circolare con insistenza. In primo luogo all’interno del Partito Democratico, dove la sensazione crescente è che Renzi si preoccupi solo di se stesso piuttosto che del partito. E dove i nemici del Premier sfruttano questa sensazione per affilare le armi ed aspettare il momento più propizio per la resa dei conti. Ma la domanda gira anche nella maggioranza. Dove chi ha puntato tutte le speranze della propria sopravvivenza politica sulla fortuna del Presidente del Consiglio, incomincia a temere di aver compiuto un investimento sbagliato. Ed a pensare che se Renzi affonda l’unica possibilità di cavarsela è di ridare corpo ad un’area di centrodestra capace di superare il 30 per cento e destinata a diventare l’unico baluardo contro la rabbia dei forcaioli senza programmi.

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La Procura di Milano e il Csm dei veleni

Una volta la Procura dei veleni era quella di Palermo. Adesso è diventata quella di Milano. Con una novità fin troppo significativa. A Palermo i veleni venivano fatti girare nel Palazzo sotto forma di lettere anonime scritte da un “Corvo” mai identificato. A Milano i veleni girano e fuoriescono dal Palazzo attraverso denunce presentate al Consiglio Superiore della Magistratura da magistrati impegnati in scontri e lotte personali che a loro volta determinano indagini da parte dello stesso Csm da cui derivano ulteriori denunce ed inquietanti rivelazioni.

La differenza dai veleni palermitani a quelli milanesi, in sostanza, è che quelli erano di fonte segreta destinata a rimanere tale, mentre questi sono firmati con nome e cognome da magistrati fin troppo noti e hanno come sbocco l’organo di autogoverno della magistratura che ha il compito di dirimere le controversie ed emettere un giudizio. Il salto di qualità segnato dal passaggio dai veleni nascosti a quelli sbandierati è fin troppo evidente. Ma non si tratta di un’evoluzione positiva. Perché l’innovazione della trasparenza causata dalla fine delle lettere anonime e all’avvio delle denunce pubbliche è abbondantemente neutralizzata dalla crescita di un discredito generalizzato nell’opinione pubblica nei confronti non di una Procura qualsiasi ma di quella Procura che, da vent’anni a questa parte, rappresenta il modello ineguagliabile per tutti i magistrati italiani (ed anche stranieri), convinti che il loro compito non sia di applicare la legge ma di rivoltare il Paese come un calzino.

Ora è impossibile per chi non abbia valutato i documenti all’esame del Csm entrare nel merito dei veleni della Procura milanese. E nessuno, fino alla conclusione dell’indagine del Palazzo dei Marescialli, può stabilire se abbia ragione Edmondo Bruti Liberati o Alfredo Robledo o se sia fondata l’accusa del procuratore Manlio Minale ad Ilda Boccassini di aver indagato su Silvio Berlusconi senza averne la titolarità. Ma fin da adesso non si può fare a meno di esprimere due considerazioni generali in merito a questa incredibile vicenda. La prima è che il sospetto del “trattamento speciale” riservato a Berlusconi nella Procura dei veleni pubblici ha trovato una conferma difficilmente contestabile. Nessuno sa quale conseguenza processuale potrà avere questo ritrovamento della “pistola fumante” della persecuzione giudiziaria ai danni del Cavaliere. Ma l’opinione pubblica ora sa, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la persecuzione c’è stata e con essa la distorsione della vita democratica del Paese.

La seconda considerazione riguarda invece la prevedibile conclusione formale della vicenda. Come si comporterà il Csm? Quale giudizio potrà emettere e quali sanzioni potrà comminare agli eventuali responsabili di atti che hanno prodotto un discredito così pesante nei confronti non solo della Procura-guida degli uffici giudiziari italiani ma dell’intera magistratura? Sulla base dell’esperienza del passato è facile rispondere che, a parte qualche generica riprovazione, tutto si risolverà in un nulla di fatto. A tanto discredito non corrisponderà alcuna sanzione. E non per cattiva volontà o per particolare protervia da parte dei componenti del Csm, ma perché l’organo di autocontrollo della magistratura può controllare ma ha dimostrato nel tempo di non saper giudicare i componenti della propria categoria.

A due mesi dalla scadenza dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura sarebbe bene cogliere l’occasione per inserire nel novero delle riforme indispensabili anche quella del Csm. Perché, essendo frutto delle alchimie delle correnti che dividono la magistratura, non solo non è in grado di controllare efficacemente chi deve garantire l’applicazione della legge, ma è diventato nel tempo il “padre di tutti i veleni” che gravano sulla giustizia italiana.

La parola d’ordine è: “azzittire Berlusconi”

La parola d’ordine sembra essere quella di “azzittire Berlusconi”. Per impedirgli di effettuare il solito recupero di consensi che riesce a realizzare in ogni campagna elettorale e per poter finalmente dimostrare, voti alla mano, che il suo ciclo politico è effettivamente concluso.

Ma come si fa ad azzittire Berlusconi che si è buttato a capofitto in campagna elettorale partecipando da protagonista ad ogni possibile trasmissione televisiva e chiedendo ai giudici di sorveglianza di poter essere presente ad alcuni dei principali comizi di piazza organizzati da Forza Italia? La risposta l’ha fornita il sito di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra nata a suo tempo teorizzando la via giudiziaria alla conquista dello Stato borghese, che ha pubblicato un intervento del proprio direttore Beniamino Deidda in cui è stato duramente criticato l’affidamento ai servizi sociali per il leader del centrodestra (“quattro ore settimanali ad intrattenere i vecchini”) e si è rilevato che sarebbe stato molto più opportuno un provvedimento più severo e restrittivo.

L’intervento di Magistratura Democratica ha di fatto dettato la linea per applicare l’imperativo di azzittire Berlusconi. E subito è partita l’operazione tesa a mettere il bavaglio al Cavaliere in campagna elettorale con una adeguata stretta di vite sulla sua condanna ai servizi sociali. L’organo ufficiale della Procura di Milano, cioè il Corriere della Sera, ha preannunciato che la stessa Procura darà parere negativo alla richiesta di Berlusconi ai giudici di sorveglianza di poter partecipare ai comizi di Forza Italia. E lo stesso organo ufficiale ha informato minacciosamente che i magistrati milanesi stanno attentamente valutando le affermazioni rilasciate da Berlusconi nelle sue prime uscite televisive, nella chiara intenzione di trovare le motivazioni adatte per revocare il beneficio dell’affidamento ai servizi sociali e relegare il “condannato” agli arresti domiciliari.

Pare che ogni frase pronunciata dal Cavaliere sia stata esaminata attentamente per valutare se il limite delle “dichiarazioni offensive nei confronti della magistratura” sia stato superato o se le parole di Berlusconi siano fuoriuscite “dall’ambito delle regole della civile convivenza, del decoro e del rispetto delle istituzioni”. E una particolare attenzione è stata data alle critiche che nelle sue prime apparizioni televisive il leader di Forza Italia ha rivolto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Aver sostenuto che Napolitano abbia messo lo zampino nella prima scissione di Gianfranco Fini , nella defenestrazione da Palazzo Chigi in favore di Mario Monti e nella seconda scissione di Angelino Alfano costituisce un oltraggio alle istituzioni? E aver commentato con la battuta “profondo rosso” la fotografia del capo dello Stato rappresenta un atto di dileggio e di diffamazione del primo cittadino della Repubblica?

Il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Michele Vietti, ha voluto far sentire la propria voce sulla questione rilevando che “chi pensa di fare campagna elettorale usando il Presidente della Repubblica scherza con il fuoco”. E il suo intervento, ispirato al motto mussoliniano “chi tocca la Milizia avrà del piombo”, sembra avere chiuso il cerchio aperto dalla sortita di Magistratura Democratica. Per azzittire Berlusconi in campagna elettorale ed impedirgli di raccontare la sua versione della storia patria degli ultimi anni e di ricordare la storia politica dell’inquilino del Quirinale, in sostanza, si userà ancora una volta lo strumento giudiziario. Confermando negli elettori del centrodestra che contro la persecuzione non c’è che un modo: il voto!

Il Renzi-pensiero: un bipolarismo fasullo

Se il bipolarismo si realizza tra una forza di sistema ed una che il sistema intende eliminarlo, l’alternanza democratica salta e con essa viene eliminato il bipolarismo stesso. O meglio, si crea un falso bipolarismo in cui la principale forza di sistema diventa il polo governativo che, non avendo alternative, diventa irreversibile. Al tempo stesso, sulla forza antisistema scatta una non dichiarata ma rigidissimaconventio ad excludendum che paralizza la dialettica democratica e crea le condizioni per l’avvento di un regime autoritario.

Questa considerazione non è affatto astratta. Basta calarla nella situazione politica del momento, segnata da riforme annunciate come l’Italicum per la sola Camera e l’abolizione del Senato elettivo ed in grado di decidere la sorte del Governo. In questo modo è facile capire, alla luce del probabile esito delle elezioni europee, che si tratta di una considerazione fin troppo concreta.

Se lo scenario politico futuro indicato dalle Europee fosse quello di un bipolarismo segnato dalla contrapposizione tra il blocco governativo renziano e la protesta popolare coagulata da Beppe Grillo, infatti, l’effetto che l’Italicum applicato alla Camera e la trasformazione del Senato in un’assemblea puramente consultiva determinerebbe sulla politica nazionale, sarebbe esattamente quello indicato dalla considerazione apparentemente astratta.

Nell’ipotesi più benigna il quadro politico diventerebbe la copia conforme del sistema degli anni Cinquanta, con il Partito Democratico ed i suoi “cespugli” destinati ad assumere il ruolo della vecchia Dc (centrista e degasperiana) e con il Movimento Cinque Stelle trasformato nella replica del vecchio Pci antisistema (marchiato e bloccato da una nuova conventio ad excludendum). Nell’ipotesi più inquietante e pericolosa il blocco governativo renziano, trasformato nell’unica possibile forza governativa del Paese, visto che il centrodestra frantumato sarebbe marginalizzato come le destre del secondo dopoguerra, si trasformerebbe in un regime liberato dall’impaccio del bicameralismo e reso imbattibile dal maggioritario nell’unica Assemblea legislativa rimasta in piedi dopo le riforme. Anche questo un pericolo astratto ? Nient’affatto. Per la semplice ragione che una volta sbarazzatosi di Silvio Berlusconi e paralizzato Beppe Grillo, l’attuale Presidente del Consiglio, al quale di sicuro non manca la vocazione all’onnipotenza leaderistica, troverebbe fin troppo facile trovare nuove intese con quella parte del Pd che non ha mai dimenticato la propria tendenza storica a farsi regime.

Se questa è la preoccupazione che ha mosso Berlusconi a rimettere in discussione il patto del Nazareno, non si può non condividere l’iniziativa del Cavaliere. Il rischio che le riforme nella versione renziana servano solo a creare le condizioni per un inamovibile strapotere da regalare a Matteo Renzi e al Pd è fin troppo evidente. Le riforme sono assolutamente indispensabili. Ma solo quelle che possono semplificare e migliorare l’assetto istituzionale del Paese. Non quelle che, magari senza calcolo ma solo per frettoloso semplicismo, potrebbero creare le condizioni per una svolta autoritaria nel nostro Paese.

Un pericolo del genere non è affatto lontano. In ogni fase di grave crisi economica e politica scatta inevitabilmente la tendenza a risolvere il problema ricorrendo ad una qualche scorciatoia autoritaria. Ora la crisi c’è ormai da troppi anni e non mancano neppure le spinte alle soluzioni forti. Le riforme, allora, che pure sono indispensabili, vanno realizzate con grande accortezza. Tenendo sempre conto che un sistema più è bipolare più ha bisogno di pesi e contrappesi per evitare il rischio di derive autoritarie.

Giustizia, riforma e silenzio del Cav

Il buon senso ha prevalso sul fondamentalismo. Non dei magistrati di Milano, ma dei gruppi giustizialisti e dei loro media di riferimento. Così Silvio Berlusconi non sarà relegato ad arresti domiciliari che non sarebbero stati giustificati in alcun modo, ma è stato assegnato ai servizi sociali con un margine di libertà necessario per svolgere la propria attività politica. Non si tratterà di libertà piena. In quanto nei prossimi otto mesi non potrà occuparsi del tema della giustizia ingiusta che lo ha perseguitato per vent’anni di fila fino a condannarlo per un reato di cui si è sempre dichiarato innocente. Questa limitazione è oggettivamente singolare. Perché la valutazione se il divieto di diffamare la magistratura viene lasciato al giudice di sorveglianza al quale viene concessa la facoltà non solo di valutare se una manifestazione di opinione costituisce o meno un reato ma anche, in caso di valutazione positiva, di comminare la pena degli arresti domiciliari.

Il ché la dice lunga sulla certezza del diritto nel nostro Paese. Ma, a parte ogni considerazione sulla bizzarria di una circostanza del genere e sul fatto che in questo modo si stabilisce surrettiziamente il principio della non criticabilità assoluta della magistratura (il ché equivale a stabilire il principio della sacrale infallibilità della stessa), la limitazione imposta al leader di Forza Italia contiene una conseguenza sicuramente positiva. Il silenzio imposto a Berlusconi sul tema della giustizia fa automaticamente cadere la tesi per vent’anni di seguito sostenuta dai nemici di ogni riforma del sistema giudiziario secondo cui non si sarebbe potuto neppure parlare di riforma della giustizia fino a quando il Cavaliere fosse rimasto in campo.

Ma adesso che Berlusconi, pur rimanendo in campo, viene impedito di interloquire sul tema della giustizia, se ne può finalmente parlare della prima emergenza che affligge da fin troppo tempo il Paese? Il silenzio imposto al leader del centrodestra su tale questione riporta automaticamente il tema della riforma della giustizia al centro della scena politica nazionale. Ora non solo se ne può parlare visto che il principale interessato è diventato un convitato di pietra, ma si deva anche affrontare con la massima energia possibile. A questa prima conseguenza se ne aggiunge una seconda altrettanto importante. Il bavaglio posto a Berlusconi non comporta affatto un analogo bavaglio a chi la pensa come lui o a chi condivide la inderogabile esigenza di porre mano alla riforma della giustizia. Al contrario, il libera tutto imposto dai magistrati di Milano consente a costoro di discutere apertamente del problema senza farsi condizionare da quello che i loro avversari hanno sempre accusato essere un conflitto d’interessi.

E, soprattutto, mette i fautori della riforma nella felice condizione di non parlare in nome e per conto del proprio leader e delle sue ragioni, ma di interpretare le volontà, gli interessi e le richieste di quella grande parte dell’opinione pubblica italiana che si sente vittima delle infinite manifestazioni di malagiustizia. Il silenzio imposto a Berlusconi, in altri termini, costituisce l’occasione di affrontare finalmente un tabù durato due decenni. Ma rappresenta anche una cartina di tornasole destinata a stabilire senza dubbi di sorta chi crede in buona fede nell’esigenza di riformare il sistema giudiziario per salvare la giustizia in Italia e chi vuole perpetuare all’infinito la malagiustizia, perché in questo modo difende e propri privilegi.

Parlantina e il nulla della conservazione

Non c’è mai stata una campagna elettorale che non sia stata preceduta da una qualche manovra illusoria da parte dei Governi in carica per favorire la tenuta del consenso delle forze politiche al potere. Nell’Italia repubblicana è sempre stato così. E anche in quella sabauda e poi sabaudo-fascista è stata la stessa cosa.

Non c’è da scandalizzarsi, allora, se anche nella fase di passaggio tra la Seconda e la Terza Repubblica segnata dalla nascita del Governo di Matteo Renzi la vigilia di una campagna elettorale, quella per le elezioni europee del 25 maggio, l’Esecutivo abbia dato vita alla sua brava operazione di stampo elettoralistico per fare in modo che il Presidente del Consiglio ottenga dalle urne per il Parlamento di Strasburgo quell’investitura popolare che non ha ancora conseguito nelle elezioni politiche domestiche.

Il Def, cioè il Documento di Economia e Finanza presentato e approvato dal Consiglio dei Ministri, va visto in questa luce. Senza scandalismi eccessivi, perché chiaramente condizionato dall’imminenza di una competizione elettorale di grande importanza per il Premier in carica. Ma anche nella consapevolezza che sotto il vestito illusorio di dati e cifre presentati dai media compiacenti e asserviti come la panacea dei mali nazionali non c’è ancora un bel nulla, al di fuori di qualche sforbiciatina ad una spesa pubblica che non si vuole aggredire perché non si può farlo.

Per spiegare la ragione per cui l’aggressione al sistema burocratico-assistenziale che pesa come un macigno insopportabile sull’economia nazionale bisogna ritornare sempre alla questione elettorale. Renzi non è un alieno venuto da Marte a governare il Paese, ma è il segretario del Partito Democratico, erede diretto di quelle forze politiche che nel corso degli ultimi decenni hanno, più delle altre, fondato le proprie fortune sulla costruzione dello stato burocratico, assistenziale e clientelare responsabile della crisi attuale. In questa veste il giovane Presidente del Consiglio ha sicuramente rottamato una parte della vecchia classe dirigente del Pd. Ma non può e non ha alcuna intenzione di intaccare la forza del proprio partito aggredendo la base sociale, cioè l’area del consenso, del partito stesso. Una base sociale che è formata nella stragrande maggioranza dei casi da pensionati e dipendenti delle infinite articolazioni del sistema pubblico.

Non è un caso che tutte le riforme fino ad ora preannunciate da Renzi sfiorino appena lo stato burocratico-assistenziale senza affondare il bisturi nelle grandi escrescenze tumorali che minacciano di uccidere l’economia italiana. L’esempio della riforma delle Province è illuminante. Il nome è stato cancellato insieme all’elezione dei rappresentanti del territorio (il famoso risparmio di tremila politici), ma gli apparati sono rimasti intatti e destinati a perpetuare nel tempo.

Renzi è abilissimo nel presentare se stesso come l’artefice del grande cambiamento. Ma, in attesa di questa promessa innovazione, si sta preoccupando solo della propria campagna elettorale. I più ottimisti sperano che una volta ottenuta quell’investitura popolare che gli manca possa e sappia effettivamente dare corpo alle tante promesse elargite a raffica. Ma il sospetto che sotto la parlantina giovanilistica non ci sia nient’altro che l’ambizione personale incomincia a circolare con insistenza. E in politica, si sa, molto spesso il sospetto è l’anticamera della verità.

Renzi, da speranza a… pataccaro

Ego te baptizo piscem. Sul terreno delle riforme Matteo Renzi sembra aver deciso di imitare i vescovi medioevali, che per non far infrangere ai propri fedeli il precetto di non mangiare la carne il venerdì ribattezzavano pesce qualsiasi tipo di cibo fosse rimasto per l’alimentazione popolare. Così il Presidente del Consiglio, travestito per l’occasione da vescovo pratico (ma anche imbroglione), ha ribattezzato come abolizione della Province un provvedimento che di fatto mantiene in piedi l’intera ossatura di base del vecchio ordinamento, eliminando solo i ludi cartacei per i presidenti ed i consiglieri provinciali. E si accinge a replicare l’operazione proponendo una riforma del Senato che cancella gli eletti, ma mantiene in piedi l’intero apparato burocratico sviluppatosi a dismisura nel secondo dopoguerra dentro e attorno a Palazzo Madama.

Intendiamoci, l’idea di eliminare il bicameralismo perfetto è sacrosanta. E trova d’accordo la stragrande maggioranza dei costituzionalisti e degli esponenti di tute le forze politiche. Ma sostituire quella che nella testa dei Padri Costituenti doveva essere la Camera Alta mutuata dal Senato di nomina regia dello Statuto Albertino con una Camera delle Autonomie non meglio identificate, lasciando sostanzialmente inalterata la struttura retrostante dell’attuale Senato, è un imbroglio simile a quello realizzato con le Province.

Si dirà che Renzi vuole andare di corsa sul terreno delle riforme e che per correre non può soffermarsi sui dettagli. Ma nel caso delle riforme istituzionali i cosiddetti dettagli sono la sostanza. E se si decide l’abolizione delle Province lasciando immutato il vecchio apparato e si abolisce il bicameralismo limitandosi a cambiare nome ad un Senato che conserva la struttura preesistente cambiando solo i frequentatori dell’Aula, non si fanno riforme ma solo finzione. Naturalmente nessuno può ignorare che l’abolizione nuda e cruda di Province e Senato comporterebbe la messa in libertà di migliaia e migliaia di dipendenti pubblici con la conseguente nascita di un problema sociale difficilmente risolvibile. Questa consapevolezza può giustificare un programma di riforme articolato nei tempi necessari per ammortizzare il problema sociale del taglio dei dipendenti delle strutture statali considerate in eccesso. Non giustifica, invece, la patacca di riforme che non sono tali ma sono solo delle operazioni di pura e semplice mistificazione politica.

Il rischio che Renzi passi da speranza riformista a semplice pataccaro non è affatto campato in aria. Il Premier è entrato ormai nella campagna elettorale per le Europee e non può fare a meno di usare il tema delle riforme e la velocità della loro realizzazione come cavallo di battaglia della propria propaganda. Il suo obiettivo è di far superare la quota del 30 per cento al proprio partito. Nella convinzione che sulla scia del successo elettorale sarà più facile nascondere le patacche rifilate agli elettori e all’intero Paese.

Ma le riforme che vengono realizzate solo a fini elettorali contingenti si rivelano rapidamente per quello che sono. Cioè dei pasticci ridicoli e devastanti. L’esempio della riforma del Titolo V realizzata dal centrosinistra nell’assurda speranza di conquistare i voti dei leghisti ed evitare una dolorosa sconfitta elettorale, è fin troppo indicativa. È vero che l’opinione pubblica del Paese ci ha messo una decina di anni per capire che razza di castroneria la sinistra avesse compiuto con quella falsa riforma. Ma da allora ad oggi i tempi sono cambiati. E la sensibilità popolare agli imbrogli è cresciuta ed è diventata molto più rapida. È bene, quindi, che Renzi stia molto attento. Da speranza a pataccaro il passo può essere brevissimo!

L’interdizione del Cav. ed i calcoli sbagliati

I due anni di interdizione dai pubblici uffici confermati dalla Cassazione a Silvio Berlusconi non rappresentano la conclusione della parabola politica del Cavaliere. A pensarlo sono quanti hanno fatto dell’antiberlusconismo viscerale la loro ragione di vita e la loro professione. E, soprattutto, sono quanti contano di sfruttare il vuoto che la fuoriuscita dalla politica di Berlusconi determinerebbe per occuparne il posto senza problemi di sorta.

Ma il ragionamento degli uni e degli altri è sbagliato. Perché la Cassazione si è limitata a confermare una sentenza ingiusta in nome del motto caro ai giustizialisti nostrani del “fiat justitia et pereat Berlusconi”. Cioè ha decretato la fine giuridica dell’unico “mundus” verso cui pensano si debba rivolgere lo “jus”. Ma non ha affatto stabilito la fine politica del Cavaliere. Una fine che non può essere determinata sul terreno giudiziario, ma può avvenire solo sul terreno politico e solo in seguito al mutamento delle condizioni e dei rapporti di forza su cui si basa il ruolo pubblico di Berlusconi.

Nessuno esclude che l’impossibilità del leader di Forza Italia di candidarsi e di partecipare in forma diretta alla prossima campagna elettorale europea a causa delle prossime decisioni del Tribunale di Milano possa tradursi in un calo di voti per il suo partito. Potrebbe essere la normale e contingente conseguenza dell’azzoppamento per via giudiziaria. Ma come escludere anche l’ipotesi contraria? Cioè che in reazione all’evidente persecuzione giudiziaria l’elettorato di centrodestra possa fare quadrato attorno ad un partito segnato sempre dal nome del suo fondatore?

In ogni caso, chi pensa di raccogliere gli eventuali voti in uscita da Forza Italia fa male i suoi conti. Gli elettori di Berlusconi possono finire nell’astensione, magari nella protesta grillina o addirittura farsi catturare in minima parte dall’illusione renziana. Ma difficilmente potrebbero finire ai centristi opportunisti o agli emuli di Fini. Ma, soprattutto, chi pensa di approfittare del voto europeo per sfruttare a proprio vantaggio l’azzoppamento giudiziario del leader di Forza Italia, non tiene conto del fatto che nell’attuale situazione politica nessuno può togliere a Berlusconi ed al suo partito il ruolo di partner indispensabile di Matteo Renzi per le grandi riforme da realizzare, pena il tracollo definitivo del Paese. Un ruolo del genere non può essere azzerato dai giustizialisti ottusi, dai magistrati politicizzati o dagli ex amici opportunisti ed irriconoscenti. Può cambiare solo se Berlusconi e Forza Italia decidono di farlo o se, in seguito a nuove elezioni politiche, il futuro Parlamento dovesse essere caratterizzato da un sostanziale mutamento degli attuali rapporti di forza tra i grandi partiti.

Certo, può anche essere che, come si augurano i suoi nemici, Forza Italia si sfaldi. Ma chi è quel deputato o senatore oggi berlusconiano che rinuncerebbe al ruolo determinante di oggi (e alla candidatura riconfermata alle prossime elezioni) in cambio di un salto nel vuoto in partiti dove la ricandidatura non sarebbe affatto sicura? La Cassazione, quindi, non ha posto fine alla storia politica di Berlusconi. L’ha semplicemente cambiata, confermando che il leader del centrodestra d’ora in avanti sarà un leader extraparlamentare. Come Beppe Grillo ed i tanti altri che non hanno bisogno di stare in Parlamento per incidere sulla politica nazionale. Essere un leader extraparlamentare può essere un difetto agli occhi dei conformisti. Ma può anche essere un’opportunità se chi lo è, come Berlusconi, può presentarsi al Paese ed ai propri elettori come la vittima di una persecuzione che va avanti da vent’anni e che ora ha raggiunto il suo apice più ingiusto e pesante.

Nessuno sottovaluti questo particolare. Perché giusto al suo livello massimo il giustizialismo antiberlusconiano non può che rifluire. E lasciare lo spazio ad un processo inverso ancora tutto da sviluppare. Quello dei processi ai processatori!

Renzi; tanti nemici e un solo puntello

Se fosse vero il motto mussoliniano del “molti nemici, molto onore” è certo che Matteo Renzi sarebbe l’uomo più onorato d’Italia. Nel giro di un solo mese i suoi avversari hanno subìto una moltiplicazione più rapida di quella dei famosi pani e pesci. Alla fine di dicembre era osannato e riverito dai media, dalle forze sociali, dagli intellettuali, dai burocrati, dagli imprenditori emergenti e da quelli calanti, dai prelati di Curia e da quelli di strada. Insomma, per la stragrande maggioranza degli italiani era l’Uomo della Provvidenza a cui si chiedeva il miracolo di rimettere in piedi un Paese da troppo tempo messo in ginocchio dalla paralisi della politica e dalla crisi economica galoppante.

A distanza di poche settimane, i media che lo continuano a sostenere si contano sulle punte di una sola mano, le forze sociali lo attaccano congiuntamente, si promettono scioperi e critiche in continuazione, gli intellettuali che dovevano guarnire con i loro nomi prestigiosi il suo Governo si sono ritirati in gruppo compatto, i burocrati gli hanno dichiarato guerra in nome della propria legittima difesa, gli imprenditori emergenti e quelli calanti si sono raffreddati ed i prelati di Curia e di strada si sono rinserrati su Francesco nel sospetto che Matteo non abbia alcuna possibilità di fare miracoli di sorta.

In questo fronte di nemici ampio ed articolato la lancia di punta è, paradossalmente, rappresentata dalla “quinta colonna” piazzata all’interno del Partito Democratico. L’iter dell’Italicum alla Camera ha reso evidente che il punto di maggiore debolezza del fronte renziano è costituito dai gruppi parlamentari del proprio partito, formati in gran parte dai sostenitori di quel notabilato post-comunista e post-dossettiano che lo ha sempre avversato e considerato un alieno da rinviare il più presto possibile nello spazio siderale.

Il buffo della faccenda è che, in questo panorama di nemici vecchi e nuovi che puntano a logorarlo progressivamente per rimandarlo a cercare i pesci nell’Arno, l’unico sostegno su cui Renzi può contare è rappresentato dal suo oppositore naturale e dichiarato: Silvio Berlusconi. Se oggi il Presidente del Consiglio continua a rimanere a Palazzo Chigi e può permettersi di continuare a promettere miracoli a destra ed a manca lo deve al Cavaliere. Che non ha tradito il patto sulle riforme e che ha dimostrato con i fatti di essere deciso a sostenere il grande tentativo di cambiare le istituzioni del Paese per impedirne il definitivo crollo. Ma fino a quando potrà andare avanti il sostegno di un centrodestra a cui il combinato disposto di una magistratura faziosa e di una sinistra ottusamente feroce si accinge a mettere temporaneamente fuori gioco il leader?

Il prossimo futuro di Matteo Renzi ruota attorno a questo interrogativo. Perché, se è vero che fino ad ora il Cavaliere ha tenuto salda la barra di Forza Italia sul sostegno alle riforme, non è affatto detto che possa o voglia continuare a farlo dopo il 10 aprile. E non perché un leader posto agli arresti domiciliari o umiliato ai servizi sociali non possa o non voglia esercitare comunque il proprio ruolo politico. Ma perché è difficile immaginare, visto che non ci sono precedenti in materia, che l’esclusione dalla scena politica per via giudiziaria dell’unico puntello indispensabile per la governabilità e la stabilità possa rimanere senza conseguenze di alcun genere.

Se dunque Matteo Renzi vuole reggere all’offensiva dei suoi nemici interni ed esterni deve pensare attentamente a come non farsi mancare l’unica stampella a cui si appoggia per non cadere. Magari andando a chiedere lumi ed appoggio a Giorgio Napolitano. Chi ha inventato dalla sera alla mattina Mario Monti senatore a vita per salvare la stabilità del Paese, dovrebbe sapere come salvare di nuovo la stabilità!

La partenza sbagliata di Matteo Renzi

 

È sicuramente troppo presto per formulare un qualche giudizio sul Governo di Matteo Renzi e sulla sua possibilità di andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura. Di fatto non si sa ancora nulla dei progetti e delle iniziative che l’Esecutivo intende portare avanti per far uscire il Paese dalla più grande crisi del secondo dopoguerra. Il famoso “Jobs Act” all’italiana è ancora un oggetto sconosciuto. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non ha spiccicato una sola parola sui propri intendimenti e sulle linee di politica economica che intenderà seguire. E lo stesso vale per qualsiasi altro aspetto dell’attività programmatica che il Governo vorrebbe realizzare per perseguire tutti i fantasmagorici obiettivi, dalla ripresa alle riforme costituzionali, che si è posto come ineludibile traguardo.

Ma, in attesa del verbo illuminante, non si può fare a meno di rilevare che l’impressione lasciata dai primi giorni di attività governativa non sia stata incoraggiante. Anzi, sia stata decisamente inquietante. Non tanto per il merito delle questioni che hanno suscitato questa impressione. Quanto per il modo scelto da Renzi di uscirne fuori.

Il caso dei sottosegretari contestati, da Antonio Gentile a Francesca Barracciu, è significativo. Che la nomina di due personaggi, entrati a torto od a ragione nel circuito mediatico-giudiziario, potesse suscitare reazioni negative era scontato. Gli oppositori di Renzi all’interno del Partito Democratico non aspettavano altro per avere pretesti spendibili per le loro critiche. Che, puntualmente, sono arrivate. Ci si attendeva, però, una adeguata risposta da parte del Presidente del Consiglio. Che, invece, non è affatto arrivata. Per Gentile il Capo del Governo ha fatto sapere che la questione riguarda Angelino Alfano. Per la Barracciu ha lasciato intendere che si è trattato di una compensazione per la mancata candidatura della neo sottosegretaria alla Cultura alla presidenza della Regione Sardegna.

Renzi, in sostanza, non ha fornito una qualche spiegazione “alta” delle sue scelte. Ad esempio, che il Governo intende tenere una linea garantista su vicende del genere piuttosto che cedere alle pressioni giustizialiste. Ha puntato sulle motivazioni di bassa cucina politica. E lo stesso comportamento ha adottato a proposito delle voci che lo vorrebbero “diretta” emanazione di alcuni poteri forti. Accusa che, dopo l’avvisaglia della conversazione telefonica con il falso Nichi Vendola di Fabrizio Barca, ha trovato un nuovo avallo nella vicenda delle Sorgenia di Carlo De Benedetti. Anche in questo caso, infatti, Renzi non ha fornito giustificazioni “forti”. Anzi, non ha fornito alcuna giustificazione. Lasciando così intendere che il Governo non ha solo una vocazione naturale al Manuale Cencelli, ma anche alle forme di attenzione e favoritismo nei confronti degli “amici”.

Terzo, ultimo (almeno per ora) ma più grave caso è poi quello della partecipazione al congresso del Partito Socialista Europeo. Occasione che il nuovo Presidente del Consiglio avrebbe dovuto sfruttare per fornire una qualche anticipazione sul tipo di nuovo rapporto che vorrebbe stabilire con l’Europa, ma in cui Renzi ha dimostrato di non avere alcuna innovazione da proporre rispetto alla tradizionale tendenza dei politici italiani di delegare all’esterno le questioni europee per potersi dedicare esclusivamente alle questioni interne.

Il Presidente del Consiglio, in sostanza, anche se ha fatto aderire il Pd al Pse e ha votato per la candidatura Schulz alla Commissione Ue, si è comportato come i vecchi democristiani post-degasperiani ben felici di poter delegare la politica estera italiana all’esterno per meglio occuparsi dei loro interessi interni. Il ché , per l’uomo dell’innovazione, che non a caso ha mandato una sconosciuta alla Farnesina, non è stato un bel modo per esordire sulla scena internazionale.