Archivio mensile:novembre 2007

Le fatiche del povero Walter

Pensa ai casi della vita. Uno se ne sta bello bello a pensare ai fatti propri, a coltivare l’hobby per i viaggi in Africa ed i pellegrinaggi a Dachau, a controllare dall’alto del Campidoglio le buche di Roma che si allargano, a girare con la fascia tricolore da una inaugurazione all’altra, a ricevere le attrici e gli attori Usa che dietro ampio compenso partecipano al festiva del Cinema della Capitale. Insomma, uno se ne sta tutto tranquillo a fare il sindaco fottendosene anche un pochino dei nomadi e dei baraccati rumeni. Ed ecco che di punto in bianco, con questa faccenda del plebiscito ottenuto alle primarie del Partito Democratico, si trova di colpo a dover dare i resti non solo ai matti furiosi che guidano o fanno parte dei partiti del centro sinistra ma anche ai fuori di testa dei leader dei partiti del centro destra. Non ti basta avere a che fare con Arturo Parisi, Rosy Bindi, Dario Franceschini. Ti devi sobbarcare Oliviero Diliberto, Fabio Mussi e Lamberto Dini mentre in attesa di martellarti le palle già si piazzano Clemente Mastella, Pecoraro Scanio ed Antonio Di Pietro. Il tutto, naturalmente, dopo aver ascoltato pazientemente le litanie di Gianfranco Fini e di Pierferdinando Casini, i bofonchiamenti di Umberto Bossi ed in attesa di essere sopraffatto dalla loquela inondatrice di Silvio Berlusconi. Uno dice che dopo tutta questa buriana ti dovrebbe essere passata la voglia di vedere gente e fare cose. Invece niente. Tanto per non farsi mancare nulla prendi e ti fai la tua bella conversazione con il cardinal Tarcisio Bertone. Che, com’è noto, è un crostino niente male. Della serie, come direbbe Nanni Moretti che per fortuna in questo periodo è a far danni a Torino, “facciamoci del male”!

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Il pericolo del libera tutti

E’ il momento delle mani libere. Lo proclamano gli esponenti della sinistra antagonista, da Rifondazione ai Comunisti Italiani. Lo affermano i socialisti di Gavino Angius ed Enrico Boselli. Lo dimostrano con i fatti i liberaldemocratici di Lamberto Dini. E, sul versante del centro destra, lo annunciano a ritmo giornaliero sia Silvio Berlusconi che i suoi ex alleati Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Tanta insistenza è decisamente sospetta. Chi vuole avere sul serio le mani libere per operare politicamente come meglio crede non ha bisogno di sbandierarlo ai quattro venti. I cani che troppo abbaiano non mordono. E la conferma viene proprio dall’atteggiamento di Franco Giordano od Oliviero Diliberto. Che minacciano di mandare all’aria la maggioranza ed il governo e dichiarano finita la coalizione di centro sinistra. Ma rinviano ogni atto conseguente a dopo le vacanze di Natale. Forse per dare a Romano Prodi la soddisfazione di mangiare in santa pace il tradizionale panettone. Più probabilmente con la speranza di non essere mai costretti a passare sul serio dalle parole ai fatti. A dimostrazione che per loro la rivendicazione delle mani libere serve solo a dare il contentino della “faccia feroce” ad un elettorato che però non può essere preso eternamente per i fondelli. Lo stesso vale per tutti gli altri soggetti che in questo momento sostengono di esserei finalmente appropriati della propria libertà di movimento.

La libertà si pratica. Non si ostenta. Perché l’eccesso di sostentazione sembra fatto apposta per nascondere una realtà completamente diversa. Segnata dal fatto che liberarsi dai vincoli di coalizione non significa affatto sciogliersi dai condizionamenti e dalle pastoie imposte dalla propria collocazione politica naturale. Cioè dalla reale volontà del proprio elettorato. In altri termini se la sinistra sbraita per tenere buono un elettorato che si è stancato del governo e vorrebbe tornare alla lotta, i dirigenti dei partiti del centro destra proclamano a loro volta la fine di ogni vincolo di alleanza della Cdl senza tenere in minimo conto delle effettive volontà dei propri elettori. Silvio Berlusconi lo fa perché convinto di avere comunque saldo il rapporto con il proprio popolo. Ed i sondaggi gli danno ragione. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini la fanno senza tenere in alcun conto degli umori reali dei proprio elettorato e nella convinzione, tipica della Prima Repubblica, di essere titolari di una rendita di posizione elettorale destinata a durare in eterno. Ma i tempi sono cambiati. E su di loro grava un rischio molto preciso a cui non sembra diano eccessivo peso. Che alle mani libere corrispondano in futuro delle urne desolatamente vuote.

Il programma sintetizzato di Prodi

Questa storia della verifica politica di gennaio, che Rifondazione Comunista chiede in segno di protesta per i presunti cedimenti del governo agli ipotetici ricatti di Lamberto Dini sul welfare, apre un interessante interrogativo sul futuro del programma dell’esecutivo guidato da Romano Prodi. Mettiamo pure che la richiesta di Franco Giordano sostenuta da Fausto Bertinotti venga accettata. E che all’inizio del nuovo anno si apra a Palazzo Chigi un serrato dialogo tra le diverse componenti della coalizione per la messa a punto dell’azione programmatica destinata ad essere portata avanti dall’esecutivo nei prossimi tre anni di legislatura. Bene, da dove si dovrà partire per avviare la verifica? Quale potrà essere il documento base su cui aprire la discussione? I rappresentanti della sinistra antagonista, cioè i comunisti rifondaroli, i comunisti italiani ed i comunisti tinti di verde di Pecoraro Scanio, sostengono che si debba partire dal famoso programma elettorale dell’Unione. Quello di oltre 270 pagine dove c’è tutto ed il contrario di tutto. Gli esponenti dei partiti dell’area riformista sono invece decisi a sostenere la necessità di partire dalla decina di punti programmatici faticosamente concordati in occasione della breve crisi della scorsa primavera. Chi riuscirà a spuntarla tra le 270 pagine del programmone e la paginetta del programmino? I fedelissimi del presidente del Consiglio sostengono che il compito di trovare un compromesso spetti di diritto a Romano Prodi. Che ha già la formula in tasca rappresentata dal programma sintetizzato in una sola riga: Dio me l’ha dato, guai a chi lo tocca! Ovviamente Palazzo Chigi!

Il silenzio di Napolitano

Non c’è mai stato un Presidente della Repubblica che abbia applicato le proprie prerogative costituzionali in maniera totalmente spersonalizzata. D’altro canto il Capo dello Stato non è un monumento in bronzo senza anima e cervello. E’ un personaggio politico che è stato eletto al più alto incarico della Repubblica proprio grazie alla sua storia, al suo carattere ed alla sua personalità. Per cui è naturale che chiunque sia salito sul Colle abbia interpretato il proprio ruolo in maniera rispettosa della Costituzione ma perfettamente aderente al proprio passato. Giorgio Napolitano, da questo punto di vista, non è e non può essere diverso dai propri predecessori. Nel ricoprire la carica di primo cittadino della Repubblica usa lo stile messo a punto e l’esperienza maturata nel corso di una lunghissima carriera politica. L’osservazione non prelude alla solita polemica sul passato comunista dell’inquilino del Quirinale. Niente affatto. Serve invece a sollevare una diversa questione che non riguarda i pentimenti tardivi del Capo dello Stato per i giudizi stalinisti sulla rivolta d’Ungheria o per la lunga ed acritica militanza dentro il Pci appiattito sugli interessi dell’Unione Sovietica ma l’evidente contraddizione esistente tra il comportamento attuale del Presidente e l’indiscussa esperienza maturata negli anni passati. Continua a leggere

Mastella e la mafia in Tv

Nella sola Italia sono stati fatti più film e telefilm sulla mafia che intitolate strade a Giuseppe Garibaldi. E si che non c’è un solo paese nel belpaese che non abbia la sua brava via intitolata all’Eroe dei Due Mondi! Anzi, la produzione cinematografica e televisiva sulla mafia è diventata talmente ricca da rappresentare una sorta di filone d’oro come i western-spaghetti, i mitologici o i poveri ma belli del tempo passato.
Dal “Giorno della civetta” e “Ultimo” non c’è stata settimana, stagione, anno che non si uscito un qualche prodotto per il cinema o la Tv che non fosse pieno di padrini, picciotti, lupare, morti ammazzati, stragi ed annessi e connessi. A conferma che agli italiani piace dare agli altri le peggiore immagine possibile di se stessi. E che agli stranieri piace immensamente dare ragione agli italiani quando si tratta di considerarli tutti dei mafiosi con tanto di coppola dritta o storta che sia.
Ora, mentre l’autocommiserazione italica è al massimo, il disprezzo straniero pure ed i quattrini scorrono che è una bellezza tra diritti cine-televisivi per i mercati esteri, ecco che spunta Clemente Mastella che chiede di spegnere la fiction televisiva di Canale 5 sul “Capo dei capi” con la scusa che tratta troppo bene Totò Riina e può spingere i nostri giovani non a condannare ma ad emulare il capo mafia e tutti i mafiosi.
Ma dove vive il Ministro della Giustizia? Non si è accorto che il filone mafioso ha prodotto emuli ormai da tempo? Come lui stesso può dimostrare ricordando da dove viene il proprio incarico al Viminale? Cioè da una proposta fatta dall’Udeur a Prodi “che non si può rifiutare”?

Le contraddizioni dell’Udc di Casini

C’è una sostanziale differenza tra Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini. Il primo non riesce a sciogliere la contraddizione costituita dall’insistenza in favore del bipolarismo ed il rifiuto di accettare che in uno schema del genere la leadership del proprio schieramento è necessariamente appannaggio del capo del partito più forte, Pierferdinando Casini, invece, da un paio d’anni a questa parte, non crede più nel bipolarismo, punta al suo superamento e persegue l’obbiettivo di utilizzare una nuova legge elettorale per dare vita ad uno nuovo grande centro in grado di costituire l’ago della bilancia (secondo la famosa teoria democristiana dei due forni) tra le forze politiche maggiori della destra e della sinistra. Per Fini il problema della leadership del centro destra è più aggrovigliato che mai. Se, come ha ribadito a Walter Veltroni, si oppone al ritorno al proporzionalismo, sia pure alla tedesca, non può non prendere atto che nel centro destra il leader incontrastato, per ragioni di consenso, rimane Silvio Berlusconi. E, presto o tardi, piegare la testa e regolarsi di conseguenza. Per Casini, invece, la questione non si dovrebbe assolutamente porre. Si è battuto per il passaggio dal Mattarellum al Porcellum ed ha vinto la battaglia. Continua a leggere

Di Pietro anti-sprechi ferroviari

Vuoi dire che è un poliziotto imprestato prima alla magistratura e poi alla politica? Dillo, dillo pure. Perché è sicuramente vero. Vuoi aggiungere che dalla “caccia al cinghialone” a “quello lo sfascio” ne ha fatte e dette più di Carlo in Francia e Pulcinella nei teatrini? Aggiungi, aggiungi. Che è assolutamente sacrosanto. Vuoi sottolineare che dalle Mercedes avute in prestito al “che c’azzecca”, il nostro uomo ha offerto il destro a chiacchiere, dicerie e maldicenze di ogni genere e tipo? Sottolinea, sottolinea. Perché avrai sempre sottolineato poco. Vuoi chiosare che parla con accento molisano e che ha imparato alla perfezione la parte del contadino dalle scarpe grosse e dal cervello fino facendo fremere di giusta indignazione linguistica tutti i fini dicitori della Prima, Seconda e prossima Terza Repubblica? Chiosa, chiosa. Che non avrai mai chiosato abbastanza. Vuoi concludere aggiungendo che il nostro uomo è un furbo di tre cotte che annuncia di voler difendere Prodi fino all’ultima goccia del proprio sangue ma prepara il proprio futuro all’interno di quella “cosa bianca” che a suo tempo ha contribuito a distruggere? Concludi, concludi. Avrai sempre detto meno di quanto si potrebbe dire. Ripetuto di Antonio Di Pietro tutto il male che si vuole si deve però riconoscergli il merito di essere stato il primo ministro della storia dell’Italia repubblicana a tagliare i finanziamenti per quel buco senza fondo che risponde al nome di Ferrovie dello Stato. I dirigenti ex sindacalisti delle FFSS volevano un milione di euro. Lui ha fatto il braccetto e risposto “tié”. E’ chiaro che non si possa paragonarlo a Sant’Antonio. E che non si debba incominciare a gridare “vot’Antonio”. Ma almeno un “brav’Antonio” glielo vogliamo sussurrare?

La sindrome badogliana

Le operazioni di scavalco non sono il forte di Gianfranco Fini. Il leader di An tentò la prima volta di realizzare un salto del genere ai danni di Silvio Berlusconi nelle elezioni europee in cui diede vita alla innaturale alleanza tra ex missini e post referendari alla Segni passata alla storia come quella dell’Elefantino. E tutti ricordano l’esito infausto dell’operazione. Ora la storia sembra ripetersi. Fini ha tentato di scavalcare il Cavaliere al momento della spallata al Senato contro il governo di Romano Prodi. Nelle stesse ore in cui sosteneva a parole il tentativo guidato da Berlusconi di aprire la crisi, scriveva al “Corriere della Sera” una lettera in cui annunciava che dal prossimo gennaio Alleanza Nazionale avrebbe portato avanti una politica di mani libere. Sappiamo come anche il secondo tentativo di scavalcamento sia andato storto. Fini era convinto che la logica del bipolarismo avrebbe legato le mani a Berlusconi e liberato le proprie. Lo spariglio del Cavaliere con l’annunciata disponibilità a trattare sul modello proporzionalista tedesco ha sortito l’effetto opposto. Ha liberato Berlusconi ed ingabbiato. Ma Fini non demorde. Ed ora è tentato di giocare la carta del terzo scavalcamento. Quella che gli viene offerta con grande disponibilità dagli amici del presidente del Consiglio Romano Prodi. E che prevede il suo ingresso nella Santa Alleanza di tutti i nemici di Berlusconi. Continua a leggere

La lapidazione di Debby

Bisogna farla finalmente finita con questa storia buonista del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Qui non è più tempo di bontà, di perdono, di comprensione. Pietà l’è morta e, come spiega giustamente Francesco Merlo con con il suo ormai leggendario stile da Vitaliano Brancati dei poveri pur se risciacquato nella Senna, quando ce vò, ce vò. Insomma, in Rai bisogna lapidare Deborah Bergamini. Che è il simbolo scandaloso della lottizzazione berlusconiana. Che è la peccatrice da immolare sulla pubblica piazza affinché la sua esecuzione suoni da monito imperituro per chiunque in futuro voglia entrare in nome e per conto del Cavaliere nei piani alti o bassi di Viale Mazzini. Certo, l’ideale sarebbe metterla con le spalle al cavallo e la benda negli occhi insieme a Mimun, Rossella, Del Noce. Ma i primi due si trovano ormai fuori della giurisdizione dell’azienda radiotelevisiva pubblica. Ed il terzo è una di quelle anguille che sfuggono a qualsiasi mirino. Così accontentiamoci di Debby, che sarà pure sola ma che avendo fatto parte della segreteria del Cavaliere è abbondantemente rappresentativa. Il plotone d’esecuzione, formato dal consiglio di amministrazione espressione delle principali forze politiche del paese, sarà guidato dal Direttore Generale Cappon in rappresentanza del Presidente del Consiglio. Sugli spalti i giornalisti dell’Usigrai con i cellulari staccati per evitare eventuali intercettazioni con Beppe Giulietti. Non importa se nel momento della lapidazione la peccatrice berlusconiana si lascerà sfuggire il classico “qui il più pulito c’ha la rogna”. Chi muore giace. Gli altri si gratteranno pure ma rimagono. A dimostrazione imperitura che la Rai è “cosa loro”.

Una intesa obbligata

Ci vorrà parecchio tempo prima che torni il sereno all’interno del centro destra. Lo spariglio di Silvio Berlusconi ha messo in luce una esigenza che le frizioni degli ultimi tempi tra Forza Italia, An ed Udc avevano già fatto trapelare. Cioè la necessità di una ridefinizione dei reali rapporti di forza tra le diverse componenti dello schieramento moderato. E poiché la mossa del cavaliere diretta ad utilizzare il ritorno al proporzionale per favorire il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo accentua lo squilibrio tra i vecchi rapporti di forza, non basterà qualche giorno perché il problema finalmente evidenziato trovi una soluzione condivisa. Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, che sono politici di lunga esperienza, sanno perfettamente quale sarà il punto di caduta della inevitabile trattativa ufficiale e segreta da intavolare con Silvio Berlusconi. Continua a leggere