Archivio mensile:gennaio 2008

Il ritorno dei complottardi

L’idea che sta alla base dell’incarico a Franco Marini è di ripetere il cambio in corsa che tanto funzionò all’epoca della crisi del primo governo Prodi e della nascita del governo D’Alema. Anche allora si trattava di togliere da Palazzo Chigi un personaggio ingombrante e scomodo per i leader di Margherita e Ds, di sostituirlo con un uno dei capi delle due grandi anime del centro sinistra e di portare avanti la legislatura strappando i voti necessari ai settori centristi del Polo della Libertà. I registi dell’operazione furono D’Alema e Marini, con la paterna benedizione di Oscar Luigi Scalfraro e il contributo determinante di Francesco Cossiga e Clemente Mastella. Oggi, guarda caso, i registi sono gli stessi, il benedicente è Giorgio Napolitano ed i possibili artefici dell’operazione potrebbero essere gli eventuali scissionisti dell’Udc. Cambia solo il beneficiario, cioè Marini al posto di D’Alema. Ma l’obbiettivo rimane lo stesso, cioè mettere in piedi un governo che, al di là di qualsiasi impegno formale per la riforma elettorale e le altre ritenute indispensabili per ridare ossigeno al paese, vada avanti fino al termine della legislatura. Di fronte a questo schema la domanda che più di ogni altra gira con insistenza non è se potrà scattare e funzionare con la stessa efficacia del passato. Continua a leggere

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Natura non facit saltus

Hai voglia a ripetere che la Francia è un’Italia riuscita male, che Parigi è una Roma costruita in maniera allargata, che Napoleone ha svuotato le chiese ed i palazzi della penisola e riempito il Louvre e che i cugini sono talmente vanagloriosi che chiamano Carla Bruni Carla Brunì. Ma quando pensi che i parigini si sono fatti la casa in Provenza perché la loro Tav funziona alla perfezione ormai da anni e che nell’agenda di Sarkozy c’è l’esame e l’attuazione delle misure innovative e riformatrici messe a punto dalla commissione Attali, ti viene lo stranguglione, che poi sarebbe un magone grosso come una casa e la voglia di scavalcare le Alpi ed avvolgersi nel tricolore con il blù. Soprattutto se poi metti a confronto quello che succede nei palazzi politici romani con quanto avviene negli analoghi palazzi parigini. E ti rendi conto che mentre sulla Senna stanno al passo con i tempi che scorrono veloci, sul Tevere stanno impantanati alla seconda metà del secolo scorso sia per quanto riguarda le idee che per quanto riguarda gli uomini. A Parigi si guarda al futuro, a Roma il passato. Per cui mentre nella ville lumiere il Presidente cinquantenne pensa alla banda larga ed alla vita stretta della propria compagna, nella nostra Capitale un Capo dello Stato ottuagenario con un passato di comunista sempre sdraiato sulla linea dell’ortodossia pensa di risolvere una crisi di governo e di sistema incaricando di formare il nuovo governo un arzillo settuagenario che ha dato il meglio di sè come leader di un sindacato fiancheggiatore della vecchia Democrazia Cristiana. Si dirà che questa è la realtà e che c’è poco da fare. Anche tra le nazioni “natura non facit saltus”. Sarà! Ma poi non ci incazziamo se i francesi fanno i film in cui Asterix prende a calci in culo Giulio Cesare!

O’ babà di Bassolino

Vogliamo sfottere Totò Cuffaro per la faccenda dei cannoli? Sfottiamo, sfottiamo! Sta di fatto che il Governatore della Sicilia avrà pure mangiato ed offerto la specialità siciliana. Ma poi si è dimesso dalla propria carica e, senza tante resistente ed impicci, ha avviato la procedura per il rinnovo dell’Assemblea Siciliana. Si dirà che Toto “vasa, vasa” lo ha fatto perché nel frattempo il governo Prodi è caduto, si marcia verso le elezioni politiche anticipate che potrebbero essere abbinate a quelle della Trinacria e che per lui è pronto un posto in Senato come capolista siciliano dell’Udc. Tutto giusto, tutto vero. Ma mica è colpa di Cuffaro se Prodi è un farlocco, il centro sinistra un disastro e grazie a loro si sono create le condizioni politiche per farlo uscire con successo dal buco nero della condanna a cinque anni in cui l’aveva infilato la magistratura palermitana! Sfottiamo pure Totò, allora, ma senza dimenticare che un altro Governatore di un’altra regione, in condizioni quasi analoghe se non addirittura più gravi, non ci pensa nemmeno a dimettersi e a ridare ai cittadini il diritto democratico di scegliersi i propri rappresentanti. Si dirà che Antonio Bassolino non ha subito condanne e può permettersi di non uscire di scena strafogandosi di babà alla faccia di tutti quelli che lo vorrebbero collocare nelle discariche della politica. Ma agli occhi dell’opinione pubblica pesano più cinque anni in primo grado per un reato che potrebbe essere cancellato in futuro o centomila tonnellate di “monnezza” che non possono essere smaltite neppure se il Vesuvio si rimettesse ad eruttare? Insomma, sfruculiamo pure Cuffaro per i cannoli che ha smesso di mangiare. Non dimentichiamo, però, di fare altrettanto con Bassolino per i babà che continua a trangugiare come Presidente della Regione Campania. Anche perché presto o tardi si beccherà una bella indigestione ed i suoi amici del centro sinistra, ovviamente per farlo guarire, lo manderanno a cagare.

L’aiutino di Napolitano

I giochi sembrano praticamente fatti. Oggi il Presidente della Repubblica assegna l’incarico di formare il governo a dispetto della pressante richiesta di elezioni anticipate che viene dal paese. Non si tratta di una decisione tesa a raccogliere l’invito “disperato” di quanti, come il Presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, sostengono che senza un governo capace di promuovere un accordo su una nuova legge elettorale sia del tutto inutile andare al voto in primavera. Il Capo dello Stato è perfettamente consapevole che sotto la spada di Damocle del referendum, la frantumazione del centro sinistra ed il ricompattamento del centro destra , non c’è alcuna possibilità di dare vita ad un governo destinato a varare una nuova legge elettorale. Se dunque Napolitano ha deciso di escludere ogni ipotesi di mandato esplorativo e di puntare sull’incarico pieno non è perché spera che il Presidente del Consiglio incaricato possa ottenere dal Parlamento il miracolo di una impossibile fiducia.
E’, al contrario, perché ha deciso che a gestire le elezioni non sia il governo di Romano Prodi ma un governo di minoranza diverso da quello imploso la settimana scorsa al Senato. Si tratta di una scelta formalmente corretta ma politicamente fin troppo significativa. Continua a leggere

L’isola di Pannella

A.A.A. Cercasi esponente radicale malinconicamente. E non perché Marco Pannella od Emma Bonino o Rita Bernardini e le altre componenti della segretaria non siano andati al Quirinale a partecipare il rito inutile delle consultazioni del Capo dello Stato. In questi casi è lecito che gli esponenti di un partito minore, che ha sempre cercato occasioni di visibilità per non venire cancellato dai partiti maggiori, si comporti sulla base del famoso interrogativo morettiano: “Si nota di più se ci sono o se non ci sono?”. Ma perché tra le tante rovine provocate da meno di due anni di governo prodiano c’è anche quella rappresentata dalla scomparsa politica del Partito Radicale. Che ha fornicato con il governo, ha perso la sua proverbiale verginità e che oggi si trova sedotto ed abbandonato tra i rottami del centro sinistra senza avere lasciato una sola e minima traccia del proprio operato e senza avere alcuna prospettiva per il futuro tranne quella di una misera e difficile sopravvivenza elettorale. Valeva la pena barattare la primogenitura dell’area laica terzopolista per il misero piatto di lenticchie di un ministero marginale? Boh! Si dirà che se nel 2006 i radicali non avessero compiuto questa scelta non solo non avrebbero avuto la poltroncina ministeriale ma non sarebbero nemmeno rientrati in Parlamento. Tutto giusto, tutto vero. Ma che bisogno c’era di trasformarsi nei difensori più strenui e disperati del governo dei fallimenti definendosi gli “ultimi giapponesi” disposti a combattere nell’isola deserta anche dopo la resa dell“imperatore ” Prodi? Ha voluto l’isola? E adesso combatti!

L’inutile liturgia

Nessuno si illuda. Non c’è alcuna possibilità di evitare le elezioni anticipate. E non perché le richiede Silvio Berlusconi con alle spalle l’intero centro destra miracolosamente ricompattatosi per l’occasione. Ma perché a volerle sono anche le diverse componenti del centro sinistra, da quelle come il Partito Democratico che chiede un governo di responsabilità nazionale ma in realtà vuole andare al voto per contarsi, a quelle come le forze minori dell’ultra sinistra che puntano disperatamente ad elezioni ravvicinate con l’attuale sistema elettorale per garantirsi la sopravvivenza. Il Presidente della Repubblica, che conosce perfettamente la situazione, sa che non ci sono margini di sorta per tentativi esplorativi o istituzionali di alcun genere. Per cui, a stretto rigore di logica, non dovrebbe far altro che prendere atto della situazione e procedere all’immediato scioglimento del Parlamento. Continua a leggere

La resa dei conti

La sconfitta subita al Senato da Romano Prodi non ha segnato solo la fine dell’esecutivo nato dalla vittoria elettorale dell’Unione del 2006. Ha anche e soprattutto decretato la morte della formula di centro sinistra. Quella che aveva consentito a Romano Prodi di battere per ben due volte Silvio Berlusconi e il centro destra. E che era nata dall’eredità dello storico rapporto che si era costituito negli anni 70 tra i cattolici democratici e la sinistra marxista e post marxista. La batosta testardemente ricercata ed ottenuta da Prodi a palazzo Madama indica in maniera incontrovertibile che la spinta propulsiva del centro sinistra si è definitivamente esaurita. Da adesso in avanti non sarà più possibile che gli eredi dei cattolici democratici possano allearsi contemporaneamente con le due diverse anime della sinistra, quella riformista e quella massimalista. E, con ogni probabilità, le due sinistre non riusciranno più a presentarsi unite di fronte al corpo elettorale. Senza aspettare Walter Veltroni ed i suoi annunci di autonomia, ognuno andrà avanti da solo. Con tutte le conseguenze del caso. Ma chi pensa che l’archiviazione della formula di centro sinistra e del governo Prodi esaurisca gli affetti di quanto avvenuto giovedì notte, sbaglia di grosso. Continua a leggere

La fermezza di De Gennaro

Prima c’era solo “a munnezza”. Adesso c’è anche la rivolta. Ci fosse un solo sindaco, consigliere comunale o semplice cittadino dei paesi della Campania dove dovrebbero essere realizzate le discariche temporanee, disposto ad accettare senza battere ciglio il piano del commissario straordinario Gianni De Gennaro. Da Ariano Irpino a Montesarchio è tutta una agitazione, un comitato di protesta, una manifestazione spontanea, un blocco stradale, un falò notturno, un assembramento diurno. Tutto per far sapere a chi di dovere che “a munnezza” venga portata ovunque tranne che dalle loro parti. E, soprattutto, per contrastare un piano che non essendo stato illustrato a dovere, appare agli occhi dei non informati come una semplice applicazione del famoso comando della Marina Borbonica: “facite ammuina”. Come dire che “a munnezza che sta a prora va a poppa, quella a poppa a prora” e via di seguito. Meno male che l’ex Capo della Polizia De Gennaro, confermando la sua fama di uomo deciso e fattivo che si è costruito in tanti anni di brillante carriera, ha esordito con un significativo: “le mie scelte non di si discutono!”. Pensa un po’ se avesse detto “discutiamone”. Invece della rivolta che sarebbero scoppiate? Le nuove quattro giornate di Napoli?

John e la Margherita mancante

Ma che diavolo c’è da ironizzare se il Corriere della Sera pubblica una intervista di due pagine a John Elkan? Vuoi dire che se l’erede di Gianni Agnelli alla guida della Fiat non fosse presente nella proprietà del principale quotidiano italiano col cavolo che avrebbe avuto la doppia paginata scritta da Aldo Cazzullo? Se vuoi proprio dire, dillo. Ma si tratta della scoperta dell’acqua calda. Oltre tutto l’intervista è scritta alla grande, è ricca di tutti quegli aneddoti che piacciono al lettore. Dall’esperienza formativa dello skeleton, che poi è buttarsi con lo slittino con la testa in avanti, alla barca che affronta la tempesta senza deviare in un metro dalla rotta fissata. E dimostra in maniera incontrovertibile come la continuità esistente tra John e Gianni sia in tutto simile a quella che ci fu a suo tempo tra il Senatore Fondatore ed il nipote che poi sarebbe diventato l’Avvocato. Naturalmente puoi anche storcere la bocca di fronte al fatto che sia proprio il giornale di via Solferino a rendere evidente che la Dinastia è salva. Ma non puoi certo dire che si tratta del classico soffietto a beneficio del padrone. Perché la qualità dell’intervista bilancia alla grande il peccato veniale della cortesia al coeditore. Insomma, leggi, impara e taci. L’unica osservazione che ti può essere concessa è che forse un pizzico di curiosità in più sulle questioni familiari di John sarebbe stata opportuna. Va bene notare che nessuno dei due figli maschi porta il nome del bisnonno. Ma forse, in nome della famosa completezza dell’informazione, non avrebbe stonato un accenno alla mamma Margherita.

Prodi pensa al proprio futuro

Ma quale carica della Balaclava ! Ma quale caduta in piedi e con onore! Con la scelta di andare alla sconfitta certa del Senato Romano Prodi non ha voluto affatto chiudere in bellezza la sua stagione politica ma , al contrario, aprire con rabbia la nuova fase della propria partecipazione alla vita pubblica. Si illude chi pensa che dopo la sconfitta il “ professore” possa ritirarsi a vita privata o rinserrarsi , come fece nel ’98, in una nuova Bruxelles ad attendere su una qualche prestigiosa poltrona internazionale il momento più favorevole per il rientro in patria e nella politica nazionale. La fase che Prodi ha aperto indossando i panni del “guerriero” che si butta nella mischia pur sapendo che la propria sorte è segnata, è esattamente opposta. Cioè quella della lotta per la leadership della sinistra in generale e del Partito Democratico in particolare. Da adesso in poi la sua battaglia non verrà combattuta sul terreno largo dello scontro tra gli opposti schieramenti del centro sinistra e del centro destra. Per lui il fronte si restringe e diventa solo quello del centro sinistra . Al tempo stesso il “ nemico” principale cambia e vede subentrare al posto di Silvio Berlusconi le figure di Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Continua a leggere