Archivio mensile:marzo 2008

Le richieste di Polito

Antonio Polito ha chiesto a Silvio Berlusconi di impegnarsi, una volta rientrato a Palazzo Chigi, a congelare gli affari delle proprie aziende surgelando i figli che le dirigono, ad astenersi dall’occuparsi di giustizia limitandosi a varare solo le leggi che riceveranno l’imprimatur da Veltroni (cioè da Di Pietro), a rispettare i vincoli di Maastricht facendo in modo che la inevitabile recessione lo renda di nuovo inviso ai propri elettori. E, dulcis in fundo, a non toccare una virgola in Rai per rispettare il quarantennale diritto di usucapione della sinistra nei confronti del servizio pubblico radiotelevisivo. Ma visto che se lo farà, Polito comunque non lo voterà e se non lo farà Polito a maggior ragione non lo voterà, il Cavaliere è invitato a rispondere picche al direttore de “Il Riformista”: “Accà nisciuno è fesso!”.

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La pizza alla diossina

Aperta nel segno dei rifiuti la campagna elettorale si chiude nel segno della mozzarella. Non si tratta di una battuta scherzosa ma di una tragica realtà. Quando le Camere sono state sciolte i media dell’intero pianeta esibivano le immagini devastanti dei cumuli d’immondizia che sommergevano Napoli. Ora che si avvicina il momento del voto gli stessi media mondiali ritirano fuori le stesse immagini di cumuli per spiegare che l’inquinamento ha prodotto la diossina che rende pericolose ed immangiabili le mozzarelle di bufala. In apparenza immondizia e mozzarella non dovrebbero avere grandi connessioni con il prossimo rinnovo del Parlamento nazionale. Ed, infatti, i partiti hanno fatto calare una sorta di silenzio bipartisan sul caso campano. Ma mentre i leader delle varie forze in campo chiedono voti sciorinando programmi fantasmagorici e formulando promesse da libro dei sogni, lo scandalo dell’immondizia rinnovato dallo scandalo della mozzarella fa il giro del mondo infliggendo un colpo micidiale all’immagine complessiva del paese. Non c’è bisogno di rilevare che la diossina nel latte delle bufale campane è solo il primo anello di una catena piena di elementi destinati a moltiplicare all’infinito l’emotività dell’opinione pubblica mondiale. Come hanno inquinato il latte i rifiuti accumulatisi negli anni hanno inquinato anche tutti gli altri prodotti alimentari della sfortunata regione. Continua a leggere

L’amo scoperto

Nella Prima Repubblica la formazione di un governo di coalizione passava attraverso la rigida applicazione di un doppio Manuale Cencelli. Quello codificato che fissava la distribuzione del numero e del peso dei ministeri sulla base dei rapporti di forza elettorale tra i diversi partiti dell’alleanza governativa. E quello, non codificato, che a questo primo criterio aggiungeva quello della presenza nell’esecutivo di personaggi chiaramente identificabili con zone precise del Paese. L’obbiettivo era di fare in modo che non solo la rappresentanza politica nelle sue diverse articolazioni venisse identificata all’interno del governo, ma che insieme ad essa trovasse un adeguato spazio anche la rappresentanza del territorio. Non c’è stato un solo governo della Prima Repubblica che non abbia avuto, ad esempio, uno o più esponenti della Sicilia o del Veneto. O che non abbia espresso un delicato equilibrio tra gli uomini del Nord, quelli del Sud e quelli del Centro. Non sempre l’obbiettivo di dare un preciso riscontro nel governo alle diverse anime territoriali del Paese è stato raggiunto. E nel lungo periodo le conseguenze negative degli errori hanno prodotto l’esplosione della questione settentrionale e la cronicizzazione di quella meridionale. Ma il tentativo non è mai mancato. Ed è stato anche ripetuto in tutti i governi, sia di centro destra che di centro sinistra, che si sono succeduti nel corso della lunga transizione della cosiddetta Seconda Repubblica. Per questo appare oggettivamente inquietante l’annuncio di Walter Veltroni che, in caso di vittoria elettorale del Partito Democratico, il governo da lui guidato istituirà un apposito ministero per il Nord-Est. Continua a leggere

Santa Emma da Marcegaglia

L’Italia è un paese di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori. Ma soprattutto di agiografi. Emma Marcegaglia è stata designata nuovo Presidente della Confindustria in sostituzione di Luca Cordero di Montezemolo. Ed anche se entrerà in carica solo a maggio, sulla grande stampa nazionale è già partita l’ondata delle biografie tese a santificarla in vita e prima del suo insediamento al vertice di Viale dell’Astronomia. Tutti fanno a gara nel raccontare l’infanzia perfetta, l’adolescenza esemplare, gli studi appropriati con tanto di master finale a New York, il matrimonio d’amore, la maternità consapevole e, naturalmente, la veloce e sicura carriera all’interno della confederazione degli imprenditori sulla scia di un presidente che per la sua chioma fluente i maligni hanno chiamato “libera e bella”. Ecco, a proposito di questo, non sarebbe meglio che la stampa italiana mettesse la sordina alle agiografie e si limitasse ad auspicare ad Emma Marcegaglia una presidenza confindustriale in grado di distinguerla dal predecessore? Magari mica tanto. Ma almeno da “bella e libera”?

Che barba, che noia

Nessuno si faccia illusioni. Neppure l’ultimo mese di campagna elettorale riserverà stimoli e sorprese in grado di liberare il paese dallo stato di noia sonnacchiosa che lo pervade da quando il governo Prodi è caduto e la legislatura si è interrotta. Sarà perché il sistema delle liste bloccate toglie la gran parte degli interrogativi e delle attese sui nomi dei futuri deputati e senatori (di fatto il Parlamento è per il novanta per cento già definito). Sarà perché i due maggiori partiti, Pdl e Pd, sembrano aver stabilito un patto tacito di non aggressione e le forze minori non hanno la forza mediatica e l’inventiva in grado di far saltare l’intesa. Sarà perché non sembrano esserci differenze sostanziali tra i programmi di massima di tutte le forze politiche. Sarà, infine, perché le immagini esteriori hanno avuto la meglio sulle identità interiori. E’ un fatto, comunque, che l’attuale campagna elettorale si presenta come la più piatta della storia dell’Italia repubblicana. E che molto difficilmente riuscirà a fornire nelle prossime settimane qualche emozione particolare. L’unico elemento di vivacità degli ultimi giorni è la polemica sulla candidatura di Giuseppe Ciarrapico. E questo indica la dimensione precisa della gravità del fenomeno della noia. Se per smuovere un po’ le acque si deve riesumare la contrapposizione archeologica fascismo-antifascismo, vuol dire che il dibattito politico è totalmente privo di argomenti. Continua a leggere

Se il criterio è politico

Passi per l’ex professoressa dei figli del Cavaliere, che altrimenti i ragazzi ci possono rimanere male. Passi per la fisioterapista di Berlusconi, che la riconoscenza è la riconoscenza. Passi per la moglie di Fede, che così Emilio la sa a Montecitorio e si tranquillizza. Passi per Elisa Alloro e Gabriella Giammanco, che si liberano delle ansie da Rete 4. Passi per l’avvocatessa Nunzia Di Girolamo, che come la Carfagna sente la necessità di dimostrare che chi è bona può essere anche intelligente. Passi per Renato Farina, che vuole andare a Montecitorio per questioni di studio (approfondire la conoscenza dei servizi). Passi per tutti i parlamentari uscenti riconfermati, che sennò andavano in depressione e buttavano tutti i soldi della pensione in psicanalisti. Insomma, uno capisce che nel mettere a punto la lista del Pdl Silvio Berlusconi non abbia badato alle questioni politiche e si sia solo preoccupato di risolvere degli spinosi casi umani. Ma, santa Madonna, era proprio necessario usare il criterio della politica solo nel caso di Ciarrapico e gridare ai quattro venti che il fascista è come la serva di Totò e serve?

Se il Parlamento diventa inutile

Da un lato Walter Veltroni che presenta una lista ad imitazione del casting de “L’isola dei famosi”. Dall’altro Silvio Berlusconi che seleziona la propria classe dirigente con lo stesso criterio ispiratore dell’elenco degli invitati ad un ballo di Luigi XV. Le immagini si sprecano per disegnare il prossimo Parlamento dei designati e non degli eletti. Ma serve poco soffermarsi a denunciare un fenomeno che non è nuovo e che ha ha già suscitato grandi polemiche fin dal momento in cui il sistema proporzionale con le preferenze ha lasciato il posto al maggioritario. Chi ha dimenticato le critiche contro i “paracadutati” nei collegi uninominali del “Mattarellum” del ’94, del ’96 e del 2001? E come non ricordare che già alla vigilia delle elezioni del 2006 le proteste si sprecarono contro il proporzionale con le liste bloccate che spostava dagli elettori ai vertici dei partiti la facoltà di scegliere i componenti delle Aule Parlamentari? Ormai il meccanismo della cooptazione verticistica è noto in tutti i suoi dettagli. Ciò che invece appare ancora confuso ed incerto sono le conseguenze che possono scaturire da questa sostanziale innovazione del sistema politico. La prima è che la selezione della classe politica realizzata con il solo criterio della convenienza contingente, sia quella veltroniana dell’apparenza che quella berlusconiana della fedeltà o vicinanza amicale, è destinata a produrre un Parlamento ricco delle più variegate personalità ma politicamente squalificato. Si dirà, come sostiene il Cavaliere parlando praticamente a nome dei leader di tutti gli altri partiti, che un Parlamento di soggetti di particolare qualità non serve. Continua a leggere

Libertà senza liberali

Ci sono due modi per affrontare la questione della scomparsa di candidati dichiaratamente laici e liberali dentro il Pdl. Il primo è di scaricare la responsabilità dell’avvenimento sugli altri, cioè su i non liberali. E, quindi, di volta in volta, prendersela con il Cavaliere che definisce il Pdl il partito dei liberali e dei moderati e poi tutti candida tranne che gli uni e gli altri. Oppure denunciare il peso eccessivo di An che invece di pensare come un partito liberal-conservatore debba essere fondato sul giusto equilibrio tra le due componenti, cerca da sempre di imporre una sorta di egemonia conservatrice che limita e danneggia il Pdl. O, in alternativa, scaricare la responsabilità della faccenda sui collaboratori più stretti di Berlusconi, da Bondi a Cicchitto, da Verdini a Scajola, troppo preoccupati di selezionare dei fedeli gregari utili solo a premere senza fiatare i bottoni dei voti parlamentari per poter immaginare che la politica senza le idee produce solo disastri. O, per finire, accusare i cattolici del Pdl di aver liquidato la presenza liberale per compiacere le gerarchie vaticane desiderose di poter contare su un fronte moderato privo di possibili quinte colonne laiche. Questo primo modo di affrontare il fenomeno della cancellazione dei liberali dal Pdl è ricco di argomentazioni più che giuste. Addirittura sacrosante. Che potrebbero influire non poco sull’andamento della campagna elettorale e sull’esito del voto. Se, ad esempio, passa il messaggio che il prossimo Parlamento sarà pieno di mezze-calze al servizio del leader-monarca, c’è da prevedere un forte aumento dell’astensionismo. Continua a leggere

Così parlò Lotito

“A me non interessa entrare in Parlamento a spingere i bottoni… Mi secca solo una cosa: che sulla mia candidatura avrebbe detto la sua uno come Fabrizio Cicchitto che non ha mai contato niente, né in passato, né ora… La verità è che bisogna cambiare questo sistema… Senza le preferenze non si selezionano le classi dirigenti ma si va avanti con i meccanismi delle corti e dentro le liste ci finiscono solo le zoccole, i ”prenditori“ e i ”magnanger“… cioè quelli che pensano solo al binomio F. e S.: figa e soldi ”… “Ma che ci vado a fare li dentro dove ci sono solo cinquanta persone che contano ma venti stanno a guardare perché la ”governance“ è di trenta persone. Eppoi una volta c’erano uomini del calibro dei Fanfani, degli Andreotti, dei Berlinguer e ora… solo le zeccole”. Della serie: Dio è grande e può essere che questa volta abbia scelto come suo nuovo profeta il presidente della Lazio Claudio Lotito!

Lo scudo mancante di Veltroni

Qualcuno si chieda perché mai non passa giorno senza che Walter Veltroni non annunci trionfante che il distacco tra il Pd ed il Pdl si stia drasticamente riducendo. I dati degli istituti demoscopici, anche quelli tradizionalmente vicini alla sinistra, indicano che il divario rimane sostanzialmente immutato. O, addirittura, che il il Partito Democratico tende a perdere almeno un punto in seguito alle polemiche scoppiate al suo interno per la composizione delle sue liste. Ma il leader del Pd ignora i numeri che quotidianamente compaiono su tutti i giornali. Ed insiste con sempre maggior enfasi sulla storia del recupero. Le ragioni di un comportamento del genere sono facilmente identificabili. Veltroni applica l’unica strategia elettorale consigliata a chi è costretto a rincorrere. Il Pd parte battuto rispetto al Pdl. E se vuole almeno contenere la sconfitta o sperare di compiere la stessa rimonta compiuta da Silvio Berlusconi nel 2006 non deve far altro che sprizzare ottimismo da tutti i pori per convincere se stesso ed il proprio elettorale che l’impresa è possibile. Ma non c’è solo una ragione di strategia elettorale a giustificare la linea di marcia di Veltroni. C’è anche l’esigenza di utilizzare l’ottimismo, la speranza e l’entusiasmo per l’impresa impossibile come collante di una lista piena di contraddizioni e di un partito che di fatto ancora non è nato. Continua a leggere