Archivio mensile:agosto 2008

Coraggio, Matteo!

Matteo deve stare tranquillo e non temere. È vero che facendo il giovane imprenditore rampante alla corte di Walter Veltroni ha detto una sequela di stupidaggini prima e dopo le elezioni. Che nei giorni scorsi ha sparato a zero sull’operazione di salvataggio dell’Alitalia da parte di Silvio Berlusconi ironizzando sulla fattibilità dell’operazione e definendo “inesistente” una cordata guidata da suo padre Roberto. E che nel giorno in cui il babbo spiegava la validità del progetto di rilancio della Compagnia di Bandiera alleata alla pari con Air France, se n’è uscito con la solita cantilena della sinistra piena di rimpianto per la mancata svendita alla stessa Air France.
Insomma, è vero tutto. Soprattutto che Matteo un po’ ci fa ed un po’ c’è (altrimenti il capostipite lo avrebbe informato e allertato a non dire cazzate). Ma nessuno pensi che corre il rischio di essere diseredato. In fondo siamo in Italia. E da noi anche per i “capitani coraggiosi” vale la regola dell’ “ogni scarrafone è bello a papà sojo”.

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A che serve L’Opinione

Intercettazioni

Questa estate il direttore di “Panorama” Maurizio Belpietro ha scritto un editoriale per dichiarare la propria assoluta contrarietà al mantenimento della legge che concede contributi dello stato ai giornali più piccoli. E, per sostenere la sua convinzione, ha preso ad esempio “L’Opinione” chiedendosi perché mai dalle casse pubbliche dovrebbero uscire i soldi che consentono di far sopravvivere un quotidiano che vende poche copie come il nostro. Continua a leggere

Appello a Tinto Brass

“Venezia, l’ultima ora è venuta; illustre martire tu sei perduta…il morbo infuria, il pan ti manca, sul ponte sventola bandiera bianca”.
Il ponte in questione è quello di Calatrava. Finito ma chiuso ed inagibile. Perché Massimo Cacciari ha deciso di non inaugurare né ora, né mai in segno di protesta per le polemiche che la sua costruzione ha suscitato. Il morbo, poi, è quello delle sciocchezze in libertà che imperversa in questi giorni nella laguna. Con il sindaco che vuole ribattezzare Piazzale Bruno Trentin piazzale Roma per via del “toponimo di imposizione fascista”. Con i suoi sostenitori che hanno definito Trentin “padre del federalismo italiano” e “Roma” un “nome anacronistico”. Con gli avversari che prendono sul serio Cacciari e lo invitano a demolire le opere fasciste realizzate a Venezia, dal ponte degli Scalzi al Festival del Cinema. Con Brad Pitt e George Clooney che scambiano il Lido per Denver e fanno uno spot in favore di Obama.
Il pane che manca, infine, è quello dell’autoironia di chi si prende talmente sul serio da risultare un perfetto cretino, filoso o attore che sia.
Insomma la situazione non è seria ma grave. Al punto che le utili speranze sono appuntate sul veneziano Tinto Brass. Solo lui ha i titoli e la capacità di ammainare la bandiera bianca, cancellare il morbo delle sciocchezze e ridare il pane della speranza con il fatidico grido purificatore e catartico di “viva la mona!”.

Un segnale di fiducia ed ottimismo

Caso Alitalia

Si può criticare come meglio si vuole l’operazione con cui il governo si accinge a risolvere il caso dell’Alitalia. Ma non si può in alcun modo negare che il modo utilizzato rappresenta un segnale politico di grandissima importanza. Non solo per la credibilità di Silvio Berlusconi che, come ha astutamente sottolineato Giulio Tremonti, dopo aver adempiuto alla promessa di risolvere il problema dei rifiuti che deturpavano Napoli e l’immagine complessiva del paese, si accinge a rispettare la promessa fatta agli elettori prima del voto di aprile di dipanare una volta per tutte la matassa dell’Alitalia. Ma soprattutto per la speranza della società italiana di ritrovare le forze, l’impegno e l’entusiasmo giusti per affrontare la crisi economica ed invertire quella parabola del declino che con il centro sinistra al governo sembrava destinata a precipitare sempre più a fondo. Continua a leggere

Donne a Denver

Aldo Borrelli, corrispondente del Tg1 dagli Stati Uniti, glielo aveva detto chiaro e forte nel servizi di presentazione del suo intervento alla Convention di Denver del Partito Democratico. “Cara Hillary, o ti schieri senza se e senza ma per Obama, oppure  sei condannata a finire nel cono d’ombra”. Così, colpita dal tono perentorio di un cotanto autorevole sostenitore del candidato afro-americano, Hillary ha cancellato di colpo tutte le accuse lanciate ad Obama durante la campagna per la nomination di essere una ciofeca della politica. E nel ferreo rispetto della linea borelliana ha infiammato i delegati democratici sostenendo che “Obama è il proprio candidato” e che, una volta alla Casa Bianca, “farà bene come Bill Clinton”.
Borrelli è stata contento. Ma è difficile che racconterà ai telespettatori italiani di quanto Michelle si sia imbufalita di fronte a questo auspicio-assicurazione. Pare, infatti, che la moglie di Obama abbia detto “niente stagiste nella stanza ovale!”. E, soprattutto, “cornuta e contenta ci sarai tu!”.

Noi e l’amico Wladimir

Politica estera

E’ un po’ ridicola la discussione su chi abbia vinto o perso nella vicenda della Georgia. Se da un punto di vista militare l’abbia spuntata il nuovo zar Putin o se  da un punto di vista politico Usa e Eu siano riusciti nell’intento di isolare la Russia. Ed è ancora più ridicolo il dibattito se il governo italiano abbia fatto bene o male nell’assumere un atteggiamento di estrema prudenza nella intricata vicenda. Come se questa prudenza dipenda dai rapporti personali di amicizia tra il “caro Wladimir” ed il “ caro Silvio” e non da una serie di precise ragioni di politica internazionale. Continua a leggere

Pronto il giornale di Di Pietro

Antonio Di Pietro ha annunciato che si accinge a dare vita ad un quotidiano dell’Italia dei Valori. Concita De Gregorio ha assunto ufficialmente la direzione de “L’Unità” esordendo con un editoriale-fiume in cui ha brillato la precisazione decisamente illuminante che l’identità del giornale sarà data dalla sua capacità di “parlare” “con tutti noi” e “con tutti voi”. Furio Colombo e Antonio Padellaro hanno mal digerito l’avvento di Concita e hanno lasciato intendere che non continueranno a lungo a collaborare al giornale fondato da Antonio Gramsci. Marco Travaglio, oltre ad attaccare Walter Veltroni per il cambio di direzione e di linea de “L’Unità”, ha smentito la notizia data da “La Repubblica” secondo cui starebbe preparando un settimanale di inchieste a cui far collaborare Colombo, Padellaro e tutta la banda d’Affori giustizialista che fino all’altro ieri aveva fatto dell’antico organo del Pci, del Pds e dei Ds l’organo dei giustizialisti dipietristi italiani.
Bene, se come diceva Totò è la somma che fa il totale, il prodotto dell’addizione di tutte queste notizie è che Di Pietro farà il proprio giornale chiamando Travaglio a dirigerlo. Quest’ultimo, insieme con Padellaro e Colombo, rifarà “L’Unità” dipietrista con l’obbiettivo di svuotare il bacino di lettori de “L’Unità” degregoriana. Concita sarà costretta a parlare con  i pochi “noi” e “voi “ che rimarranno. Soru e Veltroni se la prenderanno in saccoccia. Ed ancora una volta il povero Antonio Gramsci si rigirerà nella tomba per colpa dei soliti comunisti.

Il volo della speranza

Pd e Obama

I vertici del Pd a Denver come una volta i vertici del Pci a Mosca? Niente affatto. Veltroni, Fassino, Rutelli, Pistelli e Vernetti non rassomigliano in alcun modo alle delegazioni dei comunisti italiani guidate di volta in volta da Togliatti, Longo o Berlinguer che si recavano nell’Unione Sovietica ai tempi di Stalin o Breznev. Non solo perché la Convention dei democratici americani non ha nulla a che spartire con il Comitato Centrale del Pcus. Ma soprattutto perché i comunisti italiani andavano a Mosca per capire ed adeguarsi ai rapporti di forza che di volta in volta cambiavano all’interno del vertice del partito-guida mentre i dirigenti del Partito Democratico vanno a Denver non per capire ed adeguarsi ma per ottenere un miracolo. Continua a leggere

La novità di Concita

“Leggo e rileggo il comunicato dell’editore e, lo confesso, continuo a non capire”. Non capita spesso che in un giornale un direttore appena insediato consenta ad un collaboratore di criticare l’editore per la decisione di liquidare il direttore precedente. Invece all’ “Unità” di Concita De Gregorio è avvenuto proprio questo. Il contenuto dell’articolo scritto da Marco Travaglio per dolersi della sostituzione di Antonio Padellaro è stato in perfetta linea con il proprio incipit: tutta una lamentela per la fine dell’avventura avviata da Furio Colombo, continuata da Antonio Padellaro ed ora chiaramente archiviata dall’avvento della nuova direttora. Il ché, se non è un segno di debolezza di Concita, è sicuramente una novità. Per il giornale fondato nel tempo passato da Antonio Gramsci e per l’intera stampa nazionale.
Ciò che non è una novità, invece, è che Travaglio non capisca. D’altro canto si sa. E Concita De Gregorio e lo stesso editore dell’ “Unità” Soru, lo debbono aver messo in conto. Travaglio deve difendere il proprio ruolo di “più puro che tutti epura”. Per il resto non è cattivo. E’ solo che non ci arriva!

Il dibattito senza dibattito

Federalismo
La grande novità della politica italiana di fine agosto è che è stato inventato il dibattito senza dibattito su una questione di cui nessuno conosce il contenuto. Intendiamoci, non si tratta di un inedito per le vicende nostrane. Chiacchiere astratte su vaghi cenni sull’universo sono sempre state fatte su qualsiasi argomento dai politici e dagli intellettuali di casa nostra. Ma nel passato le parole al vento sul nulla erano pronunciate su argomenti di scarsa incidenza reale, mentre adesso il dibattito senza dibattito su un tema totalmente ignoto riguarda la trasformazione radicale dell’assetto dello stato, la madre di tutte le riforme. Ed è singolare che a nessuno non venga in testa di denunciare quanto sta avvenendo a proposito del preannunciato passaggio dal centralismo al federalismo, dall’antico modello napoleonico ad un modello di cui si conosce solo il nome ma di cui ancora si ignora il contenuto. Continua a leggere