Archivio mensile:dicembre 2008

578 mila vip

Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini pubblicano ogni anno un “Catalogo dei viventi” in cui sono fornite notizie biografiche riguardanti un numero ragguardevole di personaggi italiani più o meno noti. Negli anni scorsi nel “Catalogo dei viventi” figuravano poco più di cinquemila voci. Quest’anno la cifra è salita vertiginosamente toccando la quota record di 7.247 voci. Il lavoro di Dell’Arti e Parrini è prezioso. Viene considerato una sorta di indagine Censis della classe dirigente italiana. Ma nessuno, neppure gli autori, ovviamente, si sogna di considerare il volume esaustivo. Quanti potranno essere, però, quelli che in qualche misura contano e non figurano nel “Catalogo”? Qualche centinaio? Qualche migliaio? Addirittura centomila? Per questo uno rimane un po’ perplesso quando legge che nell’archivio di Gioacchino Genchi, ex consulente del magistrato De Magistris, figurano le intercettazioni di 578 mila utenze telefoniche, comprese, spiegano i giornali, quelle dei parlamentari (che sono poco più di un migliaio) e quelle dei capi del servizi (che si contano sulla punta di una mano). E tutti gli altri 577 mila disgraziati intercettati? Sono la dimostrazione che la classe dirigente è molto più ampia di quella indicata da Dell’Arti o Parrini o che in fatto di intercettazioni certi magistrati sono come Totò e Peppino della famosa lettera: punto, due punti e punto e virgola! Che non si dica che siamo tirchi!

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Epifani irresponsabile

Sciopero

Non c’è bisogno di ribadire che lo sciopero generale proclamato per oggi dalla Cgil è totalmente inutile. Non è fermando il lavoro e riempiendo le piazze delle città italiane che si blocca una crisi che ha radici e portata internazionale. Molto felicemente il segretario della Cisl Raffaele Bonanni ha rilevato che scioperare contro la recessione in atto in tutto il pianeta equivale a scioperare contro la jella. E di fronte ad un giudizio così chiaro ed esplicativo non si può e non si deve aggiungere altro sulla inutilità della manifestazione promossa da Gugliemo Epifani. Continua a leggere

Il sonno di Maddalena

 Orrore! Orrore! Ma che siamo matti a pensare all’elezione dei giudici? Sai che potrebbe succedere? “Avere una magistratura elettiva – ha detto lucidamente Marcello Maddalena – significherebbe avere giudici appoggiati dai partiti politici. Significherebbe in pratica assistere a campagne elettorali impostate da magistrati che a questo punto avrebbero altri obbiettivi da perseguire che potrebbero entrare in conflitto con quello loro proprio: la persecuzione della Giustizia”. “Ma non solo questo – ha insistito il magistrato piemontese – la sponsorizzazione di un giudice piuttosto che di un altro da parte di un partito o di uno schieramento, sarebbe esiziale e farebbe perdere alla magistratura quelle caratteristiche di autonomia e indipendenza che ne fanno un soggetto di garanzia per tutti i cittadini”. 
Significherebbe, avrebbe, potrebbe, farebbe. Delle affermazioni del giudice Maddalena tutto è condivisibile. Tranne i condizionali. Il ritorno ad un eventuale e rischioso futuro è già avvenuto. È cronaca corrente da una quindicina d’anni a questa parte. Ed a non riconoscerlo si fa la parte del testimone reticente: “nulla vidi, nulla sentii, non c’ero e se c’ero dormivo!”.

 

La furbizia di Di Pietro

Riforma giustizia

Non si può guardare con favore e compiacimento l’armistizio stipulato al Csm dalle Procure di Catanzaro e di Salerno. Il ritiro contestuale dei reciproci provvedimenti di sequestro di fascicoli di inchieste scottanti appare agli occhi dell’opinione pubblica del paese addirittura peggiore della guerra scatenata nella settimana precedenti. Dopo aver combattuto a colpi di bombe atomiche non se ne può uscire dicendo che in fondo era tutto uno scherzo. La devastazione provocata è nei fatti. E, paradossalmente, è proprio la tregua imposta dal Csm alla due Procure che dimostra la totale impossibilità che la giustizia italiana possa autoriformarsi. Continua a leggere

Manicomi aperti

Il quesito che il comune cittadino si pone non è se si debbano separare o meno le carriere tra Pm e giudici o se, invece, a dover essere separate debbano essere le funzioni. Non è neppure se il Csm debba essere riformato allargandolo, restringendolo, moltiplicando i “laici” e riducendo i “togati” o cancellando i primi e scegliendo a sorte i secondi. Oppure, tanto per trovare un punto di compromesso, laicizzare i componenti provenienti dalla magistratura tagliando le toghe e trasformandole in minigonne alla Concita. Niente affatto. Il dilemma che angoscia un qualsiasi cristiano dove aver letto le cronache della guerra tra le Procure di Catanzaro e di Salerno è un altro. Se mai capitasse di finire nelle mani di un Pm con chi sarebbe preferibile avere a che fare? Con quello che è stato costretto a togliersi le mutande di fronte ai carabinieri per dimostrare di non nascondere nel sedere documenti riservati e da quel momento nutre un legittimo sentimento di rivalsa nei confronti del mondo intero? Oppure con quell’altro che ha fatto spogliare il collega della Procura avversa e preteso che si mettesse a culo per aria di fronte alle forze dell’ordine in nome del fatto che la legge è uguale per tutti e tutti possono avere un deretano alla Papillon?
Come sciogliere il dilemma? In un modo solo: ribadire che aveva ragione Tobino e torto Basaglia! E insistere sulla visita psichiatrica per chi può  tentare di giocare con il culo degli altri!

La diga spezzata

La sorte del Pd

Una diga non cede di colpo. Prima scricchiola, poi si aprono delle crepe, successivamente incomincia a perdere qualche pezzo ed, infine, crolla paurosamente provocando la formazione di un’onda dagli effetti devastanti di lunghissima portata. Continua a leggere

Lenin docet

Due tradizioni, due metodi, due strade diverse. Massimo D’Alema rappresenta da par suo la famosa “doppiezza” togliattiana. Da un lato nega, fortissimamente nega, di voler silurare Walter Veltroni. “Se lo volessi – assicura con baffo fermo – lo direi”. Dall’altro non perde occasione di far attizzare la canizza interna contro il segretario facendogli chiedere conto in continuazione dei casini che scoppiano a ritmo sempre più frenetico dentro il Partito Democratico. L’obbiettivo di D’Alema non è fare secco Veltroni adesso, ma preparare il terreno per compiere l’operazione dopo la prevedibile sconfitta delle europee. Franco Marini, invece, è l’interprete più elevato del fatidico “abbraccio che uccide” democristiano. Si dichiara il più fermo difensore del segretario, chiede a tutti i cacicchi del Pd di fare quadrato attorno a Veltroni. Tutto questo, però, allo stato degli atti. Dopo le elezioni se ne riparla visto che in caso di sconfitta l’abbraccio diventerà soffocante. Insomma, due stili diversi, un unico obbiettivo. Come direbbe Lenin, “marciare divisi, per colpire uniti e fare un culo così in primavera al povero Veltroni.

È il momento della riforma

Toghe in guerra

Come reagire di fronte alla guerra tra Procure che coinvolge il vertice del Csm ed infligge il colpo finale alla credibilità della magistratura italiana? Il primo modo è quello delle solite e scontate geremiadi ipocrite sui tempi bui che ci tocca attraversare ora che, dopo i Pm, anche la sinistra subisce gli effetti della regola “di questione morale colpisce, di questione morale perisce”. Il secondo modo è quello delle mani avanti, perfettamente rappresentato da quanto sostenuto da su “La Stampa” da Carlo Federico Grosso.

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Pesce di Napoli

Il primo ad intervenire è stato il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Qualcuno deve avergli fatto sapere che a Napoli sta per scatenarsi una tempesta giudiziaria sugli amministratori comunali e regionali. Ed il Presidente della Repubblica non ha perso tempo a richiamare tutti alle proprie responsabilità. Poi è toccato a Walter Veltroni. Qualcuno deve aver informato al segretario del Pd che a Napoli sta per scattare una tempesta perfetta a colpi di arresti e di avvisi di garanzia. E Walter non a perso tempo a chiedere ad Antonio Bassolino di dimettersi ed a Rosa Russo Iervolino di rimpastare la giunta. Infine è stata la volta di Antonio Di Pietro. Qualcuno ha preannunciato al leader dell’Italia dei Valori che a Napoli è imminente l’esplosione di “notizie di reati, intercettazioni, di gestioni di malaffare”. E Tonino ha subito tuonato contro il “puttanaio” sostenendo che il Pd deve fare subito i conti con la questione morale al proprio interno. La vicenda è significativa dell’ansia di giustizia, di legge e d’ordine che anima Napolitano, Veltroni e Di Pietro. Ma ci fosse un cane che si sia posto un interrogativo di vitale importanza per il corretto funzionamento della democrazia italiana. Com’è che i potenti hanno notizie in anteprima sulla tempesta in procinto di scatenarsi su Napoli e l’opinione pubblica è sempre l’ultima ad essere informata? Chi cazz’è il misterioso “qualcuno”? E perché si comporta in questo modo? Ai quesiti, per il momento, non c’è risposta. Ma a Napoli i vecchi saggi hanno ripreso a ricordare che “o pesce fete da a capa”!

Gli idoli infranti

Sinistra e toghe

Si possono accomunare le vicende che stanno sconvolgendo la magistratura italiana con quelle che stanno lacerando il Partito Democratico e l’intera sinistra italiana? Si può mettere insieme e fare di tutt’erba un fascio il furibondo scontro che si consuma tra diverse Procure sul caso De Magistris, le minacce di dimissioni dal Csl del vice Presidente Nicola Mancino, l’intervento sull’argomento del Capo dello Stato con la richiesta di dimissioni fatta da Walter Veltroni al Governatore della Campania Antonio Bassolino e con l’ondata di discredito giudiziario e morale che sconvolge il Pd in Abruzzo, in Toscana, in Sardegna ed anche a Roma? Le questioni sono separate. Continua a leggere