Archivio mensile:ottobre 2011

L’identità nazionale tra colpe e disastri

E’ subito cominciata la caccia alle responsabilità. Di chi la colpa del disastro che ha colpito il Levante ligure e la Lunigiana uccidendo sette persone, provocando dieci dispersi, lasciando senza casa centinaia di abitanti e sconvolgendo una delle zone più belle e rinomate del paese? Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato di una tragedia provocata da una di quelle variazioni climatiche che da qualche tempo a questa parte hanno trasformato alcune anomalie meteorologiche in fenomeni ordinari.

Gli esperti hanno parlato di “bomba d’acqua” spiegando che questo tipo di nubifragi si vanno intensificando nel nostro paese e nel mondo a causa dei cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Sale la temperatura dei mari, cresce l’umidità, sale il vapore acqueo, si moltiplicano le precipitazioni e diventano sempre più intense e violente.

Ma basta questa spiegazione razionale ed oggettiva ad accontentare la richiesta di spiegazione che sale spontanea dalle popolazioni direttamente colpite e da una opinione pubblica ormai abituata dai media a leggere le cronache di qualsiasi vicenda come un atto processuale teso alla ricerca ed identificazione di un qualsiasi colpevole? Niente affatto.
Nessuno si accontenta della spiegazione dell’accidente naturale. Nel paese in cui sono stati portati alla sbarra i geologi e gli esperti che non sono stati capaci di prevedere un fenomeno scientificamente imprevedibile come il terremoto de L’Aquila, non è neppure pensabile che ci si possa rassegnare ad accettate l’idea che a devastare le Cinque terre sia stato un maledetto uragano nostrano.

Parte allora la ricerca dei responsabili. E si mette a punto una lista di presunti colpevoli che inizia con i sindaci dei paesi colpiti e va avanti toccando progressivamente province, regioni, genio civile, Corpo Forestale, Protezione Civile fino ad arrivare, naturalmente, al ministero dell’Ambiente ed al governo nazionale.

Su ognuno di questi soggetti si scarica la colpa di aver fatto costruire in aree a rischio, di non aver rispetto i piani urbanistici, di non aver assicurato la pulizia dei fiumi ed il dragaggio dei canali, di non aver rimboscato o di aver consentito una antropizzazione eccessiva, di non aver controllato, studiato, prevenuto, di non aver adeguatamente finanziato tutte le opere e tutte le esigenze necessarie a tenere in ordine ed impedire i disastri nel Bel Paese.

In certi, anzi, in molti casi esistono delle responsabilità specifiche e personali. Ed è normale e giusto che chi ha colpe venga chiamato a risponderne. Ma è fin troppo evidente che la risposta di tipo giudiziario alle tragedie provocate dalla natura inclemente ed incontrollabile non possa essere considerata sufficiente .

E’ necessaria una risposta diversa, più ampia, più generale, fondata sulla consapevolezza che una maggiore coscienza e responsabilità ambientale dell’intera società nazionale sia indispensabile per correggere nel tempo tutte quelle storture che sono state causate dalla mano spesso irresponsabile delle classi dirigenti.

Tutti ambientalisti, allora? Sicuramente si. Magari senza fondamentalismi o ideologismi ormai vecchi e superati. Ma tutti consapevoli che in nessuna altra parte del mondo come nel nostro paese la possibilità dello sviluppo passa attraverso la difesa e la valorizzazione di un territorio che ha peculiarità paesaggistiche, ambientali e culturali uniche sulla faccia del pianeta.

Alla base di questa consapevolezza ci possono essere le motivazioni più diverse. Non a caso l’ambientalismo moderno è un fenomeno caratterizzato da più “anime” diverse. Ma tra queste, e la sollecitazione riguarda le forze politiche del centro destra, è necessario che figuri anche la motivazione di un ambientalismo ispirato alle difesa delle peculiarità nazionali.
Cioè ad una maggiore consapevolezza del valore di una identità che di sicuro non è data dal sangue ma che in gran parte dipende dal suolo.

Annunci

Gli alleati di Berlusconi

Qualunque possa essere la risposta dei mercati (o dei circoli finanziari franco-tedeschi) alla lettera d’intenti di Silvio Berlusconi, l’attuale governo italiano è destinato ad andare avanti. O meglio, può cadere solo se il Cavaliere e Umberto Bossi decidono insieme che ai rispettivi partiti conviene staccare la spina prima del tempo per evitare un logoramento dagli effetti potenzialmente letali.

Può essere, come sospetta il leader del Carroccio, che la casta dei banchieri che si trova dietro il binomio Merkel-Sarkozy abbia deciso di dare il colpo di grazia al governo Berlusconi per evitare di continuare a finanziare l’Italia e per costringerla a diventare terra di conquista economica della speculazione internazionale.

Ma è molto improbabile che il disegno di liquidare il governo italiano per salvare le banche franco-tedesche possa andare in porto. In primo luogo perché l’affondo contro l’Italia, che rappresenta la terza economia europea, rischierebbe di trasformarsi in un colpo mortale per l’euro. Cioè per le stesse banche e gli stessi poteri “forti” tentati di far collassare il nostro paese per salvare se stessi.

In secondo luogo perché a difendere fino a gennaio un governo che oggettivamente è indebolito, impaurito, incerto sul da farsi e angosciato dal futuro prossimo si erge ormai con chiarezza il baluardo invalicabile degli interessi particolari delle opposizioni. Il paradosso italiano è infatti che il miglior alleato della maggioranza in bilico (ovviamente solo per i prossimi due mesi) è una opposizione che, a dispetto delle proprie richieste quotidiane di dimissioni del Presidente del Consiglio, di richiesta di governo tecnici o di esecutivi di larghe intese, vuole fortemente conservare Berlusconi a Palazzo Chigi almeno fino a Natale.

Non solo perché non ha alcuna possibilità di mettere in piedi una alternativa credibile ed immediatamente praticabile al centro destra. E non solo perché ha scoperto che da un punto di vista propagandistico le conviene continuare ad avere come bersaglio un Cavaliere che grazie al solito circo mediatico-giudiziario è già stato processato e condannato per ogni genere di nequizia (ovviamente non provata e non giudicata nelle aule dei tribunali).

Ma soprattutto perché i suoi principali leader hanno calcolato che il loro principale interesse è far restare in piedi l’attuale governo per i prossimi mesi per costringerlo a compiere il “lavoro sporco” delle misure impopolari richieste dall’Europa ed andare alle elezioni anticipate nella prossima primavera sfruttando a proprio vantaggio l’attuale sistema elettorale.
Il primo che accende i ceri alla Madonna per ottenere il miracolo della sopravvivenza del governo e delle elezioni anticipate in primavera con il “Porcellum” è Pierferdinando Casini. Il leader dell’Udc sa bene che il Terzo Polo con Fini, Rutelli e Lombardo non è un vantaggio ma una peso per il proprio partito.

Ma con le liste bloccate può fare la parte del leone nella scelta dei futuri parlamentari lasciando agli alleati pochi briciole e con il premio di maggioranza regionale del Senato può sperare di diventare il futuro ago della bilancia della politica italiana. Perché mai, allora, Casini dovrebbe premere per far cadere il governo adesso, far nascere un nuovo esecutivo, assistere al referendum sulla legge elettorale e correre il rischio di ritrovarsi con un nuovo “Mattarellum” destinato a stritolare il Terzo Polo? Lo stesso vale, ma per ragioni diverse, per Pierluigi Bersani.

Il segretario del Pd sa bene che le proprie possibilità di sopravvivenza politica sono condizionate dalle elezioni anticipate nella prossima primavera con l’attuale legge elettorale. In questo caso può sperare di determinare a proprio favore le liste del Pd, conquistare la maggioranza alla Camera facendo l’alleanza con Di Pietro e Vendola e convincere facilmente il Terzo Polo a trovare un accordo per il governo promettendo a Casini l’elezione alla Presidenza della Repubblica.
Certo, Casini e Bersani non sono gli unici attori dell’opposizione. Il primo ha dei pesi morti, il secondo dei nemici interni molto combattivi. Ma a Berlusconi bastano ed avanzano per arrivare a Capodanno. E poi? Poi si vedrà!

Contrassegnato da tag , , , ,

L’illusione di D’Alema

Ma ha una qualche possibilità di successo l’idea lanciata da Massimo D’Alema di un grande centro sinistra che raggiunga il sessanta per cento dei consensi del paese e tolga definitivamente di mezzo il centro destra e Silvio Berlusconi dal governo nazionale? Se vivessimo ancora negli anni della Prima Repubblica, quelli in cui a scegliere i governi e le alleanze su cui avrebbero dovuto poggiare erano i partiti rappresentanti in Parlamento e non il corpo elettorale, la risposta sarebbe sicuramente positiva.

Nessuno dubita che ci fosse un sistema elettorale proporzionale e se i governi dovessero nascere solo sulla base dei rapporti tra i gruppi dirigenti dei diversi partiti, un blocco di sinistra formato da Pd, Sel e Idv non avrebbe alcuna difficoltà a formare una coalizione di governo insieme con un Terzo Polo costituito dai fuoriusciti cattolici dalla sinistra dell’Api, dagli scissionisti del centro destra di Fli e dal nucleo dei centristi dell’Udc di Pierferdinando Casini.
Ma viviamo ancora nella Seconda Repubblica bipolare e maggioritaria. Quella in cui i governi vengono decisi dal voto diretto dei cittadini e dal premio di maggioranza che viene assegnato alla coalizione in grado di conseguire il maggior numero dei voti. E la circostanza ribalta completamente la possibilità di realizzazione dell’idea del grande centro sinistra lanciata da Massimo D’Alema.
Non perché sia impossibile o solo difficile che il Terzo Polo possa decidere di allearsi con il blocco di sinistra rappresentato da Pierluigi Bersani, Nichi Vendola ed Antonio Di Pietro. Nessuno dubita che Casini, nella previsione che la sinistra possa avere la meglio in termini di voti sul centro destra decida di entrare a far parte della famosa fotografia di Vasto per non perdere la possibilità di salire in tempo utile sul carro dei vincitori.

Ciò che appare meno probabile è l’eventualità che l’idea del grande centro sinistra possa trovare il consenso di una parte consistente della sinistra stessa. Il dubbio nasce dalla considerazione che a silurare la proposta di D’Alema ci ha pensato il significato politico della manifestazione degli “indignati” sfociata negli incidenti di sabato scorso a Roma.
Gli episodi di violenza, infatti, hanno offuscato la manifestazione ma non ne hanno nascosto il senso politico. Che è quello teso a voler dare una risposta intransigente e radicale alla crisi economica internazionale. Una risposta ispirata alla scelta non di pensare e correggere il sistema economico internazionale ma di contestarlo in blocco contrapponendo ad un modello esistente considerato genericamente liberista un modello ispirato ad un anticapitalismo fondamentalista da anni trenta stalinisti o fascisti.
Chi si lascia colpire dalla grande novità rappresentata dalla capacità di applicazione della moderna tecnologia che ha permesso la mobilitazione mondiale degli “indignati” può anche pensare di essere di fronte ad un fenomeno politico nuovo di risposta planetaria alla crisi economica mondiale.

In realtà il fenomeno è nuovo in quanto globale, ma è vecchio di almeno ottant’anni per quanto riguarda i suoi contenuti politici. Gli “indignati” vogliono superare il sistema capitalistico liberista per tornare a quel sistema dirigistico statalista che ha prodotto lo stato assistenziale burocratico, quello che ha garantito le generazioni del passato scaricando il costo delle garanzie eccessive e dei privilegi ingiustificati sulle generazioni future.
Non a caso le parole d’ordine degli indignati sostengono che “il debito non si paga”, che le liberalizzazioni e le privatizzazioni non si debbono realizzare e che lo stato deve finanziare il passaggio delle garanzie e dei privilegi delle vecchie generazioni alla generazione attuale attraverso una redistribuzione del reddito.

Può il movimento degli indignati, che chiede una nazionalizzazione delle banche da regime totalitario degli anni trenta, può entrare a far parte di quel grande centro sinistra indicato da Massimo D’Alema come la soluzione ottimale per tutti i guai del paese? Certo, tutto è possibile in un paese in cui il Governatore della Banca d’Italia che avrebbe dovuto controllare le banche nazionali e che ora si appresta a diventare l’esponente di punta della Bce dice che gli indignati hanno ragione nel contestare il potere esorbitante dei banchieri! Ma, a dispetto di D’Alema (e di Draghi) non sarà facile mettere insieme Marcegaglia e Caltagirone con i guastatori dei centri sociali!

Pensare al voto di primavera

Nessuno dubita che il governo riuscirà ad ottenere l’ennesima fiducia destinata a sanare l’incidente sul rendiconto dello stato. I partiti d’opposizione fanno il loro mestiere nel tornare ancora una volta a chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi. Ma sanno benissimo che è una richiesta impossibile.

Solo un pazzo potrebbe auspicare o ricercare una crisi al buio destinata probabilmente a sfociare nelle elezioni anticipate nel momento in cui la crisi economica e finanziaria internazionale non solo non si allontana ma, addirittura, si aggrava. Ma se il Cavaliere ed il centro destra contano di superare le difficoltà del momento puntando sulla gravità della crisi internazionale e meditano di usare l’assenza di alternative all’attuale governo per arrivare in questo modo fino alla scadenza naturale della legislatura, compiono un gravissimo errore.

Perché continuare ad andare avanti in questo modo, con una maggioranza lacerata da tensioni sempre più forti, non significa affatto applicare l’antica regola andreottiana che tirare faticosamente a campare è sempre meglio che tirare le cuoia. Significa logorarsi a tal punto da rinunciare in partenza non solo all’ipotesi, difficile ma non irrealizzabile, di tornare a vincere le prossime elezioni politiche ma soprattutto a non affrontarle con la certezza assoluta di subire una sconfitta epocale.
Puntare alla scadenza naturale della legislatura passando da una fiducia sul filo del rasoio all’altra, da una mezza crisi su Tremonti ad un’altra mezza crisi su Scajola, significa compiere lo stesso errore fatto dal centro sinistra durante i due anni dell’ultimo governo Prodi. Cioè convincere la maggioranza dell’opinione pubblica italiana che, come il centro sinistra ulivista, anche il centro destra non è in grado di governare il paese.

Se la maggioranza, sia pure con numeri più esigui del 2008, fosse coesa e compatta ed affrontasse senza discordie interne le crisi internazionale, il rischio non ci sarebbe. Potrebbe cercare di arrivare al 2013 sperando di avere la fortuna di intercettare nel frattempo un qualche segnale di ripresa per presentarsi agli elettori con il merito di aver favorito il superamento delle difficoltà.

Ma ai numeri esigui si aggiunge l’assenza di coesione. E, quindi, svanisce l’idea di poter sopravvivere per approfittare di una ripresa che presto o tardi dovrà pur arrivare. E rimane solo la prospettiva di un logoramento talmente profondo da diventare, come è stato il caso del centro sinistra ulivista prodiano, una sorta di vaccinazione contro il rischio di un nuovo governo di centro destra.
Se Berlusconi (ma anche Bossi e tutti gli altri esponenti con capacità di pensiero dell’attuale coalizione) non vogliono correre questo rischio, non debbono far altro che varare al più presto un serio provvedimento per lo sviluppo e puntare alle elezioni anticipate nella prossima primavera.

I numeri che vengono forniti da tutti i sondaggisti, sia quelli seri che quelli fasulli, sono molto meno preoccupanti di quanto si possa a prima vista pensare. Il vantaggio di circa sei o sette punti che al momento viene attribuito ad una eventuale coalizione di sinistra non deve trarre in inganno.

Il vero numero su cui riflettere e su cui puntare è dato da quel quaranta per cento di incerti e di indecisi di cui una parte è destinata all’astensione ma un’altra deciderà solo nelle ultime settimane della prossima campagna elettorale che che parte schierarsi. L’esito delle prossime politiche si gioca su questa parte di indecisi.

Una parte formata sicuramente da delusi del centro destra che, però, malgrado i mille motivi di critica e di contestazione della maggioranza, non sembra avere alcuna fiducia nella possibilità che l’opposizione possa comportarsi meglio. Andare avanti fino al 2013 nelle condizioni attuale significherebbe deludere definitivamente questo elettorato e costringerlo a scegliere la sinistra non per convinzione ma per disperazione.

Votare in primavera può far evitare la disperazione. Convincendo gli elettori che meglio del peggio di una sinistra incapace di governare è il meno peggio di un centro destra che almeno una speranza di innovazione liberale la dovrebbe rappresentare!

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Gli elettori tra Alfano e Casini

A partire da oggi, riprendo a pubblicare su “Orso di Pietra” i miei editoriali per L’Opinione. Scusate per la lunga assenza [Arturo Diaconale]

E’ stato un atto decisamente coraggioso quello compiuto da Angelino Alfano che, in contrasto con una campagna mediatica e politica di feroce criminalizzazione di Silvio Berlusconi, ha dichiarato senza mezzi termini che il Premier non si “accantona”. E’ stato coraggioso perché apertamente controcorrente rispetto alle pressioni delle opposizioni ed alle pretese delle lobby e dei loro giornali e televisioni.

Ma è stato anche un atto obbligatorio non per una questione di deferenza personale nei confronti del Cavaliere ma per una questione di semplice e scontata esigenza politica. Se è vero che la storia, come diceva Napoleone, la fanno i “grossi battaglioni”, è ancora più vero che la politica la fanno i grandi partiti.

Ed, in particolare, la fanno quei leader che riescono ad aggregare il maggior numero di consensi attorno alle proprie persone ed ai propri partiti. Calando questa osservazione sui risultati elettorali dal ’94 ad oggi si deve necessariamente registrare che sia quando ha perso che quando ha vinto Silvio Berlusconi ha raccolto attorno a se ed al proprio partito il consenso di circa un terzo degli italiani.

Che non è la maggioranza assoluta del cinquanta più uno ma che rappresenta sempre e comunque la maggioranza relativa degli elettori, quella maggioranza relativa che nei sistemi di democrazia liberale costituisce la base per la formazione dei governi. Proprio sulla base di questi numeri Berlusconi ha poi rappresentato per tutta la durata della cosiddetta Seconda Repubblica il collante di quello schieramento di centro destra che ha retto le sorti del paese in più occasioni nel corso di questi anni.

Il Cavaliere ha perso il ruolo di collante della propria coalizione di maggioranza? Non rappresenta più quella quota di elettorato che fino alle elezioni regionali dello scorso anno ha continuato a rappresentare la maggioranza relativa dell’elettorato? La risposta, a stare ai sondaggi che vengono effettuati quasi quotidianamente da istituti più o meno indipendenti su richiesta di tutti i partiti, indicano chiaramente che a dispetto delle campagne di criminalizzazione il Premier continua a conservare il consenso della stragrande maggioranza dei propri vecchi elettori.
Al punto che nessuno dei suoi nemici esterni al Pdl e dei suoi aspiranti concorrenti nel centro destra, mette minimamente un dubbio la certezza che se nell’area dei partiti di governo si dovessero oggi celebrare le primarie per scegliere il futuro candidato Premier, il vincitore sarebbe sempre e comunque il Cavaliere.

Questo significa che Berlusconi è inamovibile? Niente affatto, ché in politica tutto può sempre cambiare (ma nelle democrazie liberali il cambiamento deve avvenire non con le scorciatoie golpiste ma con il metodo democratico). Significa, più semplicemente, che i nemici di Berlusconi possono anche chiedere al Pdl ed al centro destra di accantonare il leader che rappresenta il principale ostacolo alle loro strade, ma che gli esponenti del Pdl e del centro destra non possono che seguire gli esempi di Angelino Alfano ed Umberto Bossi e rispondere picche alla richiesta .
Non solo perché se non lo facessero compirebbero un atto di resa ingiustificata nei confronti di chi, di sicuro, dopo non li “farebbe prigionieri”. Ma soprattutto perché dell'”accantonamento” dovrebbero rispondere ad un elettorato che non si lascia influenzare dai media delle lobby, dalle persecuzioni giudiziarie e dalla tendenza dello stesso Premier a farsi male da solo e che sarebbe disposto a rinunciare al leader su cui hanno appuntato le loro speranze di cambiamento solo in presenza di un altro leader capace di raccoglierne appieno l’eredità.

A sbagliare, allora, non è Alfano che difende il Cavaliere voluto dal terzo degli italiani. Sono quelli che avendo la rappresentanza di meno di un decimo degli elettori (come l’Udc di Casini) pretendono di condizionare la nascita di un grande partito moderato di democrazia liberale in Italia sul modello del Ppe alla rinuncia preventiva all’unico leader che potrebbe realizzare l’impresa.

Questo non significa che Casini si debba sottomettere al Cavaliere. Significa, più semplicemente, che se vuole sul serio dare vita al Ppe italiano l’Udc deve prendere atto della realtà dei rapporti di forza. E trattare e fissare le condizioni per realizzare insieme l’impresa.

Da L’Opinione del 12 ottobre 2011

Contrassegnato da tag , , , , , ,