L’illusione di D’Alema

Ma ha una qualche possibilità di successo l’idea lanciata da Massimo D’Alema di un grande centro sinistra che raggiunga il sessanta per cento dei consensi del paese e tolga definitivamente di mezzo il centro destra e Silvio Berlusconi dal governo nazionale? Se vivessimo ancora negli anni della Prima Repubblica, quelli in cui a scegliere i governi e le alleanze su cui avrebbero dovuto poggiare erano i partiti rappresentanti in Parlamento e non il corpo elettorale, la risposta sarebbe sicuramente positiva.

Nessuno dubita che ci fosse un sistema elettorale proporzionale e se i governi dovessero nascere solo sulla base dei rapporti tra i gruppi dirigenti dei diversi partiti, un blocco di sinistra formato da Pd, Sel e Idv non avrebbe alcuna difficoltà a formare una coalizione di governo insieme con un Terzo Polo costituito dai fuoriusciti cattolici dalla sinistra dell’Api, dagli scissionisti del centro destra di Fli e dal nucleo dei centristi dell’Udc di Pierferdinando Casini.
Ma viviamo ancora nella Seconda Repubblica bipolare e maggioritaria. Quella in cui i governi vengono decisi dal voto diretto dei cittadini e dal premio di maggioranza che viene assegnato alla coalizione in grado di conseguire il maggior numero dei voti. E la circostanza ribalta completamente la possibilità di realizzazione dell’idea del grande centro sinistra lanciata da Massimo D’Alema.
Non perché sia impossibile o solo difficile che il Terzo Polo possa decidere di allearsi con il blocco di sinistra rappresentato da Pierluigi Bersani, Nichi Vendola ed Antonio Di Pietro. Nessuno dubita che Casini, nella previsione che la sinistra possa avere la meglio in termini di voti sul centro destra decida di entrare a far parte della famosa fotografia di Vasto per non perdere la possibilità di salire in tempo utile sul carro dei vincitori.

Ciò che appare meno probabile è l’eventualità che l’idea del grande centro sinistra possa trovare il consenso di una parte consistente della sinistra stessa. Il dubbio nasce dalla considerazione che a silurare la proposta di D’Alema ci ha pensato il significato politico della manifestazione degli “indignati” sfociata negli incidenti di sabato scorso a Roma.
Gli episodi di violenza, infatti, hanno offuscato la manifestazione ma non ne hanno nascosto il senso politico. Che è quello teso a voler dare una risposta intransigente e radicale alla crisi economica internazionale. Una risposta ispirata alla scelta non di pensare e correggere il sistema economico internazionale ma di contestarlo in blocco contrapponendo ad un modello esistente considerato genericamente liberista un modello ispirato ad un anticapitalismo fondamentalista da anni trenta stalinisti o fascisti.
Chi si lascia colpire dalla grande novità rappresentata dalla capacità di applicazione della moderna tecnologia che ha permesso la mobilitazione mondiale degli “indignati” può anche pensare di essere di fronte ad un fenomeno politico nuovo di risposta planetaria alla crisi economica mondiale.

In realtà il fenomeno è nuovo in quanto globale, ma è vecchio di almeno ottant’anni per quanto riguarda i suoi contenuti politici. Gli “indignati” vogliono superare il sistema capitalistico liberista per tornare a quel sistema dirigistico statalista che ha prodotto lo stato assistenziale burocratico, quello che ha garantito le generazioni del passato scaricando il costo delle garanzie eccessive e dei privilegi ingiustificati sulle generazioni future.
Non a caso le parole d’ordine degli indignati sostengono che “il debito non si paga”, che le liberalizzazioni e le privatizzazioni non si debbono realizzare e che lo stato deve finanziare il passaggio delle garanzie e dei privilegi delle vecchie generazioni alla generazione attuale attraverso una redistribuzione del reddito.

Può il movimento degli indignati, che chiede una nazionalizzazione delle banche da regime totalitario degli anni trenta, può entrare a far parte di quel grande centro sinistra indicato da Massimo D’Alema come la soluzione ottimale per tutti i guai del paese? Certo, tutto è possibile in un paese in cui il Governatore della Banca d’Italia che avrebbe dovuto controllare le banche nazionali e che ora si appresta a diventare l’esponente di punta della Bce dice che gli indignati hanno ragione nel contestare il potere esorbitante dei banchieri! Ma, a dispetto di D’Alema (e di Draghi) non sarà facile mettere insieme Marcegaglia e Caltagirone con i guastatori dei centri sociali!

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