Archivio mensile:novembre 2011

L’arduo compito di Angelino Alfano

Angelino Alfano sostiene la necessità che il Pdl dia vita ad un nuovo soggetto politico  capace di unire sotto una nuova sigla tutti i moderati italiani. In pratica, a creare un nuovo partito in cui, accanto al Popolo della Libertà, ci siano anche la Lega e l’Udc e tutte le altre componenti minori dell’area del vecchio centro destra.
Ma il pericolo maggiore che grava sul progetto di Alfano, che poi è quello di realizzare in Italia il Partito Popolare Europeo, è che nel corso dell’opera si realizzi l’esatto opposto. Cioè che il Pdl, invece di essere il polo attrattore di Lega ed Udc, si spacchi tra chi vuole ad ogni costo rimanere legato al Carroccio di Umberto Bossi e chi considera ormai irreversibile la scelta dell’alleanza con il partito di Casini.
Il rischio è alto. Perché sul terreno locale il Pdl è strettamente legato con la Lega nelle tre più grandi regioni del Nord, in una ventina di province ed in un numero sterminato di comuni. Ma sul terreno politico nazionale, come ha preso atto con brutale franchezza Calderoli, ha ormai cancellato l’alleanza con il Carroccio scegliendo si sostenere senza limiti di tempo il governo tecnico di Mario Monti.
Nella Prima Repubblica questa differenza non avrebbe provocato alcun genere di sconquassi. Il vecchio Psi andava avanti tranquillamente partecipando alle giunte rosse nelle amministrazioni locali e svolgendo il ruolo di partner principale della Democrazia Cristiana nel governo nazionale. Nel breve periodo, quindi, è facile prevedere che Lega e Pdl possano sopportare senza particolari conseguenze la contraddizione di essere alleati a Milano ed avversari a Roma.
Ma su questo equilibrio precario grava il rischio rappresentato dal governo Monti. Perché fino ad ora l’esecutivo del “commissario” autodefinitosi “tedesco” non ha fatto un bel nulla smentendo con i fatti quella necessità e quella urgenza che ne avevano giustificato la forzosa nascita. Ma presto o tardi dovrà pure incominciare ad operare. Ed è facile prevedere che quando, come è stato annunciato ufficiosamente, toccherà le pensioni, reintrodurrà l’Ici sia pure con una denominazione diversa, imporrà una patrimoniale sia pure leggera (ma una una tantum su proprietà superiore ad un milione di euro è un atto pesante che colpisce buona parte degli italiani) e realizzerà altre misure tese a far stringere la cinghia agli italiani, la divaricazione tra Lega e Pdl tenderà fatalmente ad allargarsi. Perché il Carroccio non potrà perdere l’occasione per recuperare l’elettorato perso nel corso degli anni di governo cavalcando la protesta che salirà inevitabilmente dalle regioni e dai ceti che risulteranno più colpiti dal rigore di Monti. E perché il Pdl non potrà fare a meno di giustificare il proprio sostegno al governo tecnico per non smentire la sua scelta di forza responsabile che si sacrifica in nome dell’esigenza nazionale di fronteggiare l’emergenza.
I nemici dell’alleanza tra Berlusconi e Bossi e quanti lavorano per far fallire il progetto bipolare di Alfano sperano, dunque, che sia Monti con le sue misure a tagliare a metà il Pdl dividendolo in maniera traumatica tra chi non vuole perdere le alleanze locali con la Lega ed i legami con il proprio elettorato e chi ha già cancellato l’esperienza bipolare e punta proprio a lacerare il Pdl per dare vita ad un nuovo centro  post-democristiano con cui restaurare la Prima Repubblica proporzionalista.
Silvio Berlusconi ha assicurato che lavorerà con il massimo impegno, sia pure dietro le quinte, per tenere unito il Pdl, salvare l’alleanza con la Lega e dare un contributo di responsabilità al governo Monti. Ma è chiaro che il compito più difficile spetta ora ad Angelino Alfano. Che deve giocare una partita molto delicata e rischiosa per  impedire uno smembramento che porterebbe fatalmente alla dissoluzione del Pdl. Sulla carta l’unico strumento su cui può contare per scongiurare un pericolo del genere è il condizionamento del governo. Nella realtà non può limitarsi a frenare gli eccessi di rigorismo o di dipendenza dai poteri forti dell’esecutivo del commissario tedesco. Ha bisogno di una strategia più alta e di maggiore respiro. Si affretti a trovarla. Altrimenti è bruciato!

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Il liquidatore dei gioielli

Adesso si dice che il problema di Mario Monti sia quello di avere un governo che non sa comunicare. Perché, poverino, è formato da tecnici che non hanno l’esperienza e la competenza necessarie per utilizzare al meglio i canali della moderna comunicazione multimediale.
Ma questa storia del governo tecnico che non comunica perché al proprio interno non ha tecnici della comunicazione è decisamente ridicola. Non solo perché gran parte dei personaggi che fanno parte dell’esecutivo non vengono dalla montagna del sapone ma da esperienze professionali perfettamente calate nella società della comunicazione e dell’immagine. Ma soprattutto perché il governo tecnico può contare su un supporto comunicazionale che nessun governo precedente (tranne quello dell’epoca dell’autoritarismo fascista) ha mai avuto a propria disposizione. Cioè il sostegno pieno, assoluto, acritico ed in qualche caso anche un po’ ottuso, della totalità della grande stampa nazionale. Tutti i principali giornali italiani, tutte le principali reti televisive, tutte la maggiori reti radiofoniche nazionali sono apertamente schierate a sostegno e ad esaltazione del professor Mario Monti e del suo esecutivo.
Perché, allora, si ha l’impressione che il governo non sappia o non riesca a comunicare? La risposta è addirittura banale. Perché neppure il pensiero unico riesce a colmare il vuoto del pensiero inesistente. Il governo, in sostanza, non comunica perché, al momento, non ha nulla da comunicare. Non ha individuato i sottosegretari ed i vice ministri. Non ha ancora messo a punto il pacchetto di riforme “impressionanti” con cui dovrebbe consentire al paese di fronteggiare e superare la crisi.
Monti, dunque, a dispetto della necessità e dell’urgenza che hanno motivato il suo avvento a Palazzo Chigi, non riesce a muoversi. O meglio, si muove con grande lentezza in mezzo ad enormi difficoltà. Che sono quelle poste dalla condizione di dover contrattare preventivamente con i partiti di una maggioranza emergenziale (cioè occasionale e non politica) i passi più banali come quelli della scelta dei sottosegretari. Ma che nascono soprattutto dalla circostanza, ormai evidente anche ai ciechi, che la crisi non è domestica ma internazionale. E che per uscirne non basta avviare una, sia pur indispensabile ed urgentissima, fase di grandi riforme strutturali all’interno del paese ma bisogna attendere l’esito della guerra all’euro lanciata dai grandi centri di potere finanziario e politico anglosassoni. Il nostro, in altri termini, è un fronte marginale, secondario. La sorte della guerra si decide a Berlino, a Parigi, a Francoforte, a Londra , a New York. Non sappiamo chi vincerà. Sappiamo solo che chiunque riuscirà a spuntarla, siano i poteri forti anglosassoni o i poteri forti tedeschi o franco-tedeschi, imporrà la proprie decisioni ad una Italia privata della propria sovranità nazionale ed obbligata ad allinearsi come tutti gli altri paesi deboli dell’Europa.
Monti, dunque, ha poco da comunicare. Potrà nei prossimi giorni sciogliere il nodo dei sottosegretari e presentare un pacchetto di misure composto solo dai soliti aumenti di tasse e gabelle (quelle sui consumi e quelle sulla casa). Ma, per il resto,  dovrà solo aspettare l’esito del conflitto mondiale in corso sperando di non essere costretto a passare alla storia come l’uomo della definitiva rinuncia alla sovranità nazionale dello stato unitario italiano. Nell’attesa, comunque, il Presidente del Consiglio dovrebbe chiedere alla stampa amica di non marchiarlo negativamente prima del tempo. Faccia sapere a chi di dovere, ad esempio, lui che è stato un autorevole editorialista del “Corriere della Sera”, che se il vertice di via Solferino lancia la campagna di vendita a spezzatino di Finmeccanica e di privatizzazione di  Eni ed Enel mette in difficoltà il governo. Fa sospettare che sta in piedi senza legittimità democratica solo per realizzare la svendita a pezzi stracciati dei gioielli di famiglia del paese. Il ché è un perfetto esempio di comunicazione negativa: Monti il liquidatore!

L’ “impressione” degli italiani

Sarà il caso che il Presidente della Repubblica, visto che il governo in carica è intestato al Quirinale, intervenga. E spieghi al Presidente del Consiglio che, dopo aver “impressionato” la Merkel e Sarkozy con l’illustrazione delle misure da lui previste per affrontare l’emergenza della crisi, si affretti ad “impressionare” anche il Parlamento e l’opinione pubblica italiana. Perché in democrazia funziona così. Ed anche se il governo è del Presidente e nasce per salvare il salvabile di una economia disastrata attraverso il forcipe di procedure ai limiti della forzatura di stampo autoritario, non può relazionare i capi di stato stranieri sui provvedimenti che intende applicare all’interno del proprio paese e continuare a tenere riservati questi provvedimenti rispetto al paese stesso.
Nessuno dubita che Mario Monti possa considerare normale un comportamento del genere. La riservatezza è la regola più apprezzata nel mondo ristretto e particolare dove ha vissuto fino ad ora, quello dei massimi vertici burocratici europei, della Trilateral, della Goldman Sachs e della Bocconi. Ed è naturale che nello svolgere il ruolo inedito di Presidente del Consiglio, il professore tenda a rispettare la regola principale a cui si è attenuto fino ad ora. Ma nei sistemi democratici la riservatezza non è una regola ma rappresenta solo uno stile. La regola da applicare e rispettare è quella della ricerca e della conservazione del consenso attraverso la comunicazione trasparente tra vertice politico e cittadini, tra rappresentanti e rappresentati. Certo, quella comunicazione può essere misurata, graduata, centellinata a secondo le necessità poste dalle diverse circostanze.
Ma non può essere mai apertamente negata. O, peggio, come è capitato a Strasburgo, assicurata riservatamente alla Cancelliera tedesca ed al Presidente francese lasciando intendere che il governo giudichi molto più importante cercare l’assenso preventivo dei potenti stranieri piuttosto che il consenso dei cittadini italiani.
Certo, nessuno ignora che un governo non provvisto di una maggioranza politica debba muoversi con estrema cautela per non urtare la suscettibilità e gli interessi di chi gli ha assicurato una fiducia non piena ma condizionata ai provvedimenti da prendere ed al tempo dell’emergenza. Ma proprio in nome di questa cautela sarebbe opportuno che il Quirinale intervenisse per spiegare a Monti che dopo aver abbandonato tutti gli incarichi in Trilateral, Goldman Sachs e Bocconi deve anche abbandonare il metodo di lavoro tipico delle stanze chiuse e riservate dove si ritrovano i vertici di simili organizzazioni.
Il rischio, in altri termini, è che il governo costruisca con le proprie mani ostacoli più difficili da affrontare di quelli già esistenti. E lo faccia senza avere neppure la consapevolezza di compiere un grave errore visto che può contare su una stampa amica che lo sostiene in maniera talmente acritica da rasentare una piaggeria addirittura ridicola e controproducente.
Se dunque il governo è del Presidente, intervenga il Presidente stesso a ricordare a Monti come ci si deve comportare una volta uscito dalla casta dei mandarini ed entrato in quella di chi deve comunque rispondere del proprio operato ai cittadini.
Il caso della nomina dei sottosegretari è fin troppo indicativo. Il Presidente del Consiglio non riesce a districarsi tra le richieste e le spinte dei partiti che lo appoggiano esternamente in Parlamento, le necessità di completare rapidamente la squadra di governo e l’esigenza di non cambiare con la scelta di personaggi troppo politicizzati la caratteristica tecnica del proprio governo? Napolitano spieghi a Monti che per uscire dall’impasse non deve far altro che rendere trasparente l’operazione agli occhi del paese ed illustrare in Parlamento i criteri che intende adottare per la scelta dei sottosegretari. L’unico rischio che deve evitare è di dare l’impressione, come ha fatto a Strasburgo, di attendere sempre e comunque il via di Sarkozy e della Merkel.
Alla lunga la sensazione di essere un protettorato può stancare ed irritare!

L’anomalia consolare

Nessuno può auspicare il fallimento del governo tecnico guidato da Mario Monti. Perché non ci sono altre soluzioni alternative oltre a quella rappresentata dalla nascita del “governo del Presidente”. E se Monti non riuscisse nella sua impresa di portare il paese fuori della grande crisi, non si avrebbe altra strada che andare ad elezioni destinate a sfociare o nella polverizzazione del quadro politico e nella ingovernabilità o, peggio, nella polverizzazione dello stato unitario.
Monti, allora, rappresenta l’ultima spiaggia. E come tale va sostenuto. Ma questa consapevolezza non può impedire di non riconoscere la profonda anomalia che il suo esperimento governativo rappresenta. L’esecutivo tecnico nasce da una forzatura del Presidente della Repubblica e si fonda su una sostanziale sospensione della normale dialettica democratica del sistema politico. Chi ha paura delle parole non osa parlare di esperimento ricalcato dagli esempi dei “dittatori” a tempo degli antichi romani o   dei governi dei consoli fondati sulla temporanea sospensione delle prerogative e delle funzioni del senato. Ma chi non si spaventa di usare paragoni storici così forti non può evitare di rilevare come l’attuale esecutivo, come qualsiasi altro esempio di “governo del Presidente”, rappresenti una forzatura ed una forte anomalia democratica. Certo, Monti ha il taglio fisico del professore e non di Pompeo o di Cesare, ma, sia pure con la sua aria misurata e dimessa rappresenta una parentesi di stampo autoritario nella vita democratica del paese. Sicuramente necessaria ma altrettanto sicuramente autoritaria.
Avere coscienza di un simile fenomeno significa non dimenticare mai che la parentesi autoritaria non può che essere limitata.
Tanto più che nel nostro paese sappiamo bene come finiscono le vicende degli “uomini della Provvidenza”: partono per essere brevi e durano un ventennio!
Invece c’è chi si rifiuta di considerare a tempo l’esperimento ed inizia a sostenere la necessità non solo di non prevedere un termine al governo tecnico ma di istituzionalizzare il fenomeno trasformandolo nella base di una futura ristrutturazione del sistema politico italiano. I teorici di questi proposta sono di due diverse categorie. Ci sono i nostalgici del compromesso storico che sostengono come l’unica forma di governo possibile per un paese come l’Italia sia quella fondata sull’intesa tra cattolici e sinistra che ha la sua radice nella resistenza e nella Costituzione. Una forma che, è stata tradita prima da De Gasperi e poi dal regime democristiano imposto dalla guerra fredda, ha trovato una brevissima applicazione nella metà degli anni ’70 in nome dell’emergenza contro il terrorismo a sua volta cancellata dagli anni dell’edonismo craxiano e dalla lunga parentesi di immoralità berlusconiana.
Ai nostalgici dell’intreccio delle parodie del berlinguerismo e del moroteismo (quelli, per intenderci, alla Pisanu) si affiancano i più pericolosi ed irresponsabili nemici della democrazia dell’alternanza. Cioè i fautori del perenne immobilismo di un centro che non sia il frutto di una fusione politica e culturale di forze diverse ma dalle stesse radici ma la conseguenza di un compromesso di semplice potere tra partiti naturalmente in contrasto ed in competizione. Costoro vorrebbero che l’anomalia del presente diventasse la normalità del futuro. E l’esperimento del governo tecnico servisse a creare le condizioni per la formazione di un sistema politico fondato sul superamento del sistema bipolare e della democrazia dell’alternanza e sul ritorno ad un sistema promozionale destinato a stabilizzarsi attraverso il patto di potere tra il Terzo Polo ed i segmenti più consistenti dei due partiti maggiori Pdl e Pd e la marginalizzazione fuori di questo nuovo arco costituzionale dei partiti cosiddetti estremisti. Il tutto, come il caso di Pierferdinando Casini, per affermare una sorta di nuova ed inedita centralità post-democristiana. Quella fondata non su una nuova Dc ma su una singola persona: se stesso.
Auguri!

Se la politica vince l’emergenza

La spiegazione è che prima debbono “studiare”. E che non appena avranno “studiato” ed approfondito le questioni sul tappeto, i ministri del governo tecnico guidato da Mario Monti procederanno ad approvare le misure in grado di dare una soluzione alla crisi economica.
Ma la spiegazione non convince. Perché il tempo di “studiare” Mario Monti ed i suoi ministri tecnici lo hanno avuto da sempre. Gran parte di loro proviene dal mondo accademico dove si “studia” per professione. E la parte restante viene dal mondo bancario o professionale dove l’attività si fonda sempre e comunque sullo “studio”. D’altro canto sono mesi che il Presidente del Consiglio passa da un convegno ad un altro, da un editoriale all’altro, da una dichiarazione all’altra e lascia intendere di essere il solo ed unico depositario della ricetta per uscire dalla crisi.
Qual’è, allora, la ragione per cui le ragioni dell’emergenza che hanno portato alla crisi del governo Berlusconi ed alla formazione-lampo del governo Monti si sono affievolite e l’esecutivo che avrebbe dovuto intervenire con la massima urgenza possibile rinvia quelle decisioni incisive di cui tutti parlano genericamente ma che nessuno conosce nello specifico?
La spiegazione, molto più convincente di quella tirata in ballo dal governo e dal pensiero unico conformista che lo sostiene in maniera assolutamente acritica, è che i tecnici si trovano di fronte alla assoluta necessità di fare i politici. E l’impresa è meno facile di quanto possa apparire a prima vista. Perché Monti sarà stato pure calato in maniera autoritaria dai poteri forti internazionali e nazionali al vertice del paese, ma non può comportarsi come se fosse a capo di una giunta rivoluzionaria di rettori e di banchieri travestiti per l’occasione da colonnelli sudamericani. Deve tenere conto che i provvedimenti del governo dovranno essere presentati in Parlamento e dovranno essere prima discussi e successivamente approvati dalle forze politiche. E deve, conseguentemente, considerare che questo passaggio dovrà avvenire avendo preventivamente accolto il consenso dei partiti che hanno votato in maniera così massiccia la fiducia e delle forze sociali che hanno firmato la cambiale in bianco al gruppo dirigente proveniente da università e banche.
Senza il consenso preventivo, infatti, la maggioranza salterà ed il governo andrà automaticamente in crisi. La prudenza e la rimozione delle ragioni dell’emergenza, dunque, nascono dalla legittima preoccupazioni del governo tecnico di non compiere errori politici. Fino a quando si tratta di varare un provvedimento come quello su Roma Capitale che scontenta la Lega, cioè l’unica forza apertamente schierata all’opposizione, tutto va bene. Ma che succede quando si passa a toccare questioni su cui la vasta maggioranza odierna è divisa e lacerata? Il rischio di frattura è dietro l’angolo. E se oggi appare ridotto perché la luna di miele di Monti con l’opinione pubblica rende improbabile la dissociazione immediata di qualche partito, più il tempo passa e più il pericolo diventa concreto.
All’indomani della nascita del nuovo esecutivo si era immaginato che, puntando sull’onda di consenso che lo aveva portato trionfalmente a Palazzo Chigi, il nuovo Presidente del Consiglio scoprisse immediatamente le carte realizzando subito la manovra degli inevitabili sacrifici. Ma non è stata questa la strategia scelta dal governo. Monti preferisce operare in maniera più lenta e più prudente per preparare il terreno politico e sociale ed evitare il più possibile i conflitti. Il tecnico, dunque, ha scelto di diventare politico. Il ché può essere una scelta felice. Ma solo a condizione che la ricerca del consenso non avvenga ad ogni costo e tenendo conto solo delle richieste e della potenziale pericolosità delle forze politiche e sociali maggiori. Perché in quel caso il tecnico diventerebbe un pessimo politico. Gli italiani hanno già dato!

Tocca a Monti iniziare a tagliare

Nella Prima Repubblica nessuno ha mai dubitato che i partiti cosiddetti democratici fossero finanziati illecitamente dal sistema delle partecipazioni statali ed il Pci da quello dell’intreccio tra cooperative ed amministrazioni locali di sinistra . Quello che agli occhi dei giustizialisti della prima metà degli anni ’90 sembrava un mistero finalmente svelato era , in realtà, un dato strutturale lasciato in eredità dalla guerra fredda e dal compromesso sostanziale con cui le forze politiche italiane avevano attraversato il lunghissimo dopoguerra del nostro paese.
Si trattava, ovviamente, di un dato strutturale deviato . Che una volta emerso ufficialmente e denunciato con la massima enfasi avrebbe dovuto essere rapidamente corretto.
Nel momento in cui la Seconda Repubblica entra in crisi ci si accorge, invece, che quel dato deviato è ancora strutturale. Che tutti i partiti dell’arco cosiddetto democratico hanno continuato, da Tangentopoli ad oggi, a finanziarsi tranquillamente attraverso le ultime grandi aziende pubbliche , quelle che fanno capo a Finmeccanica. E che , come dimostra fin troppo chiaramente il caso penati, il maggior partito della sinistra erede della tradizione comunista , non ha messo un solo istante di trarre alimento solo dal sistema delle cooperative alimentate dalle amministrazioni locali . Con un aggravante comune. Che dalla metà degli anni ’90 ad oggi è anche esploso in tutte le città ed i paesi italiani il fenomeno del “ mattone “ al servizio della politica . Cioè della speculazione nel settore edilizio , che non riguarda solo le abitazioni private ma le grandi strutture come i centri commerciali , realizzata per finanziare non solo e non tanti i partiti quanto le centinaia e centinaia di singoli componenti del ceto politico nazionale senza distinzione di  colore e collocazione.
Il caso Finmeccanica è dunque come il caso Penati. Non è la spia di un fenomeno da scoprire ma è la dimostrazione di una degenerazione fin troppo nota . Che va sicuramente combattuta sul terreno giudiziario ma che , come Tangentopoli insegna, non può essere debellata dalla sola azione della magistratura. Se il difetto è strutturale,  il rimedio non può non essere strutturale. L’arma giudiziaria può aiutare ma quella decisiva deve essere necessariamente quella della politica. Cioè di una grande riforma tesa ad impedire una volta per tutte l’intreccio tra ceto politico ed affari, tra partiti e società pubbliche, tra amministrazioni locali ed aziende che vivono solo di appalti e di commesse dello stato.
Naturalmente nessuno si illude che l’operazione sia semplice. Che basti proclamare la necessità della separazione tra politica ed affari per vederla realizzata. Perché l’intreccio è forse talmente fitto da risultare inestricabile ed irriformabile.
Ed allora? L’unica strada possibile , visto che colpire il mondo dell’impresa significherebbe segare il ramo su cui si è tutti seduti, è di cercare di svuotare progressivamente il ceto politico ormai abituato ad utilizzare il pubblico per il finanziamento dei partiti o ( da quindici anni a questa parte in maniera più massiccia) per l’arricchimento personale.
Si tratta, in sostanza, di ridimensionare drasticamente il ceto politico con una riforma istituzionale destinata a ridurre non solo i componenti degli infiniti centri di potere e di spesa che rappresentano le metastasi dello stato burocratico-assistenziale ma anche a tagliare gli stessi centri di potere e di spesa.
Il governo tecnico di Mario Monti ha l’occasione di compiere ciò che non è stato neppure tentato dai governi politici che lo hanno preceduto. Non si occupi solo di reintrodurre l’Ici ma si faccia anche carico della necessità di colpire al cuore il meccanismo del malaffare smantellando le strutture e rimuovendo gli uomini che lo producono. “ Vasto programma”, come avrebbe detto De Gaulle ? Sicuramente si. Ma una volta si deve pur incominciare !

Il rischio del correntismo

E’ solo il primo di una lunga serie il convegno dei socialisti riformisti del Pdl che si è svolto la settimana scorsa a Milano su iniziativa di Fabrizio Cicchitto, Renato Brunetta , Francesco Colucci . All’incontro della componente che si richiama ai valori del riformismo socialista seguiranno inevitabilmente gli incontri, i convegni ed i seminari di tutte le altre diverse componenti del partito fondato da Silvio Berlusconi. Dai cattolici delle più diverse anime ai gruppi diversificati degli ex Alleanza Nazionale fino ai liberali , ai laici ed ai berlusconiani puri e duri.
Il fenomeno è la conseguenza naturale della fine dell’esperienza del terzo governo del Cavaliere . Nel momento in cui si esaurisce una fase politica, che è quella nata dal trionfale esito per il Pdl delle elezioni del 2008 , e se ne apre una nuova e diversa contrassegnata da incognite, dubbi ed incertezze, è scontato che all’interno di un partito dove una forte leadership ha tenuto insieme uomini e donne provenienti da storie politiche diverse , scatti la corsa a riacquistare un minimo di certezze puntando sui valori ideali delle proprie più profonde radici.
Il fenomeno, dunque, è scontato. Ed in una certa misura addirittura benefico. Perché non legato a preoccupazioni ed esigenze di potere , come quando il gioco delle correnti è condizionato dalla esigenza di conquistare presenze e ruoli all’interno del governi. Ma teso solo a riconsiderare e rilanciare le ragioni dell’impegno politico nella prospettiva di superare il momento di difficoltà del partito e del paese ed avviare un nuovo e più proficuo inizio. Il dibattito correntizio nel Pdl, dunque, può e deve e servire ad uscire dalla depressione provocata dalla sostituzione del governo di centro destra con il governo dei tecnici e dei burocrati imposto dai poteri sovranazionali . Ma per conseguire il proprio obbiettivo deve necessariamente svolgersi evitando accuratamente di scivolare in quella nostalgia del correntismo della Prima Repubblica che porterebbe fatalmente alla balcanizzazione del Pdl, cioè alla sua esplosione e distruzione in mille pezzi privi di qualsiasi peso e valore politico.
L’impresa non è affatto facile. Perché , in un quadro pieno di confusione, il richiamo alle certezze antiche delle proprie radici è sicuramente il più immediato ed efficace . E perché , di converso, mai come in questo momento quella leadership fortissima che aveva tenuto legate le diverse componenti del mondo liberale , cattolico e riformista appare indebolita  e , soprattutto, obbligata a mantenere un profilo basso dal ricatto dei poteri forti sulla sopravvivenza delle proprie aziende.
Come se ne esce, allora ? Di sicuro non con la polemica tra chi vuole le elezioni anticipate e chi , proprio per evitare il rischio di subire una sconfitta cocente, chiede di turarsi il naso e sostenere il governo usurpatore della politica. Di sicuro se ne può uscire accettando con estremo realismo le condizioni del nuovo quadro politico, dalla vittoria dei “ poteri esterni” all’azzoppamento di Silvio Berlusconi. E partendo proprio da queste condizioni per elaborare una risposta politica complessiva alla crisi ed alla richiesta di certezze nuove che proviene non solo dalle diverse componenti del Pdl ma dall’intera opinione pubblica del paese senza distinzione di colori e di schieramenti.
L’operazione è facilitata dal chiarimento, talmente netto da apparire addirittura brutale, avvenuto in queste settimane non solo in Italia ma in gran parte dell’Europa. Se alla crisi economica globale i massimi poteri mondiali danno una risposta tecnocratica basata sulla mortificazione delle sovranità nazionali e delle regole democratiche fondate sul governo espresso dal popolo contrapposto a quello degli ottimati ( illuminati o meno che siano), la risposta politica di una forza s liberale, cattolica e riformista, cioè di una forza autenticamente democratica, deve passare necessariamente sulla rivendicazione delle ragioni della democrazia e sul recupero delle sovranità nazionali come condizione essenziale per costruire su basi più solide l’Europa ed anche un ipotetico governo mondiale.
La contrapposizione, in altri termini, è tra democrazia liberale ed elitarismo autoritario . Oggi come in passato.

Un Cavaliere ricattato ma vivo

Possono stare tranquilli quelli che hanno fatto dell’antiberlusconismo una professione.
Il Cavaliere non si è volatilizzato dopo aver perso la poltrona di Palazzo Chigi e non ha alcuna intenzione di sedere sulla panchina dei giardinetti a guardare mestamente e da lontano le giovani baby-sitter in attività di servizio. Il loro nemico tanto amato ed odiato, quello da cui hanno tratto fama e fortuna, è sempre presente. E fino a quando non sarà richiamato fisicamente dal Signore potrà continuare ad essere il loro bersaglio e la loro unica risorsa.
Rassicurati gli antiberlusconiani bisogna tranquillizzare i berlusconiani e quelli che pur non essendo dei fans del Cavaliere hanno visto e continuano a vedere nel leader del Pdl l’unica speranza di cambiamento e di innovazione in un paese segnato da conservatorismi e conformismi profondamente radicati.
L’impresa, paradossalmente, è più difficile. Perché per rassicurare gli antiberlusconiani basta fare riferimento all’intervento pronunciato ieri a Montecitorio  dal Cavaliere in occasione del dibattuto sulla fiducia al governo Monti. Rilevare la vitalità e la voglia di battersi messa in mostra dal leader del Pdl. E ricordare tutte le volte in cui chi lo ha dato per superato e scomparso si sia dovuto ricredersi.
Per tranquillizzare gli altri, invece, bisogna compiere uno sforzo maggiore. Perché non basta assicurare che d’ora in avanti Berlusconi potrà sfruttare le tensioni ed i malumori che il governo tecnico dovrà necessariamente suscitare per recuperare quel consenso nel popolo del centro destra che si era pesantemente ridotto nel corso dell’ultimo anno.
E, sulla base dei sondaggi in risalita, potrà dedicarsi all’impresa di tenere unità le varie anime in agitazione di un partito uscito malconcio e sfrangiato dalle tensioni seguite al fallito ribaltone ad opera dei finiani del 14 dicembre dello scorso anno. Bisogna convincere i sostenitori acritici e raziocinanti del Cavaliere che   Berlusconi non ha solo la voglia e la capacità fisica e mentale di restare in campo sia pure in un ruolo diverso da quello del passato ma ha anche la possibilità reale e concreta di farlo.
Il punto da dimostrare è legato al conflitto d’interesse del proprietario di Mediaset. Quel conflitto d’interesse che per quasi vent’anni i suoi nemici hanno strenuamente ed inutilmente combattuto considerandolo come l’elemento di maggiore forza nel nemico da abbattere. E che invece si è rivelato negli ultimi giorni, quelli che hanno preceduto la nascita del governo Monti, il vero ed unico tallone d’Achille del leader del Pdl.
Nessuno dubita, infatti, che la resistenza alla “sospensione della democrazia” per mano dei tecnici imposti dalla finanza e dalle banche estere e nazionali sarebbe stata molto più tenace se sulle spalle del Cavaliere non fosse piombata la minaccia concreta di vedere spazzata via l’azienda di famiglia dall’azione della speculazione internazionale. Può essere che la minaccia non sia stata esplicita e dichiarata. Può essere che a Berlusconi sia stata fatta la classica “offerta che non si può rifiutare”. Sta di fatto che dopo l’affondo in Borsa contro Mediaset, il Cavaliere si sia visto costretto a uscire con le mani alzate da Palazzo Chigi ed a fare il più evidente buon visto a cattivo gioco.
Questo ricatto, che in passato Berlusconi ha sempre sventato e che oggi sembra essere diventato più  pensante grazie all’intervento dei “poteri forti” internazionali, non è di quelli che scompaiono. Si può stare certi che ricomparirà in maniera sempre più brutale ed esplicita ogni qual volta al Cavaliere salterà in testa l’idea di staccare la spina al governo dei tecnici che ha sospeso la democrazia.
Ed allora? Allora non c’è che una strada. Che non è quella di consigliare a Berlusconi di liberarsi del proprio conflitto d’interessi perché i “poteri forti” non rinunceranno tanto facilmente al loro strumento di ricatto. Ma è quella di con vincere il maggior numero di italiani che se lo scudo del Cavaliere è indebolito tocca a loro impugnare la spada per difendere la libertà e l’identità nazionali.
La partita per uscire dalla sospensione della democrazia non si giocherà più in Parlamento ma nella società civile!

La questione dell’egemonia

Ora che si conosce finalmente il programma del governo Monti e si può prendere atto che non contiene nessuna ricetta miracolistica in grado di far calare d’istante lo spread o cancellare con un tratto di penna il debito pubblico, la domanda che ci si deve porre è quale sia la ragione per cui il nuovo esecutivo abbia potuto godere, prima ancora di essere formato e di aver reso noto le sue intenzioni programmatiche, di un consenso acritico così ampio e convinto tra le forze politiche e nell’opinione pubblica nazionale.
Una risposta può essere che il consenso aprioristico e la cambiale in bianco firmata dagli italiani a Monti è la conseguenza naturale ed obbligata del dissenso e nel credito di fiducia accumulati da Silvio Berlusconi negli ultimi due anni della sua terza esperienza a Palazzo Chigi.
La risposta è corretta ma molto parziale. Perché l’entusiasmo preventivo per Monti non è solo il frutto della delusione per Berlusconi ma anche il punto d’arrivo di una diffidenza e di un rifiuto generalizzato per la politica in genere che sono nati sicuramente dalla incapacità della stessa politica di rispondere alle attese popolari con serietà e competenza. Ma che sono anche il frutto di una campagna mediatica che non ha precedenti nella storia del nostro paese (se non ai tempi del regime fascista) per ampiezza, insistenza, determinazione ed incredibile conformismo.
Se oggi Monti viene salutato come salvatore della Patria, se è nato un governo in cui non figura nessun eletto dal popolo, se il paese è stata di fatto commissariato dai grandi poteri stranieri e nostrani, se l’avvento dell’esecutivo tecnico viene salutato come una pausa salutare per la rigenerazione di una politica malata (curiosamente anche l’avvento di Pinochet in Cile ebbe la stessa motivazione ), una buona parte di ragione sta nella ossessiva e tambureggiante campagna condotta per anni da tutti i grandi media del paese contro non solo il Cavaliere ma l’intera classe politica.
Non si è trattato di una normale campagna rivolta al semplice obbiettivo di liquidare una volta per tutte Berlusconi. Si è trattato di una operazione più complessa, più raffinata e più ambiziosa indirizzata a conquistare in maniera definitiva ed irreversibile quella egemonia culturale e politica che era stata in passato l’obbiettivo indicato da Antonio Gramsci per la classe operaia e che è diventata il risultato conseguito da una casta più esclusiva ed intoccabile di quella politica.
L’operazione è partita da lontano ed è stata portata avanti con grande capacità mobilitando tutte le risorse mediatiche dei cosiddetti “poteri forti”. Ed ha conseguito il clamoroso risultato di riuscire in quell’impresa di cacciare il Cavaliere su cui avevano fallito i partiti e la magistratura. Ma a questo risultato si è aggiunto quello più alto ed importante di aver conquistato in maniera definitiva quell’egemonia culturale che ha prodotto il pensiero unico del consenso acritico e generalizzato per il governo della emarginazione della politica e del trionfo dei “padroni” reali del paese.
Il centro destra, che pure sostiene l’esecutivo simbolo della sua sconfitta, ha la responsabilità di aver favorito in maniera dissennata questa operazione. Non aver capito in tutti questi anni che il terreno della comunicazione è quello dove si combatte per la conquista dell’egemonia è stato un errore marchiano e clamoroso. E non aver fatto crescere una generazione di comunicatori di cultura liberale è stato non solo un errore ma addirittura una ignominia. Ma la sinistra sbaglia nel salutare con soddisfazione la sconfitta subita dal centro destra sul piano della comunicazione. Perché la conquista dell’egemonia da parte dei media dei poteri forti è stata compiuta soprattutto ai suoi danni. Da adesso in poi saranno proprio le forze politiche e culturali della sinistra il bersaglio del pensiero unico dei media dei “padroni”. Per imporre una volta per tutte la supremazia della supercasta sulle vecchie caste minori ed in disarmo!

Il problema dell’unità del Pdl

Nasce il governo d’emergenza di Mario Monti e nasce per il Pdl l’emergenza della propria unità. Il vero problema che assume autentica rilevanza sulla scena politica nazionale non è se e per quanto il nuovo esecutivo riuscirà ad andare avanti . E’ se il Pdl riuscirà a rimanere nel breve e nel medio termine una forza unità e coesa . O se , invece, non riuscirà a frenare quel processo di sfrangiamento che ha portato alla caduta del governo Berlusconi e che potrebbe concludersi in una devastante e definitiva esplosione.
E’ chiaro, infatti, che la sopravvivenza e la durata del governo Monti è strettamente legata alla sorte del Pdl. Se il partito di maggioranza relativa nell’attuale Parlamento riesce a rimanere unito, ha la possibilità di staccare a proprio piacimento la spina a Monti. Ma se il Pdl si dissolve , il governo d’emergenza rischia comunque di finire nelle peste perché perde quel carattere di super partes che rappresenta al momento la sua caratteristica principale ed assume un ruolo politico da sottoporre nel minor tempo possibile alla verifica della volontà popolare.
Chi scommette sulla dissoluzione del Pdl è convinto che l’uscita di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi abbia fatto saltare quel collante di potere che ha tenuto insieme fino ad ora il partito . E scommette sulla eventualità che da adesso in poi la storia della formazione politica creata dal Cavaliere sul predellino sia destinata ad essere contrassegnata da spaccature ed addii a ripetizione più o meno astiosi. Dopo la Carlucci, dopo Antonione, dopo Versace e tutti gli altri transfughi delle ultime settimane toccherebbe fatalmente a Pisanu, a Scajola e poi , mano a mano , a Formigoni, ad Alemanno e via di seguito. Fino alla scomposizione totale del Pdl .
La considerazione è realistica . I fermenti in atto dentro il partito sembrano tendere verso questa direzione. Ed il fenomeno non potrà non essere accentuato dal potere di attrazione di un governo , che sarà pure tecnico e super partes quanto si vuole, ma che rappresenta in ogni caso il segnale inconfutabile dell’esaurimento o della momentanea paralisi del cosiddetto berlusconismo.
Questa convinzione, però, poggia su un assioma che ancora non è stato dimostrato e su un fattore di debolezza che appare difficilmente superabile . L’assioma da verificare stabilisce che la spinta propulsiva del Cavaliere si sia esaurita . Ed è un assioma più volte richiamato dal ’95 ad oggi e che è stato sempre smentito clamorosamente dalla capacitò di Berlusconi di reagire a qualsiasi avversità e reagire a qualsiasi sconfitta. Ora può essere che il Cavaliere non sia più quello di prima e che  non abbia più voglia di combattere . Ma è tutto da dimostrare . Ciò che è invece certo  è il fattore di debolezza che sembra minare la tesi di chi da per certa la scomparsa a breve del Pdl. Questo fattore è rappresentato dalla estrema modestia politica e culturale del progetto alternativo al Pdl ed al sistema bipolare espresso dai transfughi presenti e futuri del centro destra. I vari Antonione, Carlucci , Versace perseguono una semplice prospettiva di salvezza politica personale puntando ad un qualche posto nelle future liste dell’Udc o del Terzo Polo. E non contano perché non sono motivati da un qualche progetto politico . Ma anche quello dei vari Pisanu e Scajola non sembra avere un respiro molto diverso . Visto che si riduce nella semplice e banale riproposizione dello schema politico della Prima Repubblica incentrato su una centralità cattolica ormai cancellata dalla nuova centralità della finanza internazionale.
Chi esce dal Pdl in nome di un grande centro da costruire non fa altro che mettersi in coda alla fila già formata e già lunga di chi intende mettersi al servizio dei grandi interessi , non politici ma economici , internazionali . Insomma può al massimo sperare di diventare un funzionario , un dipendente . Mai un protagonista. Per questo, se il Cavaliere si sveglia e fa pulizia nel Pdl rinunciando ai faccendieri ed ai mandarini , può sperare di rialzarsi per l’ennesima volta. Altrimenti c’è solo da lavorare per l’alleanza dei liberali e dei riformisti contro tutti gli estremismi. Compresi quelli neodemocristiani !