Archivio mensile:dicembre 2011

Se manca l’idea dell’Europa

E’ solo la consapevolezza di rappresentare il peso di un gigantesco debito pubblico nazionale ad impedire al governo italiano di portare avanti in maniera autonoma e decisa una politica europea incentrata sul principio che una moneta unica impone una banca unica ed un governo unico del Vecchio Continente ? E’ solo la paura di essere zittiti dagli altri partner europei a causa della tara fisiologica dell’Italia  ad evitare al Presidente del Consiglio Mario Monti di illustrare al paese nella conferenza stampa di fine d’anno che , oltre a completare la fase uno e ad avviare la fase due della manovra, il governo opererà con energia a livello europeo con l’obbiettivo di realizzare il progetto di quell’unità politica dell’Europa che è la condizione indispensabile per uscire dalla crisi dell’euro e dell’economia ?
La risposta è sicuramente negativa. L’alto debito pubblico rende sicuramente difficile al governo italiano di diventare l’interprete della richiesta di passare dall’unità monetaria europea all’unità politica dell’Europa. Ma rappresenta anche un alibi alla sostanziale incapacità del governo italiano di esprime una politica europea autonoma ed innovativa incentrata sulla necessità di passare , con un colpo d’ala, dall’Europa burocratica e tecnica guidata politicamente dai due paesi più forti del Continente ( Francia e Germania)  ad una Europa politica fondata sulla federazione degli stati e guidata da un governo federale eletto con il sistema democratico .
Questa incapacità non è nuova. Risale lontano nel tempo. In particolare alla fine degli anni ’50 ed alla scomparsa della generazione ( Alcide De Gasperi,  Gaetano Martino) che comprese come l’unico ostacolo alle guerre europee sarebbe stato dare vita ad una Unione Europea promossa dagli stati che più avevano  sofferto nel secondo conflitto mondiale . Era la generazione dei Trattati di Roma che ragionava e sognava in termini politici . E che , per rendere percorribile un percorso che doveva superare infiniti ostacoli posti dalla differenti storie degli stati partecipanti ed avrebbe dovuto concludersi con la formazione di uno stato europeo federale, iniziò con la strada dell’integrazione economica . A quella generazione in Germania ed in Francia seguirono generazioni che privilegiarono la sovranità e gli interessi nazionali al progetto dell’unione politica dell’Europa . In Italia seguirono invece generazioni che  , per esigenze politiche interne, rinunciarono alla sovranità ed all’interesse nazionale a livello europeo e concepirono l’Europa come luogo di esilio dorato per i politici che i partiti volevano emarginare al loro interno o per quelli di seconda o terza fila a cui si doveva comunque trovare una sistemazione ed una retribuzione . Con il passare del tempo l’esilio dorato dei politici scomodi e di rango minore crebbe in strutture ed organismi che divennero luogo di formazione e di aggregazione di una categoria di tecnici e di funzionari divenuta progressivamente la casta burocratica superpotente del presente.
Perché, allora, l’Italia non è stata capace in passato e non è in grado oggi di lanciare a livello europeo di tornare allo spirito degli anni ’50 e di superare la crisi con la formazione degli Stati Uniti d’Europa?  Perché dopo aver rinunciato per più di cinquant’anni alla propria sovranità nazionale in cambio di una Europa utile solo come ammortizzatore sociale per i propri politici ed i propri burocrati, oggi non ha la forza di cambiare recuperando la propria sovranità nazionale non in chiave di chiusura nazionalistica ma nella prospettiva opposta dell’unità politica dell’Europa.
Ci vorrebbe un salto culturale, un cambio di mentalità, una nuova spinta fondata sulla
chiusura definitiva di un passato in cui una bolsa retorica buonista dipinta di europeismo nascondeva piccole convenienze di bottega e l’idea sbagliata che l’Europa fosse una questione riservata ai soli burocrati . Ma ci si può aspettare tutto questo da un paese che ha come massimo rappresentanti Giorgio Napolitano e Maruo Monti, persone degnissime ma simboli viventi del vecchio e superato modo di concepire l’Europa ?

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Pragmatica e ideologica

In nome dell’emergenza economica il “ governo del Presidente “ avrebbe dovuto compiere il “ lavoro sporco” che le forze politiche non sono in grado di fare per ragioni elettorali . E , conseguentemente, avrebbe dovuto conquistare il centro della scena pubblica nazionale e mandare dietro le quinte i partiti incapaci di svolgere un ruolo adeguato alle difficoltà del momento.
La prima parte dello schema si è sicuramente realizzato. Il “governo del Presidente” ha conquistato la scena. Ma proprio nel momento in cui ottiene in Parlamento il via libera definitivo alla sua prima manovra anti-crisi , i fatti hanno dimostrato dimostrato che non solo non è riuscito a marginalizzare le forze politiche ma di essere a sua volta finito sotto tutela dai partiti stessi.
La richiesta di consultazione preventiva di Silvio Berlusconi e la secca frenata di Pierluigi Bersani sulla riforma del lavoro indicano con estrema chiarezza che , passata la prima fase di incertezza e di sbandamento, i due partiti maggiori hanno capito che se non vogliono essere triturati dallo schiacciasassi dell’anomalo governo d’emergenza debbono tornare a condizionare Mario Monti e la sua compagine governativa. Anche a costo di dare un qualche dispiacere al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano , che del governo è di fatto il “super-presidente” ed il responsabile occulto.
La faccenda non stupisce . I partiti sono consapevoli che la loro sorte futura si gioca durante la fase del governo emergenziale . E con le loro richieste e frenate cercano di dimostrare la loro intenzione di non essere esclusi dal processo di cambiamento in atto.
Malgrado il sostegno di Napolitano, il Presidente del Consiglio Mario Monti non può permettersi di ignorare le posizioni delle forze politiche. Perché è vero che al momento queste ultime non hanno la forza di assumersi la responsabilità di provocare le elezioni anticipate. Ma è ancora più vero che se la speculazione dovesse aumentare d’intensità dopo la pausa natalizia e creare tensioni insostenibili nel paese , i partiti sarebbero costretti a ricorrere allo scioglimento anticipato delle Camere come unica alternativa al caos incombente.
Monti, allora , che già risulta essere sotto tutela dal Quirinale, non può non accettare la tutela delle forze politiche . Che possono limitarsi, come ha fatto Berlusconi, ad avanzare la modesta richiesta di consultazioni preventive sui provvedimenti. O possono , come ha fatto Bersani, porre veti insormontabili sulla riforma dell’art. 18. Ma che in ogni caso non vogliono essere esclusi dal gioco del governo.
Monti è dunque intrappolato ed impastoiato? In parte è sicuramente così. Anche se un margine di manovra è consentito al Presidente del Consiglio. Un margine che deriva dalla differenza sostanziale esistente tra le posizioni dei due partiti maggiori. Il comportamento del Pdl è ispirato ad un sostanziale pragmatismo. Quello del Pd all’ideologia. Il centro destra ha alle spalle un elettorato che , tranne alcune frange irriducibili, è culturalmente più duttile e pronto ad adattarsi ( magari imprecando o turandosi il naso) alle necessità imposte dalla realtà. La sinistra rappresenta, invece,  un elettorato che per troppi decenni è stato educato alla intransigenza ideologica e che, con la sola eccezione di pochi e ristretti settori, tende facilmente a cedere all’antico richiamo della foresta dell’opposizione intransigente.
Il fenomeno non è nuovo. Al contrario, è antico quanto la storia dello stato unitario. E  come in passato potrebbe trovare uno sbocco attraverso la scelta delle componenti più pragmatiche e riformiste della sinistra di separare il proprio destino da quelle irrigidite nella difesa strenua dell’ideologia. Ma potrà mai il governo Monti tutelato da Napolitano sfruttare questa differenza e favorire una uscita politica dalla crisi che passa attraverso la spaccatura della sinistra ?

La politicizzazione del Quirinale

Nel corso della sua lunga carriera politica Giorgio Napolitano non è mai compiuto strappi o rotture di sorta. Non lo ha fatto da giovane, quando militava nel Pci stalinista e togliattiano. E non lo ha fatto nella maturità quando, durante il lunghissimo periodo del passaggio del guado del proprio partito dal comunismo rivoluzionario alla socialdemocrazia di stampo europeo, ha sempre mantenuto una posizione prudente e misurata caratterizzata dall’assenza di qualsiasi tipo di forzatura.
Giuliano Ferrara sostiene che divenuto anziano, Presidente della Repubblica e giunto  quasi alla fine del proprio mandato, Giorgio Napolitano abbia cambiato improvvisamente stile e  con la formazione del governo di Mario Monti, abbia addirittura compiuto una forzatura costituzionale sospendendo la democrazia e dando vita ad un esecutivo privo della necessaria legittimità democratica.
In realtà, però  anche se la polemica del direttore de “Il Foglio” è intellettualmente stimolante, non è esatto sostenere che Napolitano abbia scoperto il piacere ed il fascino delle forzature ed abbia modificato il proprio modo di fare politica fino ad arrivare a compiere uno strappo della Costituzione. E la ragione non è che l’aver nominato in fretta e furia Mario Monti senatore a vita per poi investirlo del ruolo di capo di un governo in cui non figura neppure un solo eletto, rappresenti la normale prassi costituzionale. E’ che la nostra Carta Costituzionale è diventata nel corso del tempo talmente elastica da consentire, a chi sappia navigare con abilità tra le sue pieghe interpretative, di passare tranquillamente dal sistema bipolare rigido al sistema parlamentare proporzionale tradizionale senza compiere strappi di sorta.
Il Presidente della Repubblica, dunque, ha formalmente ragione quando difende la piena legittimità del proprio operato e la formazione del “governo del Presidente”. Ed è solo un esercizio intellettuale (che però è una perla rara in una epoca in cui domina l’assenza di analisi intellettuale ed il pensiero unico degli sciocchi) accusare il Capo dello Stato di “democrazia sospesa” quando, invece, si dovrebbe parlare di riesumazione frettolosa della democrazia parlamentare della Prima Repubblica.
A Napolitano, semmai, va mossa una diversa contestazione. Che è quella di aver scelto, sia pure in maniera formalmente corretta e con il suo tradizionale stile prudente e felpato, di uscire ufficialmente dalla terzietà super partes del ruolo di Presidente della Repubblica e di diventare una della parti in campo. La difesa, per la verità un po’ stizzita, del “governo del Presidente” ha  ridotto il ruolo di Monti a semplice interprete della volontà del Quirinale ed ha trasformato il Quirinale stesso in un soggetto politico che opera, magari con maggiore autorevolezza, ma sullo stesso terreno su cui operano le forze politiche tradizionali.
Il fenomeno può essere interpretato in chiave positiva. La discesa in campo in prima persona di Napolitano in difesa ed a sostegno di Monti assicura al governo quella forza e quella autorevolezza in più che possono risultare decisive nella fase dell’emergenza della lotta alla crisi economica nazionale ed internazionale. Ma non è priva di controindicazioni. Che non sono solo quelle derivanti dalla sensazione che il massimo rappresentante delle istituzioni abbia compiuto una qualche forzatura delle istituzioni stesse. Ma sono soprattutto quelle che nascono dalla constatazione della sostanziale identificazione della Presidenza della Repubblica con la Presidenza del Consiglio. Se Monti riuscirà nell’impresa di realizzare le riforme e traghettare il paese fuori dalla crisi il suo successo sarà quello di Giorgio Napolitano. Ma se Monti fallirà nell’impresa, il fallimento sarà anche e soprattutto del Capo dello Stato. Il ché fa sicuramente parte del gioco. Ma di un gioco molto pericoloso. Quello in cui il paese rischia di trovarsi privo dell’unico punto di riferimento super partes in caso di crisi irrisolta.

Sarà tecnico ma non è asettico

Il governo Monti sarà pure tecnico ma non è affatto asettico. Non si limita a gestire, a garantire l’amministrazione, a lavorare di conto. Incide profondamente sul tessuto economico e sociale. E lo fa sulla base di convinzioni politiche e culturali radicate a cui fa seguire scelte squisitamente politiche assolutamente conseguenti. Il Presidente del Consiglio ha indicato nell’economia sociale di mercato la stella polare che gli indica la strada da seguire nella difficile navigazione governativa. Ma l’indicazione è stata volutamente generica. Perché esistono diverse interpretazioni dell’economia sociale di mercato. E quella dell’attuale governo non è affatto simile alla interpretazione data, ad esempio, dal governo precedente ispirata alla esigenza di privilegiare gli interessi del vasto ceto medio produttivo. O a quella di chi, come certi settori riformisti della sinistra, vuole coniugare l’economia sociale di mercato con gli interessi delle fasce sociali più deboli, della piccola borghesia dei dipendenti pubblici, dei pensionati al minimo, dei lavoratori garantiti dalle grandi confederazioni sindacali.
Il governo Monti è espressione di un ceto ristretto e particolare, formato da altissimi burocrati, accademici, banchieri. Che non ha radici di sorta né nel ceto medio produttivo e neppure nelle fasce sociali più deboli. Che non rappresenta alcun blocco sociale, come la coalizione del centro destra e la coalizione del centro sinistra. Ma è espressione di un piccolo mondo che ha come referenti non le diverse componenti  corpo sociale del paese ma solo alcune sue élite legate a diverse realtà sovranazionali come le oligarchie cattoliche o i gruppi dominanti di Bruxelles e Francoforte.
Non stupisce, allora, che l’azione “politica” del governo tecnico tagli come il burro le forze politiche italiane. Divida, con le tasse che salvano le grandi imprese e colpiscono il ceto medio produttivo, le forze del centro destra. E laceri, con il progetto di riformare lo Statuto dei Lavoratori, le forze di sinistra spingendo i sindacati a rispolverare il lessico dei tempi delle lotta di classe più dura ed intransigente.
Il problema posto da questa azione di rottura del governo delle élite, quello che in altri tempi sarebbe stato chiamato governo della reazione, è duplice. Quali forze politiche riusciranno a superare indenni la fase della lacerazioni? E come sarà lo scenario politico dopo il passaggio dell’ondata anomala del governo tecnico?
Sulla carta può sembrare che mentre il Pdl abbia superato senza danni particolari la fase in cui Monti ha colpito con le tasse il proprio elettorato, il Pd corra il rischio di spaccarsi ora che l’esecutivo apre il capitolo della riforma del mercato del lavoro.
Nei fatti la situazione è più complicata. Perché la separazione tra Pdl e Lega indica che il blocco sociale del centro destra si è incrinato seriamente. E la dichiarazione di guerra dei sindacati alla Fornero apre una conflittualità devastante all’interno dell’intera sinistra.
In queste condizioni è difficilissimo cercare di prevedere quale quadro politico uscirà dal cataclisma provocato dal governo delle élite. Ma è facilissimo stabilire che non potrà mai essere uguale a quello precedente. E che le nuove aggregazioni avverranno non sulla base delle alchimie delle sigle politiche come pensano con la vecchia logica della Prima Repubblica alcuni esponenti del Terzo Polo, ma sulla base del progetto politico che più di ogni altro riuscirà a coagulare gli interessi dei ceti sociali oggi stravolti in nome di una economia sociale di mercato nella versione che ne viene data dai gruppi ristretti dei privilegiati.
Chi riuscirà a realizzare questo progetto? E su quali basi culturali e politiche? L’interrogativo è aperto. Ma forse vale la pena di ricordare che dopo il governo Pelloux, che oggi sarebbe stato chiamato governo del Presidente, si aprì l’era di Giovanni Giolitti!

Elezioni e sovranità nazionale

Scrive Sergio Romano sul “ Corriere della Sera” che le elezioni fatte nei momenti di crisi non sempre danno buoni risultati. In Italia nel ’21 ed in Germania nel ’32 e nel ’33 favorirono l’avvento del fascismo e del nazismo. E , quindi , sempre secondo Romano, sbagliano quanti chiedono la fine del governo Monti e le elezioni anticipate. Anche perché le elezioni diventerebbero un referendum tra chi ha fiducia e chi ha sfiducia nell’euro e nell’Europa e risolleverebbero il problema di una sovranità nazionale che l’Italia ha perso da tempo e che non può essere comunque riesumata in alcun modo .
La tesi dell’editorialista del Corriere della Sera, giornale che con il governo Monti espresso dai “ poteri forti” della borghesia milanese finalmente è tornato nella sua collocazione originaria e naturale di portavoce dei gruppi dominanti della finanze e delle banche di Milano, è dunque che se si vuole salvare l’Europa dal pericolo del ritorno dei nazionalismi bisogna sostenere il governo Monti fino alla scadenza naturale della legislatura senza lasciarsi suggestionare dagli astratti richiami alla necessità di uscire dalla crisi appellandosi al popolo sovrano.
L’argomento usato da Romano ha il merito della chiarezza e della concretezza. Esprime la preoccupazione tipica dei ceti conservatori che nei momenti di crisi la democrazia debba essere “ protetta” dai possibili errori di un corpo elettorale troppo facilmente condizionabile dall’emotività e dalle pulsioni del momento. E rilancia l’appello a perseguire , attraverso il governo Monti, la speranza di uscire dalla crisi attraverso l’euro e l’unità economica dell’Europa .
Sarebbe facile contestare le argomentazioni di Romano ricordando che la “ democrazia protetta” dai grandi borghesi meneghini è già fallita all’epoca in cui a  sostenerla c’era il “ Corriere della Sera “ di Albertini ( anche quel Corriere , tra l’altro, aveva lanciato furibonde campagne di anti-politica) . Quando, invece di portare alla formazione di governi “ illuminati”,  creò le condizioni per l’autoritarismo fascista.
Ma è molto più utile rimanere sul terreno della concretezza e della chiarezza partendo dalla conclusione del ragionamento di Romano , quella secondo cui l’euro e l’Europa sono la soluzione della crisi . Ma siamo proprio certi , infatti, che  l’euro e l’attuale Unione Europea siano effettivamente in grado di assicurare l’uscita dalla nuova grande depressione ?
Porsi il problema non significa scivolare lungo la china di un pericoloso populismo  o aprire la strada al ritorno di uno sterile nazionalismo. Significa, al contrario, compiere un atto di legittimo e salutare realismo. SU quale garanzia poggia la certezza che gli attuale governanti europei, tutti presi dalla necessità di perseguire gli interessi nazionali accentuati dalla prossimità delle scadenze elettorali ( non anticipate ) interne, siano effettivamente in grado di portare l’Europa fuori dalla crisi? E siamo  realmente convinti che la storia dell’euro, nata  male più sulle esigenze prioritarie della Germania che su quelle bilanciate dei paesi del Vecchio Continente, non finisca peggio a causa  delle testardaggini della Merkel , delle intemperanze di Sarkozy , delle resistenze di Cameron e della rinuncia allo storico ruolo di guida del mondo occidentale fatta dal Presidente degli Stati Uniti Barak Obama ?
Non ci sono risposte certe a questi interrogativi . Ed il rischio che i sacrifici imposti agli italiani dal governo dell’emergenza formato dai grandi borghesi milanesi possano essere vanificati dagli errori e dalle debolezze dei governanti delle nazioni più potenti  ( ed anche più prepotenti) del Vecchio Continente , appare fin troppo incombente e concreto. Ed allora perché non pensare ad elezioni incentrate sulle necessità di recuperare quel minimo di sovranità nazionale capace di condizionare gli egoismi eccessivi degli altri e salvare l’euro e l’Europa non in nome dei burocratici e dei banchieri ma in nome degli Stati Uniti d’Europa ?

La sfiducia sfiduciante

Ma c’è qualcuno pronto a scommettere sull’eventualità che il governo tecnico di Mario Monti riesca a sopravvivere fino al termine naturale della legislatura ? A fornire una risposta inequivocabile è stato, paradossalmente, il voto di fiducia alla manovra dato ieri dalla Camera. Una fiducia sfiduciante. A parlare non sono stati i numeri ma i malumori, i distinguo, le astensioni, i tantissimi “ nasi turati”. E se il buon giorno si vede dal mattino , il prossimo futuro dell’esecutivo fortemente voluto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per salvare i conti pubblici e l’euro non si presenta per nulla roseo.
E’ chiaro a tutti che a questa prima manovra impostata soprattutto sull’aumento della pressione fiscale , dovrà seguire una seconda manovra dedicata alle riforme strutturali  destinate a ridurre le spese ed a riattivare i meccanismi della crescita e della ripresa. Ma dopo la fiducia data a bocca storta , tutti sono altrettanto consapevoli che al momento della “ seconda ondata” i nodi potranno arrivare al pettine. E le bocche storte , soprattutto se le riforme dovranno toccare il mondo del lavoro ed il ruolo delle forze sociali , potranno facilmente trasformarsi in pollice verso nella fine anticipata non solo dell’esecutivo tecnico ma anche della legislatura.
Basterà, però, il ricorso alle elezioni per ridare stabilità e sicurezza al paese ? Sarà sufficiente l’appello alla sovranità popolare per riprendere per i capelli una situazione che tende fatalmente a sfuggire di mano ed a precipitare rovinosamente ?
Chi si illude che il possibile fallimento dei tecnici riapra automaticamente la fase del ritorno dei politici compie un errore grossolano. Perché per legittimare la fase tecnica è stata abbondantemente usata l’arma dell’antipolitica , che ha delegittimato totalmente ( i sondaggi parlano chiaro) la fase precedente. Il fallimento dei tecnici, dunque, non potrà  essere seguito dal tranquillo ritorno della vecchia classe politica secondo lo schema dell’” heri dicebamus”, quello che non tiene conto ( ed infatti non funziona mai) di quanto sia avvenuto nel frattempo.
Nel passato ed in Sud America, quando fallivano prima i politici e poi i tecnici , arrivavano inevitabilmente i generali. Ma da noi , dove i generali sono i direttori generali ed i banchieri , il meccanismo prevede solo due passaggi ed è già scattato. Per cui alla fine della fase tecnica rischia di seguire una fase di caos totale che può sfociare o nell’involuzione autoritaria dei tecnici stessi ( magari con l’avallo dei “poteri forti” internazionali ) con conseguente fine della sovranità nazionale e rischi per la tenuta dello stato unitario . Oppure una rilegittimazione della politica che si ripresenta al corpo elettorale non solo rinnovata profondamente nei suoi rappresentanti a tutti i livelli ma , soprattutto , con la capacità di fornire al paese una strategia chiara e convincente per tornare a nutrire la speranza di uscire dalla crisi.
La politica, in sostanza, non può limitarsi ad aspettare il fallimento quasi inevitabile dei tecnici . Deve accelerare al massimo la propria rigenerazione negli uomini e nelle idee per essere pronta ad assolvere le proprie funzioni quando  sarà chiamata ad impedire che la crisi possa degenerare nel caos.
I partiti collocati oggi all’opposizione si illudono che basti irrigidire le posizioni, alzare la voce o giocare al “ tanto peggio, tanto meglio” per arrivare pronti ed avvantaggiati all’appuntamento con il momento culminante e decisivo della vicenda in atto. Lo stesso fanno quelli che sorreggono loro malgrado il governo dell’emergenza nella convinzione di poterlo sostituire a proprio piacimento dopo che avrà esaurito il “ lavoro sporco” per cui è nato.
Ma dopo la fase tecnica nulla sarà più come prima . Ci sarà un diverso bipolarismo, una diversa area terzista ed opposizioni altrettanto diverse. Ci saranno anche facce nuove. Ma , soprattutto, si avrà bisogno di idee , di progetti, di programmi totalmente innovativi. Che non nascono sotto i cavoli, ma possono scaturire solo da studi, approfondimenti, discussioni, confronti dedicati alla elaborazione di un futuro che non è affatto lontano ma è dietro l’angolo.
Chi può si affretti a preparare l’anti-caos !

La manovra e il “piano C”

L’esito della fiducia sulla manovra è scontato. Così come è scontato l’atteggiamento di contestazione della Lega e dell’Italia dei Valori, il sostegno poco convinto ma considerato necessario del Pdl, del Pd e del terzo Polo ed il contegno imperturbabile del Presidente del Consiglio Mario Monti. Ciò che non è affatto scontato è se la manovra destinata a incidere pesantemente sulle tasche degli italiani sia in grado di favorire sul serio l’uscita del paese dalla grande crisi economica europea e mondiale. Si tratta dell’ultima richiesta di sacrifici della lunga serie iniziata con le precedenti manovre del governo Berlusconi? Oppure si deve prevedere che alla stangata di dicembre seguirà inevitabilmente una nuova stangata da realizzare a gennaio od a febbraio? Ed a questa seconda una terza e via di seguito senza che nessuno sia in grado di fare una qualsiasi previsione su quando questa spirale di sacrifici potrà essere finalmente conclusa?
A simili interrogativi nessuno fornisce una qualche risposta. E poiché la questione appare irrisolvibile nessuno si azzarda ad inserirla nel dibattito politico del momento.
Ma questa rimozione di comodo è un grave errore. Perché lascia intendere che né il governo, né le forze politiche che lo sostengono e, paradossalmente, neppure quelle dell’opposizione abbiano la consapevolezza che la raffica dei sacrifici non può essere infinita. Che presto o tardi deve avere una fine. E che per quella data si dovrà pur sapere se la medicina del salassi avrà funzionato o se sarà necessario aggrapparsi ad una nuova e diversa terapia per evitare il tracollo definitivo.
La rimozione, in sostanza, è un errore che condanna alla paralisi.
Carica di enormi attese l’azione del governo Monti ma non consente di incominciare a prendere in considerazione l’ipotesi di un piano alternativo a quello seguito fino ad ora. Un piano da far scattare nel caso la crisi dovesse protrarsi ancora per lungo tempo e se il paese non fosse più in grado e disposto a sopportare altre e più pesanti manovre come quella che viene approvata in queste ore.
Qualcuno, per la verità, non nasconde l’esigenza di un “piano B”. Ma sostiene la necessità di non parlarne assolutamente perché il fatto stesso di ipotizzarlo vanificherebbe l’azione del governo alimentando nel paese l’illusione che per evitare i sacrifici basterebbe rinunciare all’Europa, all’euro e tornare alla lira ed all’epoca delle svalutazioni capaci di rilanciare le esportazioni e la produzione.
Ma anche questo è un errore. Perché non è affatto detto che il “piano B” debba essere quello dell’uscita dall’euro e dall’Europa. Potrebbe essere, al contrario, quello del rilancio dell’euro e dell’Europa in un quadro, però, non più dominato dall’egemonia franco-tedesca ma caratterizzato da un rapporto più equilibrato, più federale, tra tutti i paesi che fanno parte dell’Unione Europea.
Può essere questo il piano alternativo, il “piano C”, alla prospettiva di continuare a varare manovre “lacrime e sangue” fino al momento dell’inevitabile rottura o di prendere atto del fallimento dell’unità monetaria europea ed uscire dall’euro?
Fino a questo momento non ne parla nessuno. Non lo fa l’opposizione, che preferisce solo la protesta rumorosa della campagna elettorale anticipata. Non lo fanno i partiti della occasionale ed obbligata maggioranza, che scaricano sul governo il “lavoro sporco” dei sacrifici. Ma non lo fa neppure Mario Monti che, quasi a voler confermare l’impressione di essere il “commissario” mandato dal binomio franco-tedesco ad impedire che l’Italia esca dal percorso degli interessi superiori di Parigi e Berlino, come unico contributo ad una linea di politica europea autonoma ed adeguata ai tempi ripropone l’idea della “Tobin tax”.
Ma è proprio vero che tra l’euro alla tedesca ed il rifiuto dell’euro non ci possa essere una terza strada? E non sarà il caso che governo, maggioranza ed anche le opposizioni non si affrettino ad esaminare questo “piano C” prima che sia troppo tardi?

Gli interessi legittimi e quelli dei più forti

In uno stato etico gli unici interessi legittimi sono quelli riconosciuti e fissati da chi detiene il potere e può decidere senza contrasti e mediazioni di sorta su quali sono i principi etici da rispettare. In una democrazia liberale, invece, gli interessi sono tutti legittimi ed il compito della politica è di mediare tra di loro per perseguire un interesse generale che va comunque sottoposto alla verifica del corpo elettorale.
Il governo tecnico non è l’esecutivo di uno stato etico. E non stabilisce quali interessi siano legittimi e quali non lo siano. Persegue però un interesse generale imposto da una emergenza contingente condivisa dalle forze politiche espresse dal corpo elettorale ed in nome di questo interesse generale può e deve intervenire per mediare tra gli interessi particolari e tentare di subordinarli all’esigenza di superare l’emergenza.
Il governo tecnico, dunque, non è il governo di uno stato etico e totalitario ma rappresenta una anomalia temporanea della democrazia liberale. E per non scivolare sul versante dell’autoritarismo deve essere molto attento a restare sul crinale dell’anomalia temporanea senza pretendere di stabilire, senza le necessarie  mediazioni, quali e quanti siano gli interessi legittimi che possono essere conciliati con l’interesse generale.
Sbagliano, allora, quanti chiedono al governo Monti di subordinare autoritariamente tutti i legittimi interessi delle parti sociali all’esigenza di compiere i sacrifici richiesti dai vertici europei per salvare l’euro. E sbagliano anche quanti sollecitando Monti a considerare legittimi e meritevoli di tutela solo gli interessi propri ed illegittimi e da piegare all’emergenza quelli degli altri. E’ assurdo e ridicolo, ad esempio, che i giornali dei banchieri giustifichino i sacrifici imposti alle fasce più basse dei pensionati ed esaltino la nuova Ici che colpisce anche i piccolissimi proprietari e tengano nascosto ai loro lettori che le banche sono chiamate a pagare una Ici più bassa di quella dei cittadini normali. E’ irritante che i media legati alla Confindustria aggrediscano la difesa degli interessi fatta dagli ordini professionali e dalle rispettive organizzazioni di categoria e non spendano una parola su quanto lo stato continui a spendere per sostenere , a vario titolo ma con grande spesa, gli interessi degli imprenditori. E’ addirittura vergognoso, infine, che sempre gli stessi giornali che più sostengono il governo Monti condannino alla pubblica esecrazione i cosiddetti interessi corporativi di farmacisti, tassisti o qualsiasi altra categoria ed esaltino contemporaneamente l’interesse personale dei propri azionisti che lanciano il progetto del treno super-veloce privato. Come se la preoccupazione di una fascia sociale sia peccaminosa e quella di Montezemolo e Della Valle sacrosanta. E, soprattutto, come se la difesa degli interessi di ampi strati della popolazione da parte delle forze politiche costituisca una indebita intromissione da parte delle forze politiche sul governo tecnico. E, contemporaneamente, la pressione dei media espressione di interessi particolari sullo stesso governo tecnico per la tutela dei propri affari sia un atto di normale dialettica democratica.
Questi errori ed orrori tendono a spingere il governo tecnico dal crinale dell’eccezionalità al baratro dell’autoritarismo. Ed, a dispetto dell’apparenza, non favoriscono affatto il lavoro del governo di Mario Monti. Al contrario, lo caricano di un gravissimo pericolo. Quello di apparire ingiusto, sbilanciato, di parte. E di   suscitare la reazione sempre più aspra di quelle fasce di popolazione che sono costretti a rinunciare ai propri interessi in favore degli interessi dei più forti.
Ma se il governo tecnico incomincia ad essere vissuto dall’opinione pubblica come un governo di interessi di parte, come potrà mai arrivare fino alla scadenza naturale della legislatura? E, soprattutto, come potrà riuscire a coagulare lo sforzo unitario del paese per uscire dalla crisi?

La paralisi che spaventa

All’inizio del secolo scorso Georges Sorel teorizzava l’uso dello sciopero generale come arma decisiva ed indispensabile per far vincere la lotta di classe e realizzare la rivoluzione  . Oggi che la lotta di classe è ormai un reperto archeologico e l’unica rivoluzione che pare realizzabile effettivamente è quella tecnologica, scopriamo che lo sciopero generale è un’arma spuntata. E se viene proclamato non è per fornire una dimostrazione di forza tesa a conseguire un obbiettivo concreto, politico o economico che sia. Me è per compiere una operazione virtuale diretta a nascondere l’inconsistenza delle confederazioni sindacali e le loro profonde contraddizioni.
E’ addirittura banale, infatti, sottolineare come lo sciopero generale di lunedì non sia stato una prova di forza ma una dimostrazione di incredibile debolezza. Non stupisce se il Presidente del Consiglio Mario Monti non si sia lasciato minimamente intimidire  ed abbia addirittura ironizzato sul fatto che lo sciopero è uno strumento di lotta previsto dalle leggi . La manifestazione indetta da Cgil, Cisl, Uil e Ugl non ha spostato di una virgola il percorso del decreto “ Salva-Italia”. Ed , al contrario, ha messo in mostra come la condizione in cui versano le grandi confederazioni sindacali   , con il governo tecnico sorretto dall’estero da forze politiche decise a far fare ad altri il “ lavoro sporco “ a loro precluso dalla prossima scadenza elettorale , sia quella del “ vorrei ma non possono”. Non può la Cgil , che non può permettersi di forzare la mano e cavalcare la protesta popolare per non mandare in mille pezzi il partito di riferimento rappresentato dal Pd. Non possono Cisl e Uil, confederazioni che più si sono spese in faviore della formazione del governo tecnico nella prospettiva di favorire la fine del bipolarismo ed il ritorno del proporzionalismo caro ai cattolici ed ai terzopolisti. Non può l’Ugl, che della componente sociale del Pdl, quella rappresentata da una parte degli ex An, è la storica cinghia di trasmissione.
I sindacati, in altri termini, hanno fornito una dimostrazione di paralisi. I loro legami con la politica li obbligano all’inazione, O meglio , all’azione fasulla di facciata. Quella che si fa per salvare la faccia e non per raggiungere risultati . Quella che lascia con l’amaro in bocca le masse popolari decise a far sentire la propria voce contro provvedimenti governativi percepiti come ingiusti ed inutili.
Gli acritici sostenitori del governo tecnico, quelli che vorrebbero trasformare l’eccezionalità in normalità e realizzare un regime autoritario nel nostro paese, non riescono a nascondere la loro soddisfazione per la paralisi in cui versano le  forze sociali del mondo del lavoro . Con sindacati così ridotti , pensano , la strada di Monti  diventa più semplice e più diritta.
Il loro, però, è un errore marchiano. Non capiscono che se le grandi confederazioni sindacali non riescono a rappresentare la protesta che monta nel paese , questa protesta è destinata a prendere altre strade , altri percorsi. Dagli sbocchi imprevebibili e pericolosi.
L’inazione dei sindacati , in altri termini, può provocare l’estremizzazione della critica ai provvedimenti governativi . In particolare a quelli che colpiscono le fasce popolari meno abbienti, meno protette, più esposte materialmente e fisicamente alla crisi. Non si combatte l’evasione fiscale costringendo i pensionati al minimo a pagare alle banche le commissioni per i conti correnti e per le carte di credito. In questo modo si fa un favore agli Istituti di credito. Ma si alimenta una rabbia che dagli anziani si propaga ai giovani . E , senza la canalizzazione delle forse sindacali, può dirigersi facilmente verso ogni genere di direzione ribellistica ed eversiva.
Non c’è da fregarsi le mani, allora, per le contraddizioni paralizzanti della Camusso, di Bonanni e di Angeletti. C’è, al contrario, da preoccuparsi. Ed incominciare a chiedersi cosa ma potrebbe succedere se a gennaio il governo tecnico dovesse scoprire di essere costretto a realizzare una nuova e più pesante manovra per salvare
l’euro in nome e per conto di Sarkozy e della Merkel .

Lotta all’evasione ma non da cretini.

Robin Hood era comunque un ladro . E lo sceriffo di Nottingham il tutore della legge. Ma ci sarà pure una ragione se nell’immaginario collettivo Robin Hood è diventato il simbolo della protesta legittima del popolo affamato e lo sceriffo di Nottingham quello delle ingiuste angherie del governo avido ed affamatore.
A questa ragione bisogna fare riferimento per dare una risposta adeguata all’ondata , spesso provocata ad arte ma ancora più spesso assolutamente spontanea , di rabbia e di contestazione che sta progressivamente crescendo contro l’Agenzia delle Entrate.
La ragione è fin troppo semplice . Quando la pressione fiscale viene percepita dai cittadini come eccessiva ed ingiustificata, la protesta popolare si manifesta automaticamente contro chi è incaricato dal governo di riscuotere le tasse e perseguire chi resiste o cerca di sfuggire alla morsa fiscale.
Chi sostiene la necessità di ridurre il debito pubblico alzando una volta per tutte il livello della lotta all’evasione , bolla questa ragione come  una sorta di giustificazione dell’illegalità . Una giustificazione che diventa particolarmente grave quando la protesta contro l’Agenzia delle Entrate non si ferma alle parole ma assume l’aspetto odioso e criminale delle azioni terroristiche .
Ma la tesi va ribaltata. Perché la violenza , anche quella verbale e non solo quella terroristica, va sempre e comunque condannata . Ma la condanna non deve diventare l’ottuso pretesto per rifiutare di identificare e denunciare la cause che rendono popolare Robin Hood ed odioso lo Sceriffo di Nottingham .  Paradossalmente, infatti,  è il rifiuto a discutere e capire che diventa la giustificazione di chi sfrutta il disagio e la protesta per esercitare una violenza che comunque eserciterebbe con pretesti di qualsiasi altro genere.
Per disinnescare il terrorismo, allora, non c’è altra strada che riaffermare da un lato la condanna della violenza ma comprendere dall’altro le cause  dell’irritazione popolare. E di farlo prima che l’irritazione diventi rabbia e che chi pesca nel torbido abbia in regalo su di un piatto d’argento l’occasione e le condizioni per accendere il fuoco della rivolta e gettare il paese nel caos.
Il punto di partenza è che nessuno può mettere in discussione la necessità della lotta all’evasione. Ma , al tempo stesso, nessuno può pensare che questa lotta debba essere condotta in maniera indiscriminata , senza il rispetto per le regole dello stato di diritto  ( i diritti inalienabili del cittadini) e con metodi e misure tanto odiose quanto controproducenti.
In uno stato autoritario e di polizia sarebbe più facile debellare il fenomeno dell’evasione . Ma , anche se qualcuno sarebbe ben felice di vivere in uno stato del genere ( ovviamente stando dalla parte della casta di potere e non dei cittadini), la nostra continua ad essere una democrazia liberale. In cui il governo può anche infischiarsene per ragioni d’emergenza del principio del “ pacta sunt servanda” o realizzare la schedatura bancaria di massa, ma non può pensare di applicare la presunzione di colpevolezza nei confronti di tutti i cittadini trattandoli tutti da riciclatori di stampo mafioso. Perché nella Costituzione è prevista la presunzione di innocenza e non di colpevolezza. E perché la corda troppo tesa alla fine si rompe e manda all’aria il patto sociale su cui si fonda il sistema democratico.
La lotta all’evasione, allora, deve essere condotta con equilibrio ed accortezza. Evitando non solo di  calpestare i diritti dei cittadini ma , soprattutto, evitando di dare l’impressione di farlo con misure particolarmente ingiuste ed odiose. Se si rivalutano del 60 per cento le rendite catastali dei singoli cittadini e solo del 20 per cento delle banche si getta benzina nel fuoco. Se si pretende che qualche milione di anziani con  pensioni di fame si dotino di conti correnti bancari e postali e di carte di credito non si combatte l’evasione ( che è fatta da chi sposta i capitali all’estero ) . Si fa un favore  a chi si spaccia per Robin Hood e ci si comporta  da cretini. Come lo sceriffo di Nottingham !