Archivio mensile:gennaio 2012

La Rai e le colpe del Pdl

La contraddizione è evidente. Il Pd chiede che il governo tecnico si affretti a liberare la Rai dal peso insostenibile dei partiti e della politica ma, al tempo stesso, pone con forza l’esigenza che la nomina del nuovo direttore del Tg1 non sia espressione dei vecchi equilibri politici fondati sulla maggioranza di centro destra ma sul nuovo equilibrio rappresentato dalla nascita del governo di Mario Monti. In sostanza si combatte l’invasività della politica del centro destra con l’invasività della politica della sinistra. E si cerca di far saltare la nomina a tempo di Alberto Maccari in quota Pdl e di Alessandro Casarin in quota Lega sostenendo che, essendo il Tg1 la tradizionale voce televisiva del governo, il nuovo vertice non può essere il terminale del vecchio assetto di centro destra ma l’espressione dell’esecutivo dei professori. Insomma si combatte la lottizzazione con la lottizzazione uguale e contraria.
Che la posizione del Pd sia strumentale è fin troppo evidente. Perché punta a strappare al centro destra la guida del Tg1 prima della scadenza naturale dell’attuale Consiglio di Amministrazione fissata per maggio. E perché è diretta a piazzare alla guida del telegiornale della rete ammiraglia del servizio pubblico i soliti giornalisti di area a cui la sinistra ha attribuito la qualifica fasulla di super partes per meglio conquistare fette di potere nel servizio pubblico.
I dirigenti del Pdl, quindi, hanno tutte le ragioni nel difendere la linea scelta dal direttore generale Lorenza Lei per trovare una soluzione temporanea in attesa che un nuovo Consiglio di Amministrazione o una nuova legge risolva stabilmente il problema delle scelte dei vertici giornalistici della Rai.
Ma gli stessi dirigenti del Pdl che negli ultimi tre anni hanno esercitato la loro influenza sul servizio pubblico radiotelevisivo farebbero bene a non limitarsi ad opporsi all’invadenza strumentale della Pd. Ciò che avviene oggi in Rai è molto più di uno dei tanti tentativi di lottizzazione surrettizia da parte della sinistra. E’ la dimostrazione lampante, brutale, indiscutibile del totale fallimento dei criteri, delle logiche e delle scelte adottate dal centro destra per gestire la più grande azienda d’informazione del paese.
Perché parlare di criteri, logiche, scelte e non raccogliere tutto nel termine più corretto ed indicato di “strategia”? Perché non denunciare il fallimento del comportamento usato dal centro destra nei confronti della Rai e dell’intero mondo della comunicazione e dell’informazione del paese?
Semplice: perché non c’è stata alcuna strategia. A nessuno è passato per la mente che il problema dell’informazione fosse determinante in una democrazia dove i media hanno assunto posizioni talmente dominanti da diventare decisivi, come la vicenda Monti insegna, per gli equilibri politici del paese. Nessuno si è preoccupato di realizzare uno sguardo d’assieme del sistema informativo nazionale, di capire le dinamiche passate che hanno portato ad una totale egemonia della sinistra sui mezzi d’informazione, di valutare le situazioni presenti e cercare di predisporre un futuro fatto non di una egemonia eguale e contraria di un centro destra sprovvisto di una cultura carica di vocazione egemonica ma almeno di una più equilibrata applicazione del pluralismo previsto dalla Costituzione. Tutto è stato lasciato al caso, agli interventi personali di questo o quell’esponente del centro destra fatti senza rispondere a nessuna visione complessiva, fosse anche quella ispirata al semplice rispetto del pluralismo, ma diretti solo a perseguire l’interesse contingente e personale dell’esponente in questione. Fosse il Cavaliere o qualche mezza calzetta provvista di un qualche potere calato dall’alto più per circostanze casuali che per un qualche titolo di merito.
Il risultato è che qualche clientes sarà stato pure beneficato, ma la Rai tornerà presto o tardi ad essere un feudo esclusivo della sinistra e l’intero sistema informativo nazionale continuerà a risultare al servizio dei “poteri forti” che da sempre conservano i loro privilegi alle spalle della società italiana facendo accordi di potere con gli inamovibili gruppi dirigenti post-comunisti.
C’è una soluzione? Più che privatizzare, smantellare!

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Governo tecnico e maggioranza

Giorgio Napolitano si è congratulato. Gianfranco Fini si è compiaciuto. E Pierferdinando Casini ha addirittura esultato considerando il voto unitario di Pdl, Pd e Terzo Polo sulla mozione dedicata all’Europa come la dimostrazione che il governo “tecnico” ha ormai una maggioranza solida e, soprattutto, politica.
Sul tema dell’Europa è dunque nata una nuova formula politica rappresentata dalla grande coalizione tra il Terzo Polo ed i due grandi partiti del centro destra e del centro sinistra in passato antagonisti ed alternativi ed ora uniti nel sostenere un governo non più tecnico ma segnato da una innovativa connotazione politica?
Chi inneggia, come Casini e Fini, alla nascita della grande coalizione compie sicuramente una forzatura. Perché il tema dei rapporti dell’Italia con l’Europa è quello  dove non esistono sostanziali differenze tra le posizioni dei partiti della presunta nuova maggioranza. Tutti si dicono europeisti, tutti chiedono alla Germania di non essere egoista, tutti si oppongono alla eventualità che il nostro paese sia costretto a altre manovre fatte di lacrime e sangue e tutti sembrano pervasi dallo stessa volontà di recupero dell’orgoglio nazionale quando sostengono che l’Italia ha già fatto i “compiti a casa” e non ha maestri o maestrine da cui aspettarsi encomi, bacchettate o pagelle di sorta.
Questa linea unitaria, per la verità, è generica e superficiale. La comune vocazione europeistica del Pdl e del Pd è solo di facciata. Se si volesse grattare la vernice esteriore si scoprirebbe che i due partiti hanno in realtà visioni diverse dell’Europa e che all’interno dei due partiti le idee (quando ci sono) sull’argomento sono ancora più diversificate.
Ma anche a voler ricercare ad ogni costo i motivi di divisione, non si può non prendere atto che comunque la mozione richiesta dal Presidente del Consiglio sulla politica europea è stata votata insieme. E che per la prima volta la maggioranza venutasi a creare attorno al governo tecnico non è stata solo numerica ma ha anche assunto una chiara fisionomia politica.
Questo non significa, come ripetono quanti danno ormai per morto e seppellito il bipolarismo, che la grande coalizione è ormai nata. Di sicuro, però, indica che la strada diretta verso una formula politica di questo tipo è stata imboccata. E che da adesso la partita si giocherà sull’eventualità che Pdl, Pd e Terzo Polo vadano avanti su  questo percorso fino ad arrivare alla ufficializzazione definitiva della nuova maggioranza politica o se, invece, dedicano di abbandonarlo e di ritornare a percorrere la precedente strada bipolare.
E’ difficile, anche dopo la mozione unitaria sull’Europa, fare previsioni in proposito. Perché la strada potrebbe portare o alla formazione di un governo politico di grande coalizione in sostituzione di quello di Monti (magari guidato da Monti stesso). E l’ipotesi appare molto remota. Oppure arrivare addirittura alla scadenza della legislatura con la formazione di una alleanza elettorale tra Pdl, Pd e Terzo Polo in grado di conquistare la maggioranza  e governare il paese per i successivi cinque anni mandando all’opposizione tutti i partiti non disposti ad entrare in questa sorta di arco emergenziale.
Ciò che sembra oggi impossibile, però, può diventare realistico tra qualche mese. Soprattutto perché in primavera si celebrano importanti elezioni amministrative e gli accordi o lo rotture che si verificheranno tra i partiti delle vecchie coalizioni di centro destra e di centro sinistra potranno risultare decisivi in un verso o nell’altro.
Non è detto, ad esempio, che la minaccia della Lega di correre da sola nel caso il Pdl continui a sostenere il governo Monti, sia da ostacolo alla marcia verso la grande coalizione. Potrebbe essere addirittura un fattore di accelerazione. E non è detto, sul versante opposto, che la tendenza alla radicalizzazione presente nell’elettorato di sinistra rappresenti una sorta di richiamo della foresta per il Pd o lo spinta definitiva a rompere con l’area massimalista ed a trasformarsi definitivamente in forza di governo.
Tutto è possibile. Purtroppo anche un guazzabuglio inestricabile se qualunque possano essere le proprie scelte i partiti le facciano senza la necessaria chiarezza. Sia interna che esterna.

Dissenso sociale e criminalizzazione

Mario Monti ha assicurato l’Unione Europea che il governo italiano opererà con la massima fermezza per impedire che i manifestanti dei Tir blocchino la libera circolazioni delle merci nella penisola e dalla penisola agli altri paesi europei. E per dare sostanza a questa sua assicurazione il Presidente del Consiglio ha chiesto ai prefetti di intervenire contro gli scioperi ed i blocchi stradali usando lo strumento della precettazione.
Per Monti si è trattato di un passo quasi obbligato. Non può chiedere per l’Italia aiuto all’Europa se poi non dimostra che l’Italia non è in grado di garantire quella libertà dei commerci che è la condizione essenziale per l’integrazione europea.
Nessuna critica, allora, può essere mossa al governo per un atto praticamente dovuto. Ciò che va invece contestato è il modo enfatico con cui i media che hanno favorito l’avvento del governo tecnico ed ora lo sostengono con il massimo impegno stanno presentando il comportamento scontato di un esecutivo che non può non ribadire, soprattutto agli occhi europei, la volontà di garantire il rispetto della legalità all’interno del paese.
Questi media, infatti, non si limitano a giustificare l’azione governativa in nome delle norme di legge che vietano i blocchi stradali e consentono ai prefetti di applicare la precettazione per assicurare la libera circolazione. Fanno molto di più. Si comportano sulla base di un riflesso pavloviano tipico della stampa dei regime autoritari e, per esaltare l’azione del governo, tendono a criminalizzare ogni forma di dissenso sociale.  Così i tassisti che si radunano di fronte a Palazzo Chigi vengono presentati come teppisti di strada pronti ad ogni nefandezza, i camionisti che scioperano come dei selvaggi disposti a compiere ogni genere di violenza, i farmacisti che protestano come degli ottusi privilegiati che attentano alla salute dei cittadini e via di seguito. Non c’è una sola categoria che agli occhi della stampa di regime che abbia il diritto di manifestare le proprie opinioni e difendere le proprie ragioni nei confronti del governo. Dietro ogni protesta, secondo gli zelanti propagandisti dell’esecutivo di Mario Monti, c’è sempre e comunque lo zampino o la manona di qualche organizzazione criminale. Così dietro il movimento dei “forconi” siciliani c’è necessariamente e solo la mafia. Dietro le agitazioni dei camionisti ci sono gli interessi dei “padroncini” che per definizione sono degli evasori fiscali per di più adusi ad ogni forma di violenza. Ed i tassisti, poi, oltre ad essere anche loro per definizione “brutti, sporchi e cattivi”, rappresentano da sempre le frange più dure ed intransigenti di una estrema destra eversiva e tendenzialmente bombarola.
Il governo non è responsabile di questa criminalizzazione del dissenso sociale compiuta con grande partecipazione ed enfasi dalla stampa di regime. Ma accetta ben volentieri di lasciarsi sostenere da questi sostenitori non richiesti nella non dichiarata convinzione che l’entusiastico consenso assicurato all’azione dell’esecutivo dai  giornalisti più montiani di Monti possa garantire un identico consenso da parte della maggioranza dell’opinione pubblica del paese.
Si tratta di un errore. Non lieve ma gravissimo. Perché la criminalizzazione delle tensioni sociali, oltre ad essere un metodo tipico dei più beceri regimi autoritari, serve solo ad incancrenire ed aggravare i problemi. Non è bollando come “mafiosi” i pescatori e gli agricoltori siciliani massacrati dall’aumento dei prezzi che impedisce loro di lavorare che si creano le condizioni per far loro riprendere l’attività produttiva. E non è bollando come mascalzoni camionisti e tassisti su cui incombe il rischio concreto di veder dimezzati i propri redditi e di subire un processo irreversibile di proletarizzazione, che si può tornare a circolare liberamente nelle città e sulle strade italiane.
Al dissenso sociale vanno date risposte. Non anatemi. Monti si guardi dai suoi forsennati sostenitori mediatici. Sempre che voglia rimanere Monti e non diventare Fidel Castro!

Le armi di Alfano

Il problema del Pdl non è Umberto Bossi che fa la voce grossa e minaccia una corsa solitaria della Lega alle prossime elezioni amministrative destinata a provocare l’inevitabile sconfitta del centro destra. Il leader leghista deve risolvere i problemi interni creati dallo scontro di potere in atto tra i suoi fedelissimi del “cerchio magico” ed i fedelissimi di Roberto Maroni. In più deve marcare la posizione di opposizione presa dal Carroccio nei confronti del governo Monti e della maggioranza che lo sorregge. Bossi, quindi, fa il suo mestiere. Né più, né meno di come si comportano tutti gli esponenti di quelle forze che hanno scelto di non sostenere l’esecutivo dei tecnici ed hanno già avviato la campagna elettorale del 2013.
Il problema del Pdl, semmai, è il Pdl stesso. Che da un lato è obbligato a sostenere in Parlamento un governo che è l’antitesi simbolica ed anche politica della sua stessa natura di forza popolare del bipolarismo e della democrazia dell’alternanza. E dall’altro è spinto quotidianamente dalle richieste di una base che mal sopporta l’esecutivo dei burocrati e dei banchieri ad incalzare ed a minacciare di crisi un governo che non può permettersi di far cadere per mille ragioni tra cui l’irrisolto conflitto d’interessi del proprio leader.
E’ in grado il Pdl di uscire da questa contraddizione che rischia di farlo arrivare dissanguati ed esanime all’appuntamento elettorale del 2013? Per non dover rispondere alla domanda molti dirigenti del partito si aggrappano alla speranza che a cavare la castagna dal fuoco ci pensi il Pd nel momento in cui Monti ed i suoi ministri  incominceranno ad affrontare la riforma del lavoro e la revisione dell’art.18.
Ma chi pensa che la sinistra si lasci cogliere con il cerino in mano sbaglia di grosso. La strategia di Pierluigi Bersani non è di puntare a sbarazzarsi del governo dei tecnici ma di fagocitarlo e trasformarlo nel proprio governo. Non sarà il Pd, dunque, a restare con il cerino in mano ed a far uscire il Pdl dal culo di sacco in cui si è ritrovato.
Il problema del Pdl, che è il problema di come un partito popolare, liberale e bipolarista possa riprendere l’iniziativa politica, può essere risolto solo dal Pdl stesso. Non con il gioco del bastone e della carota nei confronti di un governo che al momento non si può comunque far cadere. Ma usando questa fase di sostanziale paralisi per far compiere una sorta di rivoluzione copernicana all’interno di un partito dove da sempre vige la logica dello scontro tra i clan per questioni di potere piuttosto che per questioni di linea politica.
E’ sicuramente vero che il Pdl condivide questa caratteristica negativa con tutte le altre principali forze politiche nazionali. La vita interna del Pd, ad esempio, è fatta solo da lotte di potere tra i diversi gruppi della casta dei dirigenti post-comunisti. Ma  il male comune non riduce l’eventualità che il Pdl arrivi sotto il 20 per cento all’appuntamento con le elezioni politiche. Per cui se vuole evitare il tracollo deve necessariamente costringere le fazioni interne legate a questo o a quell’esponente a porre al centro del loro dibattito la strategia politica del partito piuttosto che le loro ambizioni di potere.
L’impresa è sicuramente difficile. Ma Angelino Alfano, che ha il compito statutario di avviare questa rivoluzione copernicana, ha due armi a proprio vantaggio. La prima è far capire ai capi clan che litigare per il potere non ha senso se poi questo potere è destinato a svanire. La seconda è che non è affatto difficile porre al centro del dibattito interno del Pdl una nuova proposta politica con cui arrivare alle elezioni del 2013 con la ragionevole speranza di convincere la maggioranza degli italiani a farla propria per uscire dalla crisi. Questa proposta, infatti, esiste già. L’ha esposta in maniera chiara Newt Gingrich, il repubblicano americano più politicamente attrezzato, che ha definito il modello sociale europeo come il modello che fa trionfare la burocrazia e produce un sistema sclerotizzato che provoca la crisi.
La linea è dunque quella dello smantellamento dello stato burocratico-assistenziale che opprime i cittadini. Che non contraddice ma innova ed adegua al tempo presente l’economia sociale di mercato e garantisce all’Italia di uscire dal proprio declino.
Se Alfano piega i clan e li costringe a discutere di politica piuttosto che di tessere, il Pdl può farcela!Altrimenti è spacciato!

Il battesimo del vescovo Monti

Ego te baptizo piscem. Gli antichi vescovi usavano questa formula per trasformare la carne in pesce e consentire ai propri fedeli di rispettare la regola di mangiare di magro di venerdì anche quando non c’era pescato da consumare. I buoni cristiani sapevano bene che la carne battezzata pesce rimaneva carne. Ma si fidavano dell’autorità dei vescovi che trasformava una bugia in verità incontestabile.
Il governo di Mario Monti si comporta come i vescovi medioevali. Usa la sua autorità per spacciare un atto di puro e semplice dirigismo per un atto di liberalizzazione. E sfrutta la circostanza che le forze politiche della propria maggioranza non hanno alcuna intenzione e possibilità di interrompere la sua esperienza alla guida del paese, per spacciare come salvifici e soprattutto liberali atti che non sono né l’uno né, tanto meno, l’altro.
Perché Monti faccia il vescovo d’altri tempi è fin troppo comprensibile. Il governo tecnico non ha grandi margini di manovra. Essendo d’emergenza e destinato ad avere vita breve per la sua stessa natura, non è in grado di rassicurare i mercati. Pur avendo come presidente del Consiglio un personaggio autorevole come Monti, ha alle spalle un paese privo di peso nel contesto europeo dove si gioca la sorte dell’euro e la speranza di uscire dalla crisi. Sul piano interno, poi, sa bene di camminare su un terreno scivoloso ed in discesa. Il massimo del consenso popolare l’ha raggiunto al momento del suo insediamento. E d’ora in avanti ogni sua decisione destinata ad incidere in qualche modo sugli interessi reali delle singole forze politiche e sociali non può che provocare la progressiva riduzione della quota di consenso.
Per il governo, dunque, il battesimo che trasforma il dirigismo in liberalizzazione è  una sorta di scelta obbligata. Che serve a poco ed a nulla sul piano pratico e concreto. Non sarà qualche centinaio di taxi, farmacie ed edicole in più a rivoluzionare la società italiana. Ma che consente ad un esecutivo di burocrati privilegiati di nobilitare i propri atti e comportamenti con una qualche copertura culturale di vaga ed apparente forma liberale.
Si può emettere un decreto legge di liberalizzazione pretendendo che il Parlamento lo accolga senza modifiche e discussione di sorta? Che liberalizzazione può essere quella che fissa quote di mercato, rigidità di comportamenti, obblighi e doveri per i cittadini senza riconoscere loro la libertà di non avere dall’alto imposizioni frutto di criteri oscuri e scelti in maniera autoritaria ?
Ma, soprattutto, che razza di liberalizzazioni sono quelli che per diventare operative hanno bisogno non di smantellare strutture burocratiche pesanti e costose ma di mettere in piedi nuovi e più giganteschi organismi fatti di pletore di burocrati che aumentano il carico ed i costi della burocrazia pubblica?
Per capire come il governo Monti stia spacciando per pesce liberalizzato della carne
rigorosamente dirigista basta riflettere sul fatto che mentre si chiede a tassisti, farmacisti, edicolanti, professionisti di rinunciare a qualche privilegio di categoria, si  crea una super-authority delle reti che dovrà inglobare quella dell’energia e darà vita ad un ennesimo carrozzone a beneficio della casta di burocrati privilegiati che la dovranno occupare e gestire.
Ma si può con la mano destra “liberare “ i cittadini dal peso della ridotta concorrenza esistente all’interno di alcune categorie ed appesantire gli stessi cittadini dell’ennesima escrescenza burocratica destinata ad avere, come tutte le altre del suo genere, costi eccessivi e totalmente ingiustificati?
Si dirà che non è una Authority in più o una in meno a risolvere i problemi del paese. Il ché è vero così come non è imponendo sacrifici particolari a categorie marginali che si ottiene lo stesso risultato. Ma spacciare per liberalizzazione il più evidente dirigismo è un atto particolarmente inquietante. Dimostra che il governo tecnico non è solo modesto e limitato ma è solo la riedizione in peggio dei tanti governi dirigisti che si sono succeduti in Italia per tanti decenni. Con i risultati disastrosi sotto gli occhi di tutti!

Il falso obbiettivo della nomenklatura

In una fase di crescita economica le liberalizzazioni sono uno strumento di modernizzazione. Perché liberare i commercianti degli obblighi di apertura e chiusura può aumentare i consumi, aumentare il numero delle farmacie, assicurare meno costi e più benefici ai consumatori, abolire le tariffe minime degli avvocati spingerli a consorziarsi ed ad assicurare una prestazione professionale migliore (in quanto di squadra e non individuale) al cliente. E così via. Moltiplicare le pompe di carburante o i punti vendita delle carta stampata può favorire un maggiore consumo della benzina e una più ampia diffusione dei giornali e dei periodici. E pretendere dalle banche di non imporre la propria assicurazione sulla vita al cliente che chiede il mutuo è sicuramente un mezzo per consentire al cittadino di scegliere liberamente l’assicurazione per lui più conveniente.
Ma in una fase di recessione le previsioni più logiche e ragionevoli cambiano. Perché gli unici esercizi commerciali che si potranno permettere il maggior costo delle aperture libere saranno in gran parte quelli dei grandi centri commerciali ed in parte decisamente minore quelli dei negozi individuali specializzati (ma sempre scaricando sul consumatore il peso dell’apertura prolungata e diversificata). Aumentare il numero delle farmacie significherà ridurre i redditi dei farmacisti esistenti, moltiplicare le licenze dei taxi provocherà la proletarizzazione della categoria dei tassisti, l’eliminazione delle tariffe minime degli avvocati non avrà affetto alcuno. Così come servirà a ben poco imporre alle banche di proporre un ventaglio di assicurazioni sulla vita a chi chiederà mutui se non ci saranno mutui da erogare.
In altri termini, quindi, le liberalizzazioni fatte in un periodo di recessione non producono alcuna forma di modernizzazione. E, tanto meno, non riducono di un solo euro le spese delle famiglie. Ma, al contrario, finiscono con il produrre un nuovo e più generalizzato aumento dei prezzi .
Il principio, dunque, è sacrosanto. Ma la sua applicazione in un momento sbagliato non produce alcuna forma di modernizzazione ma solo un aumento di tensione sociale.
Perché, allora, il governo tecnico punta sulla liberalizzazioni non innovative ma regressive invece che cercare di liberare la società italiana dalle vere pastoie corporative che lo paralizzano e gli impediscono di tentare di uscire dalla crisi?
La domanda è retorica. Perché appare fin troppo evidente come il governo tecnico formato da una nomenklatura burocratica cresciuta nello stato assistenziale non solo non sia in grado di affrontare i veri nodi che bloccano qualsiasi tentativo di ripresa ma non abbia neppure la volontà politica e la capacità culturale per farlo.
I nodi riguardano le spese dell’assistenza indiscriminata da ridurre e la produzione e l’occupazione da rilanciare. Ma il governo tecnico non sa e non vuole scioglierli. Perché se lo facesse dovrebbe in primo luogo colpire quella nomenklatura burocratica di cui è l’espressione diretta. Cioè dovrebbe colpire se stesso. Ed in secondo luogo dovrebbe toccare gli interessi e le convinzione radicate di quelle forze politiche e sociali che hanno costruito lo stato burocratico-assistenziale e che sostengono i tecnici al governo solo perché li considerano, in quanto pilastro di quel tipo di stato, i custodi naturali delle strutture pubbliche elefantiache ed improduttive da loro messe in piedi.
Negli ambienti del Pdl in particolare, nessuno si azzarda a fare una considerazione del genere. Si teme che accusare il governo tecnico di prendersela con l’elettorato del centro destra per non dover sfidare l’ira dei sindacati con misure di liberalizzazione del mercato del lavoro e della produzione, potrebbe consegnare Monti alla sinistra. Il ché è sicuramente è giusto. Ma non può valere in eterno. Perché se per non consegnare Monti alla sinistra si deve perdere l’elettorato del centro destra e la speranza di smantellare lo stato burocratico-assistenziale che è la causa della crisi, è meglio dare a ciascuno il suo. Ed ai cittadini il diritto di scegliere con le elezioni il proprio futuro.

Il governo inadeguato

L’unico risultato concreto raggiunto fino ad ora dal governo dei tecnici è di aver confermato in maniera incontrovertibile la validità del detto che al peggio non c’è mai fine. Se i tecnici sono quelli che non riescono a far abbassare lo spread, che vanno in giro per l’Europa a bussare ad aiuti e che vengono regolarmente invitati a “fare da soli”, che predicano l’austerità formale ma sanno solo accendere le micce delle tensioni sociali con provvedimenti falsamente liberalizzatori, che sanno solo aggredire le categorie più deboli e risparmiare e premiare quelle più forti, è facile concludere che era meglio quando si stava peggio. E che il governo tecnico rispetto a quelli politici che lo hanno preceduto è un rimedio decisamente peggiore del male che avrebbe dovuto eliminare. Non fosse altro perché i politici potevano essere criticati, contestati, sbertucciati, insultati in lungo ed in largo senza timori di sorta. Ma i tecnici, dipinti da una stampa cortigiana come l’”ultima spiaggia” oltre cui c’è solo il mare del disastro finale, non possono essere neppure sfiorati dal sospetto che siano dei pericolosi incapaci espressione della casta peggiore nata negli ultimi cinquant’anni dentro le strutture dello stato burocratico-assistenziale.
E’ troppo presto per parlare di fallimento del governo tecnico? Niente affatto. E’ necessario, al contrario, denunciare per tempo gli indirizzi sbagliati e confusi che l’esecutivo di Mario Monti ha deciso di perseguire, per evitare che gli errori di oggi diventino i disastri di domani. Ed alla fine dell’esperienza dei burocrati e dei rappresentanti dei “poteri forti” al governo, il paese si ritrovi in condizioni decisamente più tragiche di oggi.
Se la crisi in cui versa il paese è provocata da un gigantesco debito pubblico provocato dal rigonfiamento ingiustificato e super-dispendioso delle strutture dello stato, logica avrebbe voluto che il governo avesse incominciato ad operare riducendo progressivamente, sia pure con tutte le cautele del caso, gli infiniti eccessi burocratici che gravano inutilmente sul paese.
La strada imboccata, invece, è stata esattamente quella contraria. Il caso più emblematico ed eclatante è quello delle cosiddette “authority”, quelle strutture dirigiste  cresciute a dismisura nell’ultimo decennio che servono solo ad aumentare il peso della burocrazia inutile sui cittadini, che avrebbero dovuto essere smantellate a causa della loro inutilità e dispendiosità e che, invece, non solo non vengono toccate ma addirittura ulteriormente gonfiate. L’annuncio che per collegare la politica della concorrenza con quella industriale, il governo ha deciso di conferire la regolarizzazione dei trasporti all’Autorità per l’Energia e per il Gas. Cioè di creare una super-authority zeppa di burocrati super-pagati con il compito di svolgere una funzione super-inutile visto che già esistono strutture ministeriali rigonfie di funzionari pubblici che dovrebbero svolgere lo stesso identico lavoro.
Insomma, invece di snellire, ridurre, ridimensionare, correggere le storture dello stato burocratico-assistenziale il governo dei tecnici fa l’esatto contrario. Gonfia, aumenta, raddoppia, potenzia, dilata senza alcun criterio di utilità strutture che andrebbero buttate di corsa al macero per alleggerire lo stato del loro peso eccessivo.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un errore occasionale. Ma non è così. Perché ciò che sta emergendo con sempre maggiore evidenza è che tutto si può chiedere al governo espressione della casta dei burocrati privilegiati tranne di tagliare le strutture burocratiche ed eliminare i privilegi di cui i suoi componenti hanno sempre goduto.
Ciò che emerge con tutta evidenza in questa fase, in altri termini, è che il risanamento e le riforme non possono essere realizzate da chi è corresponsabile e beneficiario delle distorsioni da risanare e da riformare.
Può essere che ci voglia ancora del tempo prima che l’intera opinione pubblica si renda conto di questa verità. Ma è certo che ne avrà presto o tardi consapevolezza. Le forze politiche se ne rendano conto per tempo!

Se in gioco è la pelle

Sarà pure vero che i tassisti che hanno assediato martedì scorso palazzo Chigi non hanno, come ha scritto uno dei più attivi aedi del governo Monti, la “serenità e la forza interiore della fiumana di Pelizza da Volpedo”. E sarà ancora più vero, come ha rilevato lo stesso sostenitore dell’esecutivo dei tecnici, che i comportamenti da ultrà non sono compatibili con una democrazia matura.
Ma, oltre a ricordare che la fiumana proletaria immortalata dal pittore socialista la forza la manifestava spesso non solo in maniera interiore ma anche con le barricate e gli scontri di piazza, va considerato che il paragone negativo tra la categoria dei tassisti e la classe operaia sarà pure politicamente corretta ma è profondamente sbagliato.
Perché esiste un fattore che accomuna ed unisce i tassisti brutti, sporchi e cattivi disegnati dai sostenitori di Monti e le mitiche masse operaie e bracciantili del tempo passato. E questo fattore è che oggi come allora la protesta di chi scende in piazza non nasce da una qualche motivazione ideologica ed intellettuale ma dalla necessità di difendere ad ogni costo la propria pelle.
Certo, per i privilegiati delle alte burocrazie investisti del ruolo di governanti e per i trombettieri altrettanto privilegiati dei media di proprietà dei banchieri, parlare di pelle da salvare è decisamente volgare. Ma chi trova sgradevole, sguaiato ed incompatibile con la democrazia matura il comportamento dei tassisti compie un errore marchiano nel non considerare e disprezzare la ragione di fondo per cui questa categoria scende in piazza e protesta. I braccianti e gli operai di Pelizza da Volpedo chiedevano pane e lavoro per uscire da condizioni di vita disumane e salire di almeno un gradino la scala sociale di cui occupavano il posto più basso. I tassisti chiedono di poter continuare a lavorare senza dover modificare radicalmente le loro condizioni di vita ed essere cacciati in quell’ultimo gradino della scala sociale in cui si trovavano i proletari di fine ottocento.
L’errore marchiano dei sostenitori del governo è di non capire che la protesta non è contro le liberalizzazioni ma è per la sopravvivenza personale. E che questa protesta non riguarda solo i tassisti ma è destinata ad essere scatenata da tutte quelle altre categorie che vengono definite “marginali” dai tecnici al governo e dai loro sostenitori e considerate destinate a scomparire sotto l’incalzare di una modernizzazione intesa come trionfo dei grandi gruppi commerciali, dei trasporti, della distribuzione, sulle piccole attività individuali.
Da questo punto di vista la battaglia per la difesa della propria pelle dei tassisti è solo la punta dell’iceberg. Dopo i conducenti di taxi, che temono di diventare sottoproletariato urbano con l’avvento dei grandi gruppi che trasformano i piccoli proprietari di auto pubbliche radunati in cooperative in dipendenti a retribuzione dimezzata per l’assunzione di immigrati affamati, toccherà ai piccoli artigiani, ai piccoli commercianti, ai singoli farmacisti, ai professionisti fermi all’attività individuale e via di seguito. Che non si batteranno per difendere privilegi ma in alcuni casi la sopravvivenza, in altri lo status sociale, in tutti la propria condizione di vita.
Può un governo tecnico nato per l’emergenza e privo di una qualche legittimazione popolare compiere una così radicale rivoluzione sociale? Chi pensa che lo possa fare  per investitura presidenziale e per designazione dei poteri forti non ha calcolato che
le rivoluzioni sociali possono essere realizzate solo sulla base di un largo e forte consenso popolare. Quel consenso che il governo dopo appena due mesi di attività ha incominciato a perdere a causa di scelte compiute non per fronteggiare l’emergenza ma per soddisfare gli interessi dei grandi gruppi finanziari, commerciali, bancari, distributivi.
Ma il paese può permettersi di avere ancora a lungo un governo che non sa uscire dalla crisi ma che, nell’incertezza, mette a rischio la pelle dei singoli cittadini?

Riforme e demagogia

Parte male il percorso scelto dai tre partiti della maggioranza, Pdl, Pd e Terzo Polo, per aiutare il governo Monti a far uscire il paese dalla crisi e dall’emergenza tecnica. Perché, come ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani, se i partiti in questione decidessero di operare in questo senso fissando l’agenda di una riforma istituzionale contraddistinta dalla riduzione del numero dei parlamentari, da una nuova legge elettorale e dalla riduzione dei costi della politica, l’intera operazione sarebbe destinata ad un clamoroso insuccesso.
Certo, serve una nuova legge elettorale e serve sicuramente un taglio drastico ai costi  esorbitanti della politica. Ma partire all’insegna di queste sole bandiere significa solo voler cavalcare l’onda momentanea della facile demagogia dell’anti-politica. Il che può funzionare se si vuole avviare una campagna elettorale ma non serve assolutamente a dare al paese quegli strumenti istituzionali nuovi che gli potrebbero consentire di uscire dalla crisi e dall’emergenza dei tecnici al governo.
La nuova legge elettorale, il taglio dei costi della politica e la riduzione del numero dei parlamentari, infatti, non  possono precedere una qualunque riforma istituzionale. Ne possono essere una parte. Che però cambia a seconda del tipo di riforma che si vuole realizzare. La scelta della riforma, in altri termini, non può che precedere sempre e comunque le decisioni sui meccanismi elettorali e sulla drastica riduzione di tutti i costosi ed improduttivi apparati costruiti dalla politica nel corso degli ultimi decenni.
Non si tratta di fare del facile “benaltrismo”. Cioè tirare il ballo la necessità di realizzare un grande progetto di riforma con il solo obbiettivo di lasciare tutto immutato.
Si tratta, più semplicemente, di mettere ben in chiaro che in questo momento non c’è spazio per strumentalizzazioni elettoralistiche. E che qualsiasi patto tra i partiti della maggioranza voglia essere realizzato deve necessariamente essere fondato sulla condivisione di un preciso progetto teso a ridisegnare l’intero assetto istituzionale del paese. Prima di ridurre il numero dei parlamentari, ad esempio, si deve stabilire se il bicameralismo perfetto deve essere mantenuto o se si deve passare ad una Camera di deputati ed un Senato delle regioni. Se bisogna confermare il bipolarismo, ritornare al proporzionale o mescolare, ed in quale proporzione, i due sistemi. Se si vuole conservare l’attuale costituzione materiale che ha prodotto un presidenzialismo di fatto all’interno di un sistema parlamentare di facciata o se si intende istituzionalizzare il presidenzialismo facendo eleggere direttamente dai cittadini l’inquilino del Quirinale. Se si pensa che sia meglio avere un Presidente della Repubblica di garanzia ed un Premier eletto dal popolo o se neppure una qualche forma di premierato vada bene per il nostro paese e si debba tornare all’epoca in cui i Presidenti del Consiglio erano il frutto di accordi riservati tra i soli segretari dei maggiori partiti.
E la riforma non si può fermare all’assetto delle massime istituzioni. Deve riguardare necessariamente tutte le diverse articolazioni inventate dalla politica per trasformare lo stato sociale nel gigantesco ammortizzatore sociale delle proprie clientele. Dalla crisi, infatti, non si può uscire solo aumentando il peso della pressione fiscale che non taglia il debito ma serve solo a far pagare interessi sempre più alti del debito stesso. Si esce incidendo pesantemente nei tessuti cancerogeni dello stato burocratico-assistenziale. Smantellando le strutture inutili, snellendo quelle che possono ancora servire e riconvertendo ad attività produttive una intera classe dirigente, fatta da politici e da burocrati, da troppo tempo abituata a vivere fin troppo agiatamente alle spalle dei normali cittadini.
Se dunque Bersani vuole andare alle elezioni a breve continui pure a giocare con la facile demagogia. Se vuole fare sul serio rinunci alle sciocchezze e parli un linguaggio di verità!

Il cambio di passo

E’ decisamente balzana l’idea che per evitare le strumentalizzazioni antieuropee delle agenzie di rating americane basti creare una agenzia di rating del Vecchio Continente! E’ come se per ridurre la febbre si ricorresse ad un termometro taroccato per segnarla più bassa. Perché la crisi è come la febbre. Si può ritoccarla in alto o in basso quanto si vuole. Ma se c’è non si può negare. E che la febbre da crisi per l’euro e per i paesi europei (così come per gli Usa ed il dollaro) ci sia, è assolutamente innegabile. Per combatterla, allora, non serve negarla. O nasconderla con qualche alchimia. Bisogna affrontarla. E per farlo non si può partire da schemi astratti frutto di concezioni o visioni ideologiche spesso incerte e confuse ma dai dati della realtà. Nel nostro caso è certo che il nostro debito pubblico è uno dei più elevati al mondo, che tale debito è stato determinato nel corso di alcuni decenni dalla costruzione di uno stato burocratico-assistenziale elefantiaco. Ed è ancora più certo che, da questa condizione di crisi interna che pone il paese in una condizione di particolare difficoltà nel quadro più ampio della crisi europea ed internazionale, si può uscire in due soli modi. O riducendo il debito attraverso i “compiti a casa” richiesti all’Italia dalla Cancelliera Merkel. Cioè con un patto di bilancio tra i paesi dell’Unione Europea che impone agli stati membri di compiere nell’arco di un tempo non illimitato i sacrifici necessari per riportare i conti in ordine. O compiendo la stessa operazione di riduzione del debito sfrondando progressivamente lo stato burocratico-assistenziale per ridurne i costi che alimentano in continuazione la formazione del debito stesso.
Sulla carta le due ipotesi poste in termini così schematici sembrano semplici. Nella realtà sono una più difficile dell’altra. La strada della riduzione del debito attraverso i sacrifici, che poi è la strada imboccata dal governo di Mario Monti su esplicita richiesta dell’asse franco-tedesco egemone in Europa, porta dritti alla recessione ed alla esplosione delle tensioni politiche e sociali. Con le manovre del governo Berlusconi e con quella dell’attuale esecutivo siamo appena all’inizio del percorso. Ma già appare evidente, alla luce dei focolai di protesta, di malessere e di rabbia che si vanno accendendo nel paese, che non potrà essere seguita a lungo. Fino ad ora, infatti, il peso della dilatazione dello stato burocratico-assistenziale è stato proiettato nel futuro e scaricato sulle generazioni successive. Adesso che ricade sulle generazioni attuali ci si rende conto che è assolutamente insopportabile. Lo stato che produce il debito è quello delle “cricche”, delle “caste”, dei politici miracolati e dei burocrati privilegiati, delle lobby chiuse e delle corporazioni blindate. Pensare che un governo, qualunque esso sia, possa sopravvivere chiedendo ai cittadini di sacrificarsi per continuare ad alimentare uno stato del genere è da pazzi irresponsabili.
Ma se la prima ipotesi sembra impercorribile anche la seconda appare di difficile realizzazione. Perché tagliare i rami secchi, improduttivi, parassitari del sistema è facile solo sulla carta. Nella pratica passare dallo stato invasivo, ossessivo e super-costoso allo stato ridotto che non produce deficit presuppone due passaggi al momento del tutto irrealizzabili. Il primo è di natura politica e culturale. Dopo sessant’anni di intreccio tra socialismo reale, corporativismo post-fascista su cui si sono trovate felicemente d’accordo tutte le principali forze politiche e sociali del paese, è difficile che si passi senza traumi di sorta a quella rivoluzione liberale che l’Italia non ha mai avuto. La seconda è che non basta sfrondare lo stato burocratico-assistenziale. Bisogna trovare contemporaneamente uno sbocco alle masse destinate ad uscire dalle strutture pletoriche di regioni, province, authority, comunità montane, municipalizzate, enti e società e via di seguito. Senza illudersi che basti spostare il peso dell’improduttività che produce debito dal pubblico al privato ma tenendo ben presente che una operazione politica e sociale del genere comporta una sforzo d’innovazione gigantesco. Ma un cambio di passo del genere può essere fatto da un governo tecnico o da un esecutivo retto sui senatori a vita come l’ultimo governo Prodi o sui transfughi “responsabili” come l’ultimo governo Berlusconi?
Serve, allora, una grande riforma e forze politiche consapevoli che dopo sessant’anni è arrivato il momento di voltare pagina. Perché l’alternativa è il disastro definitivo!