Archivio mensile:febbraio 2012

La maledizione del traliccio

Alla radice degli anni di piombo che insanguinarono il nostro paese non ci fu solo la strage di piazza Fontana come sostengono i nostalgici combattenti e reduci di quella tragica fase della storia italiana. Ci fu anche il traliccio di Segrate sotto il quale venne trovato il corpo di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato dalla bomba con cui l’editore rivoluzionario voleva spegnere le luci di Milano.
Feltrinelli era stato chiaramente vittima della propria imperizia di artificiere dilettante. Ma divenne ben presto il simbolo di una rivoluzione proletaria che il potere borghese cercava di stroncare ricorrendo ad ogni forma di “trama oscura”. Ed, a dispetto della natura accidentale della sua morte e del fatto che non si trattava di un proletario ucciso dalla reazione borghese ma di un borghese miliardario ucciso dalla propria ideologia proletaria, si trasformò nello stimolo e nel modello di tutti gli aspiranti rivoluzionari degli anni ’70.
Sulla base dell’esperienza del passato, allora, non va sottovalutata la vicenda del traliccio della Val di Susa da cui è caduto il leader No Tav Luca Abbà. Non solo perché l’incidente provocato dalla  disattenzione del giovane contestatore dell’alta velocità è stato subito presentato come la conseguenza di una inaccettabile azione coercitiva della polizia. Ed è stato spunto per una serie di azioni violente condotte in parecchi città italiane dai gruppi più intransigenti dell’estremismo antagonista. Ma soprattutto perché il traliccio della Val  Susa, così come quello di Segrate di tanti anni prima, rischia di innescare una reazione a catena di contestazione e di violenza in un paese dove si stanno drammaticamente creando le condizioni favorevoli per questa tragica forma di ritorno al passato.
La drammatica vicenda della Val di Susa va messa in relazione con il disagio crescente che colpisce  fasce sempre più ampie della popolazione italiana a causa della crisi economica. Va collegata con le tensioni che hanno sconvolto e rischiano di tornare a dilaniare la Grecia per lo stesso motivo. Ed, infine, va vista in un quadro generale europeo dominato dall’insofferenza sempre più forte dell’opinione pubblica tedesca per i sacrifici da compiere in favore dei paesi più deboli dell’Europa e  del vento anti-Ue ed anti-euro che spira sempre più forte in Francia alla vigilia delle elezioni ed in tutto il Vecchio Continente. L’incidente del leader No Tav rischia di essere una scintilla sopra un lago di benzina. Che può provocare un incendio dalle dimensioni gigantesche e dalle conseguenze devastanti.
Consapevole di questo pericoli il ministro Elsa Fornero ha sostenuto che con i No Tav bisogna continuare a dialogare. Ma il dialogo non basta. Non solo perché i gruppi antagonisti non hanno alcuna intenzione di ascoltare e di confrontarsi. Ma soprattutto perché non sono e non possono essere loro gli interlocutori veri del dialogo. Se il governo vuole disinnescare il rischio che il traliccio della Val di Susa dia fuoco alle polveri della protesta generalizzata in tutta Italia deve dimostrare di volere confrontarsi con l’intero paese. Non con le parole o con la manifestazione formale dei buoni sentimenti. Ma con azioni concrete che dimostrino la consapevolezza del governo del disagio crescente nella società nazionale attraverso misure che non servano solo ad accrescere le lacrime ed il sangue ma anche a suscitare qualche speranza per la soluzione della crisi.
Fino ad ora l’esecutivo di Mario Monti si è presentato con il volto dell’austerità , del rigore, del sacrificio. Ed ha lanciato al paese il messaggio che solo cambiando il proprio modello di vita può sperare di salvarsi. Ora deve sforzarsi di far almeno balenare che solo la lunga recessione ci sarà comunque una qualche ripresa. Ed accedere almeno una fiammella di ottimismo della volontà. Senza il quale non si va da nessuna parte tranne che subire le conseguenze della maledizione del traliccio.

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Il futuro di Monti

Mario Monti ha annunciato che al termine della sua esperienza a Palazzo Chigi tornerà ad insegnare alla Bocconi . Ma non ha detto che alla conclusione della legislatura destinata ad interrompere la fase del governo tecnico , si dimetterà da senatore a vita ed uscirà definitivamente dalla scena politica nazionale. Chi pensa ad un prossimo futuro da Cincinnato per l’attuale Presidente del Consiglio ha fatto male i suoi conti. DI sicuro Monti non si candiderà alle prossime elezioni . E respingerà le richieste in questo senso che gli potranno giungere non solo dal versante del centro destra e da quello di sinistra ma , soprattutto, dall’area di centro. Tornerà sicuramente alla Bocconi. Ma giusto il tempo di fare un saluto e rimettersi in viaggio per Roma  dove, proprio grazie al suo rifiuto di scendere in campo alla guida di una qualche formazione e di un qualche schieramento politico, sarà caldamente invitato a rimettersi alla guida di un governo destinato a completare l’azione di risanamento avviata  in precedenza .
Si tratterà di un esecutivo di nuovo tecnico ? Oppure  l’attuale Presidente del Consiglio sarà chiamato a guidare un governo provvisto di una natura squisitamente politica e fondato sulla formula delle cosiddette “ larghe intese “ ? Le previsioni più attendibili dicono che la questione è ancora tutta da definire. Ma danno per scontato che lo scenario più realistico per l’avvio della prossima legislatura è che Monti succeda comunque a se stesso alla guida di un governo tecnico o politiche che sia .
La previsione non poggia solo sulla considerazione che tra un anno e mezzo buona parte delle ragioni dell’emergenza grazie a cui i politici hanno dovuto lasciare spazio ai tecnici risulteranno ancora irrisolte. Nessuno s’illude in miracoli impossibili da realizzare in così breve tempo. Ma si fonda anche sulla constatazione che difficilmente le forze  politiche saranno in grado di arrivare all’appuntamento elettorale perfettamente e definitivamente guarite dalla malattia che le ha costrette a fare il passo indietro a favore di Monti e della sua squadra di banchieri e burocrati.
A meno di un qualche clamoroso imprevisto la grande coalizione , più tecnica che politica o più politica che tecnica che sia, sarà ancora necessaria. E la partita tornerà necessariamente ad essere giocata attorno al personaggio che , proprio perché non schierato da una parte o dall’altra , continuerà a rappresentare la novità ed il cambiamento rispetto alla vecchia classe politica.
Può essere che questa previsione si riveli sbagliata. I sicuro, però, in attesa che venga sconfessata dagli avvenimenti, determina già degli effetti. Il primo dei quali
è l’assoluta indifferenza di Monti e di buona parte degli esponenti del suo governo per la futura riforma elettorale. Che importa, infatti, a chi appare comunque destinato a governare il paese nella prossima legislatura senza alcun bisogno di verifica popolare, se i partiti destinati a loro volta a rimanere dietro le quinte cambieranno o non cambieranno affatto il “porcellum”?
Il secondo di questi effetti, poi, è che i più previdenti incominciano a pensare che l’unica incognita del futuro, se Monti torna a Palazzo Chigi affiancato a meno da tecnico o politici, riguarda il nome del successore di Giorgio Napolitano a Palazzo Chigi. Sarà sempre un esponente proveniente dal mondo della sinistra o della alta burocrazia cara alla stessa sinistra ? Oppure sarà un personaggio che per la propria provenienza sarà chiamata a segnare una certa discontinuità con la tradizione del passato ? Gli interrogativi sono molti. Di certo c’è solo che ad eleggere il Presidente della Repubblica saranno i componenti del Parlamento. E che ad essere decisivi saranno i partiti che usciranno dalla prossime elezioni più compatti e meno spappolati.

Le conseguenze del “santino”

Per anni la sinistra ha rimproverato a Silvio Berlusconi di aver dato vita ad una destra populista, sbracata, impresentabile. Ed ha contestato al Cavaliere di non avere importato in Italia quella destra moderna ed europea che avrebbe dovuto competere con lo schieramento progressista alternativo non con le armi della demagogia e del leaderismo esasperato ma con quelle dei programmi concreti e della serietà e sobrietà dei comportamenti.
Questa destra diversa così a lungo evocata è improvvisamente comparsa con il governo di Mario Monti. E la sinistra, che tanto l’aveva auspicata per delegittimare e squalificare quella di Berlusconi, si trova ora a farci i conti scoprendo amaramente che per i propri interessi era decisamente meglio quando si stava peggio.
Era fin troppo comodo, infatti, fare opposizione ad una maggioranza che sembrava prestarsi ben volentieri a farsi bollare dal marchio del mondo del male contrapposto a quello del bene!
Uscita dallo schema manicheo e posta di fronte ad un fenomeno così tanto sollecitato da non potere essere immediatamente sconfessato e bocciato, la sinistra finisce inevitabilmente per perdere la bussola e tende a spaccarsi sulla linea da seguire nei confronti  del governo Monti. Tanto più che il leader della destra accusata di essere populista ed impresentabile si guarda bene dal regalare la destra considerata europea e presentabile alla sinistra che tanto l’ha auspicata. E, sia pure al prezzo dell’incomprensione di una parte del proprio elettorato, tende ad allinearsi senza distinzioni di sorta alle posizioni di un esecutivo beatificato in vita proprio da chi oggi scopre quando era meglio avere a che fare con un diavolo piuttosto che con un santo.

La strategia di Berlusconi mette sicuramente in imbarazzo il Presidente del Consiglio. Che preferirebbe continuare ad interpretare il ruolo di super-partes e non di destra presentabile dietro cui si ripara la destra impresentabile. Ma sembra fatta apposta per far emergere all’interno del Pd ed anche del Terzo Polo tutte quelle contraddizioni che erano state poste in secondo piano dalla soddisfazione per la cacciata del Cavaliere da Palazzo Chigi e dalla necessità di seguire Giorgio Napolitano nella scelta di fronteggiare l’emergenza attraverso l’anomalia dell’esecutivo tecnico.
Nel Pd le contraddizioni sono quelle di sempre. Dei riformisti che si scoprono più montiani di Monti e dei massimalisti che non resistono al richiamo della foresta lanciato dalla Cgil sulla riforma del lavoro. Ma, soprattutto, sono quelle di chi tenta azzardati innesti di ambizioni personali sulle posizioni politiche con effetti decisamente bizzarri. Il bipolarista Walter Veltroni, quello della vocazione maggioritaria del Pd, diventa così il più acceso sostenitore della proposta di dare vita nella prossima legislatura ad una grande coalizione guidata sempre da Mario Monti. Ed il proporzionalista dalemiano  Pierluigi Bersani si trasforma nel più convinto sostenitore della necessità di chiudere la parentesi tecnica con le prossime elezioni politiche e tornare alla sana contrapposizione tra  la destra impresentabile e la sinistra virtuosa. E lo stesso, sia pure in maniera meno eclatante ma altrettanto significativa, avviene all’interno del Terzo Polo. Dove Pierferdinando Casini si rende conto che più aumenta l’abbraccio del Cavaliere nei confronti di Monti, più il proprio ruolo e le proprie ambizioni si restringono e si riducono. E dove i dirigenti di Futuro e Libertà scoprono che mentre il loro leader Gianfranco Fini può sperare di avere un futuro segnato da un qualche incarico di governo nella prossima legislatura da grande coalizione, la loro unica prospettiva è di morire post-democristiani o neo-dipietristi.
E’ difficile che tutte queste contraddizioni possano sfociare a breve in tensioni destinate a ripercuotesi negativamente sulla vita del governo. Ma è assolutamente certo che da qui alla fine della legislatura non potranno che crescere, montare, diventare sempre più esplosive, dirompenti e sfociare in un voto che dovrà fare necessariamente chiarezza. In primo luogo dentro la sinistra. Ma in una seconda fase anche sul fronte opposto. Che per dimostrare di essere diventato presentabile deve incominciare a tirar fuori le idee oltre il santino di Monti!

La pistola scarica del segretario

E’ una pistola scarica la minaccia di Pierluigi Bersani di non votare la riforma del lavoro del governo Monti in caso di mancato accordo con i sindacati sulla conservazione dell’art.18 e della cassa integrazione straordinaria. E’ al massimo, un tentativo di condizionare la trattativa in corso tra esecutivo e forze sociali. Ma senza alcuna vera minaccia del Pd di staccare la spina e di aprire una crisi di governo all’insegna della difesa delle ragioni della Cgil destinata a sfociare nelle elezioni anticipate.

Tutto questo perché il Pd è talmente carico di senso di responsabilità nei confronti del paese che non si azzarderebbe mai a provocare la caduta del governo in un momento ancora segnato dalla gravissima crisi economica internazionale? Niente affatto. Bersani ed i dirigenti del Pd saranno sicuramente provvisti di grande e giusta preoccupazione per le sorti del paese. Ma non è questa la ragione che spinge ad escludere l’eventualità di una rottura della maggioranza da parte del Pd nel caso di un mancato accordo sulla riforma del lavoro.

La ragione vera è che se il Pd volesse legare strettamente il proprio atteggiamento nei confronti del governo alle scelte della Cgil, vorrebbe dire che ha ormai definito una strategia politica fin troppo chiara ed evidente per il proprio futuro. Quella del ritorno alla propria identificazione con la sinistra di classe e della conseguente scelta di tornare ad essere il partito-guida di uno schieramento caratterizzato dalla presenza di tutte le componenti della galassia radicale della sinistra italiana. Una strategia del genere presupporrebbe che il Pd ha ormai deciso di imboccare la strada che porta alla riesumazione del vecchio Ulivo

 

 

senza aperture di sorta ai centristi del Terzo Polo e che punta decisamente alla conservazione del sistema bipolare attraverso una riforma elettorale che esclude il ritorno al proporzionale.

Ma il Pd non ha compiuto affatto una scelta del genere. Anzi, più passa il tempo e più sembra impantanato nel mezzo di un guado dominato dall’eterno ed irrisolto interrogativo se puntare verso la sponda del massimalismo della sinistra di classe o verso la sponda opposta del riformismo governativo.

Bersani, così come tutti i suoi predecessori alla guida del Pd, non è in grado di compiere una scelta netta. E’ costretto a manovrare per rimanere nel guado e nell’equivoco nel timore che qualsiasi decisione gli possa far perdere per strada una qualche fetta del partito. E tenta addirittura di sfruttare l’incertezza a proprio vantaggio giocando su una trattativa per la legge elettorale condotta all’insegna della voluta ambiguità tra vocazione bipolare con annessa conferma della fotografia di Vasto e ritorno al bipolarismo con conseguente occhieggiamento a Pierferdinando Casini per una nuova legislatura segnata da una ipotetica grande coalizione.

Queste grandi manovre sono fatte in maniera professionale ma nascondo da una incertezza di fondo che Bersani non è in grado di sciogliere. Per questo ogni minaccia a Monti è una pistola scarica. Il colpo in canna può venire solo dopo aver deciso una volta per tutte di uscire dal guado puntando sulla sponda massimalista. Il ché è possibile. Anche se al momento del tutto improbabile.

Ma l’Euro va ricontrattato

L’euro è  nata come strada senza ritorno. Dalla moneta unica europea non si esce. Nel senso che non esiste una procedura stabilita che consenta ad uno dei paesi della Ue di tornare indietro alla propria vecchia moneta nazionale. Questa mancanza di una via di ritorno rende inevitabile che l’uscita dall’euro può avvenire solo per ribellione e rottura traumatica del patto da parte di uno dei contraenti. Esiste , in teoria, anche l’ipotesi che il vincolo della moneta unica venga sciolto grazie ad una intesa tra tutti i paesi della Ue. Ma si tratta di una ipotesi astratta. Basta che un solo paese di quelli contano si opponga e chiunque manifesti la volontà o la necessità di uscire dall’eurozona diventa automaticamente un pericoloso secessionista da condannare ad un pericoloso e drammatico isolamento.
Questa condizione di irreversibilità assoluta dell’euro sta diventando un motivo di riflessione fin troppo attuale non solo alla luce della vicenda greca ma anche dell’ultimo declassamento operato dall’agenzia Moody’s del rating sul debito sovrano di Italia, Spagna e Portogallo .
La ribellione in atto ad Atene contro le pesantissime misure imposte dall’Europa ed il rischio che tra non molto la stessa Europa possa imporre ( in parte lo ha già fatto) misure altrettanto pesanti all’Italia, alla Spagna ed al Portogallo, stanno provocando una sostanziale trasformazione dell’immagine e della natura della moneta unica. Da opportunità , risorsa e strumento virtuoso per le economie dei singoli paesi e da fattore di stimolo per una unità europea difficile da realizzare sul terreno politico, l’euro sta assumendo progressivamente l’aspetto di un vincolo negativo che nega la speranza di ripresa e di crescita dei paesi in difficoltà . E , per questo motivo, si sta trasformando da fattore di promozione dell’unità europea in fattore di disunione e di disgregazione. Se le opinioni pubbliche dei paesi in difficoltà si convincono che l’euro è solo lo strumento attraverso il quale la Germania ed i paesi più ricchi dell’Europa continentale possono estendere progressivamente la loro egemonia sul resto dell’Europa, l’euro diventa automaticamente la moneta della potenza occupante e l’Unione Europea una finzione dietro la quale si nasconde l’ombra inquietante di un Quarto Reich senza le divise del Terzo ma altrettanto oppressivo.
Per salvare l’euro e l’Europa unita, quindi, è necessario paradossalmente trovare una via di fuga dalla concezione dell’euro come la moneta dei paesi occupanti del Nord a scapito di quelli del Sud. E farlo in tutta fretta, prima che scatti come riflesso condizionato ed inevitabile nelle opinioni pubbliche dei paesi sottoposti a vincoli sempre più pesanti l’idea che l’unica strada di salvezza sia quella della nuova Resistenza contro l’occupante germanico.
Non si tratta di ripudiare l’euro. Si tratta di rinegoziarlo. Magari di stabilire, insieme ad un piano di risanamento per i paesi in difficoltà, anche la possibilità di una distinzione della moneta unica dei paesi più ricchi e solidi e di una moneta unica di quelli in stato di convalescenza. Ma, soprattutto, si tratta di rivedere il vincolo politico che è alla base del progetto unitario europeo. Una Europa segnata da una nazione predominante che egemonizza il Continente non è Europa. E’ la morte definitiva del sogno unitario del Vecchio Continente !

L’ombra del Porcellum

L’accordo raggiunto dalle tre forze politiche maggiori nel fissare come primo paletto della futura riforma costituzionale la riduzione del numero dei parlamentari non è un omaggio alla demagogia imperante nei media impegnati nella campagna contro la casta dei politici. E’ probabile che così possa essere interpretato dai più sprovveduti della compagnia anti-casta. Quella che con i suoi artefici più acuti punta solo ad usare l’offensiva contro la politica come una cortina fumogena dietro cui nascondere i privilegi e gli interessi dei propri padroni. Ma la riduzione del numero dei parlamentari non è affatto un cedimento, una resa o un qualche passo indietro della “casta” politica. E’ l’esatto contrario. Cioè il segnale che i vertici dei maggiori partiti hanno concordato di rispondere all’astuzia con l’astuzia. Ovviamente non per compiere una qualsiasi ritirata rispetto all’occupazione eccessivamente costosa delle istituzioni che tanto irrita l’opinione pubblica. Ma per riaffermare e consolidare proprio quella occupazione. E per gettare le basi di una riforma costituzionale destinata non a recepire le istanze ingenue dei cittadini ma ha riaffermare e consolidare la presenza ed il potere sulle istituzioni. Naturalmente non dell’intera classe politica ma solo delle forze politiche maggiori a scapito di quelle minori.
La riduzione del numero dei parlamentari concordati dai vertici di Pdl, Terzo Polo e Pd non è fine a se stessa. E’ il presupposto di una riforma elettorale che, proprio sulla base della riduzione del numero dei deputati e la fine del bicameralismo perfetto, dovrebbe essere caratterizzata da un lato dal ritorno al sistema proporzionale e dall’altro dalla correzione del sistema stesso attraverso l’introduzione di uno sbarramento molto alto diretto ad eliminare la proliferazione dei partiti minori e l’eccesso di frammentazione del quadro politico. Qualcuno aggiunge che la cascata, avviata dalla riduzione del numero dei parlamentari, non dovrebbe fermarsi solo al proporzionale, allo sbarramento alto ed alla eliminazione dei partiti minori ma anche (e forse soprattutto) a creare le condizioni per dare solidità nella prossima legislatura al progetto della “grande coalizione”.
L’ipotesi non è affatto peregrina. Tanto più che a sostenerla ufficialmente è Pierferdinando Casini.
Ma se anche se si trattasse di una eventualità tutta ancora da definire, è facile rilevare come la furbizia delle forze politiche maggiori sembra fatta apposta per scatenare la reazione e la protesta di quelle destinate a correre il rischio di non avere alcuna rappresentanza parlamentare. A dover sopportare la rivolta dei “minori” sono in parte il Pdl ed il Terzo Polo. Alfano e Casini debbono fronteggiare al loro interno l’opposizione di quei gruppi che per un verso vorrebbero una proporzionale da utilizzare per liberarsi dai vincoli di partito o di coalizione e correre in autonomia ma per l’altro si oppongono ad uno sbarramento che li costringerebbe a subire nuovi e più pesanti obblighi di obbedienza. Ma il pericolo maggiore incombe sul Pd. Sel, Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, grillini e gruppi minori della sinistra estrema non hanno alcuna intenzione di correre il rischio di rimanere fuori dal Parlamento nella prossima legislatura. Sono convinti di rappresentare insieme la maggioranza del popolo della sinistra, come dimostrano le vicende amministrative a Napoli, Bari, Milano e le primarie a Genova. E sono pronti a dare vita ad una battaglia che potrebbe provocare autentici sconquassi all’interno di un Partito Democratico dove esiste una componente anti-proporzionalista minoritaria ma fortemente motivata e decisa.
Il più preoccupato, dunque, dovrebbe essere Pierluigi Bersani. Sempre che, ovviamente, le voci sull’accordo tra i partiti maggiori non siano state diffuse per far scoppiare le resistenze e , come sempre è avvenuto nel passato, far naufragare ogni possibilità di riforma del sistema elettorale. Per tornare a votare con il “Porcellum”, tanto detestato a parole, tanto amato nei fatti dai leaders di tutti i partiti.

Napolitano e Ingroia

Nel giorno in cui il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha pronunciato al Consiglio Superiore della Magistratura un discorso in cui ha criticato le “troppe esternazioni” di alcuni magistrati, lo stesso Csm ha considerato “lecito” ma “inopportuno” l’intervento fatto dal Pm di Palermo Antonio Ingroia al congresso del Partito dei Comunisti Italiani.
Questo significa che tra il Csm ed il Capo dello Stato (che poi è il presidente dello stesso Csm) c’è un contrasto in atto? E che il richiamo senza sanzioni di sorta nei confronti di Ingroia costituire la risposta implicita (ed ovviamente polemica) alla critica di Napolitano verso i magistrati che “esternano” eccessivamente come lo stesso Ingroia?
Niente affatto. Nessun componente del Consiglio Superiore della Magistratura pensa minimamente di mettersi in contrasto con il Presidente della Repubblica. E tutti sono perfettamente d’accordo sul richiamo di Napolitano ad una maggiore “sobrietà e compostezza” espositiva delle toghe. E solo che per loro le due questioni, quella del richiamo ai principi fatto dal Capo dello Stato e quella della valutazione concreta del comportamento di un magistrato, vanno poste su due piani distinti e separati. Dove si applicano logiche completamente differenti. Su quello dei principi dove si colloca il Presidente della Repubblica vale la logica astratta dell’adesione formale ai grandi valori generali della Costituzione. Su quello della valutazione concreta dei comportamenti dei magistrati vale invece la logica corporativa che subordina costantemente i principi generali al diritto individuale del singolo magistrato.
Da un punto di vista formale, dunque, il Csm che “bacchetta” ma non punisce in alcun modo l’”esternatore” esorbitante Ingroia non si pone affatto in contrasto con Napolitano e la sua critica alle “esternazioni” eccessive. Anzi, sul piano formale condivide in pieno la valutazione del capo dello Stato. Ma sul piano materiale, quando si tratta di valutare concretamente se un magistrato abbia ecceduto o meno in comportamenti destinati a creare dubbi sulla sua terzietà (e quindi sulla credibilità della stessa magistratura), il Csm considera sempre prevalente su qualsiasi principio generale il diritto di ogni singolo magistrato alla libertà d’opinione riconosciuta dalla Costituzione a tutti i cittadini.
Il Csm non compie alcuna forzatura nel comportarsi in questo modo. Segue, semmai, una prassi che si è consolidata nel corso dei decenni e che è diventata una sorta di riflesso pavloviano per chiunque si sia succeduto nell’organo di autocontrollo della magistratura italiana. Paradossalmente, però, questa circostanza non è un attenuante ma, al contrario, un aggravante. Significa che la dissociazione tra piano formale e piano materiale non nasce da una qualche strumentalizzazione occasionale ma da una distorsione diventata ormai strutturale. Quella che porta il Csm a considerare che il magistrato ha gli stessi diritti dei normali cittadini ed a dimenticare che alla rivendicazione di questo diritti deve corrispondere, per chi amministra la giustizia, una maggiore responsabilità. Perché, altrimenti, il diritto del cittadino magistrato diventa maggiore del diritto del cittadino normale trasformandosi in privilegio. Chi giudica in base al principio della “legge uguale per tutti” non può farlo se non applica il principio anche a se stesso!

Il rigore senza deroghe

Martedì scorso Mario Monti ha avuto due incontri separati a Palazzo Chigi. Il primo quello in cui ha annunciato ai promotori della candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 che l’Italia è troppo impegnata nell’azione di risanamento dell’economia per permettersi di imbarcarsi in una spesa che potrebbe risultare incontrollabile e disastrosa. Il secondo quello in cui, a stare alle indiscrezioni raccolte dai giornali che fanno da megafono stabile a Palazzo Chigi, quello in cui ha comunicato al Presidente della Rai Paolo Garimberti che il governo non prorogherà l’attuale Consiglio di Amministrazione della Rai e precederà nei tempi previsti a nominare quel rappresentante del Ministero dell’Economia nell’organo di controllo dell’azienda radiotelevisiva pubblica che, con il suo voto e con quello del futuro presidente (forse lo stesso Garimberti?) ribalterà l’attuale maggioranza nel Cda e risulterà determinante per la governance di viale Mazzini.I due incontri, riguardanti persone e questioni assolutamente differenti tra loro, andrebbero invece strettamente connessi. Ad unirli dovrebbe essere la comune logica del rigore. Che, però, nel caso del “no” alle Olimpiadi a Roma è stata applicata in pieno dal Presidente del Consiglio e da tutti i componenti del governo. Mentre nel caso della Rai non è stata minimamente prevista né dal Presidente del Consiglio e neppure da uno solo dei tecnici e dei professori presenti nel governo.Monti ha bocciato le Olimpiadi sostenendo che il paese non avrebbe potuto permettersi di spendere gli ottocento milioni di euro all’anno dal 2014 al 2020 previsti per la realizzazioni degli impianti e delle opere necessarie ad accogliere atleti e turisti nella Capitale. Ha spiegato che “non possiamo permettercelo”. Ed ha lasciato intendere che queste cifre potrebbero addirittura aumentare e provocare un ulteriore aumento di un bilancio pubblico che invece dove essere assolutamente e drasticamente ridotto. Nell’assumere la sua decisione il Presidente del Consiglio si è basato su una legittima e rispettabile valutazione di un futuro considerato rischioso ed eccessivamente oneroso. Ma per quale singolare ragione la stessa logica tesa ad impedire eventuali spese aggiuntive al bilancio pubblico non viene applicata  alle spese certe che l’azienda radiotelevisiva pubblica inevitabilmente ed inesorabilmente farà dal 2012 al 2020?
Se le Olimpiadi rappresentano un lusso ed un azzardo che l’Italia non è in grado di permettersi, la Rai costituisce uno spreco fin troppo certo che sulla base della stessa logica il paese non può più sostenere. Perché è vero che fare le Olimpiadi a Roma comporta il rischio di rimettere in moto, come ha spiegato il professionista degli anti-sprechi della casta Sergio Rizzo,  la “macchina impazzita che macina ricorsi al Tar, arbitrati, revisione prezzi, varianti in corso d’opera, veti di chicchessia” oltre  ad intrecci di competenze burocratiche tra municipi, comune, regione, ministeri, soprintendenze e chi più ne ha più ne metta. Ma è altrettanto vero che continuare a finanziare la macchina Rai significa spendere la stessa cifra con cui si sarebbero finanziate le Olimpiadi per perpetuare un meccanismo perverso di privilegi, contenziosi, lottizzazioni, lotte politiche, mercimoni e nefandezze di ogni tipo (ultima della serie ma più significativa la ridicola, irritante e supercostosa esibizione di Adriano Celentano al Festival di San Remo). Coraggio Monti, niente due pesi e due misure! Applichi il rigore ad ogni genere di “circenses”. Dopo le Olimpiadi tagli anche la Rai scegliendo la strada della privatizzazione!

Uno schiaffo alla speranza

Non è uno schiaffo a Roma la decisione del Presidente del Consiglio Mario Monti di respingere la richiesta di candidare Roma per le Olimpiadi del 2020. E non è neppure un colpo diretto a mettere in discussione la credibilità e l’autorevolezza del sindaco della Capitale Gianni Alemanno. Se la decisione del governo fosse stata motivata da un qualche pregiudizio antiromano, pregiudizio che pure non è mancato non solo da parte di alcuni esponenti leghisti ma anche da parte di alcuni ambienti governativi, sarebbe stato sicuramente grave. Ma si sarebbe comunque trattato di un atto dal significato ridotto, limitato, spiacevole ma privo di un significato negativo di portata generale. Lo stesso sarebbe avvenuto se la decisione fosse stata il frutto di un malanimo di tipo politico o personale nei confronti di Alemanno. Oppure la conseguenza di una irritazione per la pressione decisamente sopra le righe compiuta nelle ultime settimane dai partiti della maggioranza, dagli ambienti del Coni e dal mondo degli sportivi nei confronti di un esecutivo impegnato nel fronteggiare l’emergenza prodotta dalla crisi economica.
Naturalmente tra i danni collaterali della decisione di Monti c’è sicuramente il rinfocolare dei pregiudizi antiromani per l’eccesso di lamentazioni e di proteste degli “orfani dell’Olimpiade” . E c’è ancora più sicuramente la sostanziale delegittimazione di un sindaco che puntava sul successo della campagna per i Giochi del 2020 allo scopo di rilanciare la propria immagine insieme a quella di una Capitale pronta a cogliere l’occasione storica di bissare il grande evento del 1960.
Ma il danno più grave e più devastante della scelta di Monti è sulla speranza dell’opinione pubblica italiana di uscire in tempi rapidi dal grande gelo economico che minaccia di stringere il paese in una morsa mortale. Il messaggio che il governo ha lanciato con la sua decisione è che non esiste alcuna possibilità di portare avanti contemporaneamente l’azione di risanamento fatta di sacrifici con il tentativo di riattivare la crescita e lo sviluppo con gli investimenti su qualche progetto di grande respiro.
Ciò che Monti ha fatto capire, in altri termini, è che il processo di risanamento dell’economia nazionale non è affatto concluso ma è destinato ad andare avanti per lunghissimo tempo. Addirittura fino ed oltre il 2020. E nel portare avanti questo processo il governo che è fatto di sacrifici, di tagli, di riforme dolorose e di rieducazione coatta degli italiani, il governo non può compiere alcuna deroga al rigore. Tanto meno può destinare risorse impegnative ad una occasione con una Olimpiade che può tradursi in una ennesima espansione della spesa pubblica improduttiva.
Il futuro, quindi, non è roseo come si illudeva chi pensava che la crisi fosse ormai in via di superamento come avevano lasciato intendere  la riduzione dello spread o  la copertina apologetica di Times. Il futuro continua ad essere oscuro. E , quel che è peggio, non esiste alcun margine alla speranza di rompere l’assedio del debito pubblico nel giro dei prossimi anni. Se non si può lavorare ad un progetto che dovrebbe essere realizzato tra otto anni perché ogni risorsa va impiegata nel contenimento della spesa, vuol dire che il rischio di fare la stessa fine della Grecia è incombente. E che l’unico modo di esorcizzarlo è di mettere in conto di compiere una lunghissima marcia  per uscire da una fase di recessione al momento irreversibile.
Lo smacco dell’Olimpiade mancata, allora, non è uno smacco a Roma. E’ uno schiaffo all’intero paese. Forse diretto a svegliarlo dal sonno delle false illusioni. Forse teso a comunicare che per il governo non esiste alcuna alternativa alla strategia delle sole lacrime e del solo sangue.
Il ché può essere anche giusto. Purché serva sul serio a superare l’emergenza. E non a renderla eterna!

Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza

Se è vero che la strada diretta verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella che dovrebbe portare alla virtù è spesso zeppa di pericolose distorsioni. Dovrebbe essere questa la riflessione principale con cui celebrare l’anniversario della rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite . Perché se si riconosce che quella vicenda non riuscì a liberare il paese dal malaffare e si sostiene che bisogna riprendere  lo sdegno e l’esecrazione di allora per lanciare una nuova offensiva contro la corruzione, bisogna stare bene attenti a non ripetere gli errori di quegli anni. Non solo le inumane ed incivili gogne mediatiche, non solo i furori giustizialisti, non solo il disprezzo per i diritti individuali e le regole dello stato di diritto, non solo le strumentalizzazioni politiche di un’arma giudiziaria che se non usata con accortezza e correttezza rischia di fare a fette la democrazia. Ma anche e soprattutto le forzature e le distorsioni delle strutture dello stato. Perché queste ultime, una volta provocate, sono le più difficili da correggere e risultano essere quelle che producono gli effetti più pericolosi e devastanti.
Lo spunto per questa considerazione viene dalla celebrazione di Mani Pulite fatta sul Corriere della Sera domenica scorsa dal suo direttore Ferruccio De Bortoli. Una celebrazione che ha spinto l’autorevole giornalista ha sollecitare l’applicazione di una più efficace e rigida campagna contro la corruzione. Ma lo ha anche indotto ad avallare una distorsione in atto dalle conseguenze incontrollabili. De Bortoli, infatti, si è lamentato che sull’evasione l’Agenzia delle Entrate trasmetta alla magistratura  i dati in suo possesso dopo cinque anni da loro accertamento. E si duole del fatto che la Banca d’Italia non comunichi alla stessa Agenzia delle Entrate i movimenti anomali di capitale che fanno ipotizzare possibili evasioni ma invii le informazioni in suo possesso alla sola Guardia di Finanza.
Qual è la distorsione avallata con grande autorevolezza dal direttore del Corriere della Sera ? Semplice . Quella che finisce con l’attribuire alla Agenzia delle Entrate, che è un ente pubblico non economico che ha il compito di gestire, accertare e recuperare  il contenzioso fiscale, un ruolo di polizia giudiziaria che nessuno le ha mai attribuito. Anzi, De Bortoli ha fatto ancora di più. Ha posto di fatto l’Agenzia delle Entrate su un grandino gerarchico superiore a quello della Guardia di Finanza. Che, in questo modo è stata brutalmente declassata a svolgere al massimo il compito di braccio operativo di una Agenzia che , nella testa del direttore del più prestigioso quotidiano del paese, è diventata una sorta di super-Arma, super-Polizia, super-Procura a cui è stata affidato il compito di guidare l’offensiva dello stato contro l’evasione e la corruzione.
Nessuno contesta la buona fede di De Bortoli e di chi considera l’Agenzia delle Entrate l’Arcangelo sterminatore degli evasori e dei corrotti. Ma dov’è la legge che declassa la Guardia di Finanza ( e con la GdF anche la polizia ed i carabinieri) alla condizione di semplice appendice operativa di una Agenzia delle Entrate trasformata in una sorta di Fbi dai super-poteri?
Questa considerazione non è rivolta a contestare l’azione di Attilio Befera. E’, più semplicemente, indirizzata a ricordare che la prima regola per rendere efficace la lotta alla corruzione è quella di rispettare le regole. Il fallimento di Mani Pulite a causa delle distorsione dei poteri del Pubblico Ministero  dovrebbe averlo dimostrato fin troppo chiaramente ! Soprattutto a via Solferino !