Archivio mensile:marzo 2012

Il “bonzo di Bologna” e la rivolta dei poveri cristi

Non c’è da preoccuparsi per le tensioni tra Mario Monti ed i partiti della sua maggioranza. Sono destinate a rientrare. Perché a nessuno dei dirigenti del Pdl, del Pd e dell’Udc passerà mai per la testa l’idea di assumersi la responsabilità di aprire una crisi di governo che l’Europa ed i media dell’antipolitica presenterebbero agli italiani come l’anticamera della tragedia finale.
C’è da preoccuparsi, invece, del gesto del “bonzo di Bologna”. Cioè della protesta estrema contro la pressione fiscale compiuta dal piccolo imprenditore emiliano dandosi fuoco di fronte agli uffici della Commissione tributaria bolognese. Perché, a differenza delle tensioni tra Monti ed i partiti della maggioranza, la disperazione e di rabbia espresse dall’imprenditore che ha deciso di imitare i bonzi del Vietnam non sono affatto destinate a rientrare.
Sono, al contrario, l’avvisaglia di una bufera sociale che se mai dovesse scattare rischierebbe di non poter essere controllato in alcun modo.I morsi della crisi, infatti, incominciano a farsi dolorosamente a sentire. La pressione fiscale reale, quella rappresentata dal complesso di imposte dirette ed indirette che pesano sul cittadino, ha raggiunto un livello mai toccato in precedenza. La pressione fiscale percepita, quella provocata dalle campagne ispirate ad un ottuso terrorismo educativo del governo e delle agenzie dei gabellieri, è ancora più più alta e pesante. Ed entrambe non sono affatto destinate a calare nel corso dei prossimi mesi ma, al contrario, a salire vertiginosamente per effetto degli aumenti (Imu, addizionali locali, tariffe, ecc.) che raggiungeranno l’apice all’inizio del prossimo autunno.
Fino ad ora si è sempre immaginato che la protesta sociale potesse essere incanalata e tenuta sotto controllo dalle grandi organizzazioni sindacali. Cioè che l’unica forma di reazione alle lacrime e sangue imposte dalla crisi potesse essere quella di massa dei sindacati o di quale forza politica. E si è sempre dato per scontato, sulla base dell’esperienza del passato, che sarebbe stato possibile contenere queste forme di protesta, anche quelle con eventuali eccessi, entro margini di sicurezza.
Ma non è mai stata presa in considerazione l’eventualità della protesta estrema di natura individuale. Cioè di quelle forme di reazione incontrollata ed incontrollabile ad una situazione ritenuta non più tollerabile che nella società della comunicazione diventano il segnale di avvio di una rivolta generalizzata fatta di infinite proteste individuali non incanalabili e non controllabili.
Il “bonzo di Bologna” non è, come la stampa conformista ha voluto rappresentare, un caso umano  di fragilità e di labilità psicologica. È la spia di un fenomeno generale che solo gli idioti possono sottovalutare. Rappresenta il segnale che il punto di rottura del patto sociale tra stato e cittadini è ormai vicino. E non per le modifiche all’art.18 i cui effetti, sempre che le modifiche si facciano, si avvertiranno in un futuro non meglio definito. Ma per la benzina che sale, le tariffe che s’impennano, gli stipendi che si assottigliano, i prezzi che lievitano, le multe ingiuste che fioccano, i comuni e le regioni che bastonano e con i rappresentanti dei pubblici poteri che sbandierano la loro facoltà di trattare i cittadini come dei sudditi da spennare, torchiare, perseguitare. Attenzione, allora. Perché se salta il patto altro che tensione tra Monti ed i partiti! La primavera che era araba diventa italiana!

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Le dimenticanze dei professionisti dell’anticasta

Il dibattito sulla riforma del lavoro è diventato surreale. Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha affermato che compito del proprio governo è ridurre progressivamente la distanza che al momento separa la Costituzione materiale da quella formale. Cioè che l’esecutivo vuole ridimensionare il potere di veto che i sindacati hanno esercitato per l’intera durata del secondo dopoguerra e continuano ad impiegare per condizionare a proprio vantaggio la politica nazionale.
La risposta di Susanna Camusso è stata come sempre decisa. “ La Repubblica – ha ricordato – è fondata sul lavoro”. Per cui , secondo la rocciosa segretaria della Cgil, sbaglia Monti quando si propone di identificare Costituzione materiale e formale e ridimensionare il peso dei sindacati. Perché , a suo parere, in questo campo le due Costituzioni si identificati fissando con l’art.1 il diritto delle associazioni dei lavoratori di esercitare il loro diritto ed il loro potere di veto sull’intera politica nazionale.
Insomma Monti, costituzione formale alla mano,  vorrebbe che i sindacati non pretendessero di continuare a cogestire le grandi scelte del paese attraverso il metodo della concertazione che consente di attuare solo le misure provviste di placet delle grandi Confederazioni . La Camusso, al contrario, sbandierando la Costituzione materiale, pretenderebbe che la concertazione non avesse mai fine e che la Repubblica tornasse ad essere quella pan-sindacale degli anni ’70 del secolo scorso. Quando il potere reale era nelle mani della cosiddetta Trimurti Cgil-Cisl-Uil.
Il dibattito è serio. Perché tocca una questione di fondo . Che è quella di quali debbano essere i rapporti tra forze politiche e sindacali in una corretta democrazia. Ma è anche terribilmente surreale visto che , pur essendo incentrato su due modi diversi di interpretare la Costituzione, nasce da una   incredibile rimozione e dimenticanza della Costituzione stessa. Cioè dalla constatazione che se fosse mai stato applicato l’art.39 della Costituzione non ci sarebbe mai stata distinzione tra aspetto formale e quello materiale . E , soprattutto, la prassi della concertazione e del diritto di veto delle associazioni dei lavoratori avrebbe avuto un ben diverso sviluppo rispetto a quello che abbiamo sotto gli occhi.
Si discute, in sostanza, su una questione già decisa da oltre sessant’anni dalla Costituzione repubblicana. L’art.39 stabilisce non solo la libertà dei sindacati ma anche che abbiano statuti interni democratici e personalità giuridica. Cioè fissa norme che se applicate avrebbero reso e renderebbero inutile il dibattito in corso. Peccato, però, che quelle norme sono rimaste lettera morta. I sindacati sono sicuramente liberi ma non hanno statuti interni democratici, non vengono registrati , non hanno personalità giuridica e continuano ad usufruire della stessa condizione giuridica di associazione non riconosciuta di cui  godono i partiti politici. Oltre alla Costituzione formale ed a quella materiale c’è, dunque, anche quella dimenticata.
Curioso che in questi tempi di campagne moralistiche contro l’uso disinvolto del denaro pubblico da parte dei partiti a nessuno salti in testa di rilevare che i sindacati , i quali vivono e prosperano sempre e comunque grazie al supporto pubblico, non debbano in alcun modo certificare il numero reale dei loro aderenti , non abbiano vincoli e regole di sorta nella presentazione dei propri bilanci ma continuino a svolgere funzioni politiche di reale cogestione nella politica nazionale.
Che aspettano i professionisti dell’anticasta ad indirizzare la loro campagna moralizzatrice anche in questa direzione ?

Non serve morire per Kabul

Si è creata una tradizione, una prassi consolidata, un rituale definito. In Afghanistan cade un soldato del nostro contingente. Nella base si celebra una prima cerimonia funebre con i commilitoni del soldato ucciso. Segue il trasporto della bara in Italia, l’arrivo nell’aeroporto di Ciampino con i famigliari in lacrime ed i rappresentanti del governo e delle Forze Armate, la veglia funebre al Celio, i minuti di silenzio negli stadi, i funerali ufficiali e quelli privati che si tengono nel paese d’origine dello scomparso. La dolorosa liturgia è ormai stabilita in tutti i dettagli. Ciò che diventa sempre più oscuro ed incomprensibile è il perché i soldati italiani debbano continuare a morire in Afghanistan.
Ufficialmente si dice che muoiano per la pace. Non a caso il contingente militare di cui fanno parte viene definito “di pace”. Ed anche se in anni ed anni di attività bellica (la controguerriglia nei confronti dei talebani non si realizza a colpi di benedizioni con fronde d’ulivo pasquale) la pace non è mai stata conseguita, l’obbiettivo ufficiale rimane sempre lo stesso.
Nella realtà e fuori dall’ipocrisia, però, tutti sanno che per quanto riguarda l’Italia la ragione per cui espone i suoi soldati al rischio di essere uccisi non riguarda affatto una pace che nelle montagne afghane appare assolutamente impossibile da imporre. Il motivo è il rispetto degli impegni assunti con gli alleati internazionali. Una lealtà che a sua volta produce (o dovrebbe produrre) non solo prestigio ed adeguata collocazione internazionale per il nostro paese ma anche una serie di ricadute pratiche e concrete di ordine economico.
Fino ad ora questo rispetto degli impegni e questa lealtà nei confronti degli alleati non hanno avuto cedimenti o ripensamenti di sorta.

Al contrario, sia i governi di centro destra che quelli di centro sinistra, sia pure con toni e sfumature diverse, hanno fatto a gara nel ribadire il pieno ed assoluto rispetto degli impegni internazionali del paese. Un rispetto che non è venuto meno e non è stato minimamente messo in discussione neppure quando altri alleati hanno imposto al nostro paese di adeguarsi passivamente alle loro scelte autonome (la guerra contro la Libia) o nel momento in cui l’incalzare di una crisi economica che ha messo e continua a mettere a rischio la stabilità e la tenuta della società italiana avrebbe giustificato più di un ripensamento.
Ma il Presidente Obama incomincia a valutare l’eventualità di una accelerazione nella strategia d’uscita da Kabul. E si ipotizza che la possibile vittoria elettorale di Hollande in Francia potrebbe portare ad un rapido disimpegno francese destinato a provocare successivamente quello di altri paesi europei.
Tutti gli alleati, in altri termini, si apprestano a ridefinire la loro presenza in Afghanistan sulla base del proprio interesse nazionale. Il che pone un problema di grande importanza per il governo tecnico del nostro paese. Quello di decidere se il rispetto degli impegni internazionali debba essere considerato come subordinazione agli interessi nazionali altrui o se anche l’Italia debba incominciare a seguire l’esempio degli alleati ed a riflettere sulla necessità di adeguare il proprio comportamento internazionale alla tutela dei propri interessi nazionali.
Questi interessi, nel momento in cui la società italiana è chiamata a compiere pesanti sacrifici per salvare se stessa ma anche una serie di fondamentali equilibri economici internazionali, consigliano di interrompere al più presto la liturgia del dolore per i caduti in Afghanistan. Non solo per evitare spese inutili ma, soprattutto, per non essere costretti a continuare a mentire a noi stessi ed alle famiglie dei componenti del contingente di pace rifiutandoci di ammettere che non serve a nulla morire per Kabul!

Chi esaspera lo scontro

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo della riforma del lavoro e da adesso in poi lo scontro sull’art. 18 si svolgerà formalmente in Parlamento. I catastrofisti paventano il rischio che possa portare alla rottura della maggioranza ed alla caduta del governo tecnico. Ma si tratta di una ipotesi solo di scuola. Che viene agitata come uno strumento di persuasione dei pochi che all’interno del Pd e del Pdl vorrebbero cogliere l’occasione per ritornare ai bei tempi del muro contro muro . In realtà quello che si svolgerà in Parlamento sarà uno scontro formale che si concluderà fatalmente in una intesa su una riforma del lavoro che si occupa solo dei modi per concludere il lavoro ed ignora totalmente gli strumenti per poter costruire il lavoro stesso.
Ma lo scontro formale che si svolge in Parlamento non è isolato. Ad esso si aggiungono altri due tipi di scontri . Quello reale che inizia ad accendersi nella società italiana e che è destinato ad essere alimentato dalla progressiva entrata in vigore delle “ lacrime e sangue” varate dal governo . E quello fittizio che si recita sui media e che è dominato dall’ansia di anticipare e cavalcare le tensioni e le esasperazioni previste per il prossimo futuro .
Gli aumenti spropositati di prezzi e tariffe, la benzina alle stelle, le prossime stangate dell’Imu sulle abitazioni ( una vera patrimoniale annuale) e della riforma degli estimi catastali, l’aumento dell’Iva       stanno incidendo ( o si apprestano ad incidere) pesantemente sulla pelle dei cittadini. E le difficoltà crescenti, che non si oppone alcuna speranza di miglioramento ma solo nuovi e più forti sacrifici, non possono non alimentare lo scontro reale all’interno del paese.
Per non mantenere il livello delle tensioni entro limiti accettabili sarebbe necessario che lo scontro formale tra le forze politiche fosse ispirato ad un generale senso di responsabilità. Se l’opinione pubblica fosse convinta di poter contare sulla competenza e sull’impegno dei propri rappresentanti politici e governativi , sarebbe più facile contenere le esasperazioni più pericolose.
Ma ad impedire questa possibilità concorre pesantemente lo scontro fittizio e fasullo che si  registra quotidianamente sui principali media del paese. Uno scontro dominato dal tentativo di una casta ristretta e privilegiata di operatori dell’informazione di continuare a mantenere audience e lettori anticipando, stimolando, cavalcando , provocando ogni genere di pulsione e di aggressività innescato nel paese dai morsi crescenti della crisi. Sui giornali domina il catastrofismo e la ricerca feroce dei possibili capri espiatori . Nelle trasmissioni televisive l’urlo, l’invettiva, la concitazione e la rappresentazione sempre sopra le righe ed in chiave di esasperazione intransigente ed estremista delle difficoltà effettive dei cittadini.
La logica che domina questo scontro fittizio dei media è quella secondo cui per apparire bisogna colpire, per colpire bisogna esagerare, per esagerare bisogna portare sempre e comunque l’esasperazione ai massimi livelli . L’azione strumentale dei media crea nella società nazionale un clima perennemente alterato. Un clima in cui appare normale che Beppe Grillo immagini Mario Monti infilato in una bara ed in cui una persona normalmente ragionevole come Oliviero Diliberto decide di sfruttare il clamore del suo incontro con la manifestante con la maglietta “ Fornero al cimitero” per dare una riverniciatina alla sua notorietà ed alla sua visibilità.
In democrazia , ovviamente, è assolutamente legittimo scherzare con il fuoco come fanno per interessi personali quelli che alimentano le tensioni generali. Ma in democrazia è anche legittimo denunciare il fenomeno. Perché tra i tanti conflitti d’interesse c’è anche quello degli irresponsabili che tentano di costruire le proprie fortune sulla pelle degli altri!

Riformismo liberale

Ormai sono tutti convinti, tranne gli irriducibili della sinistra sociale e politica fondamentalista, che l’emergenza giustifichi ogni tipo di riforma proposta dal governo tecnico di Mario Monti. In nome di questa convinzione è passata una riforma delle pensioni particolarmente incisiva, che in un colpo solo ha recuperato gli infiniti ritardi accumulati nel passato. Ed in nome della stessa convinzione, cioè della necessità di fronteggiare la crisi, con ogni probabilità passerà anche la riforma del lavoro indicata con tanta determinazione dal ministro Fornero.
Sembra ieri che per alcune forze politiche e sociali del paese la riforma delle pensioni e quella del lavoro rappresentassero ognuna la “madre di tutte le battaglie”. Ma il tempo della resistenza ad oltranza fatta attraverso le grandi mobilitazioni delle masse lavoratrici sembra ormai dimenticato. Ora domina il senso di responsabilità. Che spinge a riporre in soffitta l’elmetto ed il fucile ed a mettere mano alla pala, alla calce ed ai mattoni per costruire la barriera con cui contenere gli effetti perversi della crisi.
Ciò che appariva assolutamente incredibile solo qualche anno fa si sta oggi verificando in un clima che non provoca tensione neppure quando si tratta di affrontare questioni che fino a ieri causavano l’esplosione della santabarbara nazionale dell’indignazione popolare. L’esempio del nodo della giustizia è fin troppo indicativo. Una volta c’erano i girotondi, i popoli viola, le mobilitazioni dei professionisti dell’antiberlusconismo, la sollevazione del mondo dello spettacolo, dell’informazione, della scienza e via di seguito al solo annuncio di una qualche misura tesa a realizzare una qualsiasi modifica all’interno del sistema giustizia del paese.
Oggi i partiti della maggioranza concordano con il Presidente del Consiglio di mettere mano al tema della riforma della giustizia arrivando addirittura ad aderire alla richiesta dell’Europa di cancellare il reato di concussione (quello di cui è accusato Silvio Berlusconi per il caso Ruby), e l’unico a protestare è Antonio Di Pietro.
Il fenomeno è più che positivo. Perché indica che il paese, su sollecitazione del governo tecnico voluto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si è messo in movimento per uscire dalla crisi in cui rischiava di sprofondare. Ma solleva un interrogativo che non può rimanere senza risposta. L’emergenza che oggi impone e giustifica le  lacrime ed il sangue” si sarebbe mai verificata nelle dimensioni attuale se le riforme che oggi appaiono obbligatorie fossero state effettuate quando vennero proposte nel ventennio passato? La domanda non è oziosa e non è neppure recriminatoria. Ma serve ad impostare il presente ed futuro più correttamente. Perché non può essere senza conseguenze rilevare che se il governo di sinistra di Romano Prodi non si fosse affrettato a smantellare la riforma pensionistica di Roberto Maroni (che poi era il completamento della riforma Dini di dieci anni prima), le misure della Fornero sarebbero apparse meno traumatiche. Perché non può non far riflettere la circostanza che se non ci fossero state mobilitazioni su mobilitazioni contro la linea riformista del mercato del lavoro, non solo non sarebbe stato assassinato Marco Biagi, ma la riforma di oggi avrebbe assicurato conseguenze positive con parecchi anni d’anticipo. E non può passare inosservato che se alla riforma della giustizia si fosse giunti nell’epoca antica in cui una minoranza illuminata ed una maggioranza recalcitrante la proposero alla metà degli anni ’90 , oggi sarebbe più facile rispondere alle richieste che su questo terreno vengono poste dagli organismi dell’Unione Europea.
C’è, in sostanza, una responsabilità inconfutabile della sinistra italiana nei tragici ritardi con cui viene oggi affrontato il problema delle riforme nel nostro paese. E c’è la chiara considerazione che l’azione riformista del governo tecnico di Mario Monti non rappresenta una censura nei confronti delle istanze di cambiamento in senso liberale e riformista sollevate nel passato ma ne costituisce la logica e necessaria continuità.
Con questo non si vuol dire che il governo Monti sia la prosecuzione del governo Berlusconi sotto altre forme e sotto la copertura del Quirinale. Ma solo mettere in chiaro che non esiste alternativa alla linea del riformismo liberale. Renano o anglosassone che sia.

La narcotizzazione della democrazia

Compromesso indispensabile o ipocrisia insopportabile ? Molto probabilmente l’uno e l’altro. Nel senso che il governo, le forze politiche di maggioranza e le forze sociali stanno raggiungendo una serie di compromessi indispensabili per smuovere la paralisi che ha bloccato il paese nel corso di troppi lunghi anni e lo stanno facendo ammantando i passi in avanti di una coltre talmente massiccia di ipocrisia da apparire assolutamente conformista ed insopportabile. E’ indiscusso, ad esempio, che  il governo sia riuscito a realizzare prima una riforma delle pensioni e tra poco una riforma del mercato del lavoro senza scontri politici eccessivi e fratture sociali troppo dolorose . Ma è altrettanto indiscusso che questi risultati siano stati raggiunti applicando sui compromessi che li hanno consentiti una melassa di ipocrisia e di mistificazione addirittura esagerata. In caso della riforma del mercato del lavoro è fin troppo indicativo. La sostanza è che l’art.18 verrà modificato rendendo più facili i licenziamenti per motivi economici . Il tabù della sinistra politica e sociale , quello che per un decennio ha portato ripetutamente nelle piazze milioni di lavoratori imbufaliti ed in nome del quale qualche criminale forsennato ha addirittura messo mano alle pistola ( D’Antona e Biagi), verrà così infranto. Ma per nascondere una realtà che dovrebbe far imbufalire di nuovo i milioni di lavoratori e questa volta contro quelli che li avevano spinti a combattere inutilmente e dolorosamente battaglie di retroguardia, giù con la mistificazione e la melassa conformista. Basta non parlare più di art.18 e nascondere le modifiche ricorrendo ad una terminologia che imbelletta e maschera i concetti ed il gioco è fatto. La formula è quella antica dell’”ego te baptizo piscem”. Cioè
dell’applicazione moderna della formula con cui i vescovi dell’antichità trasformavano la carne in pesce nei venerdì in cui era impossibile rispettare la regola del mangiare di magro. Ed il gioco è fatto. I lavoratori accetteranno i licenziamenti per motivi economici con la santa benedizione del governo dell’emergenza sorretto dai partiti e della forze sociali provvisto di senso di responsabilità.
Tutti contenti? Tutti soddisfatti? Sicuramente si. Se in questo paese è possibile compiere qualche timida riforma solo adottando l’antica regola del “ contenti e coglionati”, applichiamo la regola ed incassiamo il risultato. D’altro canto siamo in emergenza. Ed in nome della necessità di superare la fase di difficoltà si può anche giustificare la melassa ipocrita che ammanta i compromessi sulle riforme.
Ma alla soddisfazione deve anche affiancarsi la preoccupazione che se questo metodo dovesse andare avanti troppo a lungo gli effetti negativi diventerebbero ben più numerosi e pesanti di quelli positivi. L’ipocrisia in dosi massicce addormenta il paese , narcotizza l’opinione pubblica, paralizza la democrazia . Produce,in altri termini, una pericolosa assuefazione ad un sistema di governo e di gestione della cosa pubblica che nel lungo periodo diventa fatalmente e pericolosamente autoritario.
Ed un sistema autoritario, anche se non indossa la divisa ma il loden , alla lunga azzera tutti i benefici ottenuti sul terreno delle riforme realizzate con l’overdose di ipocrisia.
L’Italia ha vissuto più volte in passato fasi del genere. Ed ognuna di queste fasi si è conclusa in maniera traumatica . Basti pensare a quella della solidarietà nazionale degli anni ’70 ed ai guasti devastanti provocati dal conformismo autoritario.
E’ legittimo, allora, rallegrarsi per le riforme fatte senza tensioni sociali. Ma è opportuno che chi lo fa tenga sempre ben presente che questa fase di narcotizzazione della democrazia ad alte dosi di ipocrisia non può durare troppo a lungo. Al massimo fino alle prossime elezioni!

La sporca eredità delle deviazioni

Il teorema principale che la Procura di Palermo durante la gestione di Giancarlo Caselli cercava di dimostrare era fondato su un assioma semplice. La mafia palermitana controllava la corrente andreottiana che a sua volta era centrale e determinante nella Democrazia Cristiana e nel governo del paese. Di conseguenza, concludeva l’assioma, la mafia , attraverso il “ controllato” Andreotti , controllava il governo del paese .
Il teorema era viziato da un doppio errore . Quello campanilistico di certi magistrati che essendo palermitani ed essendo convinti che la loro città fosse l’ombelico del mondo , avevano la tendenza a riscrivere la storia d’Italia del secondo dopoguerra come una storia ruotante in maniera esclusiva attorno ai mafiosi palermitani ed ai politici ad essi subordinati e dipendenti. E quello opposto compiuto dal Procuratore Caselli che , da buon piemontese totalmente digiuno della tendenza palermitana di porsi al centro del mondo e forte dell’esperienza della lotta al terrorismo fatta colpendo l’area dei fiancheggiatori delle Brigate Rosse, aveva avallato la tesi della mafia padrona del regime democristiano ed pensato che l’unico modo di colpire la piovra fosse quello di fiocinare la testa andreottiana attraverso il reato di concorso esterno.
Il tempo , le sentenze ( ultime quelle della Cassazione su Marcello Dell’Utri e del Tribunale di Firenze sugli attentati del ’92)  hanno smantellato quel teorema. Ed hanno dimostrato che mafia e regime democristiano non erano affatto le due facce della stessa medaglia ma due realtà distinte e separate in cui l’una condizionava l’altra e viceversa lungo il succedersi delle fasi storiche.
I magistrati di Caltanissetta stanno progressivamente mettendo in luce il fenomeno . Che in ultima analisi fa pensare non ad una comune identità tra mafia e politica ma ad un rapporto in cui la politica usa la mafia ( ma anche la camorra e la ‘ndrangheta ) come ammortizzatore sociale nelle regioni meridionali ed una criminalità organizzata che sfrutta questa condizione per ottenere dalla politica il maggior numero di vantaggi possibili nel campo degli affari e delle condizioni carcerarie.
Alcuni magistrati di Palermo, invece, sono rimasti fermi al vecchio schema della identificazione senza distinzioni tra mafia e politica . E quando sono rimasti orfani, a causa della caduta della Prima Repubblica, del regime democristiano lo hanno immediatamente sostituito, anche se i tempi non combaciavano affatto, con quello berlusconiano. Ovviamente per salvare il teorema di partenza.
Ciò che incomincia ad emergere con chiarezza come ha confermato la sentenza fiorentina, invece, è che all’inizio degli anni ’90 una classe politica al tramonto non riuscì più a tenere sotto controllo l’ammortizzatore sociale della mafia consapevole dell’indebolimento del suo vecchio controllore e dovette compiere quella “ trattativa” che non aveva potuto realizzare con le Brigate Rosse ai tempi del rapimento Moro ma che rientrava perfettamente nella logica e nella tradizione del proprio modo di governare.
La mafia di Riina chiedeva a colpi di bombe e di sangue una sostanziale abolizione del 41 bis e minacciava che se la richiesta fosse stata respinta di mettere a ferro e fuoco l’intero territorio nazionale ? Perché mai chi aveva trattato con i terroristi palestinesi per non avere attentati in Italia non avrebbe dovuto ripetere la stessa operazione con i mafiosi considerati un soggetto , magari non politico ma sicuramente sociale, con cui fare comunque i conti?
Ora sappiamo che quella classe politica al tramonto diede ai mafiosi ciò che essi avevano chiesto. Tramite trattativa o per spontanea concessione ? L’interrogativo è aperto. Ma ciò che non è affatto aperto ed incomincia ad essere fin troppo evidente , è che quella operazione venne realizzata non solo nella maniera più coperta e segreta possibile ma anche con una cortina fumogena fatta di pentiti prezzolati , di rivelazioni fasulle, di piste sbagliate e di campagne d’informazione fuorvianti .
Non sarà il caso di liberare la storia d’Italia dalle balle dei servizi deviati ? E fare una volta per tutte luce sul tentativo dei servizi deviati della classe dirigente della Prima Repubblica di scaricare le proprie responsabilità su quelle della Seconda ?

La riforma dei partiti e dei sindacati

Il problema non è rappresentato dal caviale e dalle ostriche, dai viaggi esotici e dagli alberghi a cinque stelle, dagli appartamenti esclusivi nel centro storico di Roma e dalle ville da neo-ricchi ai Castelli . Insomma , il problema non è solo sapere come l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi abbia speso i 20 milioni di euro che avrebbe sottratto alle casse del vecchio partito. Ma è soprattutto fare luce su che fine abbiano fatto gli altri 180 milioni di euro che sono entrati negli ultimi anni nelle casse della Margherita, anche dopo lo scioglimento formale della formazione politica. Sono stati utilizzati nelle campagne elettorali di tutti gli ex margheritini entrati a far parte del Partito Democratico ? Cioè sono stati spesi per sostenere l’azione politica della “ componente” ? Oppure sono entrati nella disponibilità di questo o quel dirigente che li ha utilizzati per le proprie personali fortune elettorali e politiche? Fino ad ora l’interesse generale si è incentrato su Lusi e sulle sue spese pazze. Ma tanta attenzione appare sospetta. Perché l’ex tesoriere sarà pure un approfittatore ed uno scialacquatore. Ma trasformare la vicenda in uno semplice caso di mascalzonaggine personale ( peraltro tutta da dimostrare visto che i partiti sono associazioni non riconosciute e gestiscono il finanziamento pubblico in maniera assolutamente privatistica ) sembra fatto apposta per nascondere le questioni politiche poste dalla vicenda. Lusi, in sostanza, sarà pure un “ mariuolo” ma la sua storia, come quella di Mario Chiesa per Tangentopoli, solleva una serie di problemi di fondo che riguardato il funzionamento dei partiti e del sistema democratico nel nostro paese.
E’ importante, allora, sapere che fine abbiano fatto i 180 milioni di cui si sono perse le tracce. Perché se i soldi della Margherita che si è sciolta e fusa nel Pd sono serviti a sostenere la componente nel suo complesso degli ex margheritini entrati a far parte del Partito democratico, è chiaro che la formazione politica guidata da Pierluigi Bersani non è affatto unitaria ma , nella migliore delle ipotesi, è un mostro a due teste. Che al momento convivono, ognuna con il suo patrimonio ed i suoi uomini. Ma che presto o tardi sono destinate a separarsi per porre fine all’incrocio mal riuscito.
Se invece i soldi della Margherita sono serviti a finanziare le diverse componenti della Margherita stessa nel frattempo scomparsa , diventa un problema di chiarezza e di trasparenza politica sapere quali correnti abbiano beneficiato dei finanziamenti, con quale criterio ne siano venuti in possesso e chi abbia fissato tale criterio. Infine, se i 180 milioni sono stati utilizzati da singoli esponenti del disciolto partito e sono serviti a finanziare le fortune e le avventure personali di questo o quel personaggio, appare fin troppo evidente come fare chiarezza su questo punto significhi fare chiarezza sui rapporti reali esistenti tra i diversi dirigenti  di un centro sinistra dove si predica la solidarietà ma si pratica la conflittualità personale più forsennata.
Qualunque risposta venga al dilemma sulla sorte dei 180 milioni, però, è chiaro fin da ora che se si vuole impedire il ripetersi di vicende del genere l’unica strada da percorrere è quella della definizione della natura del partito politico. Che non può più essere una associazione priva di riconoscimento giuridico ma deve essere necessariamente un organismo che , avendo funzioni pubbliche, deve operare sulla base di norme non più privatistiche ma pubbliche.
E lo stesso dovrebbe valere anche per i sindacati. Come vorrebbe la Costituzione ma come continua a non avvenire da tempo immemorabile !

L’album di famiglia di Mario Monti

La sinistra ha scoperto che Mario Monti non è Carlo Azeglio Ciampi. E non è neppure il Lamberto Dini che guidò il governo tecnico con il quale l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro liquidò l’esperienza del primo centro destra di Silvio Berlusconi e preparò l’avvento del primo centro sinistra di Romano Prodi. Massimo D’Alema ha spiegato che , per quanto riguarda la differenza del rapporto tra la sinistra con Monti e con Ciampi, tutto dipende dalle diverse provenienze dell’ex Presidente della Repubblica e dell’attuale Presidente del Consiglio. Ciampi veniva dal Partito D’Azione e veniva considerato come un personaggio da inserire comunque nell’album di famiglia. Monti,invece, sempre a detta di D’Alema , è una personalità “non partisan”, che fa parte di un album diverso, quello dei non schierati da utilizzare nei momenti d’emergenza ma da rimandare nel proprio limbo tecnico alla fine della fase emergenziale.
In realtà Monti non può essere paragonato a Ciampi , come la vicenda del vertice annullato dopo il rifiuto di Angelino Alfano di sottostare alle pretese di Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini, per una ragione completamente diversa. E’ vero che Monti non proviene dal Partito d’Azione e non fa parte dell’album di famiglia allargata di cui la sinistra italiana di derivazione comunista si è sempre considerata depositaria esclusiva. Ma è sicuramente più vero che Monti si trova a gestire una fase politica completamente diversa sia da quella dei primi anni ’90 in cui si trovò ad operare Ciampi, sia da quella che vide come protagonista Dini.
Fino all’altro ieri i dirigenti del Pd , Bersani in testa , ed anche quelli del Terzo Polo, Casini primo fra tutti, erano convinti che come era successo per Ciampi prima e per Dini poi anche Monti non avrebbe dovuto fare altro che preparare le condizioni per il ritorno della sinistra, alleata con una parte del centro post-democristiano, al governo. All’insegna del principio del “ non c’è due senza tre”, Bersani e Casini davano per scontato che la fase del governo tecnico sarebbe stata contrassegnata dalla crescente egemonia del sinistra-centro su un centro destra condannato alla frantumazione ed al declino. In pratica, che tutto si sarebbe svolto secondo gli schemi già sperimentati con successo negli anni ’90  prima con Ciampi e poi con Dini.
Ma da allora ad oggi sono passati venti anni. E l’idea dominante di allora secondo cui solo il centro sinistra, magari trasformato in sinistra-centro, avrebbe potuto assicurare la continuità dello stato assistenziale , non è più attuale oggi. Non solo perché centro sinistra o sinistra-centro sono formule che non hanno piùun radicamento reale nel paese . Ma soprattutto perché , a differenza di Ciampi e di Dini , il compito richiesto a Monti dall’emergenza della crisi internazionale non è di consolidare lo stato assistenziale e burocratico ma di riformarlo profondamente. Cioè di realizzare quella politica riformista a cui negli ultimi venti anni il centro sinistra o la sinistra-centro che dir si voglia, si è sempre opposta con tutte le sue forze. Come può, allora, la sinistra inserire Monti nel proprio album di famiglia quando Monti conferma di avere come missione strategica quella di riformare le pensioni, il mercato del lavoro, il mondo delle professioni e quello della produzione ?
Ai tempi di Ciampi e di Dini la sinistra era la forza propulsiva a cui tutte le altre forze politiche si dovevano piegare o allineare. Adesso , come ha dimostrato la vicenda di cui è stato protagonista Angelino Alfano, la situazione si è completamente ribaltata. E’ il centro destra, che da sempre dichiara di avere come obbiettivo la riforma dello stato burocratico-assistenziale, che oggettivamente  ( alle volte anche inconsapevolmente) la forza propulsiva dell’attuale fase politica. Ed  è nell’album di famiglia della cultura liberale, sia pure nelle pagine dedicate ai parenti tecnocratici e dirigisti, che Mario Monti trova la sua collocazione naturale.
La circostanza , ovviamente, non cambia la natura non partizan , come dice D’Alema , del Presidente del Consiglio. Ma ha come conseguenza di non poco conto la possibilità del Pdl di non andare a rimorchio , come all’epoca Dini, del Pd e dell’Udc. Ma , al contrario, di incominciare a recuperare il terreno perduto dopo l’uscita da Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, usando con accortezza e determinazione il potere di veto e di sollecitazione di cui gode all’interno della anomala coalizione su cui poggia il governo dell’emergenza.

Il Pdl a rischio

All’interno del Pdl cresce la spinta di chi pensa che l’identità del partito nella fase del post-berlusconismo sia contrassegnata dalle sue alleanze. Cioè da chi per un verso sostiene che non bisogna spezzare il legame con la Lega al Nord per non perdere il proprio carattere di forza politica bipolare e chi, nel senso opposto, predica la necessità di scaricare al più presto il Carroccio e di marcare una nuova identità ricercando ad ogni costo un accordo con l’Udc di Pierferdinando Casini.
Se queste sono le alternative che dividono la classe dirigente del Pdl, si può tranquillamente pronosticare che il partito fondato da Silvio Berlusconi è un morto che cammina. Un Pdl post-leghista o un Pdl post-democristiano possono essere funzionali alle fortune personali di questo o quel personaggio in cerca di nuova stabilità e collocazione dopo il passo indietro del Cavaliere. Ma non ha alcuna possibilità di sopravvivere perché la totale assenza di identità lo condanna inesorabilmente ad essere fagocitato al Nord dall’alleato leghista provvisto di più chiara personalità ed al centro Sud da un alleato post-democristiano  che ha più titoli per farsi promotore della “diga” dei moderati.
Sbaglia, allora, chi si straccia le vesti per la fine dell’alleanza con la Lega e chi, al contrario, si compiace per l’evento e si prepara a brindare all’inevitabile matrimonio con l’Udc. Entrambi non si rendono conto che stanno ammettendo implicitamente che il proprio partito non ha alcun ruolo politico al di fuori di quello di supporto passivo dell’alleato passato o di quello futuro. E stanno di fatto dichiarando che il Pdl non ha alcuna ragione di esistere tranne quella di servire a perseguimento dei propri interessi personali.
Per impedire che il Pdl si auto condanni alla dissoluzione non ci sono che due strade. La prima è che a ridargli una identità precisa ci pensi l’uomo che già gliel’ha data la prima volta. Una ridiscesa in campo di Berlusconi nel ruolo di padre-padrone del partito può ridare al Pdl una identità autonoma e precisa. Si tratterebbe, ovviamente, della stessa identità berlusconiana di partito del leader che risulta appannata dal venti anni di battaglie segnate dal solo risultato di aver fatto barriera nei confronti della sinistra. Ma che, comunque, garantirebbe una certa tenuta e ridurrebbe i danni provocati dagli sprovveduti o dagli egoisti.
La seconda strada, molto più difficile, è che il gruppo dirigente del Pdl e lo stesso Cavaliere decidano di innestare sulla vecchia e declinante identità berlusconiana una identità nuova che non può essere quella segnata dalla nostalgia per il blocco bipolare con la Lega o per il sistema proporzionale della Prima Repubblica fondata sulla centralità democristiana. Proporre al paese di tornare al passato quando tutti cercano speranze e prospettive per il futuro sarebbe ridicolo.
Non solo le alleanze, infatti, che debbono marcare il carattere di una forza politica. Ma solo le idee che questa forza deve saper esprimere mettendosi in sintonia con le richieste profonde del paese e le necessità del momento.
Il gruppo dirigente del Pdl è avvantaggiato rispetto ai concorrenti delle altre forze politiche. Perché
l’identità berlusconiana interpretava le speranze e le attese per un migliore futuro. E ripartire da quella identità, ammettendo gli errori commessi nell’aver deluso una parte di quelle attese e speranze, potrebbe essere una ottima e solida base su cui innestare una valida proposta di cambiamento e di grande riforma per gli anni a venire.
E’ in grado il Pdl di compiere un miracolo del genere? La risposta è attesa per le prossime settimane. Senza di essa è facile preventivare che nel vuoto lasciato da un partito diviso tra Lega ed Udc le risposte spunteranno come funghi. Magari sotto forma di liste civiche, locali, regionali, di genere, di progetto o di chissà che altro!