Archivio mensile:aprile 2012

Grazie al cielo il Pdl non diventerà “imoderati”

Meno male che la sigla “ I moderati” non sia più disponibile perché già depositata. Per di più da un deputato indipendente del Partito Democratico, Giacomo Portas . Per fortuna! Così non si corre il rischio che Silvio Berlusconi possa raccogliere il suggerimento di Gaetano Quagliariello e chiamare “ I moderati” il nuovo partito che dovrebbe sostituire quello del Popolo della Libertà.
I moderati, infatti, non sono una categoria della politica. Possono essere una caratteristica del carattere , quella che si contrappone alla tendenza all’eccesso ed all’esasperazione. E proprio per questo non possono essere considerati come rappresentativi di quella gigantesca e maggioritaria parte del corpo elettorale italiano che dal momento dell’introduzione del suffragio universale sceglie una collocazione contrapposta a quella della sinistra d’ispirazione prima marxista e post-marxista.
I moderati, se proprio si vuole dare al termine una collocazione politica, possono essere al massimo identificati come una ristretta componente di questa grande area . Sono gli eredi delle correnti centriste della Democrazia Cristiana, quelli che nell’esempio dei diversi interpreti del doroteismo pongono al centro della loro azione politica il principio del “queta non movere et mota quetare”. Cioè il principio non della conservazione ma dell’inazione . Che , in termini più comprensibili, significa non fare nulla per meglio conservare le posizioni di potere ereditate dal passato.
Nessuno contesta loro il diritto all’esistenza. Anche Pisanu e Casini, tanto per fare un esempio concreto, hanno diritto di esistere all’interno della grande area della maggioranza reale del paese. Ma rappresentano una componente minoritaria, che andrebbe meglio etichettata come post-dorotea . E che non solo per questo motivo ma perché esprime la ricetta del “ non fare” che è il contrario delle necessità indispensabili per l’Italia , non possono in alcun modo rappresentare ed etichettare l’intero schieramento che dovrebbe nascere dalle ceneri del Pdl.
Come chiamare, allora, un’area dove figurano democratici , liberali, riformisti ed in cui non possono non trovare spazio tutti i neo-nazionalisti che verranno risvegliati ed alimentati dalla crisi dell’Europa germanizzata ?
La risposta spetta ormai agli esperti di marketing politico. Ma il problema del nome è un falso problema. Perché , in questo caso, più importante dell’etichetta è la forma del prodotto da mettere sul mercato. Quella del partito unico sull’esempio di quanto realizzato nell’ultimo ventennio dalla leadership di Silvio Berlusconi ? O quella della confederazione delle tante e diverse componenti che  fanno parte di un’area che come tratto distintivo non può avere quello della conservazione e del non fare ma deve obbligatoriamente avere quello del superamento dello stato burocratico-assistenziale  e della realizzazione di una democrazia liberale più avanzata e matura ?
Fino a quando il Cavaliere è stato in campo il problema non si è posto. Oggi che ha fatto un passo indietro ( o di lato) la questione diventa determinante . Il migliore modello da seguire sarebbe quello del Partito Repubblicano ( o Democratico) americano : un ampio contenitore dove la selezione tra le diverse componenti la fanno le primarie codificate. Ma se questo modello dovesse apparire ancora troppo avanzato , allora tanto vale puntare sul modello confederale . Senza perdere altro tempo . Perché le elezioni si avvicinano !

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Holland-Sarkozy, per l’Italia il disastro è assicurato

Chiunque vinca per noi rischia di essere un disastro. Perché se la spunta Hollande non avremo alcuna possibilità di frenare i demagoghi della sinistra post-comunista che chiederanno di riportare l’età pensionabile a sessant’anni, di creare nuove e più robuste legioni di dipendenti pubblici e cercheranno di imbrogliare l’opinione pubblica sostenendo che facendo pagare le tasse ai ricchi con  nuove patrimoniali oltre quella dell’Imu sarà possibile finanziarie l’ennesima dilatazione dello stato burocratico-assistenziale.
Ma se la spuntasse Sarkozy potrebbe andare anche peggio. Perché , forte della seconda investitura, il piccolo Napoleone dell’Eliseo potrebbe improvvisare qualsiasi sciocchezza, come ha fatto scatenando una guerra di Libia solo per preparare la campagna elettorale all’insegna della propria “grandeur”. E le sue arroganti mattane , tutte ispirate ad un ridicolo sciovinismo d’altri tempi, come giù è avvenuto in passato si rifletterebbero negativamente sull’intera Europa e sul nostro paese.
Bisogna, allora, considerare il voto francese, qualunque possa essere il suo esito, una iattura da fronteggiare e contenere ad ogni costo. Seguire per imitazione il ritorno al passato di Hollande o le fosennatezze di Sarkozy sarebbe un disastro da scongiurare con tutti i mezzi possibili.
Ma come compiere una operazione del genere in un paese malato di esterofilia e , soprattutto, abituato ad imitare non sempre il meglio ma troppo spesso il peggio che viene dall’estero ?
Giuseppe Mazzini direbbe che l’Italia dovrebbe tornare “ a fare da se”. Il che non significa ignorare   ciò che avviene a Parigi o nel resto dell’Europa e nel mondo . Ma significa capire che non esiste una ricetta esterna per i nostri problemi ma è necessario elaborare una strada italiana per condurre l’Italia fuori da una crisi che ha dimensioni internazionali ma assume caratteristiche particolari in ciascun paese.
I partiti , soprattutto quelli che oggi preannunciano grandi cambiamenti per recuperare un consenso svanito nell’antipolitica e nella sfiducia , dovrebbero rendersi conto della necessità di “fare da se” nell’elaborare una proposta di uscita dalla crisi calata sulle esigenze e le peculiarità del paese .
Fino ad ora on è stato fatto nulla di tutto questo. Anzi, è stato fatto proprio l’esatto contrario. Il Pd di Pierluigi Bersani accende ceri affinché Hollande la spunti con il suo programma vetero-socialista per poterlo adottare in blocco in un paese che però ha già pagato prezzi esorbitanti al vetero-socialismo da oltre sessant’anni. L’Udc di Pierferdinando Casini si trasforma nel Partito della Nazione ma conserva come unica e sola linea politica e programmatica quella del “ Monti ha sempre ragione”. Come se fosse sul serio possibile far uscire l’Italia dal pantano della crisi continuando ad applicare la ricetta tedesca di un rigore che serve solo a garantire la tenuta della Germania a spese del resto dell’Europa . Ed anche il Pdl , all’interno del quale non mancano fermenti positivi nella direzione di una ricetta nuova ed autonoma per il futuro, appare poco consapevole della necessità di fissare una linea che senza ottuse e sbagliate scopiazzature riaccenda la speranza degli italiani per una nuova fase di stabilità e benessere.
Serve, in sostanza, un progetto nazionale per il nostro paese. Chi sarà in grado di  realizzarlo senza imitare Hollande o Sarkozy diventerà il protagonista del dopo-Monti!

L’occasione mancata del governo senza alternativa

Mario Monti ha annunciato che esiste un nuovo patto tra i partiti che sostengono il suo governo : un patto per le riforme : Ma non è vero. Perché Pdl, Pd e Udc litigano su tutto e non sono d’accordo su nulla. Su nessuna delle riforme avviate dal governo hanno una posizione comune, dalle pensioni al lavoro. E sulla crescita è ancora peggio. Perché né governo, né partiti sono stati in grado di esprimere una sola idea praticabile . Ad al posto delle liti c’è solo il sottovuoto spinto.
In questa situazione di totale afasia c’è un unico elemento di certezza che mantiene in piedi il governo, la maggioranza ed il quadro politico. E’ la consapevolezza generale che non esiste alternativa all’esecutivo dei tecnico voluto da Giorgio Napolitano. Una consapevolezza che impone ai partiti tenere comunque a freno la loro naturale litigiosità e garantisce a Monti di poter andare avanti sulla strada indicatagli dal Capo dello Stato e dettata dall’Europa sia pure tra polemiche e scossoni .
Per un governo tecnico, che in teoria non deve rispondere del proprio operato al corpo elettorale, la mancanza di alternative rappresenta la migliore delle condizioni possibile. Grazie ad essa può permettersi, a differenza di qualsiasi governo politico,  di compiere tutte quelle scelte che giudica necessarie per raggiungere i proprio obbiettivi senza cedere a condizionamenti o compromessi di sorta. Non a nulla da perdere. Può solo guadagnare. Se i tecnici sbagliano tornano a fare i tecnici. Se conseguono un qualche risultato ( nel nostro caso l’uscita dalla crisi ) diventano i salvat9ori della patria.
Ma il governo Monti come sta utilizzando questa occasione irripetibile? Sta creando le condizioni per la soluzione dei problemi del paese o , al contrario, sta sprecando la storica possibilità creando le condizioni per uno sfacelo addirittura più grave e drammatico di quello che dovrebbe sanare?
Il bilancio di quanto realizzato non è particolarmente esaltante : una riforma delle pensioni che ha lascito il buco sanguinante degli esodati, una riforma del lavoro che rischia di scontentare tutti non perché equilibrata ma solo perché inutilmente sbilanciata a favore delle ragioni della sinistra conservatrice , una totale dipendenza passiva nei confronti dell’Europa germanizzata che se da un lato ha permesso la riduzione dello spread grazie alla liquidita della Bce , dall’altro rischia di condannare il nostro paese ad anni ed anni di recessione per consentire ai banchieri di Berlino e Francoforte di difendere i propri interessi a scapito degli altri.
L’austerità realizzata all’insegna dell’aumento indiscriminato della pressione fiscale è figlia di questa piena e completa subordinazione non all’Europa ma all’interesse nazionale dello stato-guida tedesco.
Una austerità che sarebbe anche accettabile se giustificata da una prospettiva certa di uscita dalla crisi. Ma che rischia di provocare un incendio politico e sociale proprio perché destinata a provocare , grazie alla dipendenza italiana alla linea del padre-padrone tedesco della Ue, almeno una decina d’anni di recessione e di sacrifici.
A che serve, allora, la mancanza di alternativa di cui gode il governo Monti? La sensazione crescente nel paese è che serva solo a schiacciare i cittadini di tasse sempre più pesanti, sempre più incomprensibili, sempre più odiose. E che quella del governo tecnico sia una occasione sprecata.
Ma se questo è l’umore prevalente che si va diffondendo nell’opinione pubblica italiana la prospettiva a breve che Monti , i suoi ministri ed i partiti che lo sostegno sta preparando è fin troppo inquietante . Come si esprimeranno gli italiani in occasione delle elezioni politiche generali del 2013? I sondaggi dicono che i partiti di maggioranza rischiano di non essere più in grado di formare la maggioranza. E che i partiti minori posti alle estreme , in particolare il movimento di Beppe Grillo abile nell’intrecciare il radicalismo dell’antipolitica con la rabbia contro le tasse, tendono a raccogliere i consensi lasciati per strada dalle forze politiche maggiori.
Monti ed il suo governo inamovibile, quindi, rischiano di essere peggio di una occasione mancata. E diventare la spinta definitiva all’instabilità ed alla ingovernabilità del paese.

Lega, non è un complotto ma “disinformatia”

Ha perfettamente ragione Roberto Maroni quando sostiene che non esiste alcun complotto contro la Lega . Certo, può anche insospettire che improvvisamente e contemporaneamente sei o sette Procure stiano passando al setaccio giudiziario i conti del Carroccio. Ed in un paese in cui ognuno è un po’ contaminato da un certo tipo di cultura gesuitica è facile convincersi che il sospetto sia l’anticamera della verità.
Ma Maroni deve essersi liberato dell’eredità del Cardinale Ballarmino. Ed invece di dare credito al complotto ha più ragionevolmente pensato che l’accanimento giudiziario sia il frutto del solito fenomeno dell’emulazione tra le Procure . E , soprattutto, ha colto al volo l’occasione offerta dalla vicenda per accelerare i tempi di quella conquista della leadership della Lega che senza la possibilità di agitare la scopa salvifica della pulizia morale avrebbe richiesto tempi più lunghi.
Ma l’esclusione del complotto giudiziario e la consapevolezza che Maroni stia intelligentemente sfruttando la situazione per giocare la sua partita, non esclude affatto che sul caso Lega si stia consumando una operazione che non ha nulla a che spartire con la gestione opaca dei finanziamenti pubblici al Carroccio. Una operazione che in tempi passati si sarebbe definita di “ disinformatia”. E che nel tempo presente può essere tranquillamente indicata come un evidente e clamoroso caso di imbroglio mediatico ai danni dell’opinione pubblica del paese.
Come definire altrimenti, infatti, la constatazione che tutti i grandi media nazionali dedicato la loro massima attenzione alle indagini della magistratura sui conti della Lega denunciando con grande clamore ed indignazione che Umberto Bossi avrebbe usato i soldi del finanziamento pubblico per pagare due multe stradali del figlio, 1500 euro di fattura del dentista  , 779 euro di assicurazione e 4000 euro di lavori di impermeabilizzazione del terrazzo di casa ? Esiste un nesso tra tanta indignazione e tanto clamore e la risibile entità delle presunte dissipazioni di pubblico denaro del Senatur  e dei vertici della Lega ?
Maroni dice giustamente che bisogna fare comunque pulizia. Ma è fin troppo evidente che esiste una gigantesca sproporzione tra l’entità delle scorrettezze amministrative leghiste e le vesti stracciate dei grandi media per la questione morale che avrebbe coinvolto Bossi.
Qual’è la ragione di questa incredibile e smaccata sproporzione ? La risposta è nello spread che sale, nella riforma fasulla del lavoro, nella conferma della sfiducia dei mercati nei confronti dell’economia italiana e nella fine della luna di miele tra il governo tecnico ed il paese per l’evidente dimostrazione che la cura Monti serve solo a moltiplicare i disagi ed i sacrifici ed a cancellare qualsiasi speranza di ripresa.
Sollevare la questione morale ai danni della Lega con il maggiore clamore possibile, quindi, significa distogliere l’attenzione degli italiani dal problema reale, che è quello del sostanziale fallimento del governo tecnico dell’emergenza, per indirizzarla verso il problema fittizio del dentista di Bossi .
Chi lo fa consapevolmente si assumere una grande responsabilità. La “ disinformatia” alla lunga si paga . E già da adesso si può tranquillamente prevedere che quando il polverone si depositerà a terra non mancheranno quanti chiederanno conto ai “ disinformatori” dei loro sforzi per imbrogliare il paese. Chi lo fa in buona fede si affretti ad aprire gli occhi. Perché il problema vero non è sapere che con i soldi della Lega Bossi pagava il dentista ma rendersi conto che se Monti non si affretta a cambiare la cura il “malato Italia “ è condannato.

Se poi si scopre che il governo tecnico non serve

Mario Monti non ha tutti i torti quando se la prende con Emma Marcegaglia e l’accusa di aver offerto il fianco, con le sue critiche dell’ultima ora alla riforma del lavoro, alla ripresa delle ondate speculative che hanno riportato lo spread oltre la quota quattrocento. Il Presidente del Consiglio contesta l’atteggiamento ondivago tenuto dalla Presidente uscente di Confindustria. Che prima ha sostenuto acriticamente la riforma della Fornero. E poi, sulla spinta delle proteste della base degli industriali preoccupati per i cedimenti del governo alle pressioni dei sindacati e del Pd sulle modifiche all’art. 18, ha mutato di colpo linea lanciando quelle critiche al compromesso raggiunto tra governo, partiti e sindacati sulla riforma che , a detta di Monti, avrebbero suscitato la ripresa della sfiducia dei mercati nei confronti dell’Italia.
Il Presidente del Consiglio ha sicuramente ragione quando rileva che il voltafaccia di Confindustria abbia contribuito, insieme alle preoccupazioni per l’economia spagnola e degli altri stati deboli dell’Europa, a risvegliare la speculazione internazionale. Ma Monti non può non tenere conto che la Marcegaglia avrà pure la tentazione di sfruttare l’ultimo mese di presidenza confindustriale per preparare un suo eventuale ingresso in politica, ma non esprime una posizione personale ma quella di una intera categoria. Che non può non registrare negativamente come i cedimenti del governo alle pressioni della sinistra politica e sociale abbiano trasformato quella che doveva essere la “madre di tutte le riforme” in una riformetta gattopardesca che non solo non introduce novità di rilievo ma sembra fatta apposta per confermare e consolidare le rigidità del passato.
Nessuno dubita che Monti sia stato costretto a subire le imposizioni conservatrici dei sindacati e del Pd. Poteva forse correre il rischio di provocare una crisi di governo in nome di una riforma che avrebbe dovuto correggere le storture di un mercato del lavoro in cui la sostanziale impossibilità di licenziare si traduce automaticamente in rifiuto di assumere ? In nome della sopravvivenza del proprio esecutivo il Presidente del consiglio ha accettato il compromesso al ribasso sulla riforma. Ed ora paga il prezzo di questa sua scelta . Che è quello di una delusione degli imprenditori italiani che fatalmente innesca una nuova ondata di sfiducia da parte dei mercati internazionali.
Il governo, dunque , è salvo. Ma il paese torna di nuovo nel mirino dei speculatori . Che se ne infischiano dell’autorevolezza personale del Presidente del Consiglio e del fatto che oggi gode del consenso della Cgil e del Pd ed incominciano a tenere che l’Italia condizionata da una sinistra politica e sociale troppo conservatrice non ce la farà a superare indenne la crisi.
Poteva Monti comportarsi altrimenti ? Secondo la tradizionale logica politica, quella che privilegia l’interesse “ particulare” ( personale , di partito, di gruppo) a quello generale , sicuramente no. Ma la sua scelta politica del “ primum vivere “ è in contraddizione con il mandato di guidare un governo tecnico ( e non politico) per l’emergenza. E , soprattutto, suscita una forte preoccupazione per il futuro a breve del paese. Se anche un esecutivo privo della necessità di badare al consenso elettorale e provvisto di ogni genere di benedizione ( da quella del Quirinale a quella di tutti i “poteri forti” dimostra di non essere in grado di cambiare passo rispetto a tutti gli altri governi politici che lo hanno preceduto, vuol dire che la “ malattia” è irreversibile . E che anche i Monti, i Passera, le Fornero non servono a nulla!

L’unico futuro di Pdl e Lega si chiama “libertà”

Il problema non è che fine farà il Trota, la Badante, il Cerchio Magico e lo stesso Umberto Bossi. Il problema è che fine farà la Lega e dove andranno a finire i voti , gli interessi, le passioni e le pulsioni di quei milioni di cittadini che negli ultimi venti anni hanno creduto nel Carroccio,
Chi pensa che i partiti tradizionali possano , sia pure progressivamente, riassorbire il fenomeno leghista compire un grossolano errore. Perché è possibile che in occasione delle prossime elezioni amministrative una parte dell’elettorato del Carroccio possa essere recuperato dal Pdl , dal Pd , dall’Idv o dai “ grillini” e dalle liste civiche. Ma perché è da escludere che nel medio e nel lungo tempo la massa complessiva dell’elettorato della Lega possa venire attratto da forze e da movimenti che non hanno alcuna possibilità di interpretare e rappresentare l’istanza di fondo su cui Umberto Bossi ha costruito il suo movimento.
Il Carroccio è l’espressione della protesta dei produttori contro lo stato burocratico centralista ed assistenziale costruito nel secondo dopoguerra e che incomincia ad entrare in crisi alla fine degli anni ’80. Il lievito di questa protesta è sicuramente il pregiudizio antimeridionale ed antiromano che Bossi usa con grande spregiudicatezza e maestria. Ma la farina di base rimane sempre la richiesta istintiva di uno stato meno pesante e meno invasivo nei confronti del cittadino.
Questa richiesta non ha ancora trovato una risposta negli ultimi venti anni. L’asse del Nord Berlusconi-Bossi aveva alimentato la speranza di ottenere una qualche riduzione della pressione di un apparato statale elefantiaco e sprecone. Ma gli errori di un Cavaliere paralizzato dal continuismo
dei cortigiani e di un Senatur convinto che il modo migliore di radicare la Lega fosse quello di  riprodurre a livello locale il centralismo burocratico si sono intrecciati alla grande crisi economica. Ed hanno bruciato la speranza di liberazione dallo stato oppressore e predatore.
Al momento non ci sono forze politiche in grado di impugnare credibilmente la bandiera non dell’antistato o dell’antipolitica ma della lotta contro l’oppressione e la rapina delle degenerazioni dello stato e della politica. Le forze antisistema dell’ultra sinistra perseguono , magari inconsapevolmente, modelli burocratici ed oppressioni addirittura peggiori di quello che si vorrebbe smantellare. Pd e Terzo Polo rappresentano l’emblema negativo della conservazione ( se non della restaurazione) del vecchio sistema . Ed il Pdl , che pure nel Dna avrebbe una forte ispirazione di libertà , non riesce ancora a capire che il berlusconismo o è una rivoluzione liberale o  non è altro che la copertura contingente di semplici interessi di potere.
Per sopravvivere la Lega dovrebbe tornare ad essere la rappresentante della richiesta di liberazione dalle degenerazioni delle stato burocratico-assistenziale . Ma per farlo non deve solo rigenerare un gruppo dirigente ripulendolo e liberandolo da tutte le scorie del familismo bossiano . Dovrebbe, soprattutto, ridefinire completamente la propria identità. Rinunciando a quella facciata localistica che negli anni passato è stata il lievito del movimento ma che oggi servirebbe solo a relegarla a fenomeno folkoristico marginale . E puntando a riempire quel vuoto esistente a livello nazionale provocato dall’assenza di un partito che abbia l’identità netta e dichiarata di forza di liberazione dallo stato oppressivo e predatore.
Ma è ipotizzabile una Lega capace di nazionalizzarsi in nome dei valori di libertà ? Il dubbio è legittimo. Anche se incomincia a crescere una nuova speranza. Quella che all’asse del Nord berlusconiano e bossiano possa seguire un nuovo asse capace di rappresentare la richiesta di un nuovo modello di stato fondato non sull’oppressione ma sulla libertà!

L’identità del Pdl nell’era della trasformazione

Per ironia della sorte, venti anni dopo tocca alla Lega fare la stessa fine del Psi. Con Umberto Bossi nella parte di Bettino Craxi travolto dai “ mariuoli” che mettono in luce il sistema di finanziamento illecito dei partiti . E con Roberto Maroni che, nelle parti di Claudio Martelli, vuole ridare l’onore ai leghisti senza rendersi conto che la partita è ormai finita. Non solo e non tanto per gli scandali veri o presunti della gestione privatistica del finanziamento pubblico . Ma perché la fase in cui il Carroccio è stato il Ghino di Tacco della politica italiana segnata dal bipolarismo delle coalizioni è ormai definitivamente tramontata.
La crisi della Lega sembra allora fatta apposta per dare nuovo impulso alla riforma del sistema elettorale concordata da Pdl, Pd e Udc . Quella riforma che dovrebbe introdurre una sorta di sistema proporzionale alla tedesca in cui vi sia un forte sbarramento per eliminare l’eccesso di frammentazione ed un premio di maggioranza a vantaggio dei due partiti maggiori per passare dal bipolarismo di coalizione al bipolarismo di partito.
L’uragano giudiziario sopra la Lega, infatti, produce come effetto collaterale la fine dell’ipotesi di potere mantenere il vecchio bipolarismo attraverso la riesumazione del passato “asse del Nord” tra Pdl e Lega . E l’automatica conversione anche dei dirigenti pidiellini più ostili al ritorno al sistema proporzionale al nuovo modello di sistema elettorale basato non sul bipartitismo ma sul doppio premio di maggioranza per i due partiti maggiori.
Ma sbaglia chi pensa che sia sufficiente ridisegnare il sistema elettorale per impedire che la prossima legislatura perpetui l’anomalia dei tecnici al governo. Se si vuole sul serio creare un sistema tedesco in cui due grandi partiti o si alternano alla guida del paese grazie alla loro capacità di fare alleanze con le forze minori o , nei momenti di emergenza, si alleano per governare insieme, è necessario passare dall’ingegneria edile del sistema elettorale all’ingegneria genetica delle forze politiche. E definire l’identità precisa delle forze in campo. Perché chi non ha identità o non riesce a chiarirla è fatalmente destinato ( come la storia della fine della Prima Repubblica e dell’avvento del berlusconismo insegna) a lasciare il passo a chi ha una identità più forte e più definita.
Su questo punto nessuna delle tre entità politiche che stanno ridisegnando a proprio vantaggio la legge elettorale sembra essere pronta. Il Pd è una amalgama non riuscita tra post-comunisti e post-democristiani di sinistra. Il Terzo Polo è sempre di più una aggregazione indistinta di post-democristiani invecchiati. Il Pdl continua ad avere come collante unico Silvio Berlusconi ma non riesce a trovare una ragione chiara della propria esistenza e della propria funzione.
E’ il partito dei moderati e dei riformisti, come ha detto recentemente Fabrizio Cicchitto ? Se è così è bene che Angelino Alfano e tutti gli altri dirigenti non facciano altro che affidarsi ancora una volta ai miracoli di San Silvio senza sprecare troppe energie inutili. Perché se l’identità è quella dei moderati timorosi del cambiamento e dei riformisti che vogliono dare solo qualche ritocco allo stato sociale in disfacimento, la battaglia è persa in partenza. O il Pdl si definisce come l’unica forza dell’innovazione, della modernizzazione e del superamento dello stato burocratico-assistenziale in nome della libertà . Oppure è meglio lanciare il “ si salvi chi può”!

L’amara sorte di chi spera nel ritorno al passato

I partiti che hanno dominato nella Seconda Repubblica tendono a sfaldarsi e la progressiva frantumazione provoca l’esigenza di nuove aggregazioni. Da una costola del Pdl è uscita recentemente la formazione dei “ Riformisti Italiani”  che , come dall’appello lanciato nel corso dell’assemblea nazionale dalla sua Presidente Stefania Craxi, si propone in primo luogo di riaggregare gli esponenti e le componenti socialiste sparse nei diversi versanti politici nazionali e , successivamente, arricchire il nucleo socialista con i diversi spezzoni del mondo laico e liberale sopravvissuti alla stagione del bipolarismo forzato.
Il fenomeno è destinato a crescere . Ed a riguardare l’intero quadro politico nazionale. Più cresce la sfiducia nei confronti delle principali forze della passata stagione politica ed aumenta la preoccupazione per un futuro dominato dal rischi di grandi tensioni sociali , più si avverte la necessità di trovare punti di riferimento certi, stabili, rassicuranti. E che c’è di più certo, stabile e rassicurante delle vecchie identità politiche e culturali del passato che erano state cancellate dalla scolorina bipolare della Seconda Repubblica ?
Di qui la spinta alle riaggregazioni all’insegna dell’”heri dicebamus”. I socialisti si riuniscono ai socialisti, i laici repubblicani ai laici repubblicani, i liberali al liberali e via di seguito. Fino , ovviamente, a vedere i democristiani che ricompongono sotto nome diverso la Dc ( è il tentativo di Pierferdinando Casini ) ed i comunisti che escono dall’equivoco di un Partito Democratico dall’identità mai definita per ritrovare la strada dell’unità della sinistra attorno al neofrontismo della Cgil .
Se questa è la strada che i delusi dei partiti maggiori intendo prendere per arrivare preparati alle elezioni del 2013, va detto senza esitazione alcuna che questa strada non porta da nessuna parte.
Nella politica italiana i “ revenant” non hanno mai avuto successo. Dopo i venti anni di regime fascista fiorirono i tentativi di far rivivere i partiti che avevano dominato l’Italia liberale. Ma il tentativo di ridare vita ai morti non ebbe alcun successo. Non solo perché nel frattempo la società era cambiata in maniera profonda e radicale ed il ricordo dei vecchi personaggi dell’epoca passata si era  affievolito o disperso del tutto. Ma soprattutto perché i nostalgici delle vecchie aggregazioni si ritrovavano non per portare avanti un progetto politico capace di interpretare le esigenze del nuovo tempo e della nuova società ma solo per riconquistare un ruolo nel panorama politico italiano sulla base dei rispettivi blasoni.
Il pericolo che grava sui nuovi “revenant” è lo stesso che portò al fallimento i vecchi . Non sarà facile conquistare il consenso degli italiani limitandosi a sventolare le vecchie bandiere tolte dalle bacheche museali dove erano state collocate. Bisognerà avanzare proposte caratterizzate non dalle rielaborazione delle tradizioni politiche e culturali di un passato nobile ma inattuale ma dalla indicazione concreta di come si vuole far uscire il paese dalla crisi proiettandolo verso un futuro migliore e più rassicurante .
Il ruolo, in sostanza, bisognerà conquistarlo con la forza delle idee. Non ereditarlo sulla base delle antiche sigle !