Archivio mensile:maggio 2012

Le teorie sullo stragismo e la questione nazionale

Per tutta la prima metà del novecento le bombe erano, per definizione, solo anarchiche. L’attentato che venne compiuto nel 1919 al teatro Diana di Milano e che causò 19 morti venne naturalmente attribuito agli anarchici anche se nessuno riuscì mai ad individuare gli autori. E questo schema venne seguito inizialmente cinquant’anni più tardi, quando l’avvio delle indagini sulla strage di piazza Fontana s’indirizzò automaticamente sempre sugli anarchici. Da quel momento, però, la definizione cambio. E le bombe diventarono sempre e comunque di matrice fascista per tutti i vent’anni successivi. E come per quelle precedenti attribuite agli anarchici non c’erano stati dubbi, perplessità, ipotesi d’indagine diverse ed alternative, per le bombe fasciste , a dispetto di processi finiti sempre senza colpevoli ( tranne quello per la strage di Bologna su cui , però, grava l’ombra di un errore o di una voluta e ben riuscita mistificazione ) non ci fu mai alcuna deroga allo schema di partenza. Oggi, di fronte all’orrendo attentato di Brindisi, nel momento in cui ci si interroga sulla matrice dell’atto criminale, si scopre che lo schema in auge , esauriti quelli anarchici e quelli fascisti, è da vent’anni lo stesso . Cioè quello iniziato con l’assassinio di Falcone e Borsellino e con lo stragismo dei primi anni ’90 e che è segnato dal marchio indelebile della mafia. Qualcuno, per la verità, s’interroga timidamente sul perché la criminalità organizzata voglia gettare un paese, già segnato dalle tensioni provocate dalla crisi economica e palesemente privo di una classe dirigente in grado di ricompattarlo e guidarlo, nel caos più totale. Ma questi timidi interrogativi vengono facilmente spazzati via dallo tsunami dei luoghi comuni dei vecchi pistaroli senza fantasia e di chi , come sempre, cerca di cavalcare la reazione popolare all’orrore per consolidare il proprio sistema di potere . Ma regge lo schema mafioso dopo che per vent’anni , così come quello anarchico e quello fascista, non è servito ad accertare una qualche solida verità sui misteri italiani a partire dal nome degli assassini di Falcone e  Borsellino? La risposta è scontata come dimostrano i primi risultati delle indagini a Brindisi. Lo schema fa acqua da tutte le parti. Può servire strumentalmente a ricompattare una parte del paese. Come quello anarchico favorì lo sbocco autoritario nel ’22 e quello fascista la solidarietà nazionale degli anni ’70 , potrebbe spingere in direzione di un fronte antimafia ispirato ad un generico giustizialismo privo di una reale prospettiva politica. Ma non serve a rispondere alla domanda di fondo. Chi e perché tenta di destabilizzare l’Italia? Forse è il caso di cambiare schema. Magari non completamente . Magari solo in parte . Considerando mafia e criminalità organizzata come strumenti ottusi e prezzolati di burattinai più raffinati . E , come ipotizzava Giovanni Falcone nel ’91, incominciare a ragionare ed indagare sulla pista dei servi segreti stranieri che , allora come oggi, hanno interesse a gettare il paese nel caos per conseguire i loro obbiettivi di dominio economico o politico. Lo schema che si propone, in sostanza, non è quello fantasioso di una Spectre non meglio identificata. E’ quello della sovranità  nazionale di un paese che per la sua collocazione geopolitica al centro del Mediterraneo è ( e non da oggi ma da sempre) a tentativi di condizionamento , di occupazione e di sfruttamento di ogni genere . Nessuno, ovviamente, ha la verità in tasca. Ma forse è il caso di incominciare a cercare la verità fuori dai vecchi schemi . Con meno conformismo e più libertà mentale. Non solo per l’attentato di Brindisi ma anche per i tanti misteri passati mai risolti!

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I danni collaterali del governo delle supertasse

Mario Monti si appresta a ribadire la piena solidarietà personale e del governo nei confronti di Attilio Befera. Per scongiurare il pericolo che il responsabile dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia ed i funzionari ed i dipendenti chhe strutture che hanno il compito di raccogliere e recuperare le tasse diventino il facile parafulmine di una società che soffre gli effetti della recessione e della stretta fiscale.
Ma accanto a questa manifestazione di solidarietà il Presidente del Consiglio dovrebbe anche compiere una pubblica autocritica per l’errore compito dal governo ( e non dalle strutture esattoriali che eseguono ma non decidono le scelte di fondo) nell’impostare la campagna del “ salva-Italia”.
L’errore è consistito nell’avviare una azione di risanamento tutta incentrata sull’aumento della pressione fiscale ( salita dal 42 al 45 per cento ufficiale ma oltre il 55 per cento reale) con un eccesso di drammatizzazione della situazione del paese resa a rendere giustificabile agli occhi dell’opinione pubblica l’intensificazione dell’azione di riscossione e la massima spettacolarizzazione delle azione repressive nei confronti di intere categorie considerate aprioristicamente colpevoli di  vocazione all’evasione.
La drammatizzazione e le azioni spettacolari, giustificate con la necessità di rieducare con il bastone  delle multe, delle sanzioni , della gogna pubblica e della minaccia di galera, hanno sicuramente favorito un recupero del gettito . Ma hanno prodotto , come effetti collaterali, due fenomeni precisi. Da un lato la diffusione di una sorta di depressione generalizzata acuita dal pessimismo diffuso a piene mani ( sia pure a fini di bene pubblico) delle autorità di governo che ha accentuato i fenomeni depressivi individuali fino a provocare l’ondata di suicidi che riempe le cronache dei giornali . Dall’altro la reazione violenta di chi ha avvertito come ingiusta ed eccessiva l’azione di rieducazione senza carota e con il solo bastone che il governo ha lanciato e l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia hanno portato avanti in maniera fin troppo convinta ed entusiastica.
Qualche volta ripercorrere la storia, oltre che fare i conti dell’economia, farebbe bene. Monti non può aver dimenticato che nei seicento, come ha raccontato Alessandro Manzoni, l’ira popolare per la crisi che colpiva i più poveri si manifestava con gli assalti ai forni. Anche allora le “ grida” non servivano a nulla . Tranne che irritare ulteriormente i disperati ed i tartassati. E già che ci si trova il Presidente del Consiglio non farebbe male a ricordare che nell’ottocento ogni forma di jaquerie e di rivolta popolare si risolveva nell’assalto ai municipi e del rogo dei registri che servivano per l’esazione della tasse.
Perchè, allora, insieme a qualche misura specifica tesa a ridurre le sanzioni eccessive e gli aggi esorbitanti ed alla giusta solidarietà nei confronti di chi è chiamato a compiere un compito non agevole e non popolare, il governo non compie una coraggiosa autocritica per non aver minimamente considerato che i danni collaterali delle proprie azioni di aumento della pressione fiscale e di didattica di stampo dirigista ed autoritario avrebbero avuto l’effetto della benzina lanciata sul fuoco del ribellismo ?
Un atto di coraggiosa e sincera autocritica può avere effetti mille volte più positivi di una semplice  solidarietà a Befera. Per evitarla non serve , come qualcuno nel governo tende a fare, ricordare che  il dirigismo autoritario ha radici nell’operato non solo del governo Prodi e nell’azione di Vincenzo Visco e nel successivo governo Berlusconi e nel comportamento di Tremonti. Sapere che Visco e Tremonti erano della stessa pasta ed hanno compiuto degli errori non giustifica quelli ripetuti oggi. Anzi, li aggrava !

Presidente eletto e alleanze bipolari, la via obbligata

Non ci vuole grande acume nel rilevare come il voto di domenica scorsa abbia messo una solida pietra tombale sopra il progetto di modificare la legge elettorale in senso proporzionale. Chi pensava che attraverso l’adozione di un sistema ispirato a quello tedesco l’Italia avrebbe potuto superare l’instabilità provocata dal bipolarismo primitivo della Seconda Repubblica e raggiungere i livelli di stabilità politica della Germania , ha dovuto prendere dolorosamente atto che puntando a Berlino si rischia di finire ad Atene . Se si votasse con il proporzionale , sia pure corretto con un alto sbarramento, infatti, l’unico risultato possibile sarebbe la riproposizione di quanto si è verificato in Grecia . Dove mettere in piedi un qualsiasi governo sembra essere una impresa disperata e dove l’unica strada possibile per rompere la spirale della instabilità governativa sembra essere quella dell’ennesimo ritorno a qualche colonnello, magari camuffato da economista sostenuto dai banchieri tedeschi e francesi.
L’insegnamento del voto amministrativo non vale solo per il Pdl che è stato sconfitto e per il Terzo Polo che è stato smascherato mostrando la sua faccia di operazione di Palazzo priva di qualsiasi sostegno popolare. Vale soprattutto per quel Partito Democratico che apparentemente non ha subito flessioni ma che , anche conservando  il ruolo attuale di partito di maggioranza relativa, non avrebbe mai la possibilità di dare vita ad un qualsiasi governo di coalizione nel quadro di polverizzazione parlamentare che verrebbe fuori da un voto celebrato con un sistema proporzionale.
Il rischio di finire come la Grecia dovrebbe , dunque, spingere le forze politiche ( non solo quelle maggiori) a riconsiderare il bipolarismo primitivo della Seconda Repubblica . Non per recuperarlo così com’è e confermarlo nella sua versione rozza e grossolana del Porcellum. Ma per fare tesoro sia dell’esperienza greca che di quella del voto in Francia per eliminare la parte primitiva, rozza e grossolana e realizzare un sistema bipolare adeguato alla necessità del paese di avere un governo che oltre essere eletto direttamente dal popolo abbia la stabilità necessaria per affrontare l’emergenza.
Il perfezionamento del bipolarismo passa attraverso una strada obbligata. Che può essere definita del premierato o del presidenzialismo  . Ma che in ogni caso deve prevedere che il capo del governo  diventi tale attraverso una investitura popolare e sia rappresentativo di un ampio schieramento di forze politiche. E’ indifferente se tutto questo si realizzi attraverso il doppio turno o il maggioritario uninominale di collegio. L’importante è che il meccanismo garantisca un esecutivo stabile per quattro o per cinque anni. Che il Premier non possa essere eletto per più di due volte . E che sappia aggregare attorno a se uno schieramento di forze politiche effettivamente rappresentative degli interessi e delle necessità dei propri elettori.
Per ottenere questo risultati non è necessario compiere stravolgimenti di natura costituzionali per cui non ci sono né i tempi né le condizioni. Basta correggere adeguatamente l’attuale legge elettorale . E , soprattutto, è necessario che invece di pensare ai percorsi isolati, come è avvenuto nelle amministrative, i partiti riprendano la strada delle aggregazioni bipolari.
Per il Pdl, la Lega , il Terzo Polo e la Destra questo è un percorso praticamente obbligato. L’alternativa è la loro marginalizzazione. Per il Pd vale la stessa considerazione. Perché l’alternativa è arrendersi a Beppe Grillo. Il ché sarebbe ancora peggio della marginalizzazione del centro destra!

Il Pdl non può contare in eterno sul ritorno del Cav

Non sarà rifiutando di partecipare ai prossimi vertici con Bersani e Casini che Angelino Alfano riuscirà a recuperare il consenso perso dal Pdl . E non sarà neppure passando da un appoggio pioeno ad uno esterno al governo di Mario Monti che il partito fondato a suo tempo da Silvio Berlusconi potrà riconquistare gli elettori che non sono andati a votare per delusione e rabbia o hanno scelto di protestare sostenendo i candidati delle forze antisistema.
Qualcuno sostiene che se i dirigenti del Pdl vogliono tornare, se non a vincere, almeno a contare qualcosa , non debbono far altro che parafrasare la famosa scritta “ aridatece er puzzone” apparsa nel primissimo dopoguerra sui muri di Roma e mettersi a gridare in coro “ aridatece er Cavaliere”!
Come dire che se non ci pensa a Berlusconi a riportare all’ovile i milioni di pecorelle smarrite nella protesta e nell’astensione, il Pdl può tranquillamente chiudere i battenti e rinunciare a qualsiasi altra competizione elettorale. Altro che pensare alle elezioni politiche ad ottobre! Di questo passo , cioè senza un qualche intervento salvifico del Fondatore, andare al voto ad ottobre significherebbe per il partito del centro destra puntare alla propria dissoluzione definitiva. Tanto vale, allora, aspettare la scadenza naturale e sperare che nel frattempo il Cavaliere abbia la voglia e la fantasia per riscendere in campo con qualche trovata geniale e tornare a fare quei miracoli a cui ha abituato un partito che da solo sa recitare le preghiere affinché ritorni a sciogliersi il sangue di San Gennaro da Arcore.
Ma fino a quando il Cavaliere potrà continuare a fare i miracoli e nascondere la realtà di un partito che senza di lui non ha un progetto, una idea, una identità, una prospettiva?
Il voto di domenica può anche essere esorcizzato dicendo le novene propiziatorie a San Silvio. Ma pone i dirigenti del Pdl di fronte ad una realtà dura e brutale. Quella di non poter contare all’infinito su Berlusconi e di dover incominciare a supplire al declino della leadership del Cavaliere con progetti, idee, identità e prospettive in grado di rispecchiare le aspettative del popolo di centro destra.
Il tempo , per il Pdl, è fin troppo ridotto. Perché un anno di campagna elettorale ( sempre che non sia Bersani a puntare alle elezioni anticipate ad ottobre) passa in fretta. E nello spazio lasciato libero dall’evanescenza piediellina si possono inserire rapidamente forze capaci di dare qualche speranza e qualche certezza ad un elettorato che si è sentito abbandonato da chi li aveva guidati per tanti anni .
Nessuno, ovviamente, pretende che il Pdl si trasformi di colpo in un emulo del Partito Repubblicano americano. Ma ci si deve almeno aspettare che incominci a creare una squadra di nomi affidabili e di facce credibili , cioè di gente in grado di saper creare un rapporto con gli elettori del centro destra in maniera autonoma e senza il bisogno del supporto del Cavaliere.
E’ proprio tanto difficile trovare gente seria, capace, meritevole e pulita ? O bisogna incominciare a credere, anche alla luce di quanto è avvenuto alle amministrative di domenica, che il gruppo dirigente del Pdl punta sistematicamente sugli impresentabili, sugli incapaci e sugli imbroglioni per il timore di poter essere scalzati da quelli più bravi?
Il sospetto è forte. Per smentirlo i dirigenti più accorti del Pdl non hanno che un mezzo : rottamare i vecchi ed i giovani inadeguati. Prima gli inadeguati rottamino loro e l’intero partito rendendo inutile anche un eventuale miracolo di Berlusconi !

La destra anti-Sarko e la sinistra euroscettica

Il risultato del voto francese sembra mettere in evidenza le anomalie italiane. Quelle manifestate da una destra che si rallegra per la sconfitta di Sarkozy e da una sinistra che si entusiasma per una vittoria di Hollande avvenuta in nome di un euroscetticismo da sempre denunciato come una prerogativa negativa degli avversari.
In realtà le anomalia sono solo apparenti. Per quanto riguarda la destra la soddisfazione per la sconfitta di Sarkozy non è affatto una ennesima dimostrazione che in Italia, a differenza della Francia , non esista una destra normale . Chi lo sostiene è convinto , come ha scritto Pierluigi Battista sul suo blog, la destra berlusconiana ( quella che non sarebbe normale) , la destra italiana veda nell’uscita dall’Eliseo del leader gaullista la rivincita per l’atteggiamento sprezzante tenuto dall’allora Presidente francese nei confronti del Cavaliere. Insomma , “ l’infame sorrise”nel famoso duetto con la Merkel ed ora è scattata la vendetta per  quel sorriso. L’anomalia, dunque, consisterebbe nel fatto che in Italia la destra è legata ad una persona e non a delle idee. E , quindi, si compiace se un nemico del Cavaliere cade nella polvere senza capire che quel nemico fa parte del suo stesso schieramento .
Ma questa valutazione poggia su un pregiudizio un po’ troppo superficiale. A destra sicuramente non mancano i “ berluscones” che odiano Sarkozy per fatto personale. Ma l’ostilità della destra italiana nei confronti del leader della destra gaullista francese poggia su un fattore molto più serio e profondo: l’interesse nazionale e la consapevolezza che nel perseguire l’interesse nazionale francese Sarkozy ha fatto di tutto per limitare, stroncare ed umiliare l’interesse nazionale italiano.
La vendetta , dunque, non è per il “sorriso infame” nei confronti di Berlusconi . E’ per aver scatenato una guerra in Libia non per scalzare un dittatore e portare la libertà e la democrazia nella sponda Sud del mediterraneo ma per rompere il rapporto privilegiato tra Roma e Tripoli e realizzare una sorta di neocolonialismo imponendo la presenza in Libia delle aziende francesi al posto di quelle italiane. E non basta. La vendetta è anche per aver realizzato in Europa un direttorio a due tra Francia e Germania escludendo da questa governance non codificata in alcun trattato tutti gli altri paesi del Vecchio Continente , Italia ovviamente inclusa.
L’anomalia, allora, non esiste. Certo, in un paese come il nostro dove la cultura egemone e conformista del politicamente corretto impone di non considerare dei valori la sovranità, l’interesse e l’identità della nazione può anche apparire singolare un fenomeno del genere. Ma se la destra non  difende i valori nazionali , che non sono in alternativa all’unità europea ma sono la sola condizione perché questa unità non sia solo economica ma anche politica, non è destra ma solo una accozzaglia precaria di interessi personali.
Ciò che vale per la destra vale anche per la sinistra. L’anomalia è solo apparente. Perché è vero che  Hollande ha vinto con un programma incentrato su una critica serrata all’Europa dei burocrati e dei banchieri . Cioè su quel programma che la sinistra italiana ha sempre bollato come antieuropeo in nome di un internazionalismo europeista servito a colmare il vuoto ideologico lasciato dal marxismo. Ma è altrettanto vero che il candidato socialista ha battuto Sarkozy proponendo la controriforma delle pensioni e una demagogica supertassazione dei grandi patrimoni. Cioè restando nella tradizione di una sinistra che non può tradire i propri valori di riferimento perché altrimenti diventa anch’essa una accozzaglia precaria di interessi personali.
Non ci sono anomalie, allora, nelle reazioni delle forze politiche italiane al voto francese. Per una volta c’è la normalità. Quella dei valori di fondo.

Siamo di fronte al fallimento dei tecnici nevrotici

La polemica stizzita di Monti nei confronti del Pdl e di Angelino Alfano ? Il suo frettoloso marcia-indietro ? La nomina dei super-tecnico “ tagliatore” Enrico Bondi con il compito di mettere mano a tutto tranne che ai bilanci di Quirinale, Corte Costituzionale e Parlamento? La scelta dell’eterna “ riserva “ politica della Repubblica Giuliano Amato come commissario di fatto di quel sistema dei partiti di cui è l’espressione più antica e genuina? La cooptazione dell’economista critico Francesco Giavazzi ad occuparsi di quei trasferimenti dello Stato alle imprese di cui si sarebbe dovuto occupare il governo dei tecnici tanto rimproverato dallo stesso Giavazzi?
Se fosse stato qualsiasi altro Presidente del Consiglio a compiere questi atti ci sarebbe stata una sorta di sollevazione collettiva all’insegna del più forsennato ed irrefrenabile sghignazzamento per questa lampante dimostrazione di dilettantismo allo sbaraglio . Se poi l’artefice fosse stato il precedente Capo del Governo gli sberleffi, i fischi ed i pernacchi avrebbero raggiunto punte talmente alta da travalicare i confini ed inondare l’intera Europa e buoma parte del pianeta di sdegno, condanna ed esecrazione per la disgrazia capitata all’Italia di avere un Premier così inadeguato .
Invece l’artefice è stato Mario Monti . E per carità di patria e per conformismo imperante a nessuno è saltato per la testa di rilevare che il “ re è nudo” e che il Presidente del Consiglio è sull’orlo di una crisi di nervi.
Ora, sempre perché l’unica alternativa sarebbero elezioni anticipate che non risolverebbero nulla, possiamo anche fare finta che non sia successo e non stia succedendo niente. Purtroppo, però, non è così. Ed è bene che chiunque abbia un minimo di senso di responsabilità nazionale incominci a prendere atto di una realtà che può essere nascosta ma non può essere minimamente negata. Cioè che anche la soluzione estrema rappresentata dal governo dei tecnici è andata a farsi benedire e che da questo momento in poi è necessario trovare una soluzione diversa ad una crisi a cui neppure i presunti “ salvatori” espressione dei poteri forti sanno dare un qualsiasi sbocco.
Il governo dei tecnici e dei burocrati mai eletti da nessuno, alternativo al governo dei politici nominati e mai scelti autonomamente dai cittadini, è fallito. Se i politici designati si sono mostrati incompetenti i tecnici cooptati dal Capo dello Stato sono risultati non solo inconcludenti ma anche pericolosamente fragili di nervi . Tutti sanno che il calvario dei tecnici nevrotici dovrà durare fino alla scadenza naturale della legislatura. Ma ora è fin troppo evidente che bisogna pensare a preparare un futuro che non può consistere in una qualche riedizione della formula sperimentata in questi mesi. Si illude, infatti, chi pensa che arrivati alla primavera del 2013 gli italiani possano dare il proprio consenso ad una riedizione riveduta e corretta, magari attraverso la legge elettorale neoproporzionalista a cui hanno messo mano gli esperti di Pdl,Udc e Pd, di un esecutivo formato dai sopravvissuti al doppio fallimento della partitocrazia e della tecnocrazia.
Caduta anche l’ultima spiaggia non rimane che avventurarsi in mare aperto. E per farlo non c’è altra possibilità che rimettersi alla sovranità popolare senza l’assurda pretesa di coartarla con una legge elettorale tesa solo a perpetuare una classe dirigente che è risultata fallimentare sia sul versante politico che su quello tecnico.
Altro che sbarramenti, premi ai partiti, giochetti fatti apposta per delegare alle caste ristrette il compito di scegliere il governo del paese alla faccia degli orientamenti del corpo elettorale ! La disfatta dei tecnici trascina con se anche questi tentativi di sopravvivenza della vecchia classe politica . Per cui non rimane altro che puntare ad un ricambio generalizzato di classe dirigente. Anche con il Porcellum purché senza liste bloccate!

Il Pdl e il “governo nemico” della tecnocrazia

E’ probabile che nessun esponente del Pdl abbia mai immaginato che il governo tecnico di Mario Monti fosse un “ governo amico”. Cioè un governo non espressione diretta del partito oggi guidato da Angelino Alfano ma comunque non ostile al alla formazione politica fondata e da sempre incentrata su Silvio Berlusconi e la sua leadership.
Da adesso in poi, però, è bene che i dirigenti del Pdl incomincino a considerare quello di Mario Monti un “ governo nemico”. Una sorta di riedizione di quel governo Dini del ’95 che nacque con il beneplacito del ribaltato Cavaliere ma si trasformò progressivamente nell’esecutivo destinato a preparare le condizioni per l’avvento della sinistra al governo.
Perché “nemico”? Non solo e non tanto perché il Presidente del Consiglio ha aggredito con parole e toni isterici ed inaccettabili il segretario del Pdl Alfano per la richiesta di compensazione tra crediti e debiti dei cittadini nei confronti dello stato. E non solo e non tanto perchè Monti ha scaricato sul precedente governo la responsabilità dell’introduzione dell’Imu e dell’aumento delle tasse dimenticando volutamente che le cause della crisi , da cui dipende l’aumento della pressione fiscale, sono molto più antiche ed in gran parte esterne al nostro paese.
Il governo è “ nemico” semplicemente perché ha scelto di seguire la strada del governo Dini del ’95, di farsi forza del sostegno del Quirinale , dei sindacati politicizzati e del Pd e di preparare le condizioni per il ritorno della sinistra alla guida del governo nella prossima legislatura.
Monti, in altri termini, ha spostato il baricentro del governo sul versante della vecchia opposizione. Lo ha fatto nella convinzione di poter tenere sotto scacco Berlusconi ed il Pdl per il conflitto d’interesse che condiziona e paralizza il Cavaliere. E nella prospettiva di sostituire nella prossima legislatura Giorgio Napolitano nel ruolo di Lord Protettore ( ma sarebbe meglio dire di “ padre padrone”) di un nuovo centro sinistra fondato sull’asse Pd-Udc ed allargato fino al Sel di Vendola.
La certezza che si tratta di un “ governo nemico” significa che il Pdl debba necessariamente smarcarsi dall’attuale maggioranza e provocare l’apertura della crisi di governo con il rischio di elezioni anticipate in autunno? O , peggio ancora, con l’eventualità di favorire la formazione di un Monti-bis sostenuto non solo dal terzo Polo e dal Pd ma anche da quella parte dello stesso Pdl che segue le nostalgie consociative di Beppe Pisanu e cerca di riciclarsi comunque nella prossima area del potere?
Niente affatto. Non c’è alcun bisogno di aprire la crisi. C’è bisogno di fare politica. E di farla consentendo da un lato a Berlusconi di non farsi ricattare con la minaccia di distruggere le sue aziende continuando ad assicurare il sostegno al governo . Ma non rinunciando neppure per un istante a rivendicare il pieno diritto a portare avanti le richieste del popolo del centro destra di libertà da qualsiasi tipo di oppressione, in primo luogo da quella dell’oppressione fiscale che risulta essere l’unica arma usata da un governo incapace di uscire dalla tradizione di sostanziale socialismo reale che ha dominato il paese negli ultimi cinquant’anni. C’è, in sostanza, la necessità di separare i ruoli del Cavaliere e del partito, di Berlusconi e di Alfano.
Se Berlusconi è impastoiato non lo sono quanti nel Pdl non hanno pegni da pagare al conflitto d’interessi e sono fermamente convinti che la strada seguita dal “ governo nemico” porti alla rovina il paese. Sia sulla pressione fiscale, sia sulla totale subordinazione allo strapotere tedesco nell’Unione Europea.
Il Pdl sia dunque ufficialmente partito “di governo”. Ma i suoi dirigenti e le sue componenti più attive e consapevoli del rischio che il paese corre siano sempre più “ di lotta”. Tra un anno la resa dei conti. Su euro e tasse !

Il futuro del centrodestra può essere solo federale

Il futuro del Pdl si chiama federazione. Quella da formare con tutte le forze autonome dell’area che va dalle componenti della destra sociale e nazionale alle componenti riformiste e post-socialiste passando per quelle liberali , democratiche , post-democristiane e , naturalmente, berlusconiane ortodosse.
Se , infatti, dovesse passare la riforma elettorale ispirata ai modelli tedesco e spagnolo che sarebbe stata concordata con l’Udc e con il Pd e che di fatto riesumerebbe il sistema proporzionale corretto con uno sbarramento alto ed un bipolarismo appena accennato dal piccolo premio di maggioranza per il partito più votato, l’unica possibilità del Pdl di conquistare la maggioranza relativa e rivendicare la guida del governo sarebbe quella di diventare una federazione di partiti diversi.
Nessuno sottovaluta la capacità attrattiva che Silvio Berlusconi esercita ancora su una parte consistente del vecchio elettorato del centro destra. Gli esperti calcolano che con la solita campagna elettorale condotta in prima persona il Cavaliere potrebbe raccogliere un consenso oscillante tra il 15 ed il 20 per cento con una sua lista chiamata con un nome qualsiasi ma chiaramente riferita alla sua persona. Ma anche superando il 20 per cento il partito berlusconiano erede di una parte della vecchia Forza Italia non riuscirebbe mai a diventare il perno dei futuri equilibri politici. Il Pd, di Pierluigi Bersani o di qualsiasi altro esponente dell’area post comunista, diventerebbe fatalmente il primo partito destinato a conquistare il premio di maggioranza ed a designare il personaggio che avrebbe il compito di formare il nuovo governo. Dando per scontato che con i berlusconiani fermi al 20 il Pd sarebbe il primo partito , Pierferdinando Casini calcola che per formare il governo Bersani ( o chi per lui) sarebbe costretto ad allearsi con l’Udc o , al massimo, a dare vita ad esecutivo di larghe intese. Casini, in sostanza, è convinto di poter essere , in un caso o nell’altro, l’elemento indispensabile e determinante di qualsiasi alleanza . Consociativa o di neo-centro- sinistra che sia. Ma s’illude. Perché a sinistra ci saranno almeno due forze politiche in grado di superare lo sbarramento elettorale : l’Italia dei Valori e Sel. Per non parlare del movimento di Beppe Grillo che veleggia verso il 7\8 per cento . E se il Pd si ritrovasse alla propria sinistra con un blocco concorrenziale capace di aggregare dal 10 al 15 per cento dell’elettorato non esiterebbe un solo istante a cedere al richiamo della foresta del frontismo e della regola a non avere nemici a sinistra e
si affretterebbe a scaricare Casini ed a formare una coalizione di governo formata solo dalle forze della sinistra.
Con simile prospettiva il Pdl rischia di essere sbattuto all’opposizione per una intera legislatura. E non può in alcun caso accontentarsi di diventare un partito minoritario sia pure del 20 per cento. Con il ritorno al proporzionale ed ai governi non scelti direttamente dagli elettori, infatti, il buon Casini non esiterebbe un attimo a trasformare l’Udc in foglia di fico del governo di sinistra. E nel corso della legislatura il 20 per cento berlusconiano perderebbe facilmente pezzi su pezzi come insegna l’esperienza del passato. Per il Pdl, di conseguenza, diventa obbligatorio puntare a scavalcare il Pd , a conquistare il premio di maggioranza ed a diventare il partito-perno degli equilibri politici della prossima legislatura.
Per farlo non può più contare sulla capacità di Silvio Berlusconi di rappresentare, grazie al bipolarismo obbligato della Seconda Repubblica, l’intera area del centro destra e degli oppositori della sinistra. Il Cavaliere , anche se conserva una forte attrattiva elettorale, ha perso questa sua peculiarità ( non a caso ha accettato il ritorno al proporzionale).
La federazione tra i berlusconiani ed una serie di partiti autonomi dell’area dell’anti-sinistra diventa così obbligatoria . Una federazione , ovviamente, fondata su regole di governance precise , formata da gruppi dirigenti selezionati dai singoli partiti per merito . E , naturalmente , aperta a chiunque voglia opporsi al conservatorismo della sinistra. Lega compresa !