Archivio mensile:luglio 2012

I sondaggi e la ricottina di Bersani

L’aspetto più singolare di tutte le discussioni e le polemiche degli ultimi giorni sulla riforma elettorale riguarda il dato dall’assioma su cui ha poggiato l’intero complesso di scontri, minacce, insulti, trattative ed aperture verso possibili compromessi. Questo assioma, che non ha bisogno di verifiche di alcun genere visto che viene considerato comunque certo ed immodificabile, è rappresentato dalla certezza assoluta che il Pd risulti in primo e più votato partito nelle prossime elezioni. E che, di conseguenza, il suo segretario Pierluigi Bersani, sia lo scontato ed insostituibile successore di Mario Monti alla presidenza del Consiglio. Non a caso la reazione furibonda dello stesso Bersani alle forzature del Pdl sulla riforma elettorale sono state motivate dalla crozziana preoccupazione del “questi mi vogliono fregare” (attenzione, non “ci” vogliono fregare ma “mi” vogliono fregare). Come se fosse ormai scritto sulle tavole della legge divina che la prossima legislatura debba essere segnata dall’ingresso trionfale dell’attuale segretario del Pd nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi in qualità di leader del primo partito votato dagli italiani e gratificato da un qualsiasi premio di maggioranza. E sempre non caso anche il gioco delle mosse e delle contromosse di tutti gli altri attori della commedia recitata sulla riforma elettorale, quello di Pierferdinando Casini e dello stesso vertice del Pdl, è sempre e comunque ruotato attorno al pilastro della certezza assoluta che il partito di Bersani conquisterà in ogni caso la palma di partito di maggioranza relativa. L’assioma, si sa, poggia sul risultato principale e ricorrente dei sondaggi degli ultimi mesi, quello che attribuisce al Pd la palma di partito più forte con un 25 per cento che supera di almeno cinque punti fissi il secondo che supera di poco l’asticella del 20 per cento e che una volta è il Pdl e quella successiva (o viceversa) è il movimento di Beppe Grillo. Tutti i sondaggi, naturalmente, indicano che le quote attribuite ai singoli partiti convivono con la quota dell’oltre quaranta per cento riguardante. Ma il fatto che poco meno della metà degli elettori non sappia ancora se rimanere nel non voto o ritornare a votare per qualche formazione politica non intacca in alcun modo la certezza assoluta dell’assioma sulla vittoria del Pd e sul destino di Bersani di diventare il prossimo capo del governo dopo l’esperienza poco trionfale di Mario Monti. In realtà questo assioma non è poi così granitico come viene dipinto. Ricorda molto l’assioma che aveva guidato alla sconfitta rovinosa la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto nel ‘94 ed aveva portato ad un pareggio rovinoso la coalizione dell’Ulivo prodiano nel 2006. Ma, soprattutto, sembra essere una delle conseguenze più vistose della tendenza alla “sindrome della ricottina” che colpisce i post-comunisti quando si sentono sulla cresta dell’onda. E li porta spesso a fare la fine del contadino che sognava di diventare ricco vendendo la ricotta per acquistare un cavallo, vendere il cavallo per acquistare una casa, vendere la casa per acquistare un podere e, sognando la ricchezza, finiva dentro un fosso perdendo la ricottina e rinviando le ambizioni a data da destinarsi. Naturalmente può anche essere che da oggi a quando si andrà a votare i sondaggi rimangano immobili e che il risultato delle elezioni sia quello della ricotta di Bersani. Ma dice niente il fatto che il Pd sia fermo al 25 per cento, quota fisiologica del propri militanti, da mesi e mesi e non abbia guadagnato un solo punto dalla flessione del Pdl? Dice nulla la circostanza che la distanza tra il Pd e Grillo ed il Cavaliere sia sempre di cinque o sei punti che in una qualsiasi campagna elettorale non rappresentano un ostacolo insormontabile a qualche recupero? E non lascia qualche perplessità la constatazione che se anche si mettesse in movimento il solo dieci per cento del quaranta per cento attuale di indecisi finendo nella propria collocazione naturale di una protesta di destra o di una protesta anarcoide e grillina, il Pd sarebbe affiancato da Pdl e Cinque Stelle e magari bruciato da una di queste formazioni proprio sul filo di lana elettorale? Ipotesi assurda? Può essere. Ma al posto di Bersani un pizzico di preoccupazione di finire con la ricotta di Palazzo Chigi nel fosso della realtà bisognerebbe averla.

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L’ombra del Cav su Bersani e Casini

Turba i sonni dei due Pierini (Pier Ferdinando Casini e Pierluigi Bersani) il timore che Silvio Berlusconi possa approfittare dei mesi che mancano alla scadenza naturale della legislatura per rimettersi in pista d’accordo con la Lega di Roberto Maroni e giocarsi fino in fondo la partita del 2013. Casini e Bersani hanno troppa esperienza per non sapere che il Cavaliere da il meglio di se nelle campagne elettorali ed è abituato a ritornare politicamente in vista dopo che tutti lo avevano dato per morto. E sanno anche che i conti non sono poi così favorevoli come tanti sondaggi vorrebbero dimostrare ad ogni costo. Perché il Pd, quotato al 25-26 per cento grazie alla rigida militanza dei propri sostenitori, non alcuna possibilità di crescere pescando in un’area dell’astensione e dell’incertezza formata per la stragrande maggioranza dai vecchi elettori del centro destra. E perché l’Udc, che del Pd dovrebbe essere l’alleato principale per il governo della prossima legislatura, è fermo ad un 6-7 per cento. E potrebbe sperare di superare la soglia delle due cifre solo compiendo una operazione di allargamento ai cattolici di Todi, al ministro Passera, ad Emma Marcegaglia ed ai montezemoliani privi di Montezemolo che non solo è ancora tutta da costruire ma che nasconde il gravissimo pericolo di snaturare il nocciolo duro del partito e trasformarsi in una rovina piuttosto che in un successo. Nella migliore delle ipotesi, dunque, l’asse Pd e Udc (sempre che Casini riesca a far convivere i suoi post-democristiani con qualche cattolico inquieto e pezzi sparsi della vecchia Confindustria), sulla carta può superare a malapena il 35 per cento. Ma solo sulla carta. Perché nella realtà Pd e Udc non possono presentarsi come coalizione alle prossime elezioni ma hanno l’assoluta necessità di marciare separati nella speranza (e solo nella speranza) di colpire uniti e formare il governo dopo la verifica elettorale. Una eventuale coalizione, infatti, non sommerebbe i rispettivi voti ma danneggerebbe entrambi. Un po’ come è successo al Terzo Polo, scomparso dopo aver registrato che Fini e Rutelli non portavano ma levavano voti ad un Casini che inizialmente si era illuso di aver vinto un terno al lotto con gli scissionisti del Pdl e del Pd.

Le preoccupazioni dei due Pierini, quindi, sono fondate. Berlusconi, alleato con Maroni, parte con almeno dieci punti di svantaggio. Ma come avvenne nel 2006 può sperare di recuperare e colmare il divario. E lo può fare non solo perché l’area dell’astensione è formata in gran parte dai suoi vecchi elettori che non sono passati comunque a sinistra e difficilmente potrebbero essere attratti da un Casini contornato di mezze figure tecniche e confindustriali. Ma soprattutto perché l’incalzare della crisi dimostra che a scatenare lo spread non erano i peccati comportamentali del Cavaliere ma la speculazione internazionale e le sbagliate pretese egemoniche dell’asse franco-tedesco. E perché più i sacrifici per gli italiani aumentano, più il prossimo voto diventa l’occasione offerta ai cittadini (e non ai “poteri forti” ed ai loro media) di lanciare un sasso contro tutti quelli che invece di contrastare la speculazione e le pretese egemoniche straniere le hanno cavalcate per il loro interesse di parte. In questa luce va vista la polemica di questi giorni sulla riforma della legge elettorale. Le pressioni di Bersani e Casini per trovare un accordo subito nascondono la volontà di andare al voto a novembre togliendo la Cavaliere il tempo di preparare la sua “reconquista” dei suoi elettori delusi. Le resistenze e gli ostacoli di Berlusconi esprimono un interesse esattamente opposto a quello dei leader di Pd e Udc. E l’interesse del paese? Coincide con quello di chi ha fretta o quello di chi frena? La risposta è che l’interesse del paese non riguarda i tempi del voto, che possono essere brevi o più lunghi ma non cambiano nulla. Riguarda ciò che avverrà dopo il voto. Non in termini di alleanze ma in termini di programmi. Perché è fin troppo evidente che nessuno avrà la forza di vincere o stravincere. Il “connubio”, per dirla alla Cavour, diventerà una scelta obbligata. E sapere fin da ora come in concreto le forze responsabili vorrebbero far uscire il paese dalla crisi sarebbe più importante di ogni interesse di parte.

La resistenza unica alternativa

C’è un solo modo di resistere alla macchina del fango che da mesi è in azione per costringere il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni a rassegnare le dimissioni con un anno d’anticipo. E’ quello che consiste nel fare il pieno del fango che viene prodotto a pieno regime dal circo mediatico-giudiziario deciso a provocare la cacciata per e con ignominia di Formigoni e di non dimettersi neppure se la pressione si trasforma in tortura. Si tratta, in sostanza, di resistere ad oltranza. In nome di quella presunzione d’innocenza di cui i giustizialisti a senso unico tendono a dimenticare l’esistenza ma che, a dispetto dei fautori delle esecuzioni sommarie a mezzo stampa, continua ad essere inserito nella Costituzione. Certo, ci vuole fegato nel sopportare per mesi il meccanismo di gogna mediatica che punta alla distruzione psicologica dell’individuo nell’obbiettivo di conseguire il risultato politico voluto. Ma non esiste alternativa alla resistenza ad oltranza. O si esce dal bunker della rivendicazione della presunzione d’innocenza con le mani alzate al primo schizzo di fango di provenienza giudiziaria e di strumentalizzazione giornalistica. Oppure ci si rinserra nel bunker e si spera di avere la forza di resistere un minuto in più della durata dell’assedio. Intendiamoci, il suggerimento dato a Formigoni vale anche per Errani, Vendola, Lombardo. Cioè per tutti quegli altri presidenti di regione che si trovano inquisiti per reati che avrebbero commesso nell’esercizio delle loro funzioni. Ma a nessuno sfugge, neppure ai giustizialisti più forsennati ed ottusi, che nella logica del circo mediatico-giudiziario le resistenze non sono affatto uguali.

Quelle degli amministratori di sinistra sono sempre più legittime, giustificate, necessarie ed ancorate alle garanzie individuali riconosciute dalla carta costituzionale di quelle degli amministratori del centro destra a cui tocca in sorte di avere sempre e comunque ragioni e garanzie più deboli, flebili, insostenibili ed inaccettabili. Il caso Penati, tanto per citare l’ultimo esempio della lunga serie e non rifarsi alla solita storia del “non poteva non sapere” che non valeva e non vale per i leader del Pci-Pds-Ds e valeva e vale sempre e comunque per i leader delle altre formazioni politiche. Per resistere, quindi, agli esponenti del centro destra ci vuole molto più coraggio di quanto serva a quelli del fronte opposto. Ma è proprio la consapevolezza del doppiopesismo che deve dare forza ad una resistenza che non ha alternative di sorta. Perché, sempre che il malcapitato non mangi la foglia prima dell’avvio della macchina del fango e non fugga in posti inaccessibili ormai inesistenti, la battaglia è per la vita e per la morte. L’esperienza insegna che per il politico di spicco dello schieramento “sbagliato” il duello con gli accusatori non si può mai concludere con un nulla di fatto o con una semplice ferita ma prevede che la conclusione sia sempre e comunque la morte politica e morale (se poi c’è anche quella fisica per i giustizialisti è anche meglio). Resistere, allora, diventa una sorta di strada obbligata. Per tentare di salvare la propria libertà, la propria dignità, la propria vita. Formigoni, allora, resti al proprio posto fino al termine del proprio mandato. Pretenda di difendersi nel processo sopportando il calvario preventivo delle indagini che la stampa di parte cerca di trasformare in condanna anticipata. E non compia l’errore di presentarsi in giudizio da semplice cittadino e non da presidente della regione. Visto che lo massacrano lo stesso anche in caso di diserzione e fuga, tanto vale restare in trincea e sperare, dopo anni ed anni di martirio, di trovare il famoso giudice a Berlino.