Archivio mensile:agosto 2012

Napolitano-Ingroia: è campagna elettorale

L’esplosione definitiva del caso Napolitano fa definitivamente piazza pulita della truffaldina distinzione tra intercettazioni penalmente rilevanti ed intercettazioni penalmente irrilevanti. Le parole che il presidente della Repubblica avrebbe pronunciato nelle conversazioni telefoniche con Nicola Mancino, intercettate dalla procura di Palermo, sono sicuramente “penalmente irrilevanti” e, come tali, non hanno alcuna utilità per l’inchiesta sulla presunta “trattativa” tra stato e mafia della prima metà degli anni ‘90. Ma, prima ancora di essere politicamente esplosive, colpiscono non solo e non tanto il diritto alla riservatezza (o alla privacy, termine che sembra fatto apposta per ridurre e subordinare questo diritto al cosidetto diritto all’informazione della collettività) del Capo dello stato. Ma feriscono in maniera pesante ed inguaribile la dignità stessa di Giorgio Napolitano in quanto presidente della Repubblica ed in quanto cittadino della Repubblica italiana. Avere intercettato e tranquillamente conservato le registrazioni in attesa che per qualche accidentale fuga di notizie o per semplice applicazione delle norme di procedura venissero rese note, quindi, significa aver deliberatamente colpito e calpestato il diritto alla conservazione della propria dignità personale del Capo dello stato e dell’individuo Giorgio Napolitano. Secondo la cultura di stampo autoritario che caratterizza i giustizialisti italiani non solo è normale ma è addirittura auspicabile che il diritto collettivo all’informazione prenda regolarmente a calci il diritto individuale alla intoccabilità della propria dignità personale. Ma secondo i valori della nostra democrazia liberale, però,  non ci può essere alcuna supremazia del diritto collettivo su quello individuale. Al massimo ci può essere equilibrio. Per cui la conclusione dell’esplosione del caso Napolitano non può non provocare l’immediata accelerazione della nuova normativa sulle intercettazioni telefoniche (comprese quelle che toccano ogni comune cittadino). L’alternativa è la resa alla cultura autoritaria di un giustizialismo che ormai non nasconde più la sua volontà di potere sull’intera società italiana. L’ultima fiammata scandalistica sul caso Napolitano lo conferma fin troppo chiaramente. Nessuno s’illude che le indiscrezioni sulle conversazioni telefoniche del Quirinale siano uscite per caso. Non esiste un solo caso di pubblicazione di registrazioni riservate che non siano il frutto di una precisa strategia. Processuale o politica che sia. Forse ci sarà pure qualcuno disposto ad ipotizzare l’esistenza dentro la procura palermitana di una talpa berlusconiana che ha accesso al “sancta sanctorum” dove sono conservate le intercettazioni e le passa a “Panorama”, settimanale del Cavaliere, per sputtanare Napolitano e dare fuoco alle polveri della campagna elettorale. Ma forse è più probabile che la “manina” del rivelatore non sia di una “quinta colonna” del leader del Pdl ma di un qualche più raffinato regista di scuola giustizialista palermitana, interessato a far esplodere lo scandalo per raggiungere un proprio obbiettivo politico. E quale potrebbe essere questo obbiettivo se non quello di aggravare lo scontro in atto a sinistra tra post-comunisti ortodossi e giustizialisti scatenati fino a costringere qualche procuratore eccellente a rompere gli indugi ed a scendere direttamente in campo a rinforzare le schiere giustizialiste? Visto che proprio a Palermo si è riesumata a suo tempo la tesi gesuitica del “sospetto come anticamera della verità”, non si può non sospettare che tutta questa ultima baraonda sia stata messa in piedi in vista della ormai prossima campagna elettorale. Non è un mistero che il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, abbia chiesto ad Antonio Ingroia di candidarsi a governatore della Sicilia. Come non sospettare, allora, che qualcuno possa avere in mente di costringere lo stesso Ingroia a fare un passo più lungo, per diventare il testimonial del giustizialisti alle prossime elezioni nella speranza di conquistare l’egemonia nella sinistra italiana?

Annunci

Casini e un programma disastroso

Diagnosi condivisibile, terapia inesistente. Non è un pregiudizio politico a provocare questa valutazione sulla lunga intervista rilasciata al Messaggero dal leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. È, purtroppo (perché questo non è più tempo di elaborazione di diagnosi più o meno esatte ma di scelta delle terapie per far uscire il paese dalla crisi), una considerazione oggettiva. È sotto gli occhi di tutti che il bipolarismo bastardo della Seconda Repubblica (perché figlio di un compromesso tra maggioritario e proporzionale) sia fallito. E Casini ha perfettamente ragione nel rilevare che né l’esperienza di governo di Romano Prodi segnata dall’innaturale unione di tutte le sinistre, né quella di Silvio Berlusconi caratterizzata dall’alleanza tra un partito federalista-secessionista come la Lega ed un Pdl diviso tra statalisti e federalisti liberali, siano state capaci di assicurare al paese governi stabili ed efficaci. Ma, preso atto che il bipolarismo non è servito allo scopo per cui era nato (garantire esecutivi espressione della volontà popolare e capaci di realizzare i propri programmi nell’arco di una intera legislatura), Casini non indica le cause politiche ed istituzionali del fallimento. Come se tutto fosse dipeso dai limiti personali di Prodi e Berlusconi. E, soprattutto, non riesce ad indicare al paese quale possa essere una strada capace di portare oltre il bipolarismo diverso dal semplice ritorno all’heri dicebamus della Prima Repubblica. Il primo a non credere che il ritorno al passato possa essere la soluzione adatta per il nostro paese è proprio Casini. Che propone di trasformare in Costituente la prossima legislatura e lascia addirittura intendere di poter addirittura arrivare nei prossimi cinque anni a sostenere una riforma di segno presidenzialista. Ma quale credibilità può avere chi, dopo aver contribuito a far fallire il bipolarismo opponendosi sempre ed in ogni occasione ad ogni tentativo di evoluzione positiva del bipolarismo stesso, propone oggi di ritornare indietro di vent’anni per poi cercare di realizzare nei prossimi cinque ciò che si è sempre impedito nei due decenni precedenti? Se Casini proponesse almeno una qualche terapia economica per uscire dalla crisi, si potrebbe anche passare sopra il politicismo sterile ed astratto del leader dell’Udc. Ma Casini si guarda bene dall’indicare un percorso di questo tipo. Si limita a riproporre la terapia Monti ed a chiede iniziative in favore della famiglia e del lavoro dei giovani. Cioè non dice nulla. E non perché non sappia cosa dire, ma perché non può assolutamente dire ciò che vorrebbe. Cioè che il ritorno al proporzionale della Prima Repubblica comporta automaticamente il ritorno alle politiche fondate sull’aumento del debito pubblico. Quelle politiche che oggi sono impossibili da realizzare proprio perché il livello dei debito pubblico è arrivato al limite del tracollo dello stato e del paese. Casini, allora, nella sua diagnosi parziale (non riconosce le proprie responsabilità nel fallimento del bipolarismo) e nella sua incapacità di proporre una terapia credibile, rappresenta non solo il passato ma addirittura la parte peggiore del passato. Quella del trasformismo ispirato alla logica del “potere per il potere” e quello dell’ingovernabilità riproposta come sistema. Se qualcuno vuole avere una anticipazione sugli effetti della ricetta del leader dell’Udc sulla scena politica nazionale, non deve far altro che puntare gli occhi sul cosiddetto “laboratorio siciliano”. Con Casini si rischia che Roma diventi come Palermo. Tutti contro tutti. Sulla pelle della gente.

Le bollicine e il protezionismo

Si può rischiare di mettere in crisi un governo per una questione di bollicine? Si può. Anzi, si deve. Perché il governo in questione è nato come un governo tecnico, non ideologico, imposto dall’emergenza e votato a fronteggiarla con i provvedimenti imposti autoritariamente dai cosiddetti “mercati”. E la tassa sulle bevande gassate e zuccherate dimostra che il governo ha scelto di cambiare radicalmente la propria natura trasformandosi in un esecutivo che come indirizzo primario non ha quello di portare il paese fuori dell’emergenza ma quello di imporre un modello di vita virtuoso e modigerato ai cittadini. Se dunque il governo da tecnico diventa un governo proibizionista, che pretende non di educare ma di imporre con la forza delle leggi regole ispirate a quella morale politicamente corretta che attribuisce allo stato il compito di far dimagrire autoritariamente gli obesi, bisogna puntare i piedi. E, dopo aver messo in chiaro che a nessun tecnico non votato dal corpo elettorale può essere permesso di diventare il portatore di una qualche virtù morale e salvifica, va annunciato che non è possibile votare un provvedimento in cui si certifica la radicale trasformazione della natura dell’esecutivo. Le bollicine, infatti, sono la cartina di tornasole del dna della compagine ministeriale voluta da Giorgio Napolitano e guidata da Mario Monti. Perché cedere sul proibizionismo delle bolle significa stabilire un precedente destinato ad estendere l’evidente vocazione proibizionista e moralizzatrice dei burocrati dirigisti incaricati di ricoprire il ruolo di ministri in ogni settore dell’attività dell’esecutivo. La faccenda può far piacere alla sinistra che ha tradito le sue antiche origini garantiste per rispolverare l’austerità moralistica, elitaria ed autoritaria autoritaria di Berlinguer. Può non interessare minimamente i trasformisti senza valori alla Casini e Fini che si accalcano nel centro post-democristiano in un disperato tentativo di difesa dei propri privilegi di potere. Ma non può lasciare indifferente un Pdl che nel proprio dna non può avere solo la difesa delle garanzie personali del Cavaliere ma deve necessariamente avere quella delle libertà individuali di tutti i cittadini . Respingere come irricevibile ed invotabile il protezionismo moralista sulle bevande gassate, quindi, è un modo per rivendicare la propria natura antiautoritaria e liberale. Quella natura che non può essere più conculcata e nascosta in nome dell’emergenza ma che, proprio nel momento in cui il governo si sveste dell’abito tecnico per assumere quello politicamente corretto di chi pretende di condizionare la vita dei cittadini dalla culla alla tomba, va rivendicata, esibita e sbandierata con la massima energia. D’altro canto la campagna elettorale è già partita. Ed è questo il momento in cui le regole della democrazia impongono alle forze politiche di chiamare a scegliere il corpo elettorale sulle rispettive identità. Nel nostro sistema democratico-liberale questo è il momento della verità. In cui i partiti non possono e non debbono nascondere, neppure in nome delle ragioni dell’emergenza, le proprie visioni della vita e della società. E non importa se questo momento della verità non sarà affatto breve ma rischia di durare da settembre al prossimo aprile. Il governo dei tecnici è chiamato a farsi carico da solo di queste ragioni. È nato e rimane in vita solo ed esclusivamente per questo scopo. E la sua missione gli impone di non cambiare natura adottando comportamenti da moralizzatori autoritari e protezionisti che non gli competono. Le bolle, alle volte, possono essere letali.

Lo zombie Bersani e le sue tesi

È un film già visto in un passato ormai lontano quello in cui si vede il segretario del Pd Pierluigi Bersani definire “fascisti” i grillini, i dipietristi, i giustizialisti che, in difesa dei magistrati di Palermo considerati aggrediti dai post-comunisti ortodossi, lo definiscono uno zombie da cancellare al più presto dalla scena politica nazionale. La storia di Bersani è quella di un berlingueriano di scuola emiliana che dovendo fronteggiare un inaspettato “nemico a sinistra” reagisce nel solo modo imparato durante gli anni ‘70 sui banchi di  quella scuola che, a sua volta, sapeva insegnare esclusivamente gli schemi ispirati dal modello togliattiano della Terza Internazionale. Non è un caso, allora, che su L’Unità, ormai definitivamente normalizzata da Bersani, venga sottolineato come l’eredità lasciata da Togliatti rappresenti il vero Dna del Partito Democratico. Il Migliore aveva imparato dal suo maestro Stalin che i nemici a sinistra dovevano essere combattuti denunciandoli di fronte all’opinione pubblica come dei criminali oggettivamente fascisti. Le vicende dei trotskisti, degli anarchici spagnoli, di Tito insegnano. E, così come negli anni ‘70 il togliattiano Enrico Berlinguer fino all’assassinio di Guido Rossa continuò a definire “sedicenti” le Brigate Rosse ed epigoni del “diciannovismo” fascista gli autonomi antagonisti, il berlingueriano Bersani accusa Grillo e Di Pietro di essere dei fascisti. E la sua linea viene immediatamente adottata da quella parte dei dirigenti e degli intellettuali del Pd che fanno parte della stessa scuola del segretario e che non conoscono altro modo di fronteggiare i concorrenti della propria stessa area politica che quello di criminalizzarli con l’epiteto per loro più infamante e squalificante. In attesa che il film si completi con l’irruzione sullo schermo di qualcuno capace di rilevare come i presunti fascisti giustizialisti facciano in realtà parte dell’album di famiglia della sinistra, ci sono due considerazioni da fare. La prima è che se Bersani pensa di combattere quelli che lo definiscono zombie con schemi dialettici vecchi più di ottant’anni finisce col dare loro perfettamente ragione. Le giovani generazioni (ma anche quelle più mature e vecchie) non parlano  più la lingua dei bisnonni e dei nonni. Non la comprendono e, quindi, la respingono come l’espressione di quella cattiva politica che dicono di voler combattere. La seconda è che, come al solito, il dibattito tra le due sinistre, quella ortodossa togliattian-berlingueriana e quella giustizialista grillo-dipietrista, domina incontrastato la scena politica e culturale del paese. Come se lo scontro fra le idee fosse una prerogativa esclusiva della sinistra e delle sue articolazioni e nessun contributo al dibattito potesse mai venire da settori diversi dalla sinistra stessa. Di questi silenzi, di questi vuoti è sicuramente colpevole  il mondo del centro destra. Che assiste soddisfatta alle lacerazioni ed alle fratture in atto nella sinistra. Ma non osa rivendicare il merito di aver anticipato di almeno venti anni, in nome dei valori dello stato di diritto e della democrazia liberale, le diatribe sul giustizialismo fondamentalista e sui pericoli ad esso connessi. Al centro destra, allora, una critica ed un avvertimento. Non si vince la battaglia dei voti senza avere il coraggio di rivendicare il primato delle idee.

O nel governo, o nella Cosa Bianca

Passera, Riccardi, Ornaghi, Severino. Ormai sono sempre più insistenti le voci che danno per scontato la partecipazione di questi ministri tecnici del governo Monti alla costruzione della cosiddetta “cosa bianca” insieme con l’Udc di Pierferdinando Casini e qualche transfugo del Pdl guidato da Beppe Pisanu. Nessuno è in grado di stabilire se le voci siano vere o fasulle. Ma, nell’incertezza, sarebbe corretto se Pdl e Pd informassero il Presidente del Consiglio ed il Lord Protettore dell’attuale esecutivo, cioè il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di preparare per tempo l’elenco dei nuovi tecnici destinati a sostituire nel governo i tecnici decisi a scendere personalmente in politica.  Non si tratta di minacciare la crisi. Si tratta, più semplicemente, di porre una chiara questione politica sulla evidente incompatibilità di chi è stato chiamato in quanto tecnico a partecipare ad un governo d’emergenza e decide di sfruttare il ruolo di ministro tecnico per partecipare ad una competizione elettorale con il chiaro obbiettivo di togliere voti ai partiti che sorreggono la maggioranza del governo di cui fanno parte. Si dirà che in passato, cioè ai tempi della Prima Repubblica, quando le elezioni si svolgevano con il sistema proporzionale ed i governi erano sempre e comunque di coalizione (anche i monocolori democristiani avevano il sostegno dei partiti laici), i ministri dei singoli partiti della maggioranza partecipavano alla campagna elettorale impegnandosi al massimo per la difesa delle rispettive bandiere.  Ma il paragone non regge. Perché non siamo (almeno per ora) nella Prima Repubblica, il sistema proporzionale deve essere ancora ripristinato e, soprattutto, lo stato d’emergenza su cui regge l’esecutivo non consente in alcun modo ad alcuni suoi componenti di sfruttare il proprio status per fare concorrenza sleale agli alleati imposti dalla drammatica necessità del momento. Naturalmente nessuno può vietare a Passera, Riccardi, Ornaghi, Severino ed a qualsiasi altro ministro di giocare la carta di una nuova aggregazione di centro. Lo facciano e tanti auguri. Ma lo facciano uscendo dal governo dove sono stati chiamati non per fare la “cosa bianca” ma per mettere a disposizione del paese le proprie vere o presunte competenze. E lo facciano evitando di assumersi la responsabilità di mettere in crisi, in un momento di estrema difficoltà come sarà l’autunno, un governo non più tecnico ma ormai trasformato in un organismo politico al servizio di un disegno legittimo ma di parte. Niente crisi, allora. Ma Monti e Napolitano pensino per tempo ad un adeguato rimpasto. Che non avrebbe nulla di drammatico e non presenterebbe alcuna difficoltà. Che ci vorrebbe, infatti, a sostituire gente venuta dalle banche e dalla alta burocrazia con altra gente proveniente dalle banche e dalle direzioni generali dei ministeri? Il Pdl ed anche il Pd, che compierebbe un errore marchiano se pensasse di favorire la “cosa bianca” in vista di una futura alleanza con i neo-democristiani,  non possono rimanere inerti di fronte ad un eventuale cambio di natura del governo tecnico. Debbono chiedere la conservazione della natura originaria. Possono proporre un rimpasto senza traumi. Ma se per caso ci fosse una resistenza ad una eventualità del genere e si dovesse registrare la pretesa dei tecnici convertiti alla politica di continuare a giocare sporco in campagna elettorale, Pdl e Pd non dovrebbero avere alcuna esitazione a minacciare la crisi di governo destinata a sfociare in un Monti bis contrassegnato da tecnici privi di particolari velleità politiche.

Riccardi, la Cosa Bianca e i liberali

Ci sono due aspetti della costruzione in atto della cosiddetta “cosa bianca” che meritano di essere sottolineati. Il primo riguarda i ministri del governo tecnico di Mario Monti che promuovono il progetto. Nessuno può contestare ai vari Riccardi, Passera o chiunque sia il diritto di lavorare ad un progetto politico destinato ad aggregare un centro cattolico che riprenda, come ha detto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, il percorso interrotto della Dc. Ma appare fin troppo evidente che questo progetto non può essere realizzato approfittando della visibilità e dei vantaggi assicurati dalla presenza dei loro promotori nel governo in carica. Ovviamente non esiste alcuna norma che impedisca al ministro Andrea Riccardi (si parla di lui perché è il più dichiaratamente esposto sul fronte della costruzione della “cosa bianca”) di lavorare alla ricostruzione della vecchia Dc insieme ai sindacalisti della vecchia scuola scudocrociata ed al leader del terzo partito della attuale maggioranza, cioè a Pierferdinando Casini. Esiste, però, una questione politica che non può essere ignorata. Se a settembre si apre una campagna elettorale in cui alla conflittualità fisiologica tra partiti alternativi come Pdl e Pd si aggiunge il lavoro ufficiale e sottobanco di una parte del governo in favore di un terzo soggetto politico destinato ad erodere i consensi elettorali dei primi due, il clima politico diventa incandescente. E la sorte del governo diventa decisamente precaria. Perché mai il Pdl ed il Pd dovrebbero continuare a sostenere un esecutivo che in teoria dovrebbe essere al di sopra delle parti ed in cui una parte ben definita lavora per un terzo incomodo con la pretesa di diventare il futuro baricentro politico del paese? Per la sopravvivenza del governo, dunque, è bene che Riccardi ed i ministri partecipanti alla “cosa bianca” si dimettano dai loro incarichi ministeriali. Avranno più libertà nel portare avanti il loro progetto. E, soprattutto, non creeranno problemi a Mario Monti, al presidente della Repubblica ed allo stesso paese. Sarebbe un dramma, infatti, se per colpa dei neo-democristiani, il governo tecnico dovesse saltare per aria e Monti fosse costretto a guidare un altro governo tecnico privo di tecnici troppo politicizzati fino alla scadenza naturale della legislatura. Il secondo aspetto posto dalla costruzione della “cosa bianca” riguarda poi il ruolo che questa nuova aggregazione vorrebbe avere negli equilibri politici della prossima legislatura e le conseguenze che potrebbero scaturire dalla conquista dei neo-democristiani di Riccardi, Bonanni e Casini di una posizione primaria all’interno della futura “grande coalizione”.L’obbiettivo dell’operazione, dunque, sarebbe quello di ridare ai cattolici la centralità nella vita politica italiana. Per riprendere, come ha detto Bonanni, il cammino interrotto fatto di concertazione e (va aggiunto) di statalismo assistenzialista in un sistema sbrindellato di autonomie locali clientelari e dissipatrici.  Ma se i cattolici non liberali puntano a riaggregarsi per tornare a guidare il paese secondo gli schemi antichi che responsabili della crisi attuale, perché mai i liberali di destra, di sinistra e quelli che, come dice Pascal Salin, “sono altrove” non dovrebbero fare altrettanto per costruire un polo capace di bilanciare nella futura “grande coalizione” il peso dei neo-democristiani? Nessuno propone l’impossibile formazione di un nuovo partito formato dai liberali del Pd, del Pdl e delle nuove e vecchie associazioni antistataliste. Bisogna essere realisti. E, quindi, prevedere che ognuno rimanga dove si trova, senza smanie secessioniste di sorta. Ma, se si vuole evitare che il paese muoia democristiano senza frenare in qualche modo questa deriva, sarebbe bene che i liberali  di ogni colore e collocazione concordassero fin da ora le cinque riforme d’ispirazione liberale da realizzare nella prossima legislatura qualunque sia il quadro politico espresso dalla verifica elettorale. Si tratta, in pratica, di opporre al polo cattolico un’area liberale culturale impegnata non a trasformarsi in partito ma a realizzare le riforme indispensabili per il paese. Cioè la riforma istituzionale, quella fiscale, quella del lavoro, quella delle autonomie e quella della giustizia. Impossibile? Niente affatto. Comunque vale la pena di provarci. Perché Riccardi, Bonanni e Casini si e Martino, Nicola Rossi e Morando no?

Il montismo, identità del nuovo centro

Sono in molti ad affannarsi attorno al progetto di un nuova e grande centro che svolga un ruolo di moderazione nella politica italiana. C’è chi lo vuole con l’Udc di Pierfrancesco Casini e chi senza, chi lo vuole post-democristiano e segnato a tal punto dalla cultura dei vecchi cattolici democratici da chiamarlo “cosa bianca” e chi pensa che debba essere il punto di aggregazione di tutte le molteplici sigle ed associazioni liberali esistenti nel paese. In sistesi, quindi, il nuovo e grande centro dovrebbe essere formato, secondo gli affannati promotori, da tre componenti specifiche. In primo luogo dagli esponenti dei partiti tradizionali finiti nell’area centrista, l’Udc di Casini in testa seguito a ruota dalla parte di Futuro e Libertà rimasta attaccata a Gianfranco Fini. In secondo luogo dai cattolici progressisti che si sono ritrovati la prima volta a Todi e che cercano un qualche spazio politico puntando sulla capacità di trascinamento (per la verità tutta da verificare) dei ministri Passera e Riccardi. In terzo ed ultimo luogo, infine, dai liberali vecchi e nuovi di ogni genere e specie tranne quelli (che poi sono la maggioranza provvista di elettorato autonomo) che figurano dentro il Pdl ed il Pd. Il mastice unitario che dovrebbe mettere insieme alcuni vecchi professionisti della politica, un po’ di cattolici della Cisl e di qualche associazione di volontariato “ bianco”, i neo-liberali di Montezemolo e Giannino e qualche combattente e reduce dell’antico Pli oltre alcuni ministri “tecnici” disposti al grande salto, dovrebbe essere il cosiddetto “montismo”. Cioè non solo la circostanza di aver insieme sostenuto l’esperienza del governo anomalo del Professore ma l’impegno a portare avanti anche nella prossima legislatura l’azione di risanamento dei conti pubblici avviata dall’esecutivo dell’emergenza voluto da Giorgio Napolitano.  Ma il collante “montiano” non sembra avere la forza di diventare quell’elemento identitario senza il quale nessuna forza politica può raccogliere consensi. Perchè non ha un retroterra politico e culturale capace di fondere insieme componenti così diverse ed in contrasto tra di loro. E, soprattutto, perché non ha dalla sua il vantaggio dei risultati della azione del governo. I sostenitori del montismo possono solo dire che se al governo fosse rimasto il centrodestra o ci fosse andata la sinistra gli effetti della crisi sarebbero stati peggiori di quelli registrati negli ultimi otto mesi di esecutivo tecnico. Ma con i “se” non si costruisce un soggetto politico nuovo capace di raccogliete il consenso di una larga parte degli italiani decisa a resistere alle sirene del disimpegno o a quelle dei facili estremismi. Tanto più che nel frattempo il peso complessivo dello stato burocratico-assistenziale (tasse, tariffe, pessimi servizi, ecc.) è salito alle stelle senza lasciar intravvedere neppure la più misera luce di speranza. Il “montismo”, in sostanza, benché necessario in una fase convulsa e tormentata della vita pubblica nazionale, non ha raggiunto gli obbiettivi che si proponeva. Anzi, ha addirittura introdotto la sensazione nell’opinione pubblica di essere stata costretta a compiere sacrifici sostanzialmente inutili e destinati ad anticipare altri sacrifici sempre più pesanti e dolorosi. Come può, allora, una forza politica che si propone di rappresentare la novità politica del futuro, pensare di ottenere la fiducia degli italiani lasciando intendere che l’unico futuro su cui possono impegnarsi è fatto di nostalgia del passato e degli inutili sacrifici del presente? Sacrifici, per giunta, avallati dai cattolici montiani e dagli unici liberali del pianeta che non hanno nulla da dire sull’aumento delle tasse.

Pierfurby continua a giocare su due tavoli

Pierferdinando Casini gioca su due tavoli. Quello dell’ipermontismo, che presuppone la formazione anche nella nuova legislatura di un governo di larga coalizione da parte dei tre partiti maggiori, Pd, Pdl e Udc. E quello del nuovo centro sinistra, che prevede la nascita di una alleanza tra centristi moderati e progressisti post-comunisti destinata a governare il paese dal 2013 in poi lasciando all’opposizione un Pdl possibilmente frantumato ed una ultrasinistra frazionata formata da grillini e dipietristi. Quando gioca sul primo tavolo il leader dell’Udc lavora alla costruzione di una nuova aggregazione centrista destinata diventare, come la Dc ai vecchi tempi del suo sistema tolemaico, l’asse portante della politica italiana. Con destra e sinistra destinate a svolgere la funzione di satelliti ruotanti attorno agli impermontisti ben radicati al centro del centro politico del paese. Quando invece gioca sul secondo tavolo lascia intendere di essere ben felice di poter diventare l’alleato privilegiato del Pd in uno schema che ripropone una sostanziale rivisitazione dello schema del compromesso storico tanto caso all’attuale ed inamovibile gruppo dirigente della sinistra post-comunista. Ma, quasi a voler convincere i moderati a trangugiare la prospettiva di una alleanza innaturale che già tanti guasti ha provocato al paese, lascia intendere che il nuovo compromesso storico sarà uguale a quello concepito anticamente dai vecchi dirigenti democristiani: il modo più comodo per continuare a governare usando come supporto il consenso della sinistra all’insegna della regola scudocrociata “voi mettere i voti, noi le poltrone”. I punti di forza di questo disegno casiniano sono noti. Il Pdl per un verso ed il Pd per l’altro sono convinti che il bipolarismo abbia fatto il suo tempo e sembrano ormai rassegnati al ritorno alla Prima Repubblica. In più l’emergenza della crisi spinge verso coalizioni ampie in cui all’assenza di omogeneità supplisce, come si è visto negli ultimi anni, il governare a colpi di decreti dell’esecutivo. Ma è proprio questo il punto di debolezza del progetto di Casini che prevede il gioco su due tavoli per poter comunque assicurare ai centristi il ruolo di inamovibile asse politico del paese e di componenti indispensabili dell’esecutivo. Il dramma dei centristi casiniani, infatti, è di sapere che lavorano per la conquista del potere, ma di non sapere affatto come dovranno usarlo una volta conquistato.  La debolezza, in sostanza, è che in un momento di crisi devastante i futuri “patroni del vapore” non hanno alcuna idea di quale direzione dare al vapore in questione. E non perché incapaci ma perché portatori consapevoli (o anche inconsapevoli) di idee che, come quella del ritorno al sistema tolemaico doroteo o alla versione morotea del compromesso storico, sono vecchie di almeno cinquanta anni e solo alla radice del declino del paese da combattere. Certo, sarebbe facile uscire dalla crisi riproponendo l’alleanza tra le grandi famiglie industriali e le grandi confederazioni sindacali scaricandone i costi sull’aumento del debito pubblico. Ma le grandi famiglie non ci sono più, le grandi confederazioni sono formate solo da pensionati ed il debito pubblico ha raggiunto un tetto oltre il quale c’è solo il fallimento. Sarebbe ancora più facile invertire il declino pensando che la patrimoniale sia la panacea di tutti i mali e che lo stato dei privilegi dei lottizzati, delle corporazioni e delle caste burocratiche possa essere ancora finanziato dall’aumento della pressione fiscale. Ma la patrimoniale genera recessione e la pressione fiscale ha raggiunto livelli da rivolta sociale. Casini ed i suoi, però, non si pongono il problema. Intanto cercano di conquistare le poltrone. Poi si vedrà. Sempre che gli elettori siano tanto disperati da affidare il proprio futuro agli stessi che hanno compromesso il loro presente.

Giannino, arsenico e vecchi merletti

Pare che nel vertice tra Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini e Beppe Pisanu, svoltosi nei giorni scorsi negli uffici della Presidenza della Camera, sia stato definitivamente messo a punto il progetto del Partito della nazione che dovrebbe rappresentare la novità politica della prossima campagna elettorale e l’alleato designato in qualità di rappresentate dello schieramento dei moderati del fronte progressista messo in piedi da Pierluigi Bersani con Nichi Vendola. La nuova formazione politica, a cui Casini, Fini e lo stesso Pisanu lavorano ormai da più di due anni, avrebbe dovuto nascere all’indomani della scissione finiana dal Pdl del 14 dicembre ed essere costruito da Udc, Fli , transfughi del partito berlusconiano guidati dall’ex ministro dell’Interno e gli ex margheritini di Francesco Rutelli nel frattempo usciti dal Pd. La resistenza del Cavaliere, le paure di Pisanu e la scoperta da parte di Casini che Fini e Rutelli non erano un valore aggiunto per il progetto di riorganizzazione centrista del moderati ma una pesantissima zavorra, imposero di rinviare a data da destinarsi la partenza del progetto. Ma ora quella data sembra arrivata. Perché la campagna elettorale è di fatto aperta, Bersani ha ricostruito il Pds recuperando Sel e se qualcuno vuole sul serio preparare un governo di centristi e progressisti per la prossima legislatura, non può più perdere tempo e far scattare al più presto la nascita del Partito della nazione. Rispetto a due anni fa, però, ci sono alcune novità di rilievo. Il povero Rutelli, che non a caso non è stato chiamato al vertice di Montecitorio, è stato abbandonato al suo destino. Gianfranco Fini è riuscito nell’impresa di liquidare il suo terzo partito (Msi, An, Fli) e partecipa a titolo pressoché personale all’iniziativa. L’Udc di Casini non ha guadagnato un voto dalla crisi del Pdl. Pisanu continua a tessere la tela dei congiurati antiberlusconiani ma viene valutato incapace di portare un solo voto aggiuntivo al partito da costruire. E l’unica novità dovrebbe essere rappresentata dalla partecipazione all’iniziativa del Ministro Corrado Passera in rappresentanza di parte dei cattolici di Todi e dei neoliberali di Oscar Giannino dietro cui ci dovrebbero essere le benedizioni (ma non la presenza diretta) di Luca di Montezemolo ed Emma Marcegaglia. Può essere che i promotori del progetto abbiano qualche carta segreta da giocare. E può essere anche che, favorito da una legge elettorale fatta apposta per superare il bipolarismo e creare una sorta di proporzionalismo protetto per le forze politiche maggiori, il disegno centrista diventi il sasso destinato a provocare una valanga. Ma se le carte segrete non dovessero comparire e la valanga non scattare, non è difficile prevedere un futuro niente affatto trionfale per il cosiddetto Partito della Nazione. Tutto questo non per sopravvalutare la capacità di resistenza del Pdl e di Silvio Berlusconi o per sottovalutare l’abilità tattica e strategica di Casini, Fini, Pisanu, Passera e del portavoce indiretto di Montezemolo e Marcegaglia, Oscar Giannino. Il limite vero di questa aggregazione è che non rappresenta alcuna vera novità nella politica italiana ma nasce con il proposito dichiarato di restaurare la Prima repubblica, è portata avanti in prima persona da personaggi che sono in campo da quarant’anni sulla scena pubblica indossando le casacche più diverse ed interpretando i ruoli più contrastati. E, soprattutto, non sembra già da adesso profondamente divisa tra quanti (pochi) puntano su una ricetta liberale per uscire dalla crisi e quanti ( a maggioranza) sono fermi al vecchio dirigismo statalista della Prima repubblica che era abituato a risolvere i conflitti scaricando il peso ed i costi sull’aumento del debito. L’unico elemento di novità del Partito della nazione, con Casini, Fini e Pisanu buoni solo per la rottamazione e Passera ancora fermo allo stato di incognita senza identità, è dunque l’immaginifico e rutilante Giannino. Che ha idee giuste, è intelligente, può contare su qualche pezzo di Confindustria ben deciso a non rischiare in proprio. Ma che corre il pericolo di essere fagocitato ed annullato da vecchi marpioni che, oltre tutto, rappresentano politicamente e culturalmente il suo esatto contrario. Naturalmente Giannino ha tutto il diritto di giocare una partita personale per un proprio futuro politico. Auguri. Ma perché proprio con quelli di “arsenico e vecchi merletti”?

I riti bizantini del proporzionale

Il ritorno al sistema proporzionale, sia pure corretto da uno sbarramento alto e da un premio di maggioranza per il partito maggiore, ha come unico vantaggio quello di evitare sconfitte cocenti ai partiti maggiori e di favorire, nelle condizioni particolari in cui si trova il paese, quella grande coalizione di governo formata da forze naturalmente contrapposte che viene teorizzata e propugnata dal leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Sappiamo, dunque, a dispetto della ostentata certezza di vittoria del Pd di Pier Luigi Bersani e del retropensiero di Silvio Berlusconi di poter tentare l’ennesima rimonta vittoriosa, che la nuova legge elettorale servirà a dare vita ad una grande coalizione che avrà il compito di trasformare la “democrazia sospesa” del governo Monti in democrazia compiuta e debitamente legittimata dal corpo elettorale. Il ritorno al proporzionale della Prima Repubblica, dunque, è un prezzo che si deve pagare all’emergenza. Ma, proprio perché frutto di una situazione contingente e particolare, è bene mettere in chiaro che il ritorno al passato deve essere necessariamente temporaneo. Perché, a dispetto di tutti i nostalgici dell’era democristiana in cui i governi di facevano e disfacevano all’impazzata sotto l’incalzare delle pretese dei partiti e delle correnti dei partiti stessi, il ritorno al proporzionale rischia di diventare la pietra tombale della democrazia italiana. Il primo effetto di una legge proporzionale è una campagna elettorale condotta all’insegna non solo del tutti contro tutti ma, soprattutto, della concorrenzialità e dello scontro accentuato delle forze politiche affini.  Da ora al voto del prossimo aprile, quindi, la politica italiana si muoverà su due binari distinti. Da un lato quello governativo dove Pdl, Udc e Pd dovranno necessariamente collaborare e ridurre al massimo le tensioni e le divergenze per non far saltare l’esecutivo di un Mario Monti destinato a perpetuare se stesso nella nuova legislatura.  Dall’altro quello di una campagna elettorale condotta senza esclusione di colpi dai tre partiti che hanno concordato una legge elettorale con cui vengono obbligati alla ripresa della collaborazione di governo dopo una stagione di lacerazioni, insulti e scontri feroci. Chi si lamentava della scarsa coesione delle coalizioni del maggioritario sarà dunque costretto a registrare la conflittualità endemica delle coalizioni del proporzionale. Come e peggio di quelle della Prima Repubblica, che perlomeno operavano in un quadro di certezze internazionali imposto dalla guerra fredda e della divisione dei blocchi e non nella bufera delle incertezze provocata dalla dissoluzione dell’Europa, dalla fine dell’egemonia americana e dal ritorno agli egoismi nazionali. E non basta. Perché oltre alla conflittualità tra partiti condannati alla collaborazione governativa prima del voto, il ritorno al proporzionale renderà, come avveniva nella Prima Repubblica, lenta, faticosa e tormentata la fase della formazione del nuovo governo. Dopo essersi insultati per mesi e mesi Bersani, Casini ed Alfano e Berlusconi dovranno concordare la composizione dell’esecutivo destinato a guidare il paese nel pieno della crisi economica. Qualche furbacchione da strapazzo sogna il ritorno ai riti estenuanti del vecchio regime democristiano nella convinzione di poter strappare qualche privilegio personale. Ma ha sbagliato epoca. Perché i mercati non staranno a guardare i riti bizantini dell’Italia dei vecchi marpioni. E quando approfitteranno per speculare sul vuoto politico italiano dovuto al ritorno al passato, la democrazia nel nostro paese sarà fatalmente compromessa.