Archivio mensile:settembre 2012

Sallusti, l’Ilva e il compito dei magistrati

Il caso Sallusti e la vicenda dell’Ilva non hanno nulla in comune. Perché riguardano questioni completamente diverse come il giusto equilibrio tra la libertà di stampa ed il diritto individuale al rispetto della propria onorabilità ed il giusto equilibrio tra il diritto alla salute dei cittadini ed il diritto al lavoro dei cittadini stessi. Questioni diverse, allora, ma, a guardare bene, legate insieme proprio da quella esigenza del giusto equilibrio che dovrebbe essere presente sia nel primo che nel secondo caso e che è invece, agli occhi dell’opinione pubblica, appare pericolosamente assente sia nella vicenda Sallusti che in quella dell’Ilva. Nessuno dubita sull’esistenza di precise ragioni giuridiche alla base della Cassazione di considerare assolutamente normale che un giudice di primo grado abbia condannato il direttore de Il Giornale ad una ammenda di cinquemila euro e che un giudice di secondo grado abbia trasformato la pena pecuniaria in 14 mesi di reclusione senza condizionale e con l’aggravante di ritenere il giornalista un individuo socialmente pericoloso. E nessuno mette in discussione le ragioni giuridiche che hanno spinto i magistrati di Taranto a respingere ogni proposta di ristrutturazione e di risanamento degli impianti siderurgici ed a decidere una fine della produzione che equivale alla chiusura dello stabilimento siderurgico ed alla messa in mobilità delle decine di migliaia degli attuali occupati. Ma è difficile, se non impossibile, impedire che agli occhi dell’opinione pubblica le due questioni  appaiano segnate non solo dall’assenza di un minimo di giusto equilibrio ma soprattutto da un’imprevedibilità talmente forte da rasentare la schizofrenia. Il normale e comune cittadino, in sostanza, guarda il caso Sallusti ed il caso Ilva e conclude che se mai dovesse incappare in un qualsiasi accidente di tipo giudiziario potrebbe ritrovarsi indifferentemente in galera o salvato da una misera multa. E se fosse un imprenditore, un commerciante o un qualsiasi libero professionista con la propria attività chiusa o salvata. Il tutto non in base alla dura lex sed lex ma a causa della estrema variabilità della interpretazione della legge stessa da parte di chi la deve amministrare. Insomma, il messaggio che viene ai cittadini dal caso Sallusti come dal caso Ilva è che se finisce nella macina giudiziaria tutto dipende dal caso. Se si trova un magistrato serio ed equilibrato si può sperare in bene. Ma se si trova un magistrato di altro genere si può finire decisamente male. La classe politica continua ad ignorare lo stato di inquietudine e di preoccupazione che messaggi del genere producono sull’opinione pubblica del paese. E rinvia di anno in anno ormai da alcuni decenni quella riforma della giustizia che, senza penalizzare nulla e nessuno, dovrebbe puntare a ridare fiducia, stabilità e serenità ai cittadini. Ma se i politici sono sordi ed ottusi spetterebbe ai magistrati prendere atto che ogni messaggio di incertezza sulla giustizia che si diffonde nella società nazionale si trasforma in sfiducia e discredito nei loro confronti. E, paradossalmente, dovrebbero essere proprio loro ad impugnare la bandiera della riforma della giustizia per non continuare a fungere da copertura di una classe politica inetta ed irresponsabile. Certo, i magistrati possono anche infischiarsene se una norma di ispirazione totalitaria come quella  sulla responsabilità oggettiva dei direttori dei giornali rimane in un codice a dimostrazione della arretratezza del paese. Ma debbono sapere che il discredito per la sua applicazione ricade direttamente su chi la applica senza equilibrio. Ed i magistrati possono anche stabilire che il diritto alla salute è sempre e comunque superiore al diritto al lavoro e mandare in disoccupazione migliaia di lavoratori ed in malora buona parte del settore manifatturiero del paese. Ma, visto che governo e Parlamento non si assumono le loro responsabilità riformando le norme autoritarie e fissando il principio che la politica industriale non si decide nelle aule di giustizia ma in quelle della democrazia, si caricano di un peso di responsabilità che rischia di schiacciarli. Se non vogliono fare la fine della classe politica diventino loro i banditori ed i promotori della riforma della giustizia e del ritorno allo stato di diritto.

Annunci

I sondaggi di Renzi e Montezemolo

Ma cosa dicono i sondaggi più accreditati dopo lo tsunami delle dimissioni di Renata Polverini e l’esplosione di un caso Lazio che è in realtà il caso dell’intero sistema regionale italiano? Chi vuole trovare una via d’uscita dallo sconquasso politico di questi giorni deve necessariamente rispondere a questo interrogativo. Non perché l’unica bussola in grado di far navigare nel mare agitato della vita pubblica nazionale sia rappresentato dalle rilevazioni sulle intenzioni di voto.
Ma perché i sondaggi possono sbagliare le percentuali ma forniscono indicazioni certe sulle tendenze di fondo dell’elettorato italiano. Ed è sulle tendenze stabili e prive di oscillazioni che si può ragionare sul futuro e scegliere le mosse da compiere per reggere il mare” senza andare alla deriva. Le tendenze in questione sono poche. La prima è che il Pdl subisce il contraccolpo della vicenda laziale ed inverte il processo di progressiva risalita oltre il 20 per cento iniziato nelle settimane scorse.
La seconda è che il Pd non intercetta neppure un voto della nuova flessione del Pdl e neppure di fronte allo sbandamento del proprio principale antagonista riesce a conquistare una minima parte di consensi nell’area dei delusi del centro destra. La terza è che anche la cosiddetta area centrista, in realtà rappresentata dalla sola Udc di Pierferdinando Casini, non usufruisce in alcun modo dello sbandamento del Pdl. Delle tre indicazioni la più importante è sicuramente quella che riguarda l’area di centro. Se l’Udc fosse riuscita ad intercettare i delusi del centro destra e diventare il punto di coagulo di tutte quelle formazioni spontanee che vanno sorgendo nel paese come reazione allo stato di atarassia politica ed alle crisi di nervi del centro destra, il destino della prossima legislatura sarebbe segnato.
E si potrebbe già da ora ragione sul ritorno di un centro sinistra molto simile a quelli del passato, con un centro solido alleato con una sinistra riformista compatta. Ma l’operazione, a cui Casini aveva lavorato d’intesa con Gianfranco Fini e Beppe Pisanu, ed in cui aveva sperato di inserire come specchietto per le allodole moderate Luca Cordero di Montezemolo, è clamorosamente fallita. Fini e Pisanu si sono rivelati non un valore aggiunto ma una zavorra imbarazzante. E Montezemolo, vista la pretesa di Casini di riservare a se stesso il ruolo di leader maximo ed al Presidente della Ferrari quello della figurina Panini, ha pensato bene di rinviare a data da destinarsi il momento della sua discesa in campo.
La situazione, quindi, è bloccata. Con un Pd che non cresce, un Udc che rimane un partito che al massimo può svolgere un ruolo ancillare dei due partiti maggiori e con un Pdl che torna a perdere voti a causa della irresistibile vocazione dei suoi quadri a farsi male da soli. Quali fattori possono sbloccare questa sorta di paralisi che sembra fatta apposta per rilanciare il declinante Grillo ed aumentare l’area della protesta del non voto? La risposta è semplice: la vittoria di Matteo Renzi nelle primarie del Pd e la creazione di un rassemblement di centro destra guidato da Montezemolo su investitura di Silvio Berlusconi leader di un Pdl profondamente rinnovato.
In apparenza sembra più facile che Renzi batta Bersani nelle primarie piuttosto che Montezemolo e Berlusconi concordino il passaggio di testimone nella leadership dell’area moderata. Nella sostanza è più facile che avvenga il contrario. Perché la vecchia guardia post-comunista del Pd non si lascerà rottamare facilmente da Renzi. E perché se Montezemolo vuole sul serio impegnarsi nella vita pubblica l’unico terreno su cui si può muovere vista l’indisponibilità di Casini a rinunciare al proprio orticello è quello dell’alleanza con il Cavaliere.

Polverini, l’emblema della fusione fallita

Molti pensano che alle radici della crisi della Regione Lazio e delle dimissioni di Renata Polverini ci sia la mancata presentazione della lista del Pdl di Roma alle ultime elezioni. Da quell’episodio sarebbe nata la valanga che si è scatenata in questi giorni. Al punto che qualcuno torna ad ipotizzare che anche quella mancata presentazione possa essere stata la conseguenza della lotta sorda ingaggiata da gruppi contrapposti di ex An ed ex Forza Italia. Cioè della faida interna a cui la presidente ha attribuito la causa dello sconquasso. Ora è sicuramente vero che la mancata presentazione della lista, con tutte le conseguenze che ha comportato (la prima è stato l’ingresso alla Pisana di personale politico scadente ed improvvisato), possa aver costituito una delle cause dello sfacelo attuale. Ma commetterebbero un clamoroso errore i dirigenti del Pdl se dovessero pensare che basterà presentare una lista corretta alla prossime elezioni per evitare il pericolo di future crisi. Perché la ragione più profonda e reale del disastro è la natura anomala del Pdl, partito formato dalla fusione non riuscita di due soggetti diversamente tarati ma perfettamente saldati dalla volontà di formare una casta chiusa ed impermeabile rispetto ai propri elettori. La tara genetica degli ex An è quella del correntismo esasperato, ereditata dal Msi e dalla Prima Repubblica e diventata progressivamente talmente forte da apparire addirittura come un tratto identitario. La corrente di Alemanno, quella di Rampelli, quella di Gasparri e La Russa, quella di Matteoli. Ognuna con una propria squadra impegnata soprattutto a lottare in primo luogo contro le squadre delle altre correnti e poi con i gruppi personalistici dell’ex Forza Italia. La tara genetica di questi ultimi è addirittura peggiore del correntismo post-missino, che perlomeno poggia su un qualche lavoro collegiale. È la pretesa dei cortigiani e dei nominati di essere leader territoriali costruendo un partito a propria immagine, cioè solo di cortigiani e di nominati. Al punto di superare il vecchio modello correntizio e realizzare un modello di cosche al servizio esclusivo del proprio capo-bastone che a livello nazionale è nobilitato dalla presenza di un leader vero e naturale come Berlusconi ma che a livello locale produce solo guerra perenne tra mezze calze per la conservazione dei propri privilegi. Il correntismo degli ex An e la lotta continua tra le mezze calzette degli ex Fi, come si è detto, ha avuto una sola e ferrea volontà comune. Quella di tenere ben separato il Pdl dal proprio elettorato. Per evitare che le spinte proveniente dalla base, un tempo potenti e vivificatrici, potessero in qualche modo influenzare e condizionare i giochi di potere chiusi della casta blindata. Renata Polverini, forte di un’investitura popolare straordinaria anche grazie alla mancata presentazione della lista del Pdl a Roma, avrebbe potuto favorire il superamento delle tare genetiche e rappresentare il potente fattore d’apertura del partito al proprio corpo elettorale. Ma, condizionata dalla propria storia e dalla propria esperienza sindacale, ha usato quella investitura popolare non per rompere la casta ma per irrompere nel gioco interno della casta stessa con una propria corrente impegnata a combattere sugli stessi terreni degli ex An e degli ex Fi. Ricostruire su queste macerie appare una impresa disperata. Forse è arrivato il momento che l’elettorato del centrodestra torni ad essere protagonista e faccia piazza pulita dei mandarini irresponsabili! Senza sconti per nessuno!

È il momento di biografie pulite

La reazione immediata ed istintiva allo scandalo delle ruberie e degli sprechi alla Regione Lazio è quella di recuperare ed adeguare al tempo presente il motivo dominante della Crociata contro i Catari e lanciare un appello al “cacciateli tutti, Dio ricompenserà i suoi!”. Comportandosi in questo modo si liscerebbe il pelo all’indignazione popolare e ci si collocherebbe nella comoda scia di quei grandi media che di fatto hanno promosso e conducono la battaglia contro la casta politica in nome della morale e della legalità. Ma cacciarli tutti scaricando sul Padreterno il compito di rimborsare in qualche modo i pochissimi non colpevoli, però, non è solo un “vasto programma” (come diceva De Gaulle a chi gli chiedeva di combattere i coglioni) . È anche una scelta rischiosa. Perché nasconde il pericolo di lastricare di ottime e sacrosante intenzioni una strada che può portare dritta verso un inferno peggiore del male che si vuole eliminare. Il rischio non è nascosto. È sotto gli occhi di tutti. La campagna contro la casta è degenerata in gogna mediatica indiscriminata, proprio all’insegna dell’“uccidiamoli tutti”. Che viene diretta senza distinzioni di sorta contro presunti colpevoli già considerati condannati ed ipotetici innocenti ritenuti comunque responsabili di aver commesso in ogni caso un qualche vergognoso peccato. Fosse anche quello, non mortale ma veniale, del cattivo gusto. Ma ciò che che è ancora più evidente in questa campagna condotta all’insegna della incorruttibile virtù è l’obbiettivo che si vuole perseguire una volta cancellata una classe politica chiaramente indegna, inadeguata, composta in gran parte di affaristi e di cialtroni da strapazzo. Questo obbiettivo non è quello fisiologico di qualsiasi democrazia. Cioè il cambio della classe politica con la sostituzione della parte corrotta con la parte virtuosa. Con la cacciata all’opposizione della destra ed il trionfo della sinistra o viceversa. L’obbiettivo, visto che agli occhi dei grandi media tutti sono responsabili di tutto, è molto più ambizioso ed alto. È il cambio di sistema con il passaggio dalla democrazia alla tecnocrazia. Che non è solo il governo dei tecnici espressi dalle Università o dalle banche e dei burocrati proveniente dai piani alti dei ministeri e degli enti pubblici ma è, soprattutto, il governo delle lobby organizzate, dei gruppi di potere chiusi, delle organizzazioni provviste di forte capacità di pressione che considerano ormai superato la selezione e la scelta della classe dirigente compiute dai cittadini attraverso le elezioni e credono adeguato ai tempi il metodo della cooptazione autoritaria di stampo corporativo. Il rischio, allora, è che il populismo della ramazza indiscriminata produca un nuovo modello di fascismo. Senza “duce” ma con un un qualche demiurgo a cui scaricare il compito di vegliare sul paese dall’alto della sua superiore capacità e ineguagliabile conoscenza. E con al posto delle squadre d’azione, i neo-crociati dei media moralizzatori che usano la gogna mediatico-giudiziaria come moderni sostituti del manganello e dell’olio di ricino passato di moda. L’alternativa a questa nuova forma di fascismo tecnocratico non è, e non può essere, la difesa ad oltranza di una classe politica composta dominata da oligarchi ottusi e mascalzoni. Cacciamoli pure tutti. Non per sostituirli coi i nuovi squadristi dei poteri forti, ma per rigenerare il sistema democratico con l’immissione delle biografie onorevoli e pulite disposte a sottoporsi al libero giudizio del corpo elettorale. Di queste biografie è pieno il paese. Ed è solo con queste biografie che si può salvare la nostra democrazia, evitando di finire nel trionfo della corruzione o nel baratro di un nuovo autoritarismo.

I peccatori regionali della politica

Anni ed anni di giustizialismo da strapazzo e di moralismo d’accatto hanno prodotto una doppia distorsione. La prima è credere che il peccato sia sempre un reato. La seconda è pensare che, essendo il reato penale sempre personale, si debba perseguire sempre e comunque il peccatore e mai affrontare il peccato. Il caso Lazio è un esempio perfetto di questa doppia distorsione. I giornali e le tv in cerca di copie e di audience, che sono i portatori principali del giustizialismo da strapazzo e del moralismo d’accatto, puntano solo sui peccatori pretendendo che paghino il loro reato prima subendo la pena della gogna popolare e poi offrendo la testa alla ghigliottina del circo mediatico-giudiziario. Del peccato, invece, si disinteressano totalmente.

Le pagine dei quotidiani e gli schermi televisivi grondano sdegno, condanna, esecrazione, indignazione ed ogni altro sentimento di rabbia nei confronti di “Batman” Fiorito, di “Anna Magnani” Polverini, di “Ulisse” De Romanis, di “Mefistofele” Battistoni, così come in passato hanno grondato di eguali sentimenti per Formigoni, Lombardo, Penati o qualsiasi altro pubblico peccatore emerso dalle cronache giudiziarie degli ultimi anni. Ma del peccato in sé, quello che produce i capri espiatori da esporre al ludibrio popolare, nessuno dei giustizialisti e dei moralizzatori in servizio permanente effettivo si preoccupa di parlare. Il risultato è che la bolla di indignazione sui singoli peccatori diventa la comoda copertura della causa del peccato. Che rimane intatta e che continua a produrre i suoi frutti perversi senza soluzione di continuità.Il peccato in questione è il sistema delle autonomie che è stato realizzato in Italia. Un sistema che non può non produrre reati, dissipazione, malcostume, criminalità organizzata. Perché privo di controlli e caratterizzato da una miriade di centri di spesa fatti apposta per usare il denaro pubblico come ammortizzatore: clientelare, sociale, politico che sia. Il caso Lazio è, in realtà, la spia di un “caso autonomie” che riguarda l’intero paese. Questo non significa che nei consigli e nelle giunte regionali e provinciali non ci siano persone virtuose. Significa solo che il sistema è stato costruito e funziona per trasformare i virtuosi in isolate eccezioni ed i dissipatori negli applicatori generalizzati della regola perversa. La pratica della gogna, dunque, serve alle copie e all’audience ma distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dalla necessità di affrontare una volta per tutte il tema della riforma delle autonomie. Una riforma che non riguarda solo la politica e i suoi sperperi ma riguarda anche e soprattutto i “poteri forti” (guarda caso quelli proprietari dei grandi media moralizzatori) che hanno prosperato grazie agli immani flussi di appalti, convenzioni e quant’altro che passano attraverso i centri di spesa incontrollati di regioni (a statuto speciale ed ordinario), province ed altri enti territoriali. L’antipolitica, allora, non si combatte facendo volare qualche straccetto di quarta o quinta fila. O sacrificando qualche capro espiatorio di livello nazionale. Si fronteggia presentando in campagna elettorale un progetto di riforma serio e completo delle autonomie nel nostro paese. Non si tratta di  recitare la farsa delle abolizioni delle regioni dopo aver ridicolmente ed inutilmente ipotizzato la riduzione e l’accorpamento delle province. Né si tratta di riproporre un modello centralista ormai superato dalla storia. Si tratta, però, di proporre un sistema di autonomie, o se vogliamo un sistema federale) che sia al tempo stesso responsabile, controllato e nazionale.

Cavaliere, rimonta a cavallo!

La campagna diretta a provocare le dimissioni di Renata Polverini alla Regione Lazio e lo sconquasso del Pdl nazionale alla vigilia della campagna elettorale delle politiche della prossima primavera è promossa e guidata dai media. I partiti che sono all’opposizione della Polverini e della Giunta di centro destra alla Regione Lazio seguono. Come la sussistenza di Napoleone. Sfruttano l’onda aperta dai giornali e dalle televisioni senza tentare neppure di influire in qualche modo nell’azione di rottura portata avanti dai grandi quotidiani e dalle televisioni pubbliche e private. Dovrebbe bastare questa ragione a spingere la Polverini a non minacciare di gettare la spugna e rassegnare le dimissioni. Perché non può essere la lettura dei giornali del mattino, neppure se suscita l’impressione di essere sottoposta a una gogna ingiusta ed insopportabile, a indurre chi ricopre un ruolo istituzionale a tradire il mandato ricevuto direttamente dagli elettori. In democrazia i media sono liberi di condurre le proprie campagne come meglio credono. Ma chi è stato investito di responsabilità istituzionali dal libero voto dei cittadini non può e non deve liberarsi di queste responsabilità, sia pure pesanti, sia pure sgradevoli, sia pure dolorose, solo per allentare la morsa mediatica rivolta alla propria persona. Nessuno ha obbligato Renata Polverini a candidarsi alla guida della Regione Lazio e a chiedere ai cittadini l’investitura a guidare una istituzione così importante e prestigiosa. E ora non può tradire questa investitura solo per liberarsi da una campagna fatta sostanzialmente dell’interesse editoriale a cavalcare la tigre rampante dell’antipolitica. Ma il richiamo alla responsabilità istituzionale non può riguardare solo Renata Polverini. Quest’ultima faccia la propria parte e non ceda alla gogna mediatica. Ma il partito che l’ha designata a svolgere il ruolo che ricopre, cioè il Pdl, faccia la sua assumendosi in pieno le responsabilità politiche che gli competono.Ciò che viene chiesto al Pdl non è solo di fare pulizia al proprio interno eliminando e costringendo ad uscire di scena tutti quei personaggi che hanno offerto ai media affamati di scandali, prima ancora che agli avversari politici, gli argomenti e gli strumenti per le campagne diffamatorie e destabilizzatrici. Non basta far volare qualche straccio. Anche se di stracci e di straccioni da far volare ce ne sono fin troppi. È necessario ripulire il partito di una nomenklatura che non ha solo la colpa di aver abusato oltre ogni limite dei privilegi della propria casta di miracolati e di privilegiati della politica. Ma che si è resa soprattutto responsabile dell’azione dolosa di aver separato trasformato il partito in un bunker chiuso, blindato, inaccessibile rispetto alla proprio contesto sociale. Il Pdl, non solo quello del Lazio, non è più un soggetto politico di elettori e di eletti. È composto di soli eletti. Anzi, poiché gli eletti sono designati, è composto esclusivamente da quei pochi capi-bastone che cooptano i designati a loro più devoti. Non c’è un nome di quelli comparsi in questi giorni sui giornali ed additati al pubblico ludibrio (magari anche senza ragione alcuna e solo per il gusto della gogna) che non sia riferibile al proprio protettore politico. Non c’è uno solo di questi nomi che possa essere riferito ad un qualche gruppo sociale o ad un qualche interesse, istanza o valore di una qualche area culturale Il Pdl sconta oggi il suo isolamento dalla società in cui vive. E lo sconta in maniera così pesante e dirompente proprio perché non è nato dalle alchimie di qualche capo-bastone ma dai fermenti reali e potenti di una realtà sociale sagacemente interpretati a suo tempo dal leader Silvio Berlusconi. Chi pensa che basti l’accordo tra i capi-bastone e la Polverini a risolvere il problema, sbaglia. E di grosso. Ci vuole il Cavaliere. Che non deve solo costringere chi di dovere a subordinare i propri interessi personali a quelli degli elettori ma deve scavalcare cortigiani e cialtroni e riattivare il circuito virtuoso tra se stesso ed i cittadini, tra il partito e la società nazionale. Spunta il sole, canta il gallo, o Cavaliere monta a cavallo!

Autonomie: la madre di tutte le riforme

Francesco Cossiga sosteneva che le regioni vennero realizzate non per rispettare l’impegno alle autonomie locali fissato dalla Costituzione ma per consentire al Partito comunista italiano, che non poteva andare al governo nazionale per via della conventio ad excludendum imposta dalla guerra fredda, di usufruire di una fetta consistente di potere locale nelle tradizionali zone “rosse” del paese. Il cosiddetto “regime democristiano”, quindi, non avrebbe applicato un principio ma colto una semplice opportunità politica. Quella di consociare i comunisti nella gestione del potere sia pure riservando loro, almeno in una prima fase, lo spazio limitato delle regioni rosse. Il tutto, naturalmente, per costituzionalizzare una forza politica dichiaratamente anti-sistema ed assicurare al paese quella pace sociale e politica indispensabile per continuare a farlo crescere dopo la fase della ricostruzione e del miracolo economico. Secondo Cossiga, quindi, l’istituzione delle regioni sarebbe stata una furbata democristiana. Per dare al Pci un tozzo di potere locale e costringerlo a rinunciare alle sue velleità rivoluzionarie in cambio di un po’ di vita comoda e ben remunerata per i suoi dirigenti e militanti. Può essere che la tesi dell’ex presidente della Repubblica fosse parziale, esagerata, forzata. Ma è un fatto che l’istituzione delle regioni, sia pure giustificata formalmente dalle ragioni nobili di un autonomismo che non aveva solo radici cattoliche ma anche laiche, si sia tradotta in una moltiplicazione incontrollata ed incontrollabile di centri di potere e di spesa a vantaggio, non solo del vecchio Pci e dei suoi eredi, ma di ogni formazione politica. L’antico centralismo dello stato non è stato minimamente cancellato, intaccato, ridimensionato. Al contrario, al centralismo romano si è aggiunto il centralismo regionale. Con il risultato di dare vita ad uno stato burocratico dalle dimensioni gigantesche che ha svolto e svolge la funzione di ammortizzatore sociale di alcune generazioni della classe politica e delle sue masse di clientes. Fino a quando è stato possibile scaricare il costo sempre più elevato del baraccone sul debito pubblico, il gioco, che era nato per costituzionalizzare il Pci e dare stipendi sicuri ai quadri di tutti i partiti, ha funzionato. Ora che ricorrere al debito pubblico non è più possibile, perché il debito è diventato insostenibile ed alla crescita è subentrato il declino, il vizio d’origine torna prepotentemente alla luce.  E, sulla scorta degli scandali a catena che scoppiano nelle regioni, diventa evidente che se si vuole avviare un percorso serio e concreto per portare il paese fuori dalla crisi si deve necessariamente affrontare il tema della riforma delle autonomie considerandolo prioritario come lo sono quelli della riforma istituzionale, fiscale, del lavoro e della giustizia. Chi pensa che l’operazione, proprio perché indispensabile, possa essere di facile realizzazione compie un errore marchiano. Anche se può sembrare assurdo, sarà più facile avviare una qualche riforma istituzionale, correggere il sistema fiscale, rivedere la riforma del lavoro e mettere mano finalmente al sistema giudiziario che pensare di ridisegnare in maniera razionale il sistema delle autonomie. Perché toccare il regionalismo delle clientele e delle lottizzazioni significa toccare il nucleo centrale del partitismo canceroso che ha occupato e che minaccia di soffocare le istituzioni italiane. Le resistenze ad affrontare quella che di fatto è la madre di tutte le riforme sono già evidenti. Chi pensa che tutto si possa risolvere con qualche taglio agli sprechi all’insegna del moralismo dell’ultima ora vuole, in realtà, perpetuare il sistema. E chi, come il segretario del Pd Pierluigi Bersani, insiste sulla differenza tra regioni virtuose e regioni corrotte vuole, in realtà, conservare intatte le proprie clientele e le proprie fette di potere locale.  Purtroppo, però, senza la riforma integrale delle autonomie dalla crisi non si esce. Né ora, né mai.

Strade opposte per Fini e Rutelli

Francesco Rutelli ha preso atto ufficialmente del fallimento del progetto del Terzo Polo ed ha annunciato che il suo partito, Alleanza per l’Italia, ha deciso di rientrare nell’area del centrosinistra per contribuire a rinforzare la componente cattolica del Partito democratico e sostenere la candidatura di Tabacci alle primarie del partito guidato da Pierluigi Bersani. Nessuno considera decisiva e determinante la scelta dell’ex sindaco di Roma per il futuro del Partito democratico e per la conclusione della battaglia delle primarie tra Bersani, Renzi, Tabacci e chissà quali altri concorrenti. Ma va riconosciuto che il percorso indicato da Rutelli per se stesso e per il proprio gruppo ha una precisa dignità politica. Si può ironizzare quanto si vuole sulla scarsa incidenza che la componente rutelliana potrà avere sulla vita interna del Pd. L’esperienza niente affatto esaltante del Terzo Polo ha ridimensionato drasticamente la consistenza e la credibilità di un gruppo che prima della fuoriuscita dal Partito democratico veniva accreditato come il possibile fulcro federatore di tutti i cattolici progressisti. In aggiunta si può anche rilevare che da possibile “fulcro federatore” il gruppo rutelliano si deve ora accontentare di diventare la ruota di scorta di Beppe Fioroni e dei neo-dossettiani di Todi. Ma, con tutte le ironie e le valutazioni riduttive del caso, non si può fare a meno di riconoscere che il progetto di Rutelli di tornare a partecipare alla costrizione della componente cattolica della sinistra ha un senso politico preciso. Che è quello di ricominciare a far parte del rassemblement della sinistra italiana. Diverso, invece, è il caso di Futuro e Libertà. Che non ha ancora preso atto ufficialmente del fallimento del progetto del Terzo Polo e che non sembra aver definito alcun progetto politico per il futuro tranne quello della salvezza e della sistemazione personale dei propri esponenti di punta. Per la verità, a Mirabello, l’ultimo incontro pubblico di Fli, una qualche prospettiva politica è stata disegnata. Cioè è stato indicato che Fli continua a perseguire il progetto di costruzione di un centro alternativo sia alla destra berlusconiana che alla sinistra bersaniana, progetto che non viene più chiamato Terzo Polo perché il termine è passato in disuso ma che continua a rimanere in piedi anche se privo di una definizione precisa. Ma dopo Mirabello c’è stato Chianciano. E la partecipazione di Gianfranco Fini alla manifestazione in cui Pierferdinando Casini ha rivendicato il ruolo dell’Udc come asse portante ed indispensabile di qualsiasi nuova aggregazione centrista, è apparsa come una chiara e definitiva sconfessione del percorso politico scelto da Fli nella sua assemblea emiliana. Fini, infatti, non è stato presentato e non ha parlato come il rappresentante di una forza politica affine ma autonoma che decide di partecipare ad un progetto comune con un partito maggiore. È stato presentato ed ha parlato come personaggio singolo: come Beppe Pisanu, Emma Marcegaglia, Corrado Passera. Cioè come un esterno di prestigio che aderisce singolarmente e personalmente ad un partito che con Casini rivendica con forza ed in polemica aperta con altri soggetti (Montezemolo) il ruolo di forza egemone dell’area di centro. Fli, di fatto, è dunque sciolta. Ed i suoi aderenti e sostenitori non hanno alcun progetto politico da seguire ma solo il destino personale da sistemare sull’esempio dato dal proprio leader Gianfranco Fini. Non è un caso che qualcuno stia cercando di avere la promessa di una candidatura da parte di Casini, qualche altro si stia indirizzando verso Montezemolo ed altri ancora brancolino nel buio nella difficoltà di trovare una qualche collocazione affidabile. La logica vorrebbe che l’esempio di Rutelli a sinistra venisse seguito anche sul versante opposto. E che gli orfani del Terzo Polo ritornino nei rassemblement di origine. Ma Rutelli ha seguito una logica politica a cui agganciare quella personale, Fini ha fatto il contrario. Ed i suoi amici, abbandonati al proprio destino, o tornano alla logica politica o sono destinati a scomparire.

Renzi non esclude la scissione del Pd

C’è la foto di Vasto con Bersani, Vendola e di Pietro e c’è la foto dei promotori del referendum contro la riforma del lavoro targata Fornero con Vendola, Di Pietro, Diliberto, Ferrero e dietro le quinte, non visibili ma fin troppo presenti, la Camusso, Landini e mezzo Partito democratico con il bersaniano Fassina in testa. Matteo Renzi non solo ha contestato la prima fotografia ma ha soprattutto bollato con parole di fuoco la seconda sostenendo che rappresenta quella parte della sinistra che non potrà mai andare al governo e che è condannata a vita a stare all’opposizione. La decisione dello sfidante di Pierluigi Bersani alla primarie per la candidatura a premier nel Pd di collocarsi in maniera decisa, inequivocabile, quasi plateale, contro ogni ipotesi di alleanza con i partiti della sinistra più radicale è sicuramente un elemento di chiarezza. Ora è fin troppo evidente agli occhi dell’opinione pubblica del paese che se mai Renzi dovesse battere Bersani e diventare il candidato premier del Pd, il partito non formerebbe mai una coalizione di governo con Vendola, Di Pietro e gli altri rappresentanti dei partiti vetero-comunisti. Punterebbe a realizzare una alleanza con i centristi di Pierferdinando Casini se dopo le elezioni Pd ed Udc riuscissero a conquistare la maggioranza sia alla Camera che al Senato. E non respingerebbe l’idea, bocciata con sdegno e sussiego da Bersani, di partecipare ad una grande coalizione destinata a portare avanti anche nella prossima legislatura il programma di risanamento imposto dall’Europa e fatto proprio da Mario Monti. Tanta chiarezza ha una conseguenza che probabilmente il furbo Renzi ha freddamente calcolato. Collocarsi alla destra di Bersani fino al punto di annunciare di voler “andare a prendere” i voti dei delusi da Berlusconi, ha consegnato di fatto lo stesso Bersani nelle mani della sinistra. Sia quella interna del Pd che non ha alcuna intenzione di continuare a sostenere il governo Monti e sogna il momento di scaricare il Professore per sostituirlo con un governo politico guidato dall’attuale segretario e caratterizzato da un programma ispirato a quello del francese Hollande. Sia quella esterna di Vendola, Di Pietro, Diliberto e Ferrero che spera di poter trarre dalle prossime elezioni la forza necessaria per eliminare il governo tecnico e spostare decisamente a sinistra l’asse politico del paese. Ma perché Renzi ha cercato di occupare lo spazio moderato del Pd e spingere Bersani all’abbraccio con Vendola e Di Pietro?  Solo perché pensa di poter portare gli elettori delusi dal Cavaliere a votare in suo favore alle primarie? Probabilmente qualche speranza del genere c’è. Ma è più facile che Renzi abbia fatto questa mossa per mettere in seria difficoltà Bersani spingendolo verso una posizione più estremista di quella che il segretario ha cercato di mantenere fino ad ora. Un Bersani consegnato nelle mani della Camusso, oltre che di Vendola e Di Pietro, è destinato ad andare in rotta di collisione con Casini sulla  legge elettorale. Con inevitabili ripercussioni in quella parte del Pd che non condivide affatto l’insofferenza della sinistra per Monti e pensa che dopo le elezioni il partito potrà andare al governo o con una alleanza con i centristi abbandonando Vendola al proprio destino o con il Monti-bis ed una nuova maggioranza anomala. Renzi, dunque, punta sul serio a battere Bersani. Nell’ipotesi di non riuscirci, si prepara per tempo un nuovo ruolo. Nel caso di una grande coalizione il Pd riuscirebbe a restare unito? Se se si dovesse spaccare, chi se non Renzi potrebbe guidare la parte decisa a far parte comunque della coalizione governativa?

La rivalità di Casini e Montezemolo

Come si fa a mettere d’accordo un partito tradizionale formato da quadri di professionisti della politica con un movimento d’opinione caratterizzato da tanti nomi illustri e da pochi militanti ignoti? Il giorno in cui Pierferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo (o i suoi rappresentanti) avranno trovato una risposta convincente al quesito, l’Udc, Italia Futura , Fermare il declino e qualsiasi altro gruppo o movimento d’ispirazione liberaldemocratica attualmente in gestazione potranno diventare una forza unica ed occupare stabilmente l’area centrista. Ma fino a quel momento Casini e Montezemolo (o chi per lui) saranno costretti a non dialogare e (sempre che l’ex presidente di Confindustria voglia sul serio chiudere l’esperienza alla guida della Ferrari e dedicarsi alla politica) a farsi una concorrenza che non potrà essere misurata e gentile ma, come impongono le regole della politica alle forze che si contendono la stessa area, dura e senza esclusione di colpi. Sulla carta la quadratura del cerchio non sembra difficile. Il problema sembra essere solo di conciliare le ambizioni personali del due personaggi. Chi deve fare il leader del centro? Casini o Montezemolo? Trovata la risposta, risolto il problema. Nella realtà, invece, la questione del leader è solo la punta affiorante dell’iceberg. Quella che ha sicuramente la sua importanza visto che Casini nutre ambizioni alte come quella di diventare il successore di Giorgio Napolitano e Montezemolo ha una notorietà ed una storia che non gli consentono di diventare il Cesa del genero di Caltagirone. Tanta importanza, però, passa in secondo piano rispetto al problema vero che rende difficile, se non impossibile, la fine della conflittualità e l’avvio della collaborazione. Il problema è che il “corpo” dell’Udc, quello formato dai quadri territoriali che vivono di politica nelle amministrazioni locali ed ambiscono ad avere uno spazio politico nazionale come punto d’arrivo della loro attività, non hanno alcuna intenzione di cedere il passo e regalare le proprie candidature in Parlamento, per cui hanno tanto speso e lavorato, all’esercito di soli generali di Montezemolo, di Nicola Rossi e di Oscar Giannino. Questione banale? Niente affatto. Questione assolutamente sostanziale. Perché è quella della fusione tra due organismi strutturalmente antitetici , fusione che può avvenire solo a condizione che uno dei due soggetti rinunci alla propria natura annullandosi completamente nell’altro. L’Udc, come si è visto a Chianciano, può permettersi mal massimo di cooptare nel proprio vertice qualche rappresentante della società civile (Emma Marcegaglia) o qualche transfuga di nome da altre formazioni politiche (Beppe Pisanu, Gianfranco Fini). Ma questa cooptazione deve essere necessariamente limitata. Perché non può in alcun caso alterare gli equilibri interni del tradizionale gruppo dirigente del partito. Casini potrà anche essere il “padre-padrone” dell’Udc. Ma senza i quadri dei dirigenti e dei militanti corre il rischio di trasformarsi in “genero” e basta. Al tempo stesso i movimenti d’opinione formati da alcune decine di intellettuali, economisti, professori, professionisti ed imprenditori, cioè da un gruppo per definizione e per formazione elitario, non può in alcun caso mettersi in coda ai colonnelli, ai capitani, ai tenenti ed ai marescialli dell’Udc. Deve necessariamente pretende di essere cooptato in blocco al vertice del partito con cui dovrebbe fondersi. Perché altrimenti perde la sua natura e si dissolve come neve al sole. E allora? Come se ne esce? Al momento in un modo solo: non se ne esce. Rimane la concorrenza, la competizione, la conflittualità. Fino al momento, se mai dovesse arrivare, in cui un pezzo snaturato di uno dovesse accettare di essere innestato nel tronco dell’altro. Ma possono Montezemolo, Nicola Rossi e Giannino pensare di poter essere innestati accanto a Pisanu, Fini, De Mita, Cirino Pomicino ed Adornato?