Archivio mensile:ottobre 2012

Caro Alfano, batti un colpo bipolare

Se è vero che la politica siciliana preannuncia quella nazionale, il futuro riserva al nostro paese una sorte ed un quadro politico simili a quelle della Grecia. Cioè la frammentazione dei partiti maggiori, la presenza massiccia in Parlamento di forze antisistema indisponibili a qualsiasi funzione di governo e la necessità di mettere insieme coalizioni eterogenee estremamente deboli e di fatto guidate dai poteri economici e finanziari (non da quelli politici, che non ci sono) europei.

Pierferdinando Casini sostiene che l’unica alternativa a questa angosciosa prospettiva sia l’alleanza tra progressisti e moderati, cioè tra Pd e Udc possibilmente rafforzato da pezzi in uscita dal Pdl. Ma proprio la Sicilia, laboratorio della politica nazionale, dimostra che quella del leader centrista è una ricetta totalmente sbagliata. Rosario Crocetta, espressione dell’alleanza tra Pd ed Udc, non ha vinto un bel nulla. Se vuole governare, deve necessariamente allearsi o con Miccichè e Lombardo o con il suo principale avversario, Musumeci. Cioè deve mettere in piedi una coalizione eterogenea, debole, esposta a ricatti e condizionamenti di ogni capobastone presente nelle varie compagini politiche della maggioranza. E con questa armata Brancaleone deve fronteggiare l’offensiva costante di un Movimento Cinque Stelle guidato da un comico a cui il successo incomincia a far credere di essere la contemporanea reincarnazione di Mao e di Mussolini.
In questa prospettiva appare fin troppo evidente che Casini sbaglia, e che il modello Crocetta non può essere la soluzione della politica nazionale. Ma, soprattutto, che il sistema proporzionale produce solo la frammentazione siciliana (o greca che sia). E che se se si vuole evitare un futuro così oscuro ed inquietante non c’è altra strada che bloccare la deriva proporzionalistica della riforma della legge elettorale in atto e confermare, sia pure con qualche correzione, il sistema bipolare. Che avrà pure prodotto alleanze non coese, ma che è sempre meglio del caos dove ci vorrebbero portare i proporzionalisti di sempre e quelli dell’ultima ora.
A compiere questa operazione di salvezza nazionale non può essere che il Pdl. Angelino Alfano ricordi che il suo partito ha prodotto ed è al tempo stesso il frutto del bipolarismo. Si renda conto che il ritorno al proporzionale (il caso Miccichè insegna) produce non l’unità ma la frammentazione del centro destra.
E compia l’unica mossa in grado di tenere unito il proprio partito e di offrire una possibilità al paese di evitare  una sorte amara e devastante come quella siciliana e greca. Cioè ribalti il tavolo della riforma elettorale che porta solo al caos proporzionale e lanci un progetto di superamento del Porcellum attraverso un sistema maggioritario ripulito dell’odiato listino e, magari, caratterizzato dal ritorno delle preferenze. Il rilancio del maggioritario non esclude affatto l’ipotesi di dare vita ad una grande coalizione.
È fin troppo evidente che con un Porcellum rivisitato né il Pdl, né un ipotetico asse Bersani-Casini (quest’ultimo si renda conto che in Sicilia non ha affatto vinto, ma ha dimostrato di non avere alcuna capacità espansiva ai danni del Pdl), potrebbe diventare coalizione di maggioranza e di governo. Ma la differenza tra la frammentazione greca e siciliana e la grande coalizione ispirata al modello tedesco è data dalla tenuta e dalla compattezza dei partiti maggiori. Se questi si sfaldano grazie ad un proporzionale che favorisce personalismi e faide si arriva al povero Crocetta ed al Grillo fascio-maoista. Se questi tengono grazie ad un maggioritario corretto si arriva al governo di unità nazionale destinato a gestire l’emergenza ed a preparare il ritorno alla normale democrazia dell’alternanza.
Alfano lo spieghi ai suoi agitando la cartina di tornasole siciliana. E prenda atto che i recalcitranti lavorano per il caos o per Casini!
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Grazie ai giudici ed a Casini torna il Porcellum

 

Ma perché tornare alla legge elettorale proporzionale? Solo per consentire a Casini, Fini, Pisanu, Bonanni di diventare i Ghino di Tacco della prossima legislatura e di una Terza Repubblica in tutto simile alla Prima con il concorso delle Acli, dei ministri tecnici Passera e Riccardi ed, eventualmente, di Montezemolo e della Marcegaglia?
Se i magistrati di Milano non avessero dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio la volontà di certa magistratura corporativa o politicizzata di non accontentarsi del passo indietro di Berlusconi ma di perseguirlo “perinde ac cadaver”, il Cavaliere avrebbe applicato la logica della riduzione del danno accettando di favorire la formazione di un nuovo centro attraverso il ritorno al proporzionale. Ovviamente con l’obbiettivo di far rientrare comunque il Pdl nella grande coalizione che dovrebbe avere il compito di portare avanti dopo le elezioni e nei prossimi l’Agenda imposta dall’Europa della Merkel. Con Monti al Quirinale e con un qualsiasi altro tecnico a Palazzo Chigi.
Ma la sentenza di Milano ha fatto capire a Berlusconi non solo che per lui non ci potrà mai essere alcuna tregua giudiziaria ma che, soprattutto, che il danno minore della partecipazione alla futura grande coalizione attraverso la legge proporzionale è un obbiettivo illusorio. Sarebbe stato Credibile se Casini avesse preso atto del suo passo indietro effettuato con la rinuncia alla candidatura a premier ed avesse accolto la proposta di Alfano di fare parte di un rassemblement unico del centro destra. Ma il leader dell’Udc ha respinto sdegnosamente l’ipotesi.
Ed ha fatto chiaramente capire che il suo progetto non prevede affatto una grande coalizione con il Pdl ed il Pd ed il Monti bis ma solo lo sfaldamento del Pdl dopo la liquidazione per via giudiziaria del suo fondatore e la formazione di un grande centro, con i pezzi moderati del partito berlusconiano in disfacimento, destinato ad allearsi con il Pd.
Per limitare il danno, quindi, non solo a Berlusconi ma all’interno Pdl, comprese le componenti che più hanno creduto alla possibilità di dare vita ad un Ppe italiano, non rimane altro che mandare all’aria definitivamente il ritorno al proporzionale, puntare sul maggioritario del Porcellum magari corretto con le preferenze ed un ritocco al premio di maggioranza e lanciare una campagna elettorale all’insegna del rilancio del bipolarismo e della contrapposizione frontale con la sinistra.
È stata una scelta obbligata, quindi, quella di Berlusconi e del Pdl di aprire le ostilità contro il governo Monti all’insegna della protesta contro l’eccesso di pressione fiscale. Porta, probabilmente, alla sconfitta nelle prossime elezioni ed al ritorno all’opposizione. Ma non ha alternative possibili oltre quella della eliminazione del Cavaliere a colpi di nuove condanne giudiziarie e della conseguente scomparsa del Pdl come soggetto politico unitario.
Se la prima conseguenza della nuova strategia berlusconiana sarà quella del mancato ritorno al proporzionale e del rilancio del bipolarismo, la prima conseguenza sarà la riduzione dello spazio politico per Casini ed i fautori del nuovo centro. Il leader dell’Udc, appesantito dalla zavorra rappresentata da Fini e Pisanu e penalizzato da un appiattimento passivo sul governo Monti , rischia la sorte dei vasi di coccio tra quelli di ferro. Con l’aggravante che il proliferare di liste civiche non arricchisce come erode il suo bacino elettorale e lo espone addirittura al pericolo di non superare la soglia dello sbarramento elettorale.
Il tutto con la massima soddisfazione di Pierluigi Bersani. Che grazie ai giudici fondamentalisti ed ai centristi affetti da furbizia eccessiva può incominciare a prepararsi ad entrare da trionfatore a Palazzo Chigi!

Berlusconi e le primarie che uniscono

Le primarie come strumento d’unità. Non solo del Pdl ma dell’intera area del centro destra. La genialità della decisione di Silvio Berlusconi di non ripresentare la sua candidatura a premier e di promuovere una consultazione popolare “aperta” per la scelta del leader dell’area moderata, è proprio nella scelta di usare le primarie per ricompattare lo schieramento alternativo a quello della sinistra.Inevitabile? Scontato? Obbligatorio? Niente affatto. Perché se era scontato, inevitabile, obbligatorio che il Cavaliere facesse il passo indietro tante volte annunciato nei mesi scorsi, non era affatto così ovvio che lo facesse per riunire e non per dividere la maggioranza degli elettori che non vuole essere governata da Bersani, Vendola e Di Pietro.

Nel Pd, dove le primarie sono state usate inizialmente per organizzare plebisciti per i leader già designati dai gruppi dirigenti (da Prodi a Veltroni), la consultazione popolare per la scelta del candidato premier è diventata la cartina di tornasole della spaccatura profonda esistente nella sinistra tra i post-comunisti alla Bersani ed i neo-democrats alla Renzi. A sinistra, in altri termini, le primarie  stanno mettendo in luce l’esistenza di due concezioni politiche incredibilmente diverse destinate, presto o tardi, a passare dalla competizione al conflitto ed a prendere strade diverse ed alternative. Non a caso Massimo D’Alema ha annunciato che in caso di vittoria di Renzi non avrebbe alcuna esitazione a fare un nuovo partito (cioè il vecchio Pci) con Vendola! A destra, invece, Berlusconi ha puntato sulle primarie per ottenere l’effetto esattamente contrario.
In alternativa, netta ed esplicita, all’ipotesi del cosiddetto “spacchettamento”. Niente polverizzazione del Pdl in tante liste tra loro in lotta feroce (quella delle “amazzoni”, degli ex An, dei lib-lab, dei cattolici di Comunione e Liberazione, dei neo-popolari , dei formattatori e di ogni dilettante in libertà). Ma invito a tutte le più diverse componenti del centrodestra a partecipare a primarie aperte non solo per scegliere il leader ma per segnare in maniera aperta e trasparente i rapporti di forza tra le varie anime dentro uno schieramento necessariamente unitario.
Grazie alla mossa di Berlusconi, quindi, il Pdl evita la polverizzazione e può puntare addirittura ad allargare il perimetro del proprio territorio.
La Destra di Francesco Storace, ad esempio, potrebbe diventare l’equivalente del Sel di Nichi Vendola per un candidato naturale alle leadership come Angelino Alfano. E quest’ultimo, grazie alle primarie aperte, potrebbe anche tentare di inserire nel progetto della grande alleanza moderata i neo-liberali di Luca di Montezemolo e quelli di Oscar Giannino. Qualcuno ipotizza che in questo disegno potrebbe rientrare anche l’Udc di Pierferdinando Casini. Ma chi prospetta questa eventualità sbaglia. Perché Casini non sarà mai disponibile ad uno schema bipolare ma persegue con coerenza il disegno di restaurare il sistema politico della Prima Repubblica incentrato sulla possibilità del centro di realizzare sempre e comunque la politica dei “due forni” tra destra e sinistra. Con Casini, dunque, non si può dialogare e fissare alleanze prima delle elezioni. Ma sempre e comunque dopo i risultati elettorali. E sempre a patto di essere un “forno” in grado di offrirgli il “pane” da lui desiderato. Ma questo è un altro film. Quello di adesso è che il Cavaliere è uscito dal campo. E con la sua decisione ha prodotto lo stesso effetto di quando decise di entrarci.

Bersani già pensa a liquidare Monti

Sarà pure vero, come dicono i sostenitori di Pierluigi Bersani, che Matteo Renzi abbia aperto un contenzioso legale sulle regole delle primarie solo per alzare un polverone capace di nascondere la propria incapacità di presentare una qualche idea concreta su come affrontare la crisi del paese. Sotto il grande fumo comunicativo del sindaco di Firenze non c’è neppure la più vaga parvenza di arrosto programmatico.Ma è altrettanto vero che l’accusa dei bersaniani ai renziani di non avere un qualche programma di governo e di usare la polemica sulle regola per  nascondere il vuoto d’idee sembra fatta apposta per far pensare che la polemica serva al segretario del Pd per fare altrettanto. Se Renzi fa solo fumo, infatti, Bersani fa altrettanto. Con l’aggravante che mentre lo sfidante può permettersi di rinviare a data da destinarsi il momento di scendere sul concreto, il segretario vive con crescente disagio la contraddizione evidente tra il sostegno al governo Monti ed alla sua agenda europea e la scelta di spostare a sinistra l’asse politico del partito lasciando intendere che ad elezioni concluse il primo compito del Pd sarà di sconfessare i provvedimenti governativi e buttare a mare Monti e la sua agenda. Tra i due fumi quello di Renzi è il meno preoccupante. Non perché non inquieti sapere che uno deciso a candidarsi alla guida del paese non sappia cosa diavolo vorrebbe fase se mai riuscisse a conseguire il suo obbiettivo. Ma perché il povero sindaco di Firenze non ha alcuna possibilità di vincere la battaglia. La rete in cui l’attuale gruppo dirigente del Pd lo ha imbrigliato è talmente spessa che non esiste una sola possibilità di vedere Renzi uscire indenne dalla trappola. Forse rientrerà nei ranghi aspettando il prossimo turno. Forse reagirà alla sicura sconfitta rompendo con il Pd. Di sicuro, però, non guiderà il prossimo governo. E potrà permettersi di continuare a nascondere il vuoto programmatico che lo contraddistingue. Per Bersani, invece, è diverso. Con le regole a misura e il doppio turno studiato in funzione dell’accordo-paracadute con Vendola si è garantito la vittoria nelle primarie. Per questo la sua cortina fumogena sul suo voto programmatico è molto più preoccupante. Quale programma intenderebbe realizzare se mai riuscisse ad arrivare a Palazzo Chigi dopo la vittoria su Renzi ed una vittoria elettorale conseguita con l’alleanza certa con Vendola e quella probabile con Di Pietro? Sulla carta l’interrogativo sembra avere una risposta certa. L’unica linea certa che appare dietro le cortine fumogene della pompa di benzina del paese natio o delle polemiche contro i finanzieri dei paradisi fiscali sembra essere quella della continuità, piena ed assoluta, con la tradizione del “più tasse, più stato” della sinistra italiana ed internazionale.

Ma come si concilia questa linea, che si sostanzia nell’ossessiva proposta della solita e scontata “ patrimoniale” , con le critiche e le resistenze contingente alla legge di stabilità del governo Monti?
Il mistero è fitto. Ed è tale non per nascondere una linea di politica economica che, purtroppo, ha il vizio di essere sempre la stessa da cent’anni e passa a questa parte. Ma per celare le manovre politiche con cui Bersani prepara la vera campagna elettorale, quella che si svolgerà dopo le primarie e con cui conta di arrivare a Palazzo Chigi con uno schieramento di sinistra destinato a chiudere una volta per tutte la fase del governo dei tecnici voluta da Giorgio Napolitano.
Non ha torto Roberto Maroni quando ipotizza che Monti non riuscirà a mangiare il panettone. Per conseguire il suo obbiettivo di creare una “gioiosa macchina da guerra” capace di portare sul serio la sinistra al governo, Bersani, dopo aver battuto Renzi, deve affrettarsi a liquidare Monti. Per andare rapidamente alle elezioni. Con il “porcellum” ed i suoi due porcellini Vendola e Di Pietro!

Le province di Patroni Griffi e di Adriano

Il Ministro della Pubblica Amministrazione Filippo Patroni Griffi ha annunciato che non ci saranno deroghe al decreto legge di riordino delle province italiane. Il criterio scelto per la riduzione e l’accorpamento è quello numerico. E non saranno le «resistenze localistiche», come ha detto Patroni Griffi, a farlo modificare. Ma qual’è la ragione per cui il governo dei tecnici ha scelto il criterio numerico per compiere una riforma epocale come quella della riduzione delle province del nostro paese? Perché, come ai tempi dei tagli lineari di Giulio Tremonti, il criterio numerico è quello più facile e più rapido da applicare. È necessario ridurre le spese dello stato? Si taglia il dieci per cento ad ogni amministrazione. Bisogna ridurre il numeri delle province per dare un segnale concreto di volontà di risparmio nei costi delle strutture statali? Si accorpano quelle che hanno meno di 350mila abitanti ed una estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati. Così da 86 le province, comprese le città metropolitane, scendono a 50. Ed il segnale di efficienza, rapidità e concretezza nell’azione di riduzione delle spese è dato. All’opinione pubblica e, soprattutto, ai severi censori dei media che chiedono in continuazione manifestazioni tese a riportare morale e virtù nelle istituzioni nazionali. Il criterio numerico sarà pure facile e rapido da applicare, ma è anche ottuso. Come quello dei tagli lineari. Non tiene conto delle incredibili peculiarità storiche, culturali, economiche di un territorio come quello italiano. Forse il criterio numerico poteva andare bene per disegnare i confini dell’Iraq. Ma se viene applicato in Italia e mette insieme Pisa e Livorno, la Tuscia e la Sabina, Teramo e L’Aquila, Belluno e Sondrio e via di seguito, dimostra non tanto di essere assolutamente inadeguato ma di  essere stato scelto non per la facilità e rapidità di applicazione ma solo per nascondere l’assenza di qualsiasi analisi ed approfondimento di una questione, come quella della riforma delle autonomie, che non può essere risolta come se l’Italia fosse  il deserto arabico. Il criterio numerico, allora, copre un vuoto di studio e di discussione a cui il governo dei tecnici e dell’emergenza non deve badare. Ma le ragioni dell’emergenza non possono portare a produrre danni maggiori di quelli che si vorrebbero risolvere. Quanto costerà, in termini di spesa dello stato e di spesa sociale, accorpare le prefetture, le questure, le motorizzazioni e tutti gli altri uffici secondo lo schema delle nuove province? E perché mai gli accorpamenti tra province sono stati previsti all’interno delle attuali regioni e non secondo la logica del territorio? Che dire, poi, del fatto che il riordino non riguarda le province delle regioni a statuto speciale? Il ministro Patroni Griffi ha sostenuto che il decreto è solo il primo passo. «Bisognerà andare avanti riflettendo sulle Regioni e sul numero dei comuni: 8 mila sono troppi e la metà ha meno di cinquemila abitanti». Ma se la riflessione, come è capitato per le province, dovesse portare il governo ad applicare in nome dell’emergenza il criterio ottuso del numero, è meglio che al paese vengano risparmiate riflessioni del genere. Semmai sarebbe più opportuno che i tecnici dei ministero della Pubblica Amministrazione rinuncino alla matematica e diano una ripassata alla storia. Magari partendo dalla divisione dell’Italia in province fatta prima da Augusto, poi da Adriano e successivamente da Costantino. Che non erano tecnici. Ma almeno erano consapevoli che i numeri, senz’anima, fanno solo disastri.

A sinistra furbetti, a destra disperati

Il più acuto è Achille Occhetto, che di rottamazioni se ne intende per averle vissute sulla propria pelle. A proposito di D’Alema (ma anche di Veltroni) ha spiegato che le autorinunce dei big a rientrare in Parlamento nella prossima legislatura non sono degli atti di grande generosità nei confronti del popolo della sinistra ma gesti di furbizia tattica che servono a dare sostegno alla difesa di Pierluigi Bersani contro gli affondi di Renzi ed a garantire loro un posto di ministro nel futuro governo dell’attuale segretario del Pd. Insomma, secondo Occhetto, non siamo al promoveatur ut amoveatur ma al suo contrario. D’Alema e Veltroni escono dal Parlamento per entrare direttamente al governo. Si tratta di un cattivo pensiero di un rottamato che non ha digerito la propria giubilazione? Può essere. Ma può essere anche il contrario. Visto che ormai chi frequenta da anni Camera e Senato si è reso perfettamente conto che la politica non abita più nelle aule parlamentari ma si è spostata in quelle del governo. A dispetto di una Costituzione formale che dice il contrario e non si è accorta che , sempre sul piano della politica attiva, Montecitorio equivale ad una bocciofila e Palazzo Madama ad un centro anziani. Il cattivo pensiero di Occhetto, comunque, rivela che a sinistra qualcuno ragiona ancora in termini politici. E a destra? Esiste un fenomeno analogo sul versante opposto? Su versante dove Daniela Santanché ha deciso di vestire i panni della rottamatrice totale e dove nessuno dei big ha deciso di autorottamarsi visto che per loro non c’è alcun posto di governo in vista? Se si confrontano le due situazioni non si può fare a meno di concludere che da un lato il tema di chi conta è quale ministero concordare con Bersani in cambio della propria finta uscita di scena. Dall’altro l’interrogativo di fondo è come salvare la pelle. Affrettandosi, come fanno la Santanché e le altre “veline” parlamentari del Pdl, a saltare sul carro della lista personale attribuita al Cavalire? Oppure facendo quadrato attorno ad Alfano ed al ridotto di un Pdl rottamato dal suo stesso fondatore ? Quanto sta avvenendo sul versante del centro destra autorizza a pensare che la tragedia della fine della Prima repubblica si sta riproducendo sotto forma di farsa per la Seconda repubblica segnata dall’era berlusconiana. Ma questa considerazione non tiene conto che il crollo della Prima repubblica non impedì alla maggioranza moderata del paese di battere la gioiosa macchina da guerra post-comunista. E che il crollo ridicolo della Seconda non ha ancora spinto la maggioranza degli elettori del vecchio centro destra a cambiare la propria collocazione ed a riversarsi a sinistra. I delusi e gli incazzati aspettano, magari si buttano nell’astensione o nella protesta del momento. Ma non passano sul fronte opposto a sostenere Bersani e le sue furbe ed esperte vecchie glorie. Questa massa di elettori attende, come è avvenuto nel passato, l’Araba Fenice in grado di rinasce dalle ceneri del contenitore politico andato in fumo. E quando scoprirà il nuovo personaggio (o contenitore) in grado di rappresentarla politicamente non avrà alcuna esitazione a seguirlo. Come è sempre avvenuto nella storia dello stato unitario. Ma la Santanché e le “veline” parlamentari possono essere l’Araba Fenice dei moderati italiani? Ed il vecchio gruppo dirigente del Pdl come può presentarsi come il nuovo soggetto politico dei moderati italiani se prima non si consuma del tutto? Insomma, se a sinistra qualcuno pensa ai ministeri, è bene che a destra qualcuno incominci a pensare all’opposizione. Dopo i tramonti, come dice Andreotti, si sono sempre le albe. Anche se le nottate sono dure da passare.

Rottamazione e democrazia brutale

La rottamazione è come l’epurazione. O è una velleità che rimane sulla carta per oggettive difficoltà di realizzazione. O è una valanga che una una volta avviata non si può o più fermare, visto che ogni rottamatore rischia di trovare chi lo vuole rottamare, proprio come l’epuratore trova sempre uno più puro che pretende di epurarlo. Velleità o valanga? L’impressione è che il sasso lanciato da Matteo Renzi abbia messo in moto un movimento franoso che inizialmente sembrava destinato a far crollare solo una parte del vecchio gruppo dirigente del Partito democratico ma che adesso sembra destinato ad estendersi all’intera classe politica italiana. È un bene o un male? In realtà è un fenomeno che in una democrazia corretta a matura dovrebbe essere fisiologico. Se il nostro sistema politico non fosse rimasto quello della Prima repubblica del parlamentarismo partitocratico e si fosse modellato su una qualche forma di presidenzialismo, il rinnovo di classe dirigente sarebbe stato automatico e naturale. Magari Silvio Berlusconi sarebbe riuscito a farsi eleggere alla guida dell’esecutivo per due mandati di seguito. Ma dopo sarebbe uscito di scena, costringendo una larga parte dell’intera classe politica della maggioranza e dell’opposizione a fare altrettanto. Né più, né meno di come capita regolarmente in Francia, negli Stati Uniti e nelle democrazie dove l’alternanza ed il cambiamento vengono favorite (e imposte) dal sistema presidenziale. In Italia, invece, il rinnovamento non previsto dalle norme istituzionali non è affatto fisiologico. Assume sempre e comunque l’aspetto della forzatura e della rottura traumatica. Lo stesso Renzi, che pure deve al termine la propria fortuna politica, ha definito la rottamazione una «frase bieca, truce e volgare» che, però, rappresenta «l’unica soluzione per affermare l’esigenza di cambiamento radicale necessario al paese». Da noi, in sostanza, se si vuole far nascere una nuova classe politica non si può ricorrere al parto naturale ma si deve usare l’invasività chirurgica del parto cesareo. Il metodo cruento usato per provocare il cambiamento rappresenta contemporaneamente un freno ed un moltiplicatore del fenomeno. È un freno perché suscita la reazione di chi nutre una istintiva ripulsa per la la democrazia brutale. Ma è un moltiplicatore per chi scopre che rinnovare attraverso la rottamazione consente di scavalcare tutti gli ostacoli posti dall’eredità della Prima e della Seconda repubblica estendendo il metodo non ad un solo partito o alla sola sinistra ma all’intero quadro politico nazionale. Oggi Renzi rottama D’Alema, Bindi, Marini e costringe Veltroni ad autorottamarsi e Giovanna Melandri a ritirarsi alla presidenza della Fondazione del Maxxi di Roma. Ma al tempo stesso Maroni rottama Formigoni e la valanga si estende da sinistra a destra lasciando intendere che non risparmierà nulla e nessuno.  Perché mai, ad esempio, se il ricambio generazionale deve riguardare i D’Alema, le Bindi, i Veltroni, possono essere risparmiati i Fini ed i Casini che di quella generazione fanno parte per ragioni anagrafiche e politiche? E che dire di Antonio Di Pietro che in termini politici ha la stessa età dell’antagonista a cui deve gran parte della propria fortuna, cioè Silvio Berlusconi? E Vendola ? Ed i ragazzi di via Milano (cioè i giovani missini degli anni’70 diventuti “colonnelli” e “generali” nel trentennio successivo? Non c’è limite, allora, alla valanga rottamatrice. Ed è un bene. Ma solo alla condizione che i rottamatori non si limitino a cacciare i vecchi per prendere il loro posto ma fissino delle regole precise per la loro futura sostituzione. La democrazia della brutalità non serve a cambiare, ma solo a perpetuare i vizi del passato.

Monti applica il metodo della pezza

Mancano pochi mesi alla scadenza della legislatura. E tra non molto il Parlamento sarà impegnato ad affrontare lo scoglio di una legge finanziaria particolarmente ostico vista la situazione di gravissima crisi economica a cui il provvedimento dovrebbe porre rimedio. Ma il presidente del Consiglio Mario Monti, beato lui, non teme intasamenti parlamentari di sorta. E si prepara a varare una modifica al Titolo V della Costituzione che ha assicurato non essere «a futura memoria» ma un provvedimento destinato ad essere approvato comunque bruciando i tempi lunghi della doppia lettura di Camera e Senato previsti dall’art.138. Nessuno riesce a capire da dove nasca l’ottimismo di Monti. Forse dal sentimento di rivalsa anti-leghista che spira in larghi settori della sua maggioranza? L’ipotesi è plausibile. Può essere che circostanze politiche particolari favoriscano la modifica di un Titolo V della Costituzione che da quando è entrato in vigore ha prodotto solo contenziosi a raffica tra stato e regioni, con spese e lungaggini a non finire, senza produrre una sola conseguenza positiva per i cittadini. Ma è proprio l’esperienza fatta con la modifica del Titolo V, realizzata a suo tempo senza alcun approfondimento da una maggioranza di centrosinistra decisa a blandire in qualche modo la Lega di Umberto Bossi alla vigilia delle elezioni politiche, a far riflettere non tanto sull’ottimismo di Monti e sulla sua volontà di operare in tutta fretta una correzione costituzionale comunque necessaria, quando sul metodo con cui vengono effettuate le riforme nel nostro paese. Un metodo che, a quanto pare, viene applicato indifferentemente da politici e da tecnici. E che può essere sintetizzato con la definizione del “metodo della pezza”. Nel nostro paese, in altri termini, non si fanno mai riforme. Si mettono sempre “pezze”. Per tappare i buchi all’ultimo momento, per rincorrere le mode, per risolvere problemi politici contingenti. Il tutto mai per convinzione radicata e sempre per convenienza occasionale. Il governo tecnico avrebbe dovuto segnare una netta inversione di marcia chiudendo l’epoca delle riforme abborracciate da politici frettolosi ed aprendo una stagione virtuosa di riforme complete frutto di riflessioni ed analisi approfondite. Invece, siamo sempre alle solite. Anche Monti si allinea alla pessima tradizione del passato e cede al “metodo della pezza” ipotizzando una modifica costituzionale che potrà al massimo ridurre il contenzioso tra stato e regioni ma non potrà in alcun modo rappresentare una vera e completa riforma delle autonomie. Si dirà che a Monti non si può chiedere l’impossibile. E che è meglio una “ pezza” parziale ma che risolve almeno in parte un problema che una riforma perfetta destinata a rimanere sempre sulla carta e non a vedere mai la luce. Ma il governo tecnico chiamato a fare le riforme imposte dall’emergenza può comportarsi come un qualsiasi governo politico retto su fragili equilibri? La questione non è peregrina. Monti corre il rischio di passare come l’uomo delle mezze riforme sempre incomplete (quella del lavoro), mai ragionate (quella delle pensioni con la dimenticanza sugli esodati), costantemente legate alle spinte emotive del momento (legge anticorruzione) ed esclusivamente rivolte a rincorrere le circostanze occasionali. Perché non sfuggire a questo pericolo con la proposta al paese di una qualche riforma piena, completa e comprensibile? Non importa se “a futura memoria”. Perché non è con le pezze che si prepara il futuro ma anche (o solo) con “memorie” capaci di indicare prospettive concrete.

Tangentopoli 2, il grande ritorno

Una nuova Tangentopoli? Il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha formulato il proprio giudizio sulla situazione attuale del paese. E subito si è aperto un dibattito sulle similitudini e sulle differenze tra quanto sta avvenendo in questi giorni e quanto è avvenuto nella prima metà degli anni ‘90. La differenza sostanziale, si sostiene, è che allora si rubava per il partito ed ora si ruba per arricchimento personale. Ma la similitudine è che, per sé o per il partito, si rubava allora come si ruba adesso. E che, soprattutto, tutto viene alla luce per l’azione congiusta dei magistrati e dei media che portano avanti le indagine sulle rfuberie insieme alla campagna di moralizzazione del paese. Dunque, la seconda Repubblica crolla come la prima, sotto i colpi del piccone risanatore mediatico-giudiziario. E, quindi, ha ragione la Severino quando parla di nuova Tangentopoli. Invece, con tutto il rispetto per l’attuale ministro della Giustizia, anche se si rubava allora così come si ruba adesso, non c’è nessuna nuova Tangentopoli in atto. Anzi, chi diagnostica che la malattia del presente sia del tutto simile a quella del passato e lascia intendere che la cura debba la stessa usata a suo tempo, non compie solo un clamoroso errore ma crea le condizioni per l’aggravamento ed il collasso definitivo del “malato Italia”. La Tangentopoli dei primi anni ‘90 ha segnato la crisi della partitocrazia del secondo dopoguerra. Ciò che avviene adesso, invece, è la crisi dello stato burocratico-assistenziale che i vecchi partiti della prima Repubblica avevano costruito per garantire a se stessi l’eterna sopravvivenza grazie alla occupazione clientelare delle istituzioni e che le formazioni politiche della seconda Repubblica non hanno voluto o saputo riformare in alcun modo. Ora, può essere che la Severino abbia parlato di nuova Tangentopoli solo per dare una spinta alla sollecita approvazione della nuova legge sulla corruzione. Ma è assolutamente certo che non sarà il nuovo provvedimento a far guarire le istituzioni ed il paese dal cancro che corrode inguaribilmente entrambi. Qualsiasi nuova legge che pretenda di risolvere con il semplice strumento giudiziario le ragioni istituzionali, politiche e sociali della crisi è destinata a finire come la famose grida manzoniane. Senza una profonda riforma istituzionale che smantelli lo stato burocratico-assistenziale, senza una seria riforma tesa ad imporre il metodo democratico all’interno dei partiti, senza una radicale riforma dei privilegi corporativi dei sindacati e delle lobby pubbliche e private, non si riuscirà in alcun modo ad evitare un punto di rottura della società nazionale ormai fin troppo incombente. Pensare che basti una nuova Mani Pulite per passare la nottata è, dunque, illusorio. E l’illusione è talmente evidente, smaccata e fasulla da far sospettare che in realtà chi predica la necessità del piccone mediatico-giudiziario risanatore come unico medicina salvifica del paese nasconda interessi di tutt’altro genere. In questo il paragone con Tangentopoli può essere d’aiuto. Perché da allora ad oggi sono cambiati i partiti, è venuto alla luce il marcio del sistema regionale e delle autonomie, si è svelato il peso insopportabile delle burocrazie clientelari che pesano sulle spalle dei cittadini, è esploso il fenomeno del denaro pubblico che si privatizza quando finisce nelle tasche dei politici ma i soggetti portatori di interessi forti che si perpetuano dietro la cortina fumogena delle campagne moralistiche sono sempre gli stessi. Immutabili, immodificabili, inattaccabili. Chi ha dubbi in proposito legga il comunicato sindacale del comitato di redazione del “Corriere della Sera”, giornale ormai alfiere del moralismo più intransigente, in cui si ricordano i soggetti che compongono il patto di sindacato di Rcs-Mediagroup: Mediobanca, Fiat, Italimmobiliare Gruppo Pesenti, Pirelli, Banca Intesa San Paolo, Assicurazioni generali, Sinpar gruppo Lucchini, Merloni Invest Francesco Merloni, Mittel, Eridanio Finanziaria, Edison ed infine Unipol che ha rilevato il gruppo Fondiaria-Ligresti. Forse la Severino ha ragione. È in atto Tangentopoli-due, gli eterni interessi dietro le false illusioni!

L’uscita dalla crisi e le unioni gay

A differenza di quanto dichiarato da Pierluigi Bersani non è stata una «bella giornata per l’Italia» quella di venerdì scorso in cui il segretario del Pd ha sottoscritto l’alleanza con il Sel di Niki Vendola e l’ultima riedizione in miniatura del Psi guidata da Riccardo Nencini. E non perché ha creato le condizioni per uno spostamento a sinistra dell’asse politico del paese, evento che sarebbe addirittura auspicabile visto l’incredibile processo di autoaffondamento in atto da parte dello schieramento alternativo di centro destra. Ma perché ha gettato le basi di una operazione diretta a mettere il paese nelle mani di una classe politica che non ha una sola idea o proposta per uscire dalla crisi tranne quella di conservare e rinforzare le proprie posizioni di potere. Questa operazione è destinata a svilupparsi in più fasi distinte. La prima è quella che passa attraverso la riaffermazione della leadership di Bersani sul Pd grazie ad un meccanismo che gli garantisce la vittoria sullo sfidante Matteo Renzi in cambio di una sterzata neo-comunista alla linea del partito. L’alleanza con Vendola, infatti, non scatta dopo il voto della prossima primavera. Scatta immediatamente. Nel secondo turno delle primarie in cui i voti del governatore pugliese e leader di Sel serviranno a Bersani per chiudere in maniera definitiva la fastidiosa pratica del sindaco di Firenze. Il segretario del Pd sa bene che il prezzo di questa vittoria garantita dal sostegno di Vendola sarà la trasformazione del proprio partito in una sorta di nuovo Pci. Con il ritorno a casa dei vendoliani fermi alla copia farsesca del vecchio marxismo-leninismo ed il recupero della fettina frontista di un movimento socialista privo di qualsiasi futuro. Ma Bersani sa ancora meglio che questo spostamento a sinistra del Pd non comporta rischi eccessivi. Una volta uscito sconfitto dalle primarie al povero Renzi toccherà in sorte di subire quella rottamazione che minaccia ai suoi avversari. E gli oppositori interni, dai veltroniani ai prodiani fino ai cattolici democratici di Bindi, Franceschini e Letta sono cagnolini che abbaiano per avere qualche osso di consolazione e se minacciano di mordere è solo per rendere consistente in termini di posti la cosiddetta consolazione. Certo, può essere che un Pd tutto sbilanciato a sinistra a causa dell’alleanza con Vendola possa perdere qualche elettore di centro. E, anche con la nuova legge elettorale che prevedere il premio di maggioranza alla coalizione vincente, non riuscire a raggiungere nel nuovo Parlamento gli alti numeri capaci di garantire una stabile navigazione al governo Bersani.  Ma il leader del Pd sa bene che nella prossima legislatura nessun governo, neppure quello più spostato a sinistra, potrà permettersi di non rispettare le richieste europee che fanno parte della cosiddetta Agenda Monti. Cioè sa bene che anche in caso di vittoria e di premio di maggioranza non potrà fare a meno di dare vita ad un governo di coalizione sollecitando l’Udc di Casini ad accettare la proposta di realizzare un patto tra progressisti e moderati. Nella sua ottica, però, questo patto non potrà essere tra soggetti diversi e provvisti di pari peso e dignità. Dovrà essere un patto leonino in cui il Pd la farà da padrone e l’Udc svolgerà il ruolo di foglia di fico prima di essere definitivamente fagocitato come i cagnolini ex popolari. È disposto Casini a comportarsi come gli “utili idioti” del passato? Ed il centro destra può continuare ad autoffondarsi di fronte alla pericolo che il paese finisca nelle mani di chi come ricetta per uscire dalla crisi non sa proporre altro che il matrimonio tra gay?