Archivio mensile:novembre 2012

Bersani, Renzi e la metafora Ilva

 

Ma quale è lo specchio più significativo del paese? Il dibattito conclusivo delle primarie del Pd tra Bersani e Renzi, trasformato in liturgia istituzionale grazie alla trasmissione effettuata con grande enfasi e con la massima deferenza sulla rete ammiraglia del servizio pubblico radiotelevisivo? Oppure lo stabilimento dell’Ilva fermato dalla magistratura, occupato dagli operai ed infine devastato dal tornado che si è abbattuto sull’impianto siderurgico provocando morte e distruzione?

La domanda è fin troppo retorica. Ed impone una risposta fin troppo scontata. Che trasforma lo spettacolo rilucente delle primarie trasmesse sulla tv pubblica nella cortina fumogena tesa a nascondere all’opinione pubblica nazionale la reale e spietata realtà del paese rappresentata dalla morte della siderurgia italiana. Ma se si vuole uscire da questo schema troppo rigido basta chiedersi quanto del dramma dell’Ilva, inteso come simbolo della crisi dell’industria italiana, sia risultato presente nel dibattito televisivo tra gli aspiranti premier di un Partito democratico che ormai si sente già investito del compito di guidare il paese nella prossima legislatura.

Certo, Renzi ha usato il caso Ilva come pretesto per denunciare le responsabilità dell’attuale gruppo dirigente del Pd nella fallimentare politica industriale degli ultimi vent’anni. E Bersani ha cercato di difendere l’operato suo e dei suoi compagni di partito all’insegna del principio che nessuno è perfetto. Ma né l’uno, né l’altro hanno voluto cogliere il significato profondo della devastazione meteorologica, industriale, giudiziaria dell’Ilva, cioè la morte dell’industria di trasformazione nazionale. E, soprattutto, né l’uno, né l’altro hanno saputo fornire una qualsiasi vaga indicazione di come il paese possa andare avanti ed uscire dalla crisi dopo aver preso atto della necessità di individuare un nuovo modo di sviluppo e di crescita visto che quello industriale, incentrato sulle intese all’italiana tra famiglie proprietarie, forze politiche e confederazioni sindacali, si è inesorabilmente esaurito.

In questa luce, allora, l’apoteosi televisiva delle primarie Pd non rappresenta più la cortina fumogena buttata sugli occhi degli italiani per nascondere la rappresentazione più cruda e realistica della crisi nazionale. È, al contrario, la conferma più evidente e clamorosa della vastità e drammaticità di una crisi che non solo colpisce il settore industriale che per l’intera storia dello stato unitario ha rappresentato il simbolo della modernizzazione del paese ma che, attraverso l’incapacità di trovare soluzioni convincenti da parte di chi si propone alla guida del futuro governo, appare totalmente irrisolvibile.

Naturalmente nessuno avrebbe potuto pretendere da Bersani e Renzi di indicare in pochi minuti quale dovrebbe essere il modello di sviluppo e di crescita destinato a sostituire quello esaurito della grande industria perennemente oscillante tra l’assistenza e la presenza pubblica e segnata dall’inciucio perenne tra padroni, sindacati, dirigenti e politici. Ma un segnale, un barlume, una qualche e pur minima indicazione avrebbe dovuto esserci. Perché la conclusione televisiva delle primarie non era una sorta di “Ruota della fortuna” in cui chi vince porta a casa dei soldi, ma l’occasione per sottoporre al giudizio degli italiani le strategie migliori per fermare le devastazioni e la rovina in atto. Questa occasione non è andata persa. Al contrario! Ora sappiamo che né Bersani, né Renzi hanno la più minima idea di come uscire dalla crisi. Il ché è un bene per la chiarezza. Ma un dramma per il futuro.
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Media schierati e le primarie all’italiana

 

Denis Verdini ha perfettamente ragione nel chiedere il ritiro di tutti i candidati alle primarie del Pdl. E non perché il ritiro va incontro ai desideri di Silvio Berlusconi, che alla primarie non ha mai creduto. E neppure perché il passo indietro di Alfano, Meloni, Crosetto e tutti gli altri aspiranti premier di un partito che non sa neppure se sarà ancora vivo al momento delle elezioni, può favorire quella ricomposizione unitaria di un soggetto politico che senza unità non può correre verso Palazzo Chigi ma solo verso la Rupe Tarpea. La ragione che rende inoppugnabile la proposta di Verdini è diversa e non ha nulla a che fare con le questioni interne del Pdl, i rapporti tra il Cavaliere ed il suo delfino, gli ex An e le amazzoni, i leali ed i cortigiani. Questa ragione emerge con assoluta chiarezza da una domanda banale. Ma il sistema mediatico nazionale assicurerebbe alle primarie del Pdl lo stesso risalto dato alle primarie del Pd? Negli Stati Uniti, cioè da dove è stato importato il sistema delle primarie, il sistema mediatico a stelle ed a strisce assicura attenzione e spazi sostanzialmente identici a Democratici e Repubblicani. Se non ci fosse questa parità non ci sarebbero neppure le primarie. Al punto che l’eguaglianza del rilevo mediatico data alle elezioni interne dei due principali partiti del paese si verifica in qualsiasi caso. Anche quando i repubblicani sono in ascesa ed i democratici in declino o viceversa. E questa eguaglianza si manifesta come la condizione essenziale, determinante e qualificante del funzionamento del sistema democratico statunitense. Nel nostro paese, invece, abbiamo importato le primarie ma ci siano dimenticati di inserire nel pacchetto l’indispensabile condizione della democrazia. L’attenzione data dal sistema mediatico nazionale alle primarie del Partito Democratico, o meglio, alla sfida tra il duo Bersani-Vendola e Renzi (Tabacci e Puppato sono stati praticamente ignorati), è stata incredibile, totalizzante, ossessiva. E sempre segnata dall’esaltazione della capacità innovativa del Pd e dei suoi dirigenti, accompagnata dalla sottolineatura della contemporanea inadeguatezza antropologica e genetica del Pdl e dei suoi dirigenti. Non c’era sicuramente bisogno delle primarie del Pd per avere la conferma del collateralismo nei confronti della sinistra della stragrande maggioranza dei media nazionali. Ma è stato il modo con cui questo collateralismo, figlio della vecchia egemonia politica e culturale della sinistra stessa sul mondo informativo italiano, si è manifestato per dimostrare che in Italia le primarie non sono una condizione di democrazia ma un segnale inquietante di deriva plebiscitaria e totalitaria. I candidati alle primarie del Pdl sanno benissimo che non potrebbero mai avere la stessa attenzione, lo stesso rispetto, gli stessi spazi avuti da Bersani e Vendola da un lato e da Renzi dall’altro. Per loro ci sarebbe solo disattenzione, critica, sberleffo. Il tutto in spazi ridotti e sempre dominati dal confronto negativo con il plebiscito totalitario assicurato al Pd. Verdini, dunque, ha ragione. Non serve a nulla avere dopo il danno anche la beffa. Ma servirebbe anche incominciare a riflettere sugli errori commessi in passato dai dirigenti Pdl sul terreno della comunicazione. Chi ha seminato lottizzati, amanti e zoccole non può che raccogliere tempesta!

Primarie del Pd e bipolarismo

 

L’esito delle primarie del Pd sembra fatto apposta per spingere Silvio Berlusconi a tornare sui propri passi ed a decidere di scendere nuovamente in campo. Una vittoria al primo turno di Matteo Renzi avrebbe reso impossibile una eventualità del genere. Perché il Cavaliere, che conosce alla perfezione il marketing commerciale e politico, si sarebbe ben guardato dal lanciare un guanto di sfida ad un avversario avvantaggiato da un grande divario generazionale e perfetttamente consapevole di come poter sfruttare al meglio un così forte vantaggio. Ma il ballottaggio nel Pd con la conseguente formazione di una alleanza tra Bersani e Vendola destinata a battere Renzi ed a spostare ulteriormente a sinistra il baricentro politico del partito, elimina l’ostacolo che avrebbe costretto Berlusconi alla rinuncia e diventa in invito fin troppo allettante per il Cavaliere a tornare a giocare l’ultima e più importante partita della sua vita politica.

Se in alternativa al Bersani espressione di una sinistra riformista ancora una volta ostaggio di quella radicale ci fosse uno schieramento politico compatto ed omogeneo, ispirato ai valori della liberaldemocrazia e consapevole che la crisi del paese non si risolve con la demagogia pauperista o con quella populista, Berlusconi avrebbe fatalmente qualche remora a riscendere in campo. O, qualora decidesse di farlo, avrebbe difficoltà a motivare la sua scelta con un argomento diverso da quello della ricerca di una tutela politica della sua persona e delle sue sostanze. Ma questo schieramento non esiste. L’area centrista in cui avrebbe dovuto confluire un Pdl deberlusconizzato non ha mai preso forma a causa delle divisioni che caratterizzano i suoi personaggi più significativi (Casini, Fini, Montezemolo, ecc.). Al suo posto c’è solo la speranza diffusa che il voto della prossima primavera confermi lo stato di attuale ingovernabilità del paese ed imponga quella condizione d’emergenza su cui si regge l’attuale governo tecnico e che potrebbe portare al Monti-bis nella nuova legislatura. Insomma, l’unica alternarnativa concreta ad un governo Bersani-Vendola è un ectoplasma politico rappresentato da una prospettiva di ingovernabilità e di emergenza che non è detto si possa sul serio realizzare.

In questo vuoto il ritorno in campo di Berlusconi perde la connotazione della difesa personale e può tornare a caricarsi di un significato politico più alto. Che è quello di richiamare il popolo del centro destra a turarsi il naso ed a compiere un ultimo sforzo di difesa da una sinistra che non ha solo il volto rassicurante di Bersani ma ha soprattutto l’eloquio inquietante di un Vendola prigioniero di antichi schematismi ideologici.

Con Renzi marginalizzato e con Monti reso un ectoplasma privo di reale concretezza dalle baruffe personalistiche dei montiani senza progetto, come pensare che Berlusconi possa rinunciare all’ultima chiamata alle armi del popolo del centrodestra contro la sinistra della patrimoniale e dello stato burocratico oppressore?

La questione se questa chiamata alla armi possa essere fatta dal Cavaliere dietro la bandiera del Pdl o quella di una rinata Forza Italia, se all’insegna della cavalcata solitaria o alla guida di un partito unitario o di più liste che marciano divise per colpire unite, diventa secondaria. L’importante torna ad essere lo scontro bipolare.

Renzi e il dilemma di fronte al Rubicone

Chiunque fosse al posto di Matteo Renzi si lascerebbe cogliere dalla suggestione di usare il secondo turno delle primarie del Pd come trampolino di lancio per una avventura tesa a sparigliare le carte della politica italiana ed a porsi al centro della scena politica nazionale. A spingerlo in questa direzione non sarebbe solo la considerazione dell’inevitabile sbocco del ballottaggio verso un asse Bersani-Vendola teso a richiuderlo nel recinto fiorentino in attesa di fortune (o più facilmente sfortune) future. Ma anche la certezza che lo spostamento a sinistra del Pd, conseguenza inevitabile dell’alleanza tra il segretario ed il leader di Sel, aprirebb uno spazio politico estremanente ampio nel panorama politico italiano trasformando chi sarebbe pronto ad occuparlo raccogliendo consensi dal centrosinistra riformista al centrodestra liberale e democratico, nel punto di riferimento naturale della maggioranza degli italiani. Ma Renzi è in grado di trarre il dado e traversare il suo Rubicone? La questione non riguarda tanto la volontà del sindaco di Firenze. Che è già stata dimostrata abbondamentemente dalla sfida, che all’inizio appariva impossibile e velleitaria, lanciata non solo a Pierluigi Bersani ma soprattutto all’inamovibile ed immodificabile gruppo dirigente del partito. La questione riguarda solo le possibilità concreta che il passaggio del Rubicone da parte di Renzi porti effettivamente alla conquista del potere a Roma o ad una sorta di guerra civile della sinistra destinata a favorire la resurrezione del Lazzaro berlusconiano. Il dilemma è aperto. Perché è fin troppo evidente come lo sbilanciamento a sinistra del Pd dovuto al condizionamento di Bersani da parte di Vendola possa spianare la strada ad un Renzi alfiere della bandiera della rottamazione di un vecchio modo di fare politica, che a sinistra è quello immodificato dagli anni ‘70 della Cgil e degli eredi del vecchio Pci. Ma è altrettanto innegabile che se Renzi dovesse decidere di reagire al blocco operato nei suoi confronti dalla tradizionale nomenklatura post-comunista e conservatrice della sinistra, andrebbe incontro al rischio con cui si sono dovuti misurare tutti coloro che hanno avuto l’ardire di sfidare da posizioni riformiste il moloch dell’ortodossia marxista o post-marxista. Passato il suo Rubicone, in sostanza, Renzi si troverebbe a combattere contro un nemico reale ed agguerrito formato dalla sinistra tradizionalista e contro un nemico irreale, ma ancora più pericoloso di quello concreto, formato dalla scomunica per tradimento e passaggio al nemico.

Renzi, in altri termini, finirebbe come Saragat prima e come Craxi poi. Bollato come un avventuriero al servizio del capitale finanziario (accuse in questo senso sono già partite) o delle sue ambizioni talmente sproporzionate da trasformarlo in un secondo Cavaliere nero. È disposto il sindaco di Firenze a giocare una partita contro questo nemico incorporeo che in passato ha fornito dimostrazioni evidenti di micidiale efficacia? È pronto a sfidare una tradizione perversa che condanna la sinistra riformista a rimanere subalterna e succube di una sinistra massimalista minoritaria nel paese ed incapace di preparare un futuro di innovazione e di modernità per la società italiana? Se lo fosse, il finale della Seconda repubblica potrebbe diventare meno oscuro di quanto possa apparire al momento.

Europeismo, alibi delle sistemazioni personali

 

È il caso di incominciare a parlare di europeismo. E di distinguere tra quello irresponsabile e quello responsabile. A rendere necessaria la discussione e la distinzione c’è lo spettacolo inquietante di un vertice straordinario Ue segnato da divergenze apparentemente inconciliabili tra i 27 paesi dell’Unione sul bilancio, sulla moneta unica, sugli investimenti, sulla banca centrale e su qualsiasi altro argomento posto sul tavolo della riunione. Ma c’è, soprattutto, la totale indifferenza con cui la maggioranza dei politici italiani che fanno dell’europeismo una fede assoluta ed indiscutibile reagisce all’evidente dimostrazione della crescente incapacità dell’Unione europea di affrontare una crisi economica che rischia di farla esplodere in tanti pezzi separati e tra loro conflittuali.

Lo spettacolo desolante offerto dal vertice Ue, in realtà, non stupisce. L’assenza di una unità politica dell’Europa impone ai singoli paesi di perseguire il proprio interesse nazionale. Per cui è addirittura normale che la Gran Bretagna si rifiuti di versare a Bruxelles i soldi che ha tagliato al proprio bilancio, che la Francia difenda alla morte gli stanziamenti europei per la propria agricoltura, che la Germania minacci di non sostenere la Grecia sull’orlo della bancarotta e che l’Italia, addirittura l’Italia, faccia la voce grossa sollecitando più equità nella distribuzione delle risorse. E non stupisce neppure l’eventualità che dallo scontro tra gli interessi nazionali possa venire fuori l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e l’avvio di un processo di frammentazione e scomposizione dell’intera Ue.

Ciò che colpisce è che mentre l’Europa fondata su basi economiche e commerciali e tenuta unita dalle burocrazie di Bruxelles rischia lo sfaldamento, gli europeisti italiani non prendano neppure in considerazione una eventualità del genere e si arrocchino attorno alla loro fede incrollabile pretendendo di stabilire che il futuro del nostro paese debba obbligatoriamente passare attraverso l’applicazione della cosiddetta “Agenda Europa”. Ma quale agenda? E di quale Europa?

Porre questi interrogativi non significa negare o ripudiare il valore dell’unità del Vecchio Continente. Significa, semplicemente, fissare una differenza netta tra l’europeismo fideistico ed irresponsabile e l’europeismo cosciente e responsabile.Il primo, come si è visto nel vertice Ue, porta fatalmente allo sfaldamento di una unità europea che si fonda su basi fragili come quelle date da una moneta unica priva di istituzioni unitarie e da una burocrazia dirigista priva di reale contatto con la comunità che pretende di guidare. Il secondo dovrebbe portare a correggere gli errori dell’europeismo fideistico ed a porre al centro dell’agenda politica non l’uscita dall’Ue ma la richiesta di una più forte azione del paese a livello continentale per la nascita di una Europa politica capace di dare vita agli Stati Uniti d’Europa ed una strategia unitaria per uscire dalla crisi. Distinguere tra europeismo responsabile ed irresponsabile non è una banalità. È l’unico modo per smascherare quando politici in Italia usano strumentalmente l’europeismo solo per fini politici interni. Cioè per dare un minimo di copertura politica e dignità intellettuale alle manovre in atto per le proprie sistemazioni personali. Vero Franco Frattini?

Val d’Aosta, la fuga dalle responsabilità

 

In Val d’Aosta la maggioranza dei cittadini non vuole il pirogassificatore. Cioè l’impianto che dovrebbe eseguire il trattamento a caldo dei rifiuti prodotti nella regione. Un referendum propositivo ha bocciato con una sorta di plebiscito negativo la decisione presa dal Consiglio regionale con un voto quasi unanime (trenta voti a favore e cinque astenuti su 35 consiglieri) di puntare a risolvere il problema dei rifiuti adottando il pirogassificatore. Beppe Grillo, che ha condotto in prima persona la battaglia contro l’impianto di trattamento dei rifiuti valdostani, ha legittimamente rivendicato al Movimento cinque stelle la clamorosa vittoria. E tutti gli osservatori hanno giudicato la vicenda come una significativa anticipazione di quanto avverrà alle prossime elezioni politiche. Cioè come una prova generale del grande successo che arriderà al movimento del comico genovese (ma si può ancora definire comico un personaggio che si accinge a guidare la seconda o terza forza politica del paese?). Il referendum valdostano, però, non può essere giudicato solo come una anticipazione del prossimo risultato delle politiche di primavera. Perché gli abitanti della Val d’Aosta saranno pure stati convinti a votare contro la decisione del Consiglio dall’eloquenza di Grillo, ma non si sono espressi a favore di una persona o di un partito. Hanno espresso con una valanga di schede la propria decisione di respingere in maniera netta e definitiva una possibile soluzione da dare al problema dei rifiuti della regione. Non hanno indicato alcuna soluzione alternativa al pirogassificatore. Perché il referendum, pur essendo propositivo, non proponeva nulla di tutto questo. Ma anche se ci fossero state proposte di soluzione diversa non le avrebbero comunque votate. Perché al fondo della loro scelta c’è stato il rifiuto stesso di un problema, quello dello smaltimento dei rifiuti, che viene concepito come un male da eliminare in quanto frutto della perversione della società dei consumi. Qualcuno ha visto nell’esito del referendum valdostano il vero volto dell’antipolitica. Cioè il rifiuto della razionalità che impone alla politica di affrontare e risolvere i problemi della società ed il trionfo dell’irrazionalità che nega l’esistenza dei problemi pur di negare alla politica l’obbligo di risolverli.

In realtà c’è molta razionalità nella scelta apparentemente irrazionale della maggioranza degli abitanti della Val d’Aosta. C’è il rifiuto ideologico della modernità e la scelta egoistica, ma fin troppo reale e profonda, di scaricare i problemi reali sulle spalle degli altri, purché siano estranei al proprio territorio. In questa luce l’antipolitica non è solo un atto di ripulsa della modernità ma è anche e soprattutto una scelta di rifiuto delle proprie responsabilità di cittadino. A nessuno di coloro che hanno votato “no” al referendum passa minimamente per la testa che l’alternativa al pirogassificatore in regione potrebbe consistere nel ritorno al tempo antico in cui il tenore di vita era talmente basso ed i consumi talmente ridotti da rendere insistente il problema dello smaltimento dei rifiuti. L’idea dominante è che il tenore di vita deve rimanere inalterato ed i rifiuti scaricati fuori della regione. Se i napoletani mandano la “monnezza” in Olanda, perché i valdostani non dovrebbero fare altrettanto? Nessuno, naturalmente, tantomeno Beppe Grillo, spiega ai napoletani e ai valdostani che il loro rifiuto di modernità e la loro fuga dalle responsabilità si scarica sulle spalle di tutti gli italiani. E, quindi, anche sulle loro spalle. Ma che importa, se poi si può festeggiare in piazza la vittoria contro l’inquinamento (e contro se stessi)?

Primarie, elezioni ed austerità

Non va derubricata a semplice polemica da battaglia per le primarie quella che vede contrapposti Ugo Sposetti, storico ex tesoriere dei Ds e sostenitore di Pierluigi Bersani, ed i più stretti collaboratori di Matteo Renzi. E che è incentrata sui soldi spesi dal sindaco di Firenze nella campagna per la conquista della candidatura a premier in contrapposizione con il segretario del proprio partito. Sposetti sostiene che la macchina propagandistica con cui Renzi ha percorso mezza Italia e che ha prodotto la manifestazione conclusiva alla Leopolda sia costata una cifra ben superiore a quella dei 200mila euro che è il tetto di spesa dei candidati indicato dalle regole delle primarie. L’ex tesoriere Ds ha fornito una serie di dati e di cifre ed ha concluso che i conti di Renzi sono molto più alti di quelli dichiarati ufficialmente. I renziani, ovviamente, hanno negato le affermazioni di Sposetti e lo stesso Renzi ha ribadito che tutte le cifre sono state ufficializzate sul sito ufficiale della propria campagna e provengono dalla libera sottoscrizione dei propri sostenitori. Stabilire chi abbia ragione e chi torto non è una impresa difficile. È del tutto inutile. Perché mai come nella campagne elettorali (e le primarie sono una campagna elettorale) la matematica è una opinione. Che cambia e si modifica a seconda di chi fornisce cifre e giustificazioni.

Più interessante, piuttosto, è riflettere sul fatto che le primarie, proprio perché costituiscono una campagna elettorale anticipata, comportano comunque un costo. Che forse potrà essere contenuto ma che è sempre e comunque elevato. E che da qualcuno va sostenuto. Un qualcuno che non è lo stato, visto che i rimborsi elettorali non sono ancora previsti per le primarie ma solo per le elezioni tradizionali. Chi paga, allora?  I sostenitori a colpi di piccole sottoscrizioni che nel caso di Renzi hanno raggiunto una cifra sicuramente ragguardevole (oltre i centomila euro) ma di di sicuro nettamente inferiore a quella necessaria per pagare tutte le spese? Oppure i fondi del partito, come potrebbe essere nel caso di Pierluigi Bersani, con evidente disparità di condizioni tra il segretario ed i suoi sfidanti? La questione non è di poco conto. Perché i costi delle primarie sono solo l’antipasto. Il piatto forte viene con le elezioni tradizionali. Quelle che, come tutti sanno, impongono spese gigantesche che fino ad ora sono state sopportate dalle casse dello stato ma che da adesso in poi, se mai venissero reintrodotte le preferenze, tornerebbe in parte ad essere sopportate dai singoli candidati.

In un paese afflitto da una crisi economica spaventosa, dove le aziende chiudono e la disoccupazione aumenta a ritmi sempre più preoccupanti e dove l’emergenza ha imposto un regime di austerità tale da provocare la recessione, circola un fiume di denaro che tra qualche mese è destinato a diventare uno vero e proprio tsunami. Il tutto nella più invereconda ipocrisia di chi predica la necessità dei sacrifici ed avalla non solo lo sperpero di soldi pubblici ma anche di quelli privati. E nel legittimo timore che per ottenere le somme necessarie prima alle primarie e poi alla campagna elettorale vera e propria, i singoli candidati ed i partiti possano ricorrere a quei meccanismi di finanziamento che dopo aver provocato la crisi della Prima Repubblica hanno delegittimato e di fatto smantellato anche la Seconda. Se anche la Terza dovesse nascere su queste basi, sarebbe meglio che non vedesse mai la luce.

Italia e sinistra in mano ai violenti

Una parte dei manifestanti che hanno dato vita agli incidenti dei giorni scorsi a Roma, a Torino ed in parecchie altre città italiane parteciperà alle prossime elezioni politiche votando per i partiti della sinistra italiana. Per tutti. E non solo per Sel di Nichi Vendola o per i neo–comunisti di Oliviero Diliberto che hanno deciso di non disertare le primarie del Pd e di votare per Pierluigi Bersani. Questi manifestanti non sono stati solo gli studenti che hanno ripetuto il rito ormai ricorrente da quarant’anni a questa parte dell’apertura dell’anno scolastico con i cortei e le violenze di piazza. Questo tipo di protesta, che serve quasi a segnare l’ingresso nella vita pubblica del paese degli adolescenti italiani, ha rappresentato solo un aspetto minoritario, se vogliamo ormai fisiologico e folcloristico, del fenomeno. La massa più consistente dei manifestanti è risultata essere formata da chi vuole contestare da sinistra la linea politica del governo Monti, da chi chiede la fine dell’austerità e dei sacrifici imposti dai tecnici, da chi chiede un nuovo governo che porti avanti quelle politiche dichiaratamente e squisitamente di sinistra che dovrebbero, attraverso l’aumentata presenza dello stato, provocare l’uscita della società italiana dalla crisi che l’attanaglia. E non basta. La massa maggioritaria dei manifestanti e dei violenti (se i primi non impediscono le intemperanze dei secondi sono corresponsabili di chi si diletta in guerriglia urbana) si è anche caratterizzata nell’approfittare dello sciamare nelle stradine del vecchio ghetto romano per insultare gli ebrei che vi abitano ed inneggiare a Saddam ed all’antisemitismo fondamentalista islamico.

Tutta questa gente, in altri termini, ha voluto dare un segnale politico preciso nel dimostrare che la sinistra antagonista ed estremista è più viva che mai e che sarà decisiva e condizionante nelle prossime elezioni politiche. Non si è trattato di un segnale isolato. È facile prevedere che fino al momento delle elezioni le occasioni per lanciare segnali del genere si moltiplicheranno in maniera esponenziale. Perché questo tipo di sinistra sente sul collo il fiato caldo della concorrenza elettorale di Beppe Grillo e pensa di poterlo ridurre o eliminare solo raddoppiando e radicalizzando al massimo il proprio estremismo. Non a caso la Cgil, che sostiene massicciamente Bersani nelle primarie del Pd, ha lanciato un appello alla Cisl ed alla Uil ed alle altre organizzazioni sindacali per scendere in piazza e protestare contro il governo Monti (quello stesso appoggiato dal Pd). Poco male se Pierluigi Bersani fosse disposto a fare a meno di queste componenti estremiste nel combattere prima la battaglia delle primarie e poi quella delle politiche. Ma il segretario del Pd non può permettersi in alcun modo di tenere fuori dalla porte del proprio schieramento gli eredi del vecchio massimalismo. A partire dal sindacato della Camusso. Senza di loro rischia di perdere la partita con Matteo Renzi e, soprattutto, quella per conquistare il diritto di ricevere dalle mani di Giorgio Napolitano l’incarico di formare il prossimo governo.

Di fatto, quindi, visto che lo sfaldamento del centrodestra sembra lanciare la sinistra verso la vittoria elettorale, si deve necessariamente pronosticare che la sorte del paese finirà nelle mani dei violenti, degli estremisti, di chi è fermo a miti rivoluzionari che risalgono non alla metà del secolo scorso ma alla fine di quello precedente.

Ci si può rassegnare di fronte a questo fato apparentemente ineluttabile? Il tempo per reagire è poco. Ma c’è. Si fa ancora in tempo ad evitare il disastro!

I giornalisti tra galera, crisi e delegittimazione

I giornalisti italiani sono finiti in una morsa mortale. Da un lato sono pressati da Beppe Grillo e da una parte dell’opinione pubblica nazionale che li definisce dei venduti ai loro padroni, dall’altro sono minacciati dalla classe politica che ripristina il carcere per la diffamazione allo scopo di punirli e di intimidirli per le loro campagne anti–casta. E non basta. Perché a formare la morsa ci sono anche gli editori che dall’alto scaricano sulla categoria degli addetti all’informazione i cali di vendite e di pubblicità e le conseguenze della loro politica editoriale fatta più per perseguire i propri interessi economici e finanziari che per assicurare una informazione corretta e pluralista. E c’è il mondo sempre più ampio dei normali cittadini che, dal basso e grazie all’uso sempre più allargato della rete, realizza una informazione di base a costo zero che schiaccia verso l’alto, cioè verso gli interessi estranei al mercato dell’informazione dei padroni dei media, la categoria professionale dei giornalisti.
Questi ultimi, bisogna pure ammetterlo, se la sono cercata. Il disprezzo di cui sono oggetto da parte di una opinione pubblica che ha trovato in Grillo il proprio rappresentante è il frutto della convinzione invalsa tra i cittadini e mai contrastata e smentita dai fatti che l’informazione non abbia più nulla di autonomo ma sia ormai solo al servizio dei potenti, politici o banchieri che siano. Il risentimento furibondo ed ottuso della classe politica è la conseguenza dell’accanimento con cui l’intero mondo dell’informazione ha cavalcato e continua a cavalcare, non per motivi ideali ma solo per interessi editoriali, l’ondata di antipolitica esistente da tempo nel paese. A loro volta la pressione dall’alto di editori–padroni che, non potendo delocalizzare i media per uscire dalla crisi come fanno per le aziende manifatturiere si concentrano sulla riduzione dei posti di lavoro, è il risultato di anni di totale passività e di mancanza di vitalità di una categoria apparentemente rassegnata al proprio declino. E lo schiacciamento che viene dal basso non è altro che la conseguenza della incapacità dei professionisti dell’informazione a recepire ed impiegare, con tutte le inevitabili ripercussioni normative, contrattuali ed economiche del caso, le innovazioni tecnologiche che spostano sulla rete gran parte della tradizionale informazione cartacea e televisiva. Immaginare una uscita vittoriosa da questo assedio serrata su quattro lati è una pia illusione.
Ma incominciare ad utilizzare gli strumenti in proprio possesso per sollevare il problema che solo una informazione corretta assicura il migliore funzionamento di una democrazia moderna, è pur sempre possibile. Ed è l’unico modo per allentare una morsa che può, in un colpo solo, mortificare definitivamente una categoria e trasformare una democrazia avanzata in un vecchio stato autoritario.
Certo, non è facile fare autocritica ed al tempo stesso convincere l’opinione pubblica che per uscire dalla crisi sia indispensabile una informazione non asservita, non condizionata, non intimidita e non ridotta ai minimi termini. Ma non c’è altra strada.Le ragioni di Grillo, dei politici, degli editori–padroni e dell’informazione fai da te della rete vanno bilanciate dalle ragioni della democrazia liberale.
Una democrazia che non mette in galera i giornalisti ma che impedisce anche loro di essere servi, lottizzati o preoccupati solo della tutela dei propri privilegi di casta.

Il Vietnam di Bersani e la prossima legislatura

Pierluigi Bersani ha minacciato di scatenare un “Vietnam parlamentare” se Pdl, Udc e Lega non accetteranno le sue richieste di modifica della bozza di accordo sulla nuova legge elettorale. Il leader del Pd ha un numero adeguato di deputati e senatori per concretizzare la propria minaccia. E, quindi, è facile rilevare che o riuscirà a far passare le proprie richieste (in particolare il premio di maggioranza del 10 per cento per il partito più votato) o la riforma del sistema elettorale salterà e si tornerà a votare in primavera con il tanto deprecato Porcellum.
Ed il Vietnam parlamentare? Quello scatterà nella prossima legislatura. E la sostanziale paralisi della politica a causa di una attività parlamentare perennemente bloccata dalla guerriglia degli emendamenti e dell’ostruzionismo si verificherà comunque si verificherà inevitabilmente dopo il voto.

Per evitarla Pierluigi Bersani non si dovrebbe accontentare della bozza Malan corretta secondo i suoi gusti, del Porcellum, della vecchia legge truffa di Mario Scelba e neppure della legge Acerbo di mussoliniana memoria. Dovrebbe avere il controllo totale ed assoluto del nuovo Parlamento con una maggioranza da Comitato Centrale del vecchio Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Ma si tratta di un sogno che il segretario del Pd non potrà mai realizzare. Perché i sondaggi indicano che Pd e Sel difficilmente riusciranno a superare il 30 per cento dei suffragi. E che questa cifra non supererà il quaranta neppure se ad essa si dovessero aggiungere quella attribuita all’Udc di Pierferdinando Casini e la parte dell’Idv fatta scindere allo scopo dal corpo dipietrista.

Nessun premio di maggioranza, né con il ritorno al proporzionale, né con la conferma del Porcellum, in sostanza, può cambiare una realtà che vede comunque minoritaria nel paese ed estremamente ridotta in Parlamento una qualsiasi maggioranza incentrata sulla sinistra alleata con le forze marginali del centro e dell’area post-comunista. In passato, non solo nella Prima repubblica ma anche nella Seconda, una maggioranza del genere avrebbe potuto governare, sia pure a fatica. Ma nel presente questa possibilità è preclusa. Perché in Parlamento entreranno forze d’opposizione non solo di ampie proporzioni ma decise a portare avanti battaglie tese non alla riforma del sistema politico attuale ma alla sua dissoluzione.

E queste forze, dai seguaci di un Grillo che restando fuori dal Parlamento sarà uno stimolo costante alla intransigenza antisistema dei suoi fino ai leghisti ormai indirizzati lungo la strategia delle secessione morbida del Nord, non lasceranno un attimo di tregua in Parlamento e nel paese ad una maggioranza che comunque non potrà in alcun modo derogare dalla linea del rigore e dei sacrifici imposta dall’Europa.

Può essere, allora, che con una nuova legge elettorale fatta a sua immagine e necessità o con la conferma del Porcellum, Pierluigi Bersani possa entrare da vincitore a Palazzo Chigi all’indomani del voto. Ma se mai gli dovesse capitare questa eventualità è bene che il segretario del Pd si prepari subito a tornare alle urne nel giro di pochissimo tempo. Non sarà lui a segnare la fine della Seconda Repubblica e l’avvento della Terza. Sarà lui, semmai, a segnare la fine di un ciclo politico a cui dovrà necessariamente seguire una nuova fase di cui non si sa nulla, tranne che dovrà essere necessariamente fondata sulle macerie definitive dell’attuale sistema. Non alle prossime elezioni ma a quelle successive, quindi, l’area di centrodestra deve  guardare per la propria rinascita e per il proprio rilancio.