Archivio mensile:dicembre 2012

Quella bojata pazzesca dell’Agenda Monti

Nei paesi anglosassoni c’è il “premier-ombra”. In Italia l’ombra del premier. Cioè un presidente del Consiglio di un governo tecnico che partecipa alla campagna elettorale non in maniera fisica ma in maniera virtuale. Mette il proprio nome su una lista o su una coalizione di liste che hanno il compito di strappare voti agli schieramenti di destra e di sinistra che hanno permesso l’esperimento dell’esecutivo tecnico. Ma evita di chiedere il voto degli italiani sulla sua persona non per paura di non essere eletto ma nella presunzione di poter fare tranquillamente a meno dalla partecipazione diretta al plebeo e dozzinale ludo cartaceo elettorale. Se fosse questa la sola anomalia del premier, che da tecnico si fa politico aggirando le regole della democrazia, si potrebbe anche passare sopra alla faccenda. Il “caso Monti” andrebbe giudicato come una semplice furbata di stampo vetero-democristiano. Una di quelle trovate bizantine e contorte tanto care ai leder Dc della Prima Repubblica.

E non rimarrebbe altro che farsene una ragione. Magari imprecando contro il destino cinico e baro che riserva agli italiani la sorte di essere sempre vittime di presuntuosi ed arroganti pasticcioni. Purtroppo, però, il “caso Monti” è una anomalia dalle conseguenze più gravi. La prima è che punta a far saltare apertamente la democrazia dell’alternanza. Prima della ascesa in politica del Divo Professore lo schema bipolare e le previsioni indicavano che la sinistra avrebbe battuto il centrodestra e che Bersani sarebbe diventato con ogni probabilità l’Hollande italiano. Dopo un ciclo di centrodestra si sarebbe aperto uno di segno opposto: cioè un evento normale per un paese normale. Con l’ombra di Monti sopra il campo, invece, la situazione cambia.

Perché le liste centriste rischiano di far perdere a Bersani il vantaggio su cui poteva contare, possono consentire a Berlusconi ed alla Lega di recuperare e limitare la sconfitta a cui sembrano destinati. E, soprattutto, possono creare le condizioni per una alleanza post-elettorale tra centro e sinistra fondata su un equilibrio talmente precario da far prevedere una legislatura instabile e perennemente paralizzata dallo scontro di potere tra le varie anime della coalizione. Che faranno i candidati premier alternativi Bersani e Monti? Riesumeranno la staffetta a palazzo Chigi di antica memoria? Come verranno scelti i ministri? Con il riscoperto manuale Cencelli delle mediazioni interminabili e dei compromessi inconfessabili? E, soprattutto, che farà il paese nella mani di un’alleanza di governo troppo presa dai propri problemi di potere interni da potersi occupare di come uscire dalla recessione economica? L’interrogativo è doveroso. Non solo perché con Monti rientra in scena la Prima Repubblica ma perché la tanto decantata “agenda” del Professore, quella che dovrebbe taumaturgicamente risolvere tutti i mali del paese, è in realtà un canovaccio dirigista e statalista di bassa lega. Che prevede tasse e sacrifici senza alcuna ripresa.

E che, soprattutto, evita accuratamente di affrontare le grandi riforme indispensabili per la fuoriuscita del paese dalla crisi. L’agenda di Monti, infatti, ignora del tutto la necessità di una riforma istituzionale. E si capisce, visto che in realtà il professore non vuole riformare ma solo riesumare l’epoca della centralità democristiana. Non tocca minimamente il problema della riforma fiscale. Ed anche questo si capisce visto che il professore non ha alcuna intenzione di alleggerire la pressione del fisco sugli italiani. Non sfiora l’argomento di un ulteriore passo in avanti sul terreno della riforma del lavoro. Ovviamente per non compromettere la possibilità di una alleanza post-elettorale con i progressisti. Infine, ignora completamente il capitolo della riforma delle autonomie, che poi è il capitolo della riduzione dei costi dello stato burocratico e della politica. E trasforma il tema della riforma della giustizia in un semplice argomento di campagna elettorale antiberlusconiana. L’agenda Monti, quindi, non è la soluzione dei problemi, ma una bojata pazzesca. E di questo è impossibile farsene una ragione!

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Lista Merkel, “vecchie glorie”, Bagnasco

 

Non è solo una Lista Merkel quella con cui il presidente del Consiglio, Mario Monti, conta di presentarsi alle prossime elezioni. E non è neppure una lista solo di “vecchie glorie” del professionismo politico e para-imprenditoriale quella con cui il “tecnico” per eccellenza conta di effettuare la metamorfosi in demiurgo politico. A ben guardare c’è un terzo modo di definire l’operazione che Monti si accinge a realizzare accogliendo le sollecitazioni della Cancelliera tedesca, dei capi dei cespugli centristi come Casini, Fini, e Pisanu e degli eterni mediatori tra economia, finanza e politica come Montezemolo. La terza targa della lista montiana è quella della Cei e del suo presidente Cardinal Bagnasco. Che ha messo a disposizione del presidente del Consiglio quella parte del mondo cattolico italiano rappresentata dal Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, dal Bonanni della Cisl, dall’Olivero delle Acli e da alcuni pezzi di Comunione e Liberazione che cercano di salvarsi dal crollo del modello Lombardia che avevano sostenuto per un paio di decenni. È bene identificare le tre componenti della lista Monti non per poter lanciare una qualche polemica. Ma per capire fin da ora, cioè da prima ancora che la lista sia stata presentata ufficialmente, quale sia lo schema con cui i montiani intendano giocare la partita elettorale e quale l’obbiettivo di fondo verso cui siano proiettati.

Lo schema è quello del Cardinale Bagnasco. Cioè di quei cattolici progressisti che nel nostro paese dai tempi del Concilio Vaticano II vanno testardamente perseguendo l’alleanza storia ed irreversibile tra loro stessi ed una sinistra verso cui nutrono da sempre una singolare sudditanza politica e culturale. Secondo questo schema, quindi, il compito della lista Monti è di creare le condizioni per realizzare il ritorno all’eterno centrosinistra della Prima Repubblica. Con Monti destinato ad allearsi comunque con il certo trionfatore Bersani. Ed a farlo in condizioni migliori di quanto potrebbero fare i poveri “cespugli” centristi se fossero abbandonati a se stessi ed ai loro vecchi leader squalificati. L’obbiettivo realistico degli strateghi cattolici-progressisti, quindi, è di creare un centro sufficientemente forte per poter trattare (non in condizione di servitù come farebbero i Casini ed i Montezemolo) con un Pd sicuro vincitore delle prossime elezioni.

Il tutto per arrivare alla formazione di un governo di sinistra-centro guidato da Bersani ma caratterizzato dalla presenza di un Monti che, essendo garante della sinistra nei confronti della Cancelliera Merkel, sarebbe automaticamente garante anche della componente cattolica in perenne sudditanza politica e culturale nei confronti dei post-comunisti. Naturalmente questo schema ha una variante. Che è data dalla consapevolezza che con l’attuale sistema elettorale la vittoria della sinistra e la possibilità dell’alleanza tra sinistra e centro possano trovare l’intoppo della tenuta del Pdl e del centrodestra in alcune regioni-chiave come la Lombardia, la Sicilia. In questo caso l’asse Bersani-Monti, averebbe una larga maggioranza alla Camera ma sarebbe in minoranza al Senato e non potrebbe governare. L’obbiettivo, in questo caso, sarebbe il ritorno alla larga coalizione, ovviamente guidata da un Monti non più tecnico ma provvisto di investitura popolare. O l’ennesimo tentativo di spappolare il Pdl convincendo quelli che oggi rimangono tra le fila berlusconiane non più per convinzione ma solo per poter conservare la possibilità di rientrare in Parlamento, a passare di campo ed a sostenere il progetto del ritorno all’eterna alleanza tra i cattolici progressisti di antico stampo e la sinistra inguaribilmente ferma alle idee degli anni settanta del secolo scorso. E la crisi? E le riforme? Con la metamorfosi in politici i tecnici hanno già archiviato questi interrogativi. Ciò che conta, ormai anche per loro, è solo il potere.

Governo tecnico, Monti politico

 

C’è un problema aggiuntivo nella vicenda della eventuale discesa in campo del presidente del Consiglio, Mario Monti. Sia nella versione della sua presenza virtuale attraverso non una candidatura diretta in una lista intestata al suo nome, sia nella versione della presenza reale attraverso una partecipazione attiva e diretta nella campagna elettorale alla guida o di un ampio rassemblement di centrodestra o di una più ristretta area di centro formata da Casini, Fini, Montezemolo e qualche ministro del proprio Gabinetto. Questo problema riguarda direttamente il Capo dello stato. Che è un personaggio di lunghissima esperienza politica e parlamentare che non può ignorare come possa rappresentare una anomalia decisamente esagerata quella di un governo tecnico che assume vesti politiche in campagna elettorale e lo fa con il dichiarato obbiettivo di strappare voti ai partiti che hanno formato la propria paggioranza e gli hanno consentito di goverare per un anno di seguito.

Napolitano sa bene che la prassi seguita durante l’intera storia repubblicana sia stata quella di affidare la guida del paese durante le fasi elettorali o a governo tecnici incaricati di garantire la terzietà delle istituzioni o a governo depotenziati da un punto di vista politico ed incaricati di assicurare solo il disbrigo degli affari correnti. Il tutto proprio per evitare una influenza eccessiva dell’esecutivo ai danni di questa o di quella forza politica durante la delicatissima fase del confronto tra i partiti per la formazione del consenso.

Appare fin troppo evidente che nel momento in cui Monti dovesse decidere di partecipare, in maniera virtuale o reale, diretta o indiretta, alla campagna elettorale, questa prassi verrebbe stravolta e ribaltata. Perché Monti userebbe il proporio ruolo di presidente del Consiglio di un governo tecnico non per garantire la terzietà delle istituzioni ma per fare concorrenza diretta sia ai partiti della propria maggioranza che a quelli dell’opposizione cercando di strappare a ciasuco di loro il maggior numero di consensi.

A regola di logica e di buon senso, in altri termini, di fronte alla eventuale scelta di Monti di scendere in campo, dovrebbe prendere atto della trasformazione del governo tecnico in governo politico e procedere alla formazione di un altro governo tecnico destinato a gestire le elezioni in sostituzione di quello divenuto un soggetto politico come tutti gli altri.

Naturalmente nessuno si stupirebbe se il Presidente della Repubblica dovesse prendere atto dell’anomalia facendo finta di niente.

Perché sostituire il governo tecnico di un Monti concorrente politico dei vari Bersani, Berlusconi e compagnia bella allungherebbe i tempi, rinvierebbe almeno alla fine di aprile la data del voto, provocherebbe il cosiddetto ingorgo istituzionale e, soprattutto, susciterebbe grandi preoccupazioni in quelle Cancellerie e poteri europei che puntano sui Monti per mettere in sicurezza l’Italia così come, sia pure in maniera pasticciata e con il ricorso alle elezioni riparatorie di un risultato sfavorevole, è stato fatto a suo tempo con la Grecia.

È facile, dunque, escludere che all’eventuale discesa in campo di Monti possa seguire la formazione di un governo tenico destinato a sostituire quello tecnico divenuto nel frattempo iperpolitico. Ma è opportuno che il problema posto da una anomalia così clamorosa venga formalmente sollevato anche nel silenzio e nell’indifferenza generale. A futura memoria e per onestà intellettuale e politica.

Il paracadute privilegiato di Ingroia

 

Antonio Di Pietro ha raggiunto la notorietà con le inchieste su Mani Pulite e successivamente ha pensato bene di mettere a frutto l’attività effettuata come magistrato fondando un partito e dedicandosi all’attività politica. Luigi De Magistris ha conquistato le prime pagine dei giornali scatenando una furibonda polemica con il Consiglio superiore della magistratura e con il vicepresidente dell’epoca, Nicola Mancino. Ha utilizzato l’effetto mediatico prodotto dalla vicenda, si è vestito da Masaniello e, con una vibrante campagna elettorale condotta all’insegna della protesta contro i poteri tradizionali, è riuscito a diventare sindaco di Napoli. I loro esempi, ovviamente, non sono rimasti isolati. Al contrario, hanno trovato numerosi imitatori pronti a tesaurizzare la propria attività di magistrato per costruire delle brillanti carriere politiche.

Ora tocca ad Antonio Ingroia seguire le orme di Di Pietro, De Magistris e compagnia bella. L’ex pm della procura di Palermo, dopo aver raggiunto l’apice della popolarità con la pesante contestazione mossa nei confronti del presidente della Repubblica a proposito del coinvolgimento di Nicola Mancino nell’inchiesta sul presunto patto tra mafia e stato, si prepara a gettarsi nella mischia della prossima campagna elettorale come capolista del Movimento Arancione fondato da De Magistris e Leoluca Orlando e pronto ad apparentarsi con l’Italia dei Valori e con Rifondazione comunista. La notizia non deve preoccupare o suscitare alcuna irritazione. Al contrario, deve far tirare un sospiro di sollievo. Finalmente finisce il ridicolo balletto del magistrato che rivendica il diritto di cittadino ad esprimere liberamente la propria opinione salendo sulla cattedra privilegiata del proprio ruolo di toga totalmente legibus soluta.

Finalmente il super-eroe della procura di Palermo, provvisto dei super-poteri che l’autonomia, l’indipendenza e la discrezionalità nell’obbligatorietà dell’azione penale gli assicurano, diventa un cittadino normale con gli stessi diritti e gli stessi doveri di di ogni altro comune abitante del nostro paese. E, soprattutto, finisce quella singolare telenovela che prevede costosi collegamenti televisivi di tutti i programmi informativi delle tv pubbliche e private con il Vate barbuto piazzato tra le palme del Guatemala a dispensare proclami di varia natura agli sbigottiti telespettatori italiani. È un bene, in sostanza, che Ingroia renda ufficiale quella partecipazione alle partite politiche in cui fino ad ora figurava nelle vesti improprie di arbitro. A guadagnarci non c’è solo la chiarezza dei ruoli e dei comportamenti ma è, in primo luogo, il sistema democratico fondato sul confronto delle idee realizzato su basi paritarie tra i cittadini. Questi ultimi ora possono valutare senza condizionamenti di sorta le idee di Ingroia.

Ed approvarle o respingerle senza l’ingiusta speranza di ottenere la patente della virtù nel primo caso o di finire nell’inferno dei reprobi nel secondo. Semmai, visto che è molto di moda in questi tempi l’idea che a candidarsi possano essere solo le persone perbene, non sarebbe male incominciare a riflettere sulla opportunità di aggiungere alle liste pulite anche le liste dei non privilegiati. Cioè di quelli che per essere eguali agli altri cittadini bilancino lo sfruttamento elettorale della propria notorietà di magistrati rinunciando all’aspettativa e rassegnando le dimissioni dall’ordine giudiziario all’atto della discesa in campo in politica. Troppo comodo puntare al professionismo politico con il paracadute offerto dalla possibilità di rientrare a pieno titolo e stipendio nella magistratura in caso di bocciatura popolare!

Il Pdl è condannato a l’unità

 

È più di un anno che i cespugli centristi lavorano al progetto di spaccare il Pdl e con i pezzi del maggiore partito del centrodestra dare vita ad un nuovo centro destinato ad allearsi dopo le elezioni con il Pd di Pier Luigi Bersani. Questo disegno è stato ad un passo dalla sua realizzazione. Prima al momento della caduta del governo Berlusconi. Ed allora è stato sventato dalla sostanziale impreparazione degli esponenti del Pdl che nella testa degli strateghi centristi avrebbero dovuto comportarsi da “quinta colonna” e seguire Gianfranco Fini lungo la strada della distruzione del partito del centrodestra. Le settimane scorse è sembrato che Berlusconi avesse in animo di spacchettare il Pdl per partecipare alle elezioni con una propria lista personale. Ed anche in questa occasione a sventare il disegno che prevede la secessione degli anti-berlusconiani del Pdl ci ha pensato il solito Cavaliere che, dopo essere ridisceso in campo nella campagna elettorale, ha sparigliato le carte annunciando di essere pronto a passare la mano a Mario Monti come federatore di una grande coalizione di moderati capace di battere la sinistra del duo Bersani-Vendola. Nessuno può escludere che, come un fiume carsico che appare e scompare, anche il progetto di spaccare il Pdl allontanato dalla mossa del Cavaliere possa riaffiorare con maggiore energia nel prossimo futuro. Ma questa volta a rendere meno probabile l’eventualità c’è un fattore aggiuntivo e diverso da quello delle operazioni tattiche difensive di Berlusconi. C’è la consapevolezza del gruppo dirigente del Pdl che la propria salvezza politica e personale, cioè la possibilità di rielezione e di poter pesare e contare sugli equilibri governativi della nuova legislatura, passa obbligatoriamente attraverso la difesa e la conservazione dell’unità del partito. Non importa se questa unità si mantiene nel nome di Berlusconi, di Alfano o della Madonna Pellegrina. L’importante è che non vada in alcuna caso dispersa o vanificata. Perché chiunque decidesse di uscire dal Pdl, fosse la componente più consistente da un punto di vista numerico o quella più segnata da una identità precisa, si voterebbe alla marginalità ed alla irrilevanza. Chi volesse uscire da destra si troverebbe ad interloquire solo con la formazione di Francesco Storace e sperare al massimo di superare la soglia di sbarramento del 4 per cento per la Camera (l’otto per cento per il Senato non sarebbe mai raggiungibile). E chi lo volesse fare da sinistra per costruire insieme con i cespugli centristi una lista d’ispirazione montiana, perderebbe ogni peso politico reale diventando una semplice sussistenza o appendice marginale non tanto di Monti quanto di Casini, Fini e Montezemolo. Per i dirigenti del Pdl, quindi, la conservazione dell’unità del partito diventa l’unica strada percorribile per continuare ad avere un qualche ruolo (oltre che maggiori possibilità di rielezione). Certo, la difesa dell’unità non può comportare la riproposizione della vecchia obbedienza pronta, cieca ed assoluta ai voleri del fondatore. Poiché anche per Berlusconi l’unità del Pdl rappresenta la condizione indispensabile per la propria sopravvivenza politica, le diverse componenti del partito di maggioranza del centrodestra debbono far valere le proprie ragioni e le proprie esigenze. In particolare all’atto della formazione delle liste. Il ché non è la scoperta dell’acqua calda, ma il vero segnale di novità che viene dal Pdl. Un segnale che supplisce alle mancate primarie copiate al Pd e che fornisce una prova di vitalità interna fino ad ora considerata impossibile ed impensabile.

Aspettando Monti che forse non arriva

Scende o non scende? Rimane o non rimane ? Sale o non sale? Gli interrogativi, ovviamente, riguardano tutti Mario Monti. Scende in campo nella campagna elettorale accogliendo la richiesta di Silvio Berlusconi di guidare un fronte moderato ancora tutto da definire oppure accettando la proposta di Casini e Fini di risolvere il loro problema personale e diventare il capo del centrismo che non c’è? Oppure rinuncia a qualsiasi discesa e si ritrae come Cincinnato nel suo metaforico campicello professorale in attesa di essere richiamato a furor di media e di poteri forti dopo un voto destinato presumibilmente a decretare lo stato di ingovernabilità del paese?

Rimane a Palazzo Chigi fino ad oltre la data delle elezioni ben consapevole che con ogni probabilità , sempre a causa di un esito non decisivo della consultazione popolare, dovrà restare al proprio posto a guidare un governo di emergenza ormai stabile se non addirittura definitivo almeno per buona parte della prossima legislatura? Sale o non sale al Colle, non tanto per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio ed essere incaricato di restare al proprio posto per il disbrigo degli affari correnti in campagna elettorale, quanto per fare una ricognizione delle stanze che potrebbe occupare in primavera in qualità di successore di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica?

Ognuno di questi interrogativi ha un fondamento. Nessuno, al momento, ha una risposta certa. E questa incertezza ha un doppio effetto. Da un lato trasforma Mario Monti nel convitato di pietra della prossima campagna elettorale e lo pone al centro di ogni discorso, ipotesi, prospettiva o fantasia istituzionale. Dall’altro dimostra in maniera fin troppo brutale come nel nostro paese la crisi non sia solo economica ma anche politica e culturale. Al punto da trasformare in demiurgo salvatore della patria, in novello Cincinnato console invitto o in un italico e moderno generale De Gaulle un personaggio che nell’anno in cui è stato al governo del paese ha dimostrato di saper poter parlare benissimo l’inglese nei consessi internazionali edi capire altrettanto bene le esigenze dei governi e dei poteri forti europei, ma di avere come unica ricetta per uscire dalla crisi quella dell’uso del torchio fiscale sui ceti medio-bassi della società italiana.

La conclusione, dunque, è sconsolante. Se al centro della scena italiana come unica speranza di un migliore futuro per il paese non c’è una strategia ed una visione politica ma solo i dilemmi sulle possibili scelte di Mario Monti siamo decisamente messi male. Non per sfiducia o scarsa considerazione nei confronti del Professore. Ma perché, a dispetto del coro ampio e compatto di adulatori italiani e stranieri su cui può contare, l’attuale presidente del Consiglio non ha fornito ancora indicazione o conferma su quale possa essere la strada migliore per risanare e rilanciare il paese oltre quella della semplice e scontata pressione fiscale in continuo aumento.

Si dirà che il giorno in cui dovesse decidere il proprio futuro scegliendo di accogliere la proposta di Berlusconi, quella di Casini e Fini o quella di Bersani di entrare a far parte del proprio ipotetico governo a fianco di Vendola, Monti scioglierebbe il dilemma indicando la strada e la propria visione politica e culturale.

Ma fino a quel giorno (sempre che poi ci sia, visto che con ogni probabilità Monti eviterà di scendere in campo preferendo salire al Colle) nessuno potrà ragionevolmente prevedere quali potranno essere le prospettive della società italiana. A conferma che alle volte il problema di un paese non è quello di avere “un uomo solo al comando” ma di non avere nessuno che sappia o voglia effettivamente uscire dal gruppo e prendere la guida della carovana.

Mario Monti tra ragione e ambizione

 

Può anche essere che, raccogliendo gli appelli disperati di Pier Ferdinando Casini e di Gianfranco Fini, Mario Monti decida di compiere il grande passo e di presentarsi alle prossime elezioni alla guida dell’area centrista. Ma per fare che? Con quale progetto? Con l’idea di poter succedere al se stesso alla guida di un nuovo governo tecnico nella prossima legislatura? Oppure con la speranza di strappare a Casini la titolarità della politica dei sue forni e contrattare all’indomani delle elezioni (sempre che il suo schieramento diventi l’ago della bilancia della politica italiana) la possibilità di formare il governo con il migliore offerente? O, terza ed ultima ipotesi, con la convinzione di poter convincere Silvio Berlusconi a cedergli lo scettro di leader dello schieramento moderato alternativo alla sinistra e realizzare l’opera non riuscita al Cavaliere di dare vita al Partito Popolare italiano mettendo insieme Pdl, Udc, Fli, montezemoliani ed annessi e connessi centristi?

A questi interrogativi non c’è, al momento, una risposta certa. L’unico dato sicuro è che il presidente del Consiglio ha recepito correttamente il ritiro della fiducia politica da parte del Pdl ed ha rassegnato le dimissioni. E che di fronte a se ha due strade distinte e precise.

La prima è di essere incaricato dal presidente della Repubblica di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti oltre che per l’approvazione di alcuni provvedimenti indispensabili, come la legge di stabilità ed i decreti mille-proroghe e sull’Ilva.

La seconda è di annunciare di uscire da Palazzo Chigi per partecipare in prima persona alla campagna elettorale e lasciare il ruolo di capo del governo ad un altro personaggio, ovviamente tecnico o comunque super partes, destinato a gestire al suo posto la conclusione della legislatura e la campagna elettorale.

Le due strade, ovviamente, sono antitetiche. Con la prima Monti può mantenere la propria condizione di riserva tecnica della Repubblica. Per succedere a se stesso con un altro governo tecnico nel caso dalle elezioni non dovesse scaturire una maggioranza definita e stabile. O, per diventare, grazie alla conferma della propria “terzietà”, il più autorevole candidato alla successione di Giorgio Napolitano nella carica di presidente della Repubblica.

Con la seconda, viceversa, Monti diventa lo sfidante sia di Silvio Berlusconi che di Pier Luigi Bersani, si trasforma in un soggetto politico alla pari degli altri e perde automaticamente la sua caratteristica di tecnico super partes a cui affidare le sorti del paese e delle istituzioni in nome dell’emergenza.

Non ci sono tifosi per la prima soluzione. Ce ne sono, viceversa, tantissimi per la seconda. Quelli che si oppongono al ritorno della logica bipolare e temono di venire schiacciati dallo scontro tra Bersani e Berlusconi, tirano per la giacca il Professore sollecitandolo a scendere in campo per ricreare le condizioni del quadro politico della Prima Repubblica. E quelli che, con il passaggio di Monti dall’empireo della terzietà al livello terrestre della normale lotta politica, sperano di poterlo tagliare facilmente fuori sia dalla possibile successione a se stesso a Palazzo Chigi, sia dalla partita per la Presidenza della Repubblica.

Questo significa che Monti possa decidere sul serio di delegare ad un altro tecnico il compito di gestire il governo elettorale e di puntare a sparigliare le carte del prossimo voto politico?

Il dilemma è forte. Il Professore non sembra essere un personaggio umorale e da l’impressione di calcolare sempre con grande attenzione le proprie scelte. Ma troppo spesso l’ambizione ha la meglio sulla razionalità. L’importante, comunque, è che la decisione in un senso o nell’altro arrivi presto. Il paese non può attendere.

Il Pd e l’assenza di avversario

 

L’irritazione e la rabbia per la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi non riguarda affatto la persona del Cavaliere. Anche chi lo accusa di aver provocato il disastro del paese dal 2008 allo scorso anno sa bene che si tratta di una tragica bugia. Perché l’Italia non paga l’ultimo berlusconismo ma i quattro decenni precedenti segnati dal patto irresponsabile tra capitalismo familiare, confederazioni sindacali e grandi partiti clientelari tesi a scaricare sullo stato e sulle future generazioni i costi insopportabili dello stato burocratico-assistenziale.

E non è neppure vero che l’immagine del Cavaliere getta una ombra di ridicola instabilità sul paese agli occhi delle cancellerie europee o dei mercati internazionali. Perché sul leader del Pdl si appuntano i pregiudizi stranieri che riguardano non la persona ma l’Italia nel suo complesso, cioè un paese che non ha saputo recuperare in settant’anni la sovranità, l’identità e l’indipendenza perdute con la sconfitta rovinosa nella seconda guerra mondiale e che viene sempre visto come il “ventre molle” dell’Europa. E non perché la seconda potenza industriale europea lo sia effettivamente, ma perché il pregiudizio anti-italiano serve a sostenere gli interessi nazionali di Germania e Francia e dei loro satelliti in una Europa priva di una propria identità politica. L’irritazione e la rabbia nei confronti della ridiscesa in campo di Berlusconi nasce, allora, da una ragione diversa. Che è rappresentata dalla pretesa, bizzarra in qualsiasi altro paese del mondo ma perfettamente comprensibile nel nostro, secondo cui la sinistra e chi fa parte del sistema di alleanze dei post-comunisti dovrebbe avere per diritto storico (o forse anche divino) il monopolio esclusivo della politica nazionale. Ciò che irrita e suscita sdegno, condanna ed esecrazione (la formula politicamente corretta degli anni ’70), in sostanza, è che possa tornare a riaffiorare una qualche alternativa politica alla sinistra italiana. In pratica, che il Pd possa avere un antagonista, magari azzoppato per via giudiziaria, demonizzato per via mediatica, indebolito per via economica e finanziaria.

E che questo avversario, benché messo in ginocchio, svillaneggiato e ridicolizzato in lungo ed in largo, abbia addirittura l’ardire di rialzare la testa e riscendere in campo per giocare la partita elettorale. Non è Berlusconi, allora, il vero bersaglio della irritazione e dello stupore indignato. È il popolo del centrodestra. Quello che un tempo, nella sua qualità di “maggioranza silenziosa”, non aveva diritto ad alcuna presenza politica tranne la misera possibilità di delegare alla Dc il compito di contenere al minimo la straripante egemonia politica e culturale della sinistra. Lo stesso popolo che ha trovato per vent’anni il proprio rappresentante in Silvio Berlusconi, un imprenditore imprestato occasionalmente e senza alcuna preparazione di base alla politica. E che oggi, in assenza di un leader nuovo in grado di sostituire il Cavaliere (avrebbe potuto essere Matteo Renzi, lo stesso Mario Monti, Gianfranco Fini se non si fosse comportato da arrogante babbeo e Angelino Alfano se avesse avuto il tempo giusto di crescita e maturazione) è costretto a ritrovarsi ed a riconoscersi in Berlusconi se non vuole tornare ad essere una maggioranza irrilevante oltre che senza diritto alla parola. Ciò che va in scena in questi giorni, dunque, non è il ritorno del Cavaliere, ma la pretesa della sinistra e delle forze ad essa subalterne (a partire dai cespugli casiniani e casinisti del centro) di avere il diritto di vincere le prossime elezioni per assenza di avversario. Attraverso il Cavaliere, dunque, il popolo del centrodestra torna in campo. Forse non per vincere. Ma, di sicuro, per giocare la partita.

Silvio Berlusconi è come Silvio Piola

 

Raccontano le storie del calcio che Silvio Piola giocò fino alla soglia dei quarant’anni. Con l’età era diventato più lento e meno potente. Ma bastava il suo nome per mettere in ansia le difese delle squadre avversarie. Perché la classe non era affatto scomparsa e tutti sapevano che gli sarebbe bastato un solo guizzo per far vincere la partita alla propria squadra e giustificare la presenza in campo.

Per il Pdl, Silvio Berlusconi è l’equivalente di Silvio Piola. Sarà pure diventato più lento, meno potente di prima. Ma lasciare in panchina un talento puro delle campagne elettorali come il Cavaliere sarebbe un atto di autolesionismo. O va relegato in tribuna dopo avergli tolto la divisa ed avergli imposto di mettere gli scarpini al chiodo. Oppure gioca e costringe la squadra avversaria a concentrarsi su di lui nel tentativo di scongiurare il famoso guizzo del campione in grado di risolvere la partita o ribaltarne il risultato. Il Pdl, quindi, sarebbe autolesionista se non decidesse di puntare ancora una volta sul suo fondatore. Perché, malgrado l’appannamento e le infinite campagne di denigrazione subite ed ancora in corso, rappresenta ancora una speranza ed un punto di riferimento per quella parte dell’elettorato di centrodestra che non vuole arrendersi alla prospettiva di consegnare il paese ad una sinistra fatta di gente che saluta la vittoria di Bersani alle primarie con il pugno chiuso della vecchia tradizione comunista.

Esiste nel Pdl una alternativa al vecchio campione? Se ci fosse stata, sarebbe spuntata in questi ultimi mesi di passo indietro berlusconiano e di tormento interno dei quadri dirigenti del partito. Ma l’alternativa non è spuntata. Non solo in veste di leader nuovo. Ma soprattutto in veste di linea politica innovativa. Chi pensava che al berlusconismo vecchio stampo si sarebbe dovuta sostituire l’alleanza ad ogni costo con i centristi ex-democristiani e finiani, è rimasto al palo. La prospettiva di dare vita insieme all’Udc ed agli altri cespugli centristi il Ppe italiano, scaricando gli ex-An e i liberali storici ex-Forza Italia, è miseramente naufragata. Perché Casini è ammalato di tattica, Fini è la zavorra di qualsiasi progetto politico, Montezemolo non corre, i cespugli di area cattolica hanno già deciso di saltare sul carro del vincitore bersaniano e , soprattutto, gli elettori hanno già condannato un esperimento che non sa proporre…

nulla al paese e punta solo a conservare le poltrone a pochi e privilegiati vecchi professionisti della politica. Rimane, allora, solo Berlusconi. Che sarà pure stanco, appesantito, subissato di aggressioni ed azzoppato dai media dei poteri avversi e dalla magistratura politicizzata. Ma che rappresenta sempre il bipolarismo. E, in quanto espressione vivente del sistema dell’alternanza democratica, diventa il punto di riferimento naturale di quella parte dell’elettorato del centrodestra che non vuole arrendersi all’idea di consegnare il paese al duo Bersani-Vendola, espressione della sinistra più retriva e conservatrice.

Più che resistere all’idea di rivedere il Cavaliere in campo, quindi, il Pdl deve affrettarsi a rimettere la squadra al servizio del vecchio campione e della logica bipolare. Perché è vero che Berlusconi può essere convincente solo nei confronti del vecchio elettorato di centrodestra (un elettorato che però era maggioritario nel paese). Ma è altrettanto vero che, se la squadra del Pdl si preparasse a dovere, potrebbe puntare ad intercettare quella parte della società italiana che avrebbe votato per Renzi in nome del cambiamento e della novità, che non vuole i pugni chiusi di Bersani e Vendola e che rifugge dalla protesta sterile e guittesca di Beppe Grillo. Proposito irrealistico? Anche nel ‘94 lo era. E diventò incredibilmente reale.

Ingroia si presenti alle elezioni

 

Dal lontano Guatemala, Antonio Ingroia ha bollato come “sentenza politica” la decisione della Corte costituzionale di accogliere il ricorso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, contro il comportamento tenuto dalla procura di Palermo nella vicenda delle intercettazioni delle telefonate tra il Capo dello stato e l’ex ministro Nicola Mancino. Dai vicini palazzi del potere la replica ufficiosa alla affermazione del pm palermitano, ora impegnato in una missione internazionale in Centro America, è stata che la la “risposta politica” è stata la logica conseguenza di una “inchiesta politica”. Ovvero, “chi la fa la aspetti! Ora è facile prevedere che la “sentenza politica” relativa ad una “inchiesta politica” troverà il suo logico sbocco politico nella prossima campagna elettorale. Chi ha sostenuto a spada tratta il senso ed il valore “politico” della inchiesta dei magistrati di Palermo sulla presunta trattativa tra stato e mafia non perderà l’occasione di usare come arma elettorale la sentenza della Corte costituzionale presentandola come la conferma più evidente e clamorosa della volontà delle massime istituzioni di nascondere i “misteri” del Quirinale e le trame oscure antiche e recenti tra uomini dello stato ed organizzazioni mafiose. Al tempo stesso, chi difende la sacralità dei massimi vertici della Repubblica userà la decisione della Corte costituzionale per respingere l’offensiva dei giustizialisti più intransigenti e fondamentalisti e denunciare il carattere strumentale degli attacchi al Quirinale. Tutto questo non va visto necessariamente come un male. Perché se l’inchiesta dei pm di Palermo è stata “politica” e la decisione della Consulta la logica risposta “politica” alla inchiesta stessa, è addirittura un bene che lo sbocco naturale di una partita così fortemente caratterizzata in senso politico sia la campagna elettorale intesa come il tribunale di ultima istanza della volontà popolare.

È giusto, in sostanza, che siano gli elettori a farsi una convinzione, a scegliere, a decidere ed a dipanare la matassa, premiando o bocciando chi ha dato il via al meccanismo tutto politico di una inchiesta che ha prodotto la reazione del Capo dello stato e la decisione della Corte costituzionale. Ingroia, in sostanza, non può restare in Guatemala. Deve tornare in Italia e partecipare in prima persona alla competizione elettorale sostenendo le ragioni che lo hanno spinto a dare battaglia ai massimi vertici istituzionali di oggi e del passato. Se vuole essere conseguente con la sua costante rivendicazione dei propri diritti di cittadino, primo fra tutti quello d’opinione, ha il dovere morale di rivolgersi direttamente agli italiani. Ma senza la copertura e l’autorità che gli derivano dalla toga di magistrato. Rinunciando al privilegio di poter garantire le proprie convinzioni dietro lo scudo protettivo di un ruolo intoccabile, insindacabile e privo di una responsabilità personale di qualsiasi tipo.Il pm palermitano si deve accontentare del già ampio privilegio di poter contare sull’ampia notorietà acquisita grazie alla propria attività di funzionario dello stato. Il ché, oggettivamente, non è un privilegio di poco conto. Ma deve avere il coraggio di giocare la partita delle proprie opinioni senza lo scudo protettivo assicurato dalla funzione di garante e custode della legalità. Come ogni altro cittadino che è convinto di avere qualcosa da dire al paese e decide di sottoporlo al vaglio del corpo elettorale. Certo, per Ingoia non deve essere facile rinunciare alla missione internazionale, alla propria carriera di magistrato fondata su scatti automatici e sostenuta dall’alta visibilità mediatica assicurata dalle proprie inchieste. Ma in democrazia funziona così! O, meglio, dovrebbe funzionare così!