Archivio mensile:gennaio 2013

Sul paese l’ombra del voto inutile

 

Chi guarda più lontano della fine di febbraio vede già una legislatura brevissima e prospetta l’ipotesi di un ritorno al voto in tempi strettissimi. Addirittura nel giro di un anno ed in abbinata con le elezioni europee. Uno scenario del genere non è affatto improbabile.

Perché sembra ormai scontato che il Pd difficilmente riuscirà a conquistare la maggioranza sia alla Camera che al Senato e sarà costretto a venire a patti con qualche partito oggi concorrente. E perché, qualunque possa essere la coalizione scaturita da questo patto, la caratteristica della nuova coalizione governativa sarà inevitabilmente quella della conflittualità interna e della assoluta precarietà.

Una sorte del genere non riguarda solo l’eventualità di una alleanza post-elettorale tra il Pd e l’area centrista guidata da Mario Monti, alleanza destinata a realizzarsi sulla base di un abbandono dell’attuale presidente del Consiglio di qualsiasi ruolo governativo (magari per uno istituzionale) che però provocherebbe lo sfaldamento del rassemblement montiano. Ma anche la possibilità decisamente più remota, che dopo il voto Pd, Pdl e centristi decidano di dare vita ad una grande coalizione con il pretesto delle indispensabili riforme da realizzare congiuntamente, coalizione che potrebbe nascere solo sulla base della frantumazione di quelle attuali visto che né la Lega (più Fratelli d’Italia e La Destra) da una parte e Sel dall’altra potrebbero mai accettare quello che sarebbe immediatamente bollato come inciucio. La prospettiva più realistica del dopo elezioni, quindi, rimane quella della ingovernabilità.

Che fino a ieri sembrava l’obbiettivo dichiarato dei centristi di Monti decisi a diventare i nuovi Ghino di Tacco della politica italiana. Ma che adesso appare un obbiettivo meno suggestivo di quanto poteva apparire in precedenza proprio perché appare fin troppo evidente che non potrà essere la vecchia “politica dei due forni” in versione montiana a dare un minimo di stabilità al paese. Chi è impegnato nella campagna elettorale può ignorare il problema all’insegna del classico principio del “primum vivere…”. Ma gli osservatori esterni e chiunque sia preoccupato per le sorti del paese non possono non incominciare a prendere in considerazione la questione. Partendo dalla inquietante presa d’atto che la tradizionale via di fuga a cui ricorreva la politica italiana dal rischio della instabilità, cioè il ricorso ai governi tecnici, è ormai totalmente preclusa.

Non ci sarà un Monti-bis dopo le elezioni. E non ci potrà essere nessun governo guidato da un qualsiasi altro tecnico. Perché l’esperienza Monti ha bruciato ogni soluzione del genere. Spetterà, dunque, alle forze politiche trovare una strada per evitare il possibile caos prodotto da un voto apparentemente inutile. Ma gli attuali partiti dell’area della responsabilità democratica (il problema non si pone per chi persegue il tanto peggio, tanto meglio) sono nella condizione di dare una qualche soluzione al problema dando vita ad un processo di rigenerazione della vita politica capace di creare le condizioni per il superamento effettivo della Seconda Repubblica?

Al momento la risposta è sicuramente negativa. Il centrodestra è tornato ad affidarsi alle sole capacità del Cavaliere rinunciando ad affrontare il tema della propria identità. Monti è un tecnico fallito ed un politico che si deve ancora costruire e formare. La sinistra è ferma agli schematismi ideologici degli anni ‘70 ed appare del tutto inadeguata ad affrontare i problemi reali del presente. E quella che un tempo era comunque una ancora di salvezza a cui il paese si aggrappava nei momenti di difficoltà, cioè la chiesa ed il mondo cattolico, si trova in una condizione di precarietà, di divisione e di incertezza addirittura peggiore di quella delle forze politiche. La prospettiva è dunque il caos di Grillo o il giustizialismo di Ingroia? O quella di un qualche trauma capace di costringere i partiti maggiori a prendere atto che la rigenerazione della politica passa inevitabilmente per la radicale riforma delle istituzioni?

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Il caso Mps e la crisi del Pd

La linea di difesa adottata dal Pd sulla vicenda Monte dei Paschi di Siena fa acqua da tutte le parti. Non solo perché pretendere di mettere sullo stesso piano l’istituto senese, il Credito Cooperativo fiorentino di Verdini e Credieuronord della Lega all’insegna del “così fan tutti” supera abbondantemente il limite del ridicolo. Ma soprattutto perché la tesi di fondo secondo cui il Pd fa il Pd e le banche fanno le banche, cioè che non esiste alcun rapporto strutturale tra il maggior partito della sinistra e la più antica banca del mondo, viene concepita dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica nazionale come una balla colossale che nasconde chissà quali inconfessabili misteri.

Naturalmente i dirigenti del Pd non hanno torto quando rilevano che il caso Mps è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno, come quello delle fondazioni espresse dal territorio che partecipano al capitale della banca di riferimento, che è esteso all’intero sistema bancario. Ma questa ragione è fin troppo debole di fronte al fatto che da settant’anni la sinistra senese tiene sotto controllo stretto Mps e che da almeno vent’anni, prima il Pds e poi il Pd, hanno spostato la loro attenzione dalle fabbriche alle banche nella convinzione che solo attraverso una ampia quota di controllo del sistema bancario il partito erede del Pci può svolgere efficacemente la propria azione politica. Nell’immaginario collettivo, in sostanza, il partito un tempo avanguardia della classe operaia è diventato il partito dei banchieri. Di quelli che hanno da tempo una banca (Mps), che ne volevano una seconda (Bnl) e che si vantano se tra i loro simpatizzanti ed elettori figurano gli uomini di spicco del sistema bancario. Non è forse vero che l’attuale presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, cioè chi dovrebbe portare fuori dalle secche dello scandalo dei derivati l’istituto senese liberandolo dai condizionamenti della politica, ha fornito una dimostrazione precisa delle proprie simpatie politiche partecipando al voto delle recenti primarie del Pd?

La debolezza della linea di difesa dei vertici del Pd di fronte al caso Mps, dunque, dipende dal rifiuto di prendere atto di una radicata convinzione collettiva e dal non comprendere che la vicenda mette in discussione la scelta strategica fatta al momento in cui alla presenza nella fabbriche è stata preferito il controllo dei consigli di amministrazione delle banche. In tempi diversi il tradizionale controllo dei media da parte del Pd avrebbe permesso di nascondere la debolezza e difendere la linea della scelta bancaria svalutando le critiche e le accuse come il prodotto del solito e vetusto anticomunismo viscerale della destra conservatrice.

Ma il problema di oggi è che l’attacco alla credibilità del Pd non viene solo dagli avversari tradizionali del centrodestra o del centro ma è lanciato soprattutto da quelle forze giustizialiste ed estremiste che si sono poste alla sinistra del partito di Bersani e che gli contestato non tanto il controllo di Mps quanto  il tradimento della vecchia classe operaia e degli ideali del passato. I sondaggi degli ultimi giorni parlano fin troppo chiaro. Il Pd perde consensi a tutto vantaggio di Ingroia e di Grillo e vede progressivamente svanire la prospettiva, che solo in autunno sembrava a portata di mano, di poter conquistare il governo del paese senza condizionamenti di sorta. La causa è il “destino cinico e baro”? O è la circostanza che presto o tardi i nodi vengono al pettine e la pretesa di essere al tempo stesso di lotta e di governo, degli operai e dei padroni, dei poveri e degli speculatori diventa sempre più insostenibile?

Cultura e Ambiente, un solo ministero

 

È una proposta sacrosanta, da difendere e portare avanti con la massima determinazione, quella avanzata da Galli della Loggia ed Esposito di superare gli schematismi ed i pregiudizi del lunghissimo secondo dopoguerra ed istituire un ministero della Cultura. Dal tempo del Minculpop creato dal fascismo sono ormai passati settant’anni. Ed è ora di aprire gli occhi, condizionati per troppo tempo dagli occhiali ideologici, per prendere atto che difendere, preservare e valorizzare la cultura del nostro paese non è una azione di stampo fascista, nazionalista o sciovinista ma è la conseguenza naturale del riconoscimento dei fattori determinanti della nostra identità nazionale.

Ha perfettamente ragione Walter Veltroni quando ricorda, nella sua qualità di ex ministro dei Beni Culturali e vice presidente del Consiglio del primo governo Prodi, che «chi vuole leggere la storia dell’uomo e del suo talento, chi vuole capire il Rinascimento e la storia dell’arte, deve passare per l’Italia». Ma se si vuole che la proposta di Galli della Loggia e di Esposito non rimanga lettera morta non ci si può limitare a ripetere che il nostro paese più di ogni altro  «ha dentro di se la capacità di raccontare tutta intera la trama del tempo e della civiltà». Bisogna anche, e soprattutto, identificare le cause del fatto che, a dispetto di una verità così clamorosamente evidente, l’Italia del secondo dopoguerra non solo abbia sistematicamente ignorato il settore della cultura nazionale (Veltroni ha giustamente ricordato che in passato il ministero dei Beni Culturali veniva considerato di serie “C” ed assegnato ai socialdemocratici) ma abbia addirittura operato (non inconsapevolmente, ma in maniera fin troppo cosciente) per marginalizzare le peculiarità culturali italiane in nome di un multiculturalismo dai colori diversi ma sempre e comunque di stampo internazionalista. Le ragioni ideologiche e politiche del fenomeno sono fin troppo evidenti. Galli della Loggia, Esposito e lo stesso Veltroni le conoscono fin troppo bene. E sono il frutto non solo della comprensibile reazione alle esasperazioni nazionalistiche del fascismo ma anche delle azioni di chi era convinto che solo schiacciando uno dei fattori principali dell’identità nazionale italiana sarebbe stato possibile affermare le proprie convinzioni ideologiche.

Ma accanto a queste ragioni c’è ne sono altre, sia della stessa natura, sia più pratiche e concrete, che vanno assolutamente evidenziate. C’è il ritardo culturale nel riconoscere che tra i fattori dell’identità nazionale del nostro paese non c’è solo la cultura ma anche l’ambiente. Non è forse vero, infatti, che il paesaggio inteso come l’ambiente e la natura del territorio sia, dalla catena alpina agli Appennini, dalle lagune alle coste, dalle pianure alle colline, il tratto distintivo del “marchio Italia”? C’è l’incapacità di comprendere che, proprio per le sue incredibili peculiarità, ambiente e cultura sono nel nostro paese strettamente ed indissolubilmente intrecciate. Pompei ed il Vesuvio, Roma ed il Tevere Napoli ed il golfo, Venezia e la sua laguna e via di seguito, praticamente all’infinito. In ogni paese la natura ha fatto la storia e la storia ha modellato la natura. Ma è solo nel nostro che il fenomeno è stato più marcato e  ha prodotto i risultati più numerosi e più stupefacenti. C’è, infine, la presa d’atto che ad impedire il riconoscimento del valore della cultura e dell’ambiente come fattori non solo di identità ma anche come risorse e fattori di sviluppo c’è anche la chiusura settoriale e corporativa degli apparati statali.

Al posto di una struttura unitaria capace di portare avanti una politica in grado di difendere, preservare, valorizzare ed utilizzare al meglio le vere ed inesauribili risorse naturali dell’ Italia, ci sono due distinti ministeri ad occuparsi di cultura ed ambiente, unico fattore d’identità nazionale. E tra loro non c’è alcun rapporto di collaborazione ma solo di competizione. A cascata, ci sono strutture distinte e separate (soprintendenze, parchi e via di seguito) chiuse e preoccupate solo di preservare i propri ristretti ambiti di competenza e di potere. La proposta di Galli della Loggia ed Esposito, quindi, andrebbe integrata dalla proposta della creazione di un unico ministero della Cultura e dell’Ambiente capace di rompere le chiusure corporative e fondere le strutture oggi separate in un unico organismo capace di difendere, conservare e valorizzare al massimo i due elementi fondati della identità nazionale del nostro paese. Vasto programma, come avrebbe detto ironicamente De Gaulle? Certamente si. Ma siamo proprio sicuri che per uscire da una crisi che impone la ristrutturazione del settore industriale e l’identificazione di altri fattori di sviluppo non ci voglia anche una qualche dose di utopia?

La minestra riscaldata del politicante Monti

 

Mario Monti ha fatto molto presto ad impossessarsi dei tradizionali vizi di quella classe politica che vorrebbe sostituire in nome di una presunta superiorità intellettuale e tecnica. Ormai il nostro presidente del Consiglio si è messo a predicare bene ed a razzolare male. Come qualsiasi politicante da strapazzo che in campagna elettorale si lancia nelle promesse più mirabolanti nella assoluta ma nascosta convinzione di non poterle mai rispettare. L’esempio di Davos, dove Monti ha spiegato che non si può rimanere fermi mentre il mondo cambia assicurando che le sue riforme daranno copiosi frutti a tempo debito, è stato fin troppo significativo. A dispetto dei dati negativi sull’andamento della economia italiana, infatti, il nostro presidente del Consiglio si è presentato come l’artefice della ripresa di credibilità del paese grazie alle grandi riforme innovative messe in cantiere durante il suo anno di governo.

Purtroppo, però, a smentire Monti non sono subentrate solo le previsioni cupe e preoccupanti del Fondo monetario internazionale sulla mancata ripresa che aspetta l’Italia nel 2013. È arrivata anche la dimostrazione di quale effettivamente sia la politica falsamente innovatrice con cui Monti si propone di far uscire il paese dalla recessione in cui il suo stesso governo l’ha infilato deprimendo i consumi ed aumentando a dismisura il carico fiscale per i cittadini.Questa dimostrazione è contenuta in due atti distinti. Il primo è stata la difesa d’ufficio fatta dal Professore del Pd dall’accusa mossa da Silvio Berlusconi al partito di Bersani di essere ancora segnato e contaminato dal proprio passato comunista. Nel sostenere che quel passato è stato comunque “glorioso” e nel negare che il Pd sia ancora legato alla tradizione del Pci, Monti ha di fatto ammesso di essere pronto all’alleanza post-elettorale con la sinistra erede del comunismo italiano. Il secondo atto è stata la presenza nella lista civica che fa capo all’attuale presidente del Consiglio di numerosi rappresentanti delle grandi industrie nazionali e dell’assenza nelle stesse liste di qualsiasi rappresentante del mondo delle piccole e medie imprese.

Il combinato disposto di questi due atti, come si direbbe con il lessico burocratico tanto caro ai tecnici al governo, indica con chiarezza che la politica spacciata da Monti come innovatrice non è altro che le vecchia alleanza tra il capitalismo familiare italiano e la sinistra politica e sindacale nata ai tempi del compromesso storico e delle intese da Giovanni Agnelli e Luciano Lama dei nefasti anni ‘70.

Quella politica che consentiva ai grandi capitalisti alla Agnelli di socializzare le perdite e privatizzare gli utili di aziende dove sindacati e sinistra politica garantivano la pace sociale in cambio di potere crescente nelle stesse aziende e nelle istituzioni del paese.

Quella politica si fondava sull’aumento progressivo della spesa pubblica, che come si è visto è cresciuta progressivamente negli anni fino a sfondare il tetto dei duemila miliardi, e sulla crescita della pressione fiscale, necessaria a finanziare i costi senpre più esorbitanti, scaricata sulla massa delle piccole e medie imprese e sul resto della società nazionale.

Monti, in sostanza, ripropone la solita minestra riscaldata che fa comodo solo a pochi privilegiati ed alle caste politiche e sindacali della sinistra. Nel segno, ovviamente, della “gloriosa” cucina comunista.

Pdl e la sindrome del tradimento

 

In apparenza il tratto caratteristico delle liste dei candidati al Parlamento del Pdl sembra essere quello dato dall’esclusione dei candidati definiti “impresentabili”. E sempre in apparenza la preoccupazione che ha dominato il ristretto sinedrio di via dell’Umiltà sembra essere stata quella di aver dato ascolto ai sondaggi indicanti il rischio di perdere punti per la presenza dei nomi sporcati dalle indagini giudiziarie e di aver così ceduto al pensiero unico giustizialista che domina ormai incontrastato nel nostro paese. Ma questa caratteristica, che fa gridare vittoria a quei media che grondano giacobinismo strumentale e funzionale ai disegni di potere dei propri padroni, è solo l’aspetto esteriore. In realtà, la vera caratteristica delle liste del Pdl è quella di essere state realizzate sulla base di unico criterio. Che non è quello del casting da telenovela televisiva molto spesso usato in passato. E neppure quello del premio di fedeltà per gli stretti collaboratori dei vari capi bastone del partito.

Ma è solo ed esclusivamente quello di dare vita a gruppi parlamentari destinati a rimanere uniti e compatti nella prossima legislatura. Il criterio dominante della formazione delle liste del Pdl, in sostanza, è stata la volontà di evitare che nel prossimo Parlamento il maggiore partito del centrodestra possa essere segnato dalle stesse lacerazioni, fratture, smottamenti subiti nella legislatura passata. È il criterio della prevenzione contro i traditori potenziali e le quinte colonne possibili? O, se vogliamo, è il criterio della blindatura dei fedelissimi non dei singoli big del partito ma del solo fondatore, scottato non solo dal caso Fini ma soprattutto dai casi Pisanu e Frattini? È la sindrome del tradimento? Qualunque sia il nome del principio ispiratore del sinedrio ristretto di via dell’Umiltà, è chiaro che nella messa a punto delle liste, cioè nella scelta dei futuri parlamentari, il vertice del Pdl si sia preoccupato essenzialmente di esorcizzare il rischio che all’indomani del voto una parte consistente del partito possa essere tentato dalla prospettiva di passare con Monti e conquistare gli strapuntini di governo e sottogoverno che il probabile vincitore Bersani concederà al Professore. Di qui l’esclusione non degli ex An, come hanno denunciato i vari Viespoli e Urso, ma solo di quelli che, sulla base dei tentennamenti dello scorso anno, avrebbero potuto essere più facilmente tentati dalle lusinghe e dalle promesse del del montismo subalterno alla sinistra.

E di tutti quelli, ex An, ex Forza Italia o nani e ballerine che si voglia, non in grado di offrire garanzie di tenuta di fronte ai tentativi di frantumazione dello schieramento berlusconiano che verranno sicuramente effettuati dai centristi montiani. Si dirà che questo criterio è quello dell’ortodossia berlusconiana. E che le liste sono quelle dei fedelissimi a prova di bomba del Cavaliere. Il ché è sicuramente vero. Ma non cancella il fatto che il criterio scelto ed applicato sia stato un criterio esclusivamente e squisitamente politico. Quello della difesa ad ogni costo dell’unità del Pdl.

Questa novità può essere criticata o esaltata. Ma non può essere ignorata. Ci sarà nel prossimo Parlamento un partito di centrodestra più compatto, più blindato, più ortodosso, più chiuso. Che non si frantumerà così facilmente come in passato. Ma che che, proprio per queste sue caratteristiche e per la necessità di continuare a fare quadrato stando all’opposizione, rischierà di apparire sempre più distante e separato dalla propria base elettorale ed avrà maggiori difficoltà nello svolgere un qualche ruolo attivo e propulsivo nel dibattito delle idee. Questo vuoto andrà comunque colmato. Di sicuro fuori del Parlamento. Probabilmente, a meno che il partito non si apra effettivamente e non applichi al suo interno il metodo democratico, fuori dal Pdl.

I calcoli di Ingroia e quelli di Monti

 

«Ci vediamo in Parlamento!». La dichiarazione con cui Antonio Ingroia ha chiuso la porta a qualsiasi ipotesi di desistenza con il Pd al Senato non rappresenta una minaccia, ma un preciso disegno politico. Il magistrato in aspettativa della Procura di Palermo ha fatto bene i suoi conti. In alcune regioni conta di superare lo sbarramento dell’otto per cento fissato per la rappresentanza a Palazzo Madama. E, sulla base di questa previsione, punta apertamente a porre dopo il voto il Pd di fronte all’alternativa concreta se allearsi con il centro di Monti o con la sinistra giustizialista della sua Rivoluzione Civile. Progetto ambizioso? Niente affatto. Perché tutti i sondaggi indicano che Bersani dovrebbe conquistare la maggioranza alla Camera, ma non raggiungere lo stesso risultato al Senato. E stabiliscono che se il leader del Pd vorrà effettivamente entrare a Palazzo Chigi da Presidente del Consiglio dovrà necessariamente o allearsi con Monti, Fini e Casini, dando vita a un centrosinistra a guida non centrista, o con Ingroia, mettendo in piedi il primo governo formato esclusivamente da forze di sinistra della storia del nostro paese.

Ingroia conta di portare avanti il suo disegno puntando su due fattori precisi. Il primo è la suggestione che l’ipotesi di un governo formato solo dalla sinistra può sollevare all’interno di un Pd dove l’ala liberal è stata emarginata a tutto vantaggio dei “giovani turchi” che salutano con il pugno chiuso e che hanno un rapporto sempre più stretto con Sel di Nichi Vendola. Il secondo è la circostanza che il suo rivale per l’alleanza di governo con il Pd sia un Mario Monti talmente convinto di essere un novello “uomo della Provvidenza” per congenita superiorità nei confronti del resto della classe dirigente da non capire quale potrà essere il suo vero ruolo politico nella prossima legislatura. Con un atto di incredibile presunzione, infatti, l’attuale Presidente del Consiglio si è convinto che la sua “salita in campo” abbia come unico risultato di trasformarlo nel Ghino di Tacco della Terza Repubblica.

Cioè nel personaggio che, posto al centro della scena politica nazionale, decide le sorti del paese ponendo condizioni a chiunque sia costretto a chiedergli di partecipare alla formazione della futura coalizione di governo. Ma questa convinzione, forse sorretta dai consigli di Fini e Casini, interessati solo alla personale sopravvivenza e abbacinati dal mito della politica dei “due forni” della Prima Repubblica, non tiene conto delle condizioni politiche reali. Che, grazie proprio alla salita in campo di Monti utile solo a frazionare il campo dello schieramento antagonista della sinistra e all’aggregazione attorno ad Ingroia di un movimento giustizialista più consistente del vecchio Idv, ha spostato il baricentro della politica nazionale. E ha assegnato a Bersani e al Pd la possibilità di realizzare a proprio piacimento (sempre che il centrodestra non realizzi un recupero miracoloso) la vecchia politica dei due forni di andreottiana memoria. Non è Monti, infatti, che dopo il voto può scegliere con chi allearsi visto che non è l’ago della bilancia tra Pdl e Pd. Ma è Bersani che, posto nell’alternativa tra Monti e Ingroia, è messo nella condizione di poter scegliere con chi realizzare l’alleanza di governo.

Al momento si dà per scontata solo l’ipotesi dell’alleanza tra Pd e l’area dei centristi montiani. Ma la partita elettorale è ancora tutta da giocare. Soprattutto da parte di Ingroia , che conta di caratterizzarsi sempre di più come l’antagonista di Monti e l’alfiere dell’alternativa di sinistra. E da parte di un centrodestra che ha ancora molto da recuperare svolgendo il ruolo di unica alternativa alle alternative rosse Bersani-Ingroia o a quelle rosa Bersani-Monti.

L’Italia che segue. La Merkel

Con l’avvio del suo secondo mandato, Barack Obama accentua la linea del neo-isolazionismo degli Stati Uniti che si realizza con la teoria del “guidare da dietro”, cioè con il rinunciare ad intervenire quando non esiste il rischio di un attacco diretto al territorio americano, applicata in occasione della guerra in Libia e confermata nei giorni scorsi nel Mali. Di fronte a questo sostanziale disimpegno americano, che si realizza essenzialmente sui teatri dell’Africa, del Mediterraneo e del Medio Oriente e che di fatto toglie definitivamente ai paesi dell’Europa il vecchio “ombrello Usa”, la Francia di Hollande ha seguito l’esempio di quella di Sarkozy ed ha scelto la strada della piena riappropriazione della propria politica estera e degli interventi diretti.

E l’Italia? Come conta il nostro paese, che è immerso nel cuore del Mediterraneo e che è il primo a risentire dei conflitti e dei sommovimenti in corso in Africa e nel Medio Oriente, di colmare il vuoto di politica estera provocato dal neo-isolazionismo dell’Amministrazione Obama? Se l’Unione Europea avesse una qualsiasi politica estera comune il problema sarebbe automaticamente risolto. Ed il nostro paese non avrebbe alcun bisogno di elaborare una linea autonoma di politica estera da seguire per non farsi travolgere passivamente da quanto avviene nelle aree circostanti il nostro territorio nazionale. Ma la Ue, a dispetto dei sogni irrealizzati, non ha una qualsiasi politica estera. Per la semplice ragione che non ha una qualsiasi unità politica. Di conseguenza il problema della politica estera italiana in Africa, nel Mediterraneo, in Medio Oriente, si pone in maniera urgente, pressante, drammatica.

In occasione della campagna elettorale dovrebbe essere al centro del dibattito politico. Per la semplice ragione che chiunque sia destinato a guidare il paese nella prossima legislatura dovrà obbligatoriamente colmare il vuoto lasciato dal disimpegno americano. Invece, a parte la polemica condotta con la sordina da Bersani, solidale con Hollande non per ragioni di politica estera ma per semplice solidarietà socialista, e Vendola contrario all’intervento in Mali in nome del proprio pacifismo ideologico, nessuno si occupa di un problema dalle conseguenze drammatiche sulla possibilità del paese di uscire dalla crisi. Che questo silenzio possa provenire dai partiti senza identità non stupisce affatto.

Ma che un silenzio del genere caratterizzi chi ha il compito istituzionale di guidare la politica estera del paese non solo stupisce ma preoccupa enormemente. Tanto più che proprio chi guida il paese ed è “salito in campo” con il proposito di continuare a farlo anche nei prossimi anni, non esita a criticare i partiti concorrenti per il loro provincialismo e la loro tendenza ad occuparsi solo di questioni domestiche e prive di qualsiasi respiro internazionale. Il riferimento a Mario Monti è fin troppo esplicito. Nella sua lunghissima intervista al Corriere della Sera di domenica scorsa non figura neppure un riferimento lontano alla questione di come l’Italia intenda supplire all’assenza di quel comodo “ombrello americano” grazie al quale il nostro paese e aveva potuto evitare l’incombenza (ed i costi) di una propria politica estera. Chi contesta il provincialismo e la vocazione domestica degli altri, in sostanza, mette in mostra lo stesso provincialismo e la stressa vocazione strapaesana. Con l’aggravante che un presidente del Consiglio che si candida a succedere a se stesso ha l’obbligo istituzionale di fornire una risposta al problema evitando di lasciare intendere agli italiani che, in economia ed in politica estera, la sua linea politica è quella del “seguirò la Merkel”. Monti, in sostanza, ha responsabilità maggiori dei partiti senza identità. Se non se ne fa carico, non può offendersi se poi qualcuno rileva che il suo slogan elettorale “L’Italia che sale” va letto come “L’Italia che segue”.

L’incognita crisi sui piani dei partiti

 

L’idea di Pier Luigi Bersani per il dopo elezioni prevede un Pd vincitore sia alla Camera che al Senato che si apre magnanimamente alla collaborazione con il centro di Mario Monti offrendo al Professore non la presidenza della Repubblica, come era stato ipotizzato in passato, ma un semplice incarico ministeriale. L’idea di Silvio Berlusconi per il dopo elezioni ipotizza che il Pdl, dopo aver imposto il pareggio al Pd al Senato e ridimensionato il disegno di Monti di conquistare il ruolo di dominus centrale della politica italiana, sia disponibile ad una trattativa per una grande coalizione o, in alternativa, si rinserri all’opposizione in attesa del prevedibile collasso di una eventuale coalizione sinistra-centro incapace di fronteggiare la crisi. L’idea di Mario Monti, invece, è di impedire la vittoria piena del Pd, di limitare al massimo il recupero del Pdl e di cercare di trasformare l’area centrista non nella “stampella” della sinistra ma nell’asse centrale della politica come ai bei tempi del sistema tolemaico democristiano.

Le tre idee hanno in comune un chiaro schematismo politologico e la totale sottovalutazione di una incognita che potrebbe sconvolgere non tanto l’andamento di una campagna elettorale brevissima, quanto proprio quel dopo elezioni su cui puntano gli occhi i leader dei tre principali schieramenti politici. Questa incognita è la situazione reale del paese. Che, a dispetto delle trionfalistiche dichiarazioni di chi assicura che il governo tecnico abbia salvato l’Italia dal baratro, sono sempre più pesanti, drammatiche, potenzialmente esplosive. Finita l’overdose elettoralistica, che sopisce in qualche modo le tensioni che montano dentro la società nazionale, la realtà tornerà a far sentire i suoi effetti devastanti. Perché nel frattempo la crisi non sarà diminuita ma aumentata, la recessione non sarà regredita ma crescita, i consumi non saranno tornati ai livelli degli anni precedenti ma avranno subito un ulteriore calo, l’occupazione non avrà avuto alcuna ripresa ma sarà precipitata ulteriormente, le difficoltà delle aziende e dei lavoratori non saranno diminuite ma aumentale ed il peso dell’apparato burocratico dello stato sul cittadino rappresentato da una pressione fiscale insostenibile non si sarà allentata ma avrà subito una ennesima impennata.

In queste condizioni l’idea del presidente del Consiglio di tagliare le ali estreme degli schieramenti bipolari diventare una pia illusione. Perché, con una situazione sociale diventata incandescente, saranno proprio le ali estreme a menare le danze della politica italiana.

Già si parla, ad esempio, di una possibile separazione della componente di Sel dallo schieramento bersaniano e di una sua possibile convergenza con i giustizialisti rivoluzionari di Antonio Ingroia. E non è affatto difficile ipotizzare che di fronte alla entrata in vigore di quel redditometro inventato dai burocrati dalla cultura pauperista ma dai portafogli personali pieni, l’intero Nord su cui grava il peso maggiore della pressione fiscale, possa spingere la Lega e lo stesso Pdl a compiere gesti clamorosi di protesta e di rottura.

La crisi e la sua sottovalutazione da parte di chi ragiona solo in termini politicisti, in sostanza, rappresentano una incognita che se dovesse scattare stravolgerebbe ogni genere di piano studiato a tavolino. E renderebbe o obbligatoria, come una sorta di ultima spiaggia, il ricorso alla grande coalizione o trasformerebbe le ali estreme in cicloni diversi ma convergenti destinati a mandare tutto in pezzi. Come nelle primavere arabe che si sono presto rivelate delle estate segnate da vampate di furia incontrollata ed incontrollabile.

Chi pensa alle liste, oggi, non si pone questo problema. Ma presto o tardi lo dovrà affrontare. E c’è il serio rischio che avendolo ignorato non sappia farlo.

Monti e il partito della casta

 

Non sarà il mondo cattolico a rappresentare l’asse portante del nuovo centro rappresentato da Mario Monti. L’annullamento del “Todi 3”, la riunione dei movimenti e delle associazioni collaterali alla Chiesa italiana da cui sarebbe dovuta scaturire la conferma definitiva della scelta del Vaticano di riunire il maggior numero di cattolici attorno al Professore, ha cancellato di colpo questa prospettiva. Monti, ovviamente, potrà contare sul sostegno di qualche rappresentante delle organizzazioni che avrebbero dovuto partecipare al nuovo Forum di Todi. Ma non assumerà in alcun modo le vesti del nuovo De Gasperi chiamato a ricostruire l’unità politica dei cattolici dopo l’era della diaspora di questi ultimi all’interno dei due schieramenti del bipolarismo italiano.

Questa conclusione era abbastanza prevedibile. Perché le condizioni che avrebbero permesso la tanto sperata riaggregazione del mondo cattolico attorno ai cosiddetti “valori irrinunciabili” non esistono. Mai come in questo momento il mondo cattolico è diviso e frazionato tra posizioni talmente divergenti da apparire addirittura antagoniste. Al punto che quando si legge sui giornali filomontiani che il premier ha un filo diretto con l’appartamento papale diventa quasi scontato fare della facile ironia sul fatto che proprio l’appartamento del Papa è stato il teatro recente della conflittualità e delle trame che agitano il Vaticano e la Chiesa. Il mondo cattolico, dunque, vive una crisi in tutto simile a quella generale. Con un Papa anziano e con le solite lotte di potere che si determinano quando, nelle fasi di decadenza, si apre la battaglia per la successione al Soglio di San Pietro.

Di unità politica dei cattolici, dunque, se ne riparlerà in una stagione diversa. E non sarà Monti l’uomo che potrà compiere questo miracolo. Questa conclusione avrà sicuramente un effetto numerico sulla campagna elettorale del Professore. Nel senso che alla lista del presidente del Consiglio mancheranno sicuramente dei voti che venivano considerati già per acquisiti. Ma la sua conseguenza maggiore riguarderà il modo con cui il corpo elettorale percepirà la natura della lista centrista di di Mario Monti. Con l’apporto ufficiale dei movimenti e delle associazioni cattoliche la “creatura” montiana avrebbe potuto presentarsi come l’espressione di un’ampia fetta della società civile del paese.  Almeno di quella erede della grande tradizione interclassista del vecchio partito che oltre all’unità politica dei cattolici aveva rappresentato anche la maggioranza moderata degli italiani. Senza quell’apporto la percezione popolare della lista Monti diventa totalmente diversa.

Ed assume l’aspetto non solo e non tanto della zattera di salvataggio dei residuati politici della Prima Repubblica (Casini e Fini), quanto di quel tipo di nomenklatura burocratico-parassitaria che è riuscita nell’impresa di galleggiare in qualsiasi situazione politica conservando un potere a cui non vuole in ogni caso rinunciare. Agli occhi dell’elettorato, dunque, si scrive Monti ma si legge “casta”. Che non è solo quella dei vecchi politici alla disperata ricerca del posto in Parlamento ma che è anche e soprattutto quella degli alti burocrati e di un notabilato inamovibile che oltre ad aver avuto la sua parte di responsabilità nella determinazione del debito pubblico e della crisi attuale ha sempre costituito un freno insormontabile a qualsiasi progetto di riforma. Monti, che di questa casta ha sempre fatto parte e che non ha un rapporto effettivo con la realtà del paese, non può rendersi neppure conto di questa percezione popolare. Anzi, con ogni probabilità è anche soddisfatto di rappresentare i notabili ed i burocrati e di non avere rapporto alcuno con tutti gli altri considerati dei volgari populisti. Ma questa irrealtà, resa evidente della circostanza che la vera campagna elettorale del Professore è quella che viene fatta sbandierando sotto gli occhi degli italiani la minaccia di un redditometro autoritario e demenziale, non sarà senza conseguenze. Dopo il Saragat dei tempi passati avremo anche un Monti a prendersela dopo le elezioni con “il destino cinico e baro”.

Quel matrimonio d’interesse Pdl-Lega

 

«È meglio cercare di vincere piuttosto che puntare decisamente a perdere». All’insegna di questa affermazione di puro stampo lapalissiano, Silvio Berlusconi e Roberto Maroni hanno siglato la nuova alleanza elettorale tra Pdl e Lega. Che non è un asse di ferro destinato a durare per un tempo indefinibile ma un semplice matromonio d’interesse. Senza la Lega il Pdl non potrebbe sperare né di rivincere in Lombardia, né di impedire che il Pd (oltre a vincere alla Camera, come indicano i sondaggi) possa spuntarla anche al Senato conquistando senza più ostacoli di sorta il governo del paese. Al tempo stesso, senza il Pdl la Lega rischierebbe di perdere le presidenze di Veneto e Piemonte, di trasformarsi da partito territoriale in partito del tutto marginale e di rinunciare al disegno della macroregione del Nord su cui aveva a suo tempo discettato la Fondazione Agnelli e, successivamente, il professor Miglio.

Non si tratta, dunque, di una unione d’amore ma solo d’interesse quella tra il Cavaliere e l’ex ministro dell’Interno. Ma, forse, proprio perché non fondata sull’emotività e la passione ma solo sul calcolo e la razionalità, l’intesa può risultare molto più solida di quanto potrebbe apparire a prima vista, soprattutto alla luce della contrapposizione subito nata tra la candidatura a premier del Pdl di Angelino Alfano e quella della Lega di Giulio Tremonti. A cementare questa solidità concorre un fattore che i critici dell’accordo tra Pdl e Lega tendono a sottovalutare. Si tratta della comune necessità di salvaguardare la propria sopravvivenza. Quella della Lega che in caso di sconfitta in Lombardia e di uscita da qualsiasi gioco riguardante gli equilibri politici post-elettorali sarebbe decisamente compromessa a causa della irrilevanza a cui sarebbe automaticamente condannata. E quella del Pdl che nell’eventualità di non riuscire a pesare in maniera determinante nel nuovo Senato si troverebbe nuovamente di fronte alla prospettiva di una scissione tra berluscones propriamente detti e berlusconiani pronti a passare con Monti dopo le elezioni in nome dell’esigenza di assicurare un governo stabile al paese.

È il famoso “primum vivere”, dunque, il fattore principale su cui si fonda l’intesa tra Pdl e Lega. Il ché non è affatto riduttivo ma può risultare addirittura vincente. Sempre che, ovviamente, la Lega non si lasci trascinare dall’entusiasmo per la possibilità di dare vita alla macroregione del Nord e decida di tornare a parlare di secessione e di rottura dell’unità dello stato. E sempre che , ovviamente, il Pdl non si lasci trascinare nella deriva localistica dei leghisti e dimentichi di essere un partito di dimensione e di vocazione nazionale evitando di affiancare al cosiddetto “patto per il Nord” un analogo “patto per il Sud” con le forze politiche più radicate nelle regioni meridionali. Se la Lega dovesse rinunciare ai propositi secessionisti ed il Pdl riuscisse a chiudere patti simili a quello con la Lega anche con “Grande Sud” di Gianfranco Miccichè e con le liste della società civile nate spontaneamente nel Mezzogiorno, la prospettiva potrebbe tornare ad essere non più quella dell’onorevole sconfitta del 2006 ma quella di una possibile vittoria parziale. In due mesi di tempo recuperare i voti sfuggiti verso l’astensione potrebbe non essere impossibile. In fondo di Berlusconi si può dire tutto il male possibile. Tranne che non sappia fare campagna elettorale e non sappia compiere le rimonte. Anche quelle più difficili!