Archivio mensile:febbraio 2013

L’ossessione antiberlusconiana

 

Dalle leggi ad personam al governo contro personam. L’idea singolare che gira nella testa dei dirigenti del Pd dopo aver toccato con mano che il nemico storico Silvio Berlusconi non è affatto morto, non è di costruire un governo politico di sinistra-sinistra attraverso una qualche alleanza con il Movimento Cinque Stelle. L’idea, visto che con Grillo non è possibile realizzare nessuna intesa politica, è quella di mettere in piedi un esecutivo che abbia come mastice tra Pd e grillini l’obbiettivo di cancellare una volta per tutte dalla scena politica il riottoso ed incorregibile avversario. L’idea, in sostanza, è di realizzare un governo di ossessione antibelusconiana. Che si preoccupi di varare al più presto quella legge sul conflitto d’interessi che renda impossibile al proprietario di Mediaset di continuare a partecipare alla vita pubblica del paese.

Che si affretti a modificare in senso restrittivo la legge sul falso in bilancio per fare in modo che le procure specializzate in ossessione antiberlusconiana possano finalmente realizzare il sogno di sbattere in galera il prototipo lombrosiano di ogni nequizia italica. Che si preoccupi di cancellare la legge Gasparri e di approvare in tutta fretta un provvedimento che penalizzi le reti televisive commerciali e restauri la santa e rimpianta centralità un servizio pubblico radiotelevisivo dove venga abolita l’aborrita lottizzazione ed applicata la regola della sana e professionale occupazione da parte della sola sinistra. Un governo, in sostanza, che renda impossibile “perinde ac cadaver” l’eventualità di un ennesimo risveglio del misirizzi di Arcore e che, eliminando l’unico leader del centrodestra in grado di mobilitare almeno una parte dell’elettorato moderato, cancelli finalmente dal quadro politico nazionale quello schieramento alternativo alla sinistra che pretende di continuare ad esistere pur rappresentando la tanto deprecata “Italia alla vongole”.

L’ipotesi del governo di ossessione antiberlusconiana non è affatto peregrina. I giovani turchi ed i vecchi satrapi di Pier Luigi Bersani hanno capito che salvare la loro posizione, messa in bilico da una evidente sconfitta elettorale, non hanno altra strada che cavalcare l’onda grillina prendendola per l’unico verso in cui sembra abbordabile, cioè l’ormai antico antiberlusconismo viscerale della sinistra dei salotti e dei centri sociali. Ed hanno deciso di giocare questa carta nella speranza che, una volta entrati a Palazzo Chigi per questa strada, un modo per consolidarsi venga presto o tardi trovato. Il loro errore è duplice. Il primo è non rendersi conto che in questo modo offrono a Grillo la possibilità di divertirsi giocando al gatto con il topo. Grillo vuole la presidenza della Camera per qualche oscuro suo parlamentare che nel proprio curriculum non ha neppure la presidenza di un condominio? Subito la Presidenza di Montecitorio.

Grillo vuole Fo alla Presidenza della Repubblica perché è giusto che il maggiore partito del paese guidato da un comico pretenda di piazzare al Quirinale un guito, sia pure provvisto di Nobel? Subito Fo sul Colle più alto. E via di seguito. Fino, naturalmente, ad accettare altre e più concrete richieste . Dalla abolizione della riforma delle pensioni alla cancellazione della Tav, dalla nazionalizzazione delle banche alla eliminazione delle spese militari . Cioè alla realizzazione di un programma alla Chavez in salsa nostrana. Il secondo errore è che in questo modo creano le condizioni per costringere il centro destra maggioritario nel paese a riaggregarsi non solo e non tanto in difesa di Berlusconi quanto in difesa di se stesso. Cioè regalano all’avversario la possibilità di ricompattarsi non in nome del proprio leader ma in nome dei propri valori ed interessi di fondo. In modo che presto a tardi scatti una nuova marcia dei quarantamila destinata a ributtare a mare i comici e gli irresponsabili decisi a fare del nostro paese un Venezuela senza petrolio , destinato non più nel lungo ma nel breve periodo ad uscire dall’Europa e finire nel baratro. L’unico in grado, al momento, di evitare un pericolo del genere è Giorgio Napolitano. Speriamo che il suo ultimo atto da Capo dello Stato non consegni il paese alla rovina!

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Tanto si tornerà a votare tra un anno

Non sembra essere una strada percorribile seguire l’esempio della Grecia ed andare a votare di nuovo nel giro di qualche mese. Perché il paese ha già pagato uno scotto di immobilità alla campagna elettorale appena conclusa e non potrebbe mai permettersi di raddoppiare la fase di paralisi decisionale per il tempo necessario ad una nuova campagna elettorale. Tanto più che per i partiti tradizionali andare a nuove elezioni subito dopo aver perso quelle immediatamente precedenti significherebbe rassegnarsi ad una nuova e più cocente e sconfitta e consegnare il futuro Parlamento e l’intero paese alle mani imprevedibili e poco rassicuranti di Beppe Grillo. Ma non è neppure pensabile che la nuova legislatura possa andare avanti troppo a lungo con la situazione di ingovernabilità espressa dal voto di domenica scorsa.

A meno che Pierluigi Bersani non esca dal bunker con le mani alzate piegandosi all’intimazione dei “grillini” ed offrendo a Grillo la guida di un futuro governo sostenuto dall’esterno dal Pd (e non è detto che il comico genovese sarebbe disposto ad accettare questa proposta), non esiste alcuna possibilità di dare una guida certa e solida al paese. C’è, sicuramente, la possibilità di mettere in piedi un governo di tregua, d’emergenza o di scopo (la fantasia non manca per trovare definizioni a formule comunque raffazzonate). Ma è fin troppo evidente che un esecutivo formato dai partiti di Bersani, Monti e Berlusconi non potrebbe mai avere vita lunga e non travagliata. C’è dunque da pensare che se le elezioni anticipate non ci saranno tra tre mesi, ci potranno essere entro un anno. Magari in abbinamento con quelle elezioni europee che sono fissate per la primavera del 2014. È a questa data che si deve rinviare l’obbiettivo di una stabilizzazione del quadro politico.

Ed è tenendo presente questa data che le forze politiche tradizionali debbono incominciare ad attrezzarsi per non venire spazzate via da un nuovo e più forte tsunami provocato dal “terremoto Grillo”. L’esigenza riguarda in primo luogo il Partito Democratico, che è il vero sconfitto della tornata elettorale. Ma riguarda anche il Pdl e le altre forze del centrodestra e dell’area moderata a cui non può bastare la conferma di poter contare sul carisma di Silvio Berlusconi per pensare di potere riassorbire le fasce dei delusi passate all’antipolitica grillina e poter sperare di tornare a rappresentare la maggioranza del paese. In questa impresa di rinnovamento e di ristrutturazione in vista dell’inevitabile prossimo appuntamento elettorale lo schieramento che ha più possibilità di recupero è il centrodestra. Perché il trauma del voto è destinato a provocare pesanti ripercussioni dentro in Partito Democratico dove la sconfitta di chi aveva puntato sull’alleanza con il centro può spingere le componente più di sinistra a cercare di riconquistare i voti passati a Grillo spostando su posizioni più radicali ed estremiste il baricentro del partito. E l’eventuale radicalizzazione del gruppo dirigente del Pd non può non provocare l’inevitabile riavvicinamento verso il centro destra di quelle diverse componenti dell’area centrista uscite malconce, deluse e scompaginate dalla partita elettorale. I risultati hanno dimostrato che non esiste uno spazio per un terzo polo teso a restaurare la Prima Repubblica.

E nel momento in cui il Pd dovesse spostarsi sempre più a sinistra per rincorrere Grillo, l’area centrista non potrebbe far altro che superare la pregiudiziale personale nei confronti di Berlusconi e ricucire rapporti con il centrodestra all’insegna della comune concezione della democrazia liberale. Ma il gruppo dirigente del Pdl sopravvissuto allo tsunami sarà capace di aprirsi alle nuove esigenze o punterà ancora una volta alla propria blindatura nella convinzione di poter sempre e comunque contare sui miracoli elettorali del Cavaliere?

Si temeva la pioggia. È arrivata la grandine

 

Lo tsunami c’è stato. L’ondata anomala causata dal terremoto dell’antipolitica ha provocato lo sconquasso che tutti temevano ma che nessuno prevedeva nelle dimensioni scaturite dal voto. È probabile che i dati finali di questa tornata elettorale modificheranno in qualche modo il quadro emerso nella prima giornata di spoglio. E mitigheranno o ridimensioneranno l’impressione iniziale della devastazione del vecchio quadro politico. Ma, qualunque possa essere l’aggiustamento finale, difficilmente potranno essere modificati i dati di fondo. Quelli che indicano il trionfo di Beppe Grillo, la sconfitta congiunta di Bersani e Berlusconi, la disfatta di Monti e di tutte le forze minori della sinistra. Cioè l’ingovernabilità del paese, una ingovernabilità che tutti avevano ampiamente previsto ma che nessuno aveva immaginato potesse risultare così marcata ed irreparabile.

Nessuno s’illuda, infatti sull’eventualità che Pier Luigi Bersani  possa trovare un qualche accordo con i “grillini” per tenere in piedi un governo anche a dispetto dello stesso Grillo. La dimensione della vittoria del Movimento Cinque Stelle è tale da rendere estremamente difficile la possibilità di una “campagna acquisti” da parte del Pd. Semmai è più probabile l’ipotesi opposta visto che il primo sconfitto di questa anomala partita elettorale è proprio il partito che, senza mettere a frutto la lezione subita dalla “ gioiosa macchina da guerra” del ’94, si era presentato con la certezza assoluta di avere la vittoria in tasca. Quali saranno, infatti, le prime reazioni alla sconfitta di chi si diceva certo di poter “smacchiare il giaguaro” e non si è accorto che una parte consistente del proprio elettorato al comico Crozza si apprestava a preferire il comico Grillo?

La vittoria del Movimento Cinque Stelle ha come conseguenza diretta un pesante contraccolpo sulla segreteria di Bersani. Quest’ultimo potrà anche ottenere l’incarico di formare il governo da Giorgio Napolitano in quanto titolare del partito maggioritario alla Camera, ma appare fin da ora destinato non solo a non riuscire a formare alcun esecutivo provvisto di una qualche solidità ma anche a vedere messo in discussione il proprio ruolo di leader del partito. La sberla ad opera dei “grillini” rimette automaticamente in campo Matteo Renzi. Che nei prossimi mesi può diventare l’unico personaggio su cui il Pd può puntare per creare un antagonista credibile a Beppe Grillo.

A rendere più difficile la condizione di Bersani concorre direttamente la disfatta di Monti. Se l’esponente centrista avesse ottenuto un risultato tale da poter fare da sponda al Partito Democratico in un ipotetico nuovo centro sinistra, il successo di Grillo sarebbe stato facilmente ammortizzabile. Ma Monti è di fatto scomparso dalla scena pubblica nazionale. Non può rappresentare la soluzione tecnica che aveva interpretato fino al momento della “salita in campo”. E non è il partner tanto atteso ed evocato da Bersani , D’Alema e Casini per il ritorno alla Prima Repubblica del centro sinistra irreversibile. La sua parabola politica è stata breve. Con un esito dannoso non solo per se stesso ma, purtroppo, per l’intero paese.

Rimane da valutare la sconfitta di Berlusconi, che però è l’unico ad aver perso con onore e senza il previsto tracollo dei mesi scorsi. Rispetto al 2008 il centro destra ha subito un pesante salasso. Ma rispetto alle previsioni dei mesi scorsi e grazie all’ultima cavalcata elettorale del Cavaliere ha compiuto un recupero addirittura miracoloso. Che lo rende decisivo per un eventuale governo di larghe intese ma che non lo affranca dalla necessità di procedere  ad una profonda fase di completa rifondazione del proprio schieramento.

Il punto di partenza non è quello su cui si è infranto negli anni scorsi ogni tentativo in questo senso. Cioè il solito dilemma: Berlusconi si, Berlusconi no. Ancora una volta il Cavaliere ha dimostrato con la sua campagna elettorale. Il punto di partenza è la consapevolezza che da adesso in poi sarebbe folle riaffidarsi solo alle sette vite del fondatore del Pdl. È il momento di dare vita o ad un unico grande partito fondato su idee e valori chiari e riconoscibili o di mettere in piedi un rassemblement a cui far partecipare anche quegli spezzoni centristi orfani di Monti e dei suoi pessimi amici ed alleati Casini e Fini.

La campagna fallimentare di Monti

 

Se qualcuno lo consiglia vuol dire che ha sbagliato consigliere. Ma se non lo consiglia nessuno vuol dire che ha sbagliato mestiere. Si parla, ovviamente, di Mario Monti. Che dopo aver condotto una campagna elettorale senza azzeccarne una, l’ha conclusa fallendo clamorosamente anche l’ultima mossa. Le battute del presidente del Consiglio sulle attese e speranze della Cancelliera tedesca Merkel riguardo le elezioni italiane vanno considerate come una sorta di incredibile capolavoro in negativo. In un colpo solo Monti si è confermato “l’uomo della Germania” agli occhi degli elettori del centrodestra e si è scoperto “l’alleato impossibile” agli occhi di quelli della sinistra. Il ché, per essere l’esponente di un centro che vorrebbe far saltare la logica dei due poli e conquistare consensi sia su un versante che sull’altro, rappresenta un vero e proprio atto di autolesionismo elettorale. Può anche essere che il risultato del voto smentisca questa considerazione.

E che il “Professore” ottenga un buon risultato. Ma se c’è un dato su cui tutti gli osservatori non asserviti ed indipendenti concordano ad urne ancora chiuse è proprio quello relativo al sostanziale fallimento della “salita in campo” del presidente del Consiglio. L’unico risultato politico ottenuto fino a questo momento da Monti è stata la cannibalizzazione degli alleati dell’Udc e di Fli. Per il resto due mesi di campagna elettorale non adeguata gli hanno impedito di compiere quello sfondamento al centro che alla partenza era considerato come un evento scontato e gli hanno fatto progressivamente disperdere il gigantesco patrimonio di credibilità che tutti i grandi media , il Quirinale, gli ambienti economici e finanziari e le Cancellerie europee gli avevano assicurato durante l’anno del governo tecnico. Si discuterà a lungo sulle ragioni di questo fallimento. Consiglieri fasulli? Inesperienza personale? Gli interrogativi perdono d’interesse di fronte al dato politico complessivo rappresentato dal fatto che l’ondata di antipolitica prodotta dal governo tecnico non ha portato allo “tsunami” di Monti ma a quello di Grillo. E, soprattutto, ha bruciato in maniera definitiva quella formula dell’esecutivo affidato ai tecnici che nella storia della Repubblica ha rappresentato la tradizionale soluzione a cui ricorrere nei momenti di ingolfamento o di vuoto della politica.

La campagna elettorale, in sostanza, si chiude con la prospettiva di una maggiore ingovernabilità a causa di un Parlamento segnato da una forte presenza di oppositori di sistema come i grillini e dalla impossibilità di ricorrere alla formula tecnica per dare un governo al paese durante il tempo necessario a realizzare una qualche stabilizzazione del quadro politico. Tutto questo riporta in campo l’ipotesi di una grande coalizione che, partendo da una elezione concordata tra Pd e Pdl del nuovo Presidente della Repubblica, si fondi su un accordo per qualche indispensabile riforma costituzionale e preveda una fase di tregua (fino a nuove elezioni anticipate) gestita all’insegna dell’emergenza da un governo con i leaders dei partiti. Ma apre anche un diverso scenario di cui incominciano a parlare quegli esponenti del Pd che, per non perdere la propria base elettorale con le grandi intese, pensano alla formazione di un nuovo Ulivo con Prodi al Quirinale ed Ingroia e Grillo al governo al fianco di Bersani. C’è il rischio, in sostanza, che il fallimento del centro spiani la strada ad una inquietante e pericolosa radicalizzazione della vita politica italiana. Grazie Monti. Ma anche grazie Napolitano!

L’amaro calice fino ai grillini

 

L’incertezza e la confusione che dominano la settimana conclusiva della campagna elettorale sono l’avvisaglia del rischio di ingovernabilità che potrebbe diventare il possibile risultato del dopo-voto. Le previsioni più accreditate ed insistenti indicano che il Pd potrebbe vincere alla Camera ma fallire l’obbiettivo di bissare il risultato positivo al Senato. Che il Pdl potrebbe perdere la battaglia per Montecitorio ma conquistare una posizione di rilievo (se non determinate ) al Senato. Che l’ipotizzato sfondamento al centro di Mario Monti e delle liste a lui collegate di Casini e Fini è un progetto già da adesso fallito e che qualunque governo fondato sull’asse Bersani- Vendola-Monti sarebbe in stato di perenne instabilità. Che in Parlamento irromperà una valanga di esponenti del Movimento Cinque Stelle destinata a sconvolgere, almeno nella prima fase della legislatura, la normale vita parlamentare paralizzando di fatto qualsiasi attività di qualsiasi esecutivo i partiti tradizionali riescano a mettere in piedi.

Sulla base di queste quattro previsioni c’è chi ipotizza l’eventualità di un rapido ritorno alle urne sull’esempio di quanto è avvenuto lo scorso anno in Grecia. Ma se si immagina che il voto possa produrre un risultato di ingovernabilità non ci si può limitare ad ipotizzare uno sbocco rappresentato da nuove elezioni sul modello greco. Perché le condizioni politiche che potrebbero verificarsi a Roma sarebbero ben diverse da quelle registrate dopo la prima tornata di elezioni ad Atene. In Grecia è risultato determinante il condizionamento esterno provocato dalle pressioni minacciose dell’Europa in generale e della Germania in particolare. In Italia , dove la pressione delle Cancellerie europee pro-Monti c’è già stata, difficilmente un condizionamento analogo potrebbe scattare. Anzi, potrebbe provocare un effetto assolutamente contrario.

Sulla base di una valutazione del genere diventa evidente come l’unico modo di rendere proficuo un eventuale ritorno alle urne dovrebbe consistere in un profondo rinnovamento dei due partiti maggiori e delle loro rispettive coalizioni. Ma è pensabile che Bersani da un lato e Berlusconi dall’altro possano avviare un qualunque rinnovamento dopo aver blindato i rispettivi partiti con la loro tradizionale nomenklatura ? Le ultime prese di posizione di Matteo Renzi lasciano intendere che una mancata vittoria piena del Pd alla Camera ed al Senato potrebbe riaprire la battaglia delle primarie in vista di un congresso destinato a cambiare od a spaccare il partito. I fermenti esistenti non tanto dentro il Pdl ma tra i partiti della coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia in primo luogo, fanno pensare che qualunque possa essere il risultato del Cavaliere il processo di ristrutturazione di un’area in cui non mancano affatto idee forti liberali, riformiste, nazionali e popolari diventerebbe assolutamente inevitabile. Non tutto il male, allora, viene per nuocere. Se si deve toccare il fondo dell’ingovernabilità prima di avviare una fase di rinnovamento e cambiamento vero della vita pubblica, si beva, dunque, l’amaro calice fino al fondo dei grillini. Nella consapevolezza, però, che se i partiti tradizionali non saranno capaci di rinnovarsi, a provocare una innovazione assolutamente incontrollabile ci penserà un comico alla testa di un esercito di qualunquisti inconsapevoli!

Mario Monti e la questione del Ppe

 

La stranezza non è rappresentata dai socialisti europei che si sono mobilitati in massa per sostenere il Pd di Pierluigi Bersani e demonizzare il nemico storico Silvio Berlusconi. La stranezza è il comportamento dei popolari europei. Che sono rimasti silenziosi ed assenti rispetto alla campagna elettorale italiana. E che quando hanno deciso di rompere questo singolare riserbo lo hanno fatto solo per dichiarare il loro sostegno a Mario Monti e la loro avversione al Cavaliere, tornato per l’occasione ad essere nuovamente nero. Lo strano della faccenda non è solo che la lista civica di Monti non fa parte del Ppe mentre il Pdl di Berlusconi è una delle componenti più forti del Partito Popolare Europeo.

Non è neppure che nel frattempo il Cavaliere nostrano non è stato né cacciato, né minacciato di espulsione dal Ppe ma figura ancora a pieno titolo e senza sconfessioni ufficiali nel partito dove continua ad esserci anche Sarkozy. E nemmeno che i vertici del Ppe non abbiano speso neppure mezza parola in favore dell’altro partito italiano che insieme al Pdl è presente al suo interno, cioè l’Udc. Lo strano, ma di seguito vedremo che di strano non c’è proprio nulla, è che i popolari europei si sono spesi solo ed esclusivamente per Mario Monti, cioè il personaggio che a differenza di Pierferdinando Casini, non ha alle spalle alcuna esperienza di popolarismo politico ed, anzi, rivendica come sua caratteristica quella di essere un tecnico deciso ad innovare la politica fuori da qualsiasi schema tradizionale.

La spiegazione della apparente stranezza è che mentre i socialisti europei hanno fatto scattare la solidarietà ideologica e politica con il Pd di Bersani, i popolari europei, soprattutto quelli tedeschi e dell’area del Nord dove la Germania svolge un ruolo di guida, hanno fatto scattare il proprio interesse nazionale. Ed hanno deciso di puntare su Monti non perché il “Professore” interpreta quella economia sociale di mercato che in teoria dovrebbe far parte del loro bagaglio culturale e politico ma perché ai loro occhi il “Professore” è l’esponente politico italiano che più li garantisce rispetto al rischio di una politica economica diversa da quella della rigida austerità da loro considerata come l’unico antidoto alla riedizione dell’inflazione seguita alla crisi del ’29. Monti, dunque, è stato scelto non per la propria autorevolezza (che pure esiste) o per la propria competenza (che pure è indiscutibile). Ma solo ed esclusivamente in quanto campione del doppio interesse tedesco ad impedire sbandate inflazionistiche all’euro ed a difendere il ruolo egemone conquistato da Berlino proprio grazie alla identificazione tra l’euro ed il vecchio marco.

Ci si può chiedere se l’interesse nazionale tedesco tutelato da Monti si possa identificare con l’interesse nazionale italiano. E si può rispendere che difficilmente i due interessi possono coincidere visto che nell’anno in cui il “Professore” ha guidato il nostro paese applicando la ricetta di politica economica cara ai tedeschi l’Italia non ha compiuto un solo passo in avanti per uscire dalla crisi mentre la Germania ha continuato a godere dei privilegi dell’euro forte e dello spread favorevole. Ma invece di sollevare una polemica di natura elettoralistica all’insegna del “Monti uomo di Berlino” va invece posto il problema di come il Pdl intenda comportarsi in futuro all’interno del Partito Popolare Europeo. Se la logica che domina in quel partito non è quella del comune sentire politico e culturale della tradizione popolare e cristiana ma è quella dell’interesse nazionale del paese europeo egemone e dei suoi satelliti, allora ci si deve porre il problema se restare o meno nel Ppe e, se ci si resta, come stabilire rapporti ed alleanze con quei popolari d’Europa che intendono privilegiare i valori condivisi piuttosto che gli interessi della sola Germania.

Vendola: autogoal di Bersani e Monti

 

Non è un nuovo Ulivo. È un nuovo Ulivetto. Dove al posto dei Diliberto, Pecoraro Scanio, Turigliatto e Bertinotti c’è solo Vendola. Ma il risultato è lo stesso. Qualunque coalizione di governo possa essere formata dall’Ulivetto avrà, comunque, la stessa sorte capitata all’Ulivo di Romano Prodi : l’esplosione in mille pezzi. Il messaggio che le recenti polemiche tra Monti e Bersani sulla accettabilità o meno di Sinistra e Libertà in una coalizione di governo formata dai centristi e dal Pd rivolgono inconsapevolmente verso il corpo elettorale è fin troppo chiaro. L’ipotesi di una alleanza che parta da Casini ed arrivi fino a Vendola non solo è del tutto realistica ma se anche potesse in qualche modo concretizzarsi produrrebbe solo sconquassi ed ingovernabilità. Non a caso Monti invita Bersani e sbarazzarsi prima possibile del suo inaccettabile alleato. Perché si rende conto che l’unico modo di assicurare la sopravvivenza di un governo caratterizzato dalla presenza dell’Ulivetto sarebbe quello di non prendere alcuna iniziativa di stampo riformista. Al primo sentore di una qualche riforma non fittizia ma reale la coalizione governativa salterebbe per aria. Ed agli occhi di quell’Europa del Nord a cui il Professore tiene tanto, il responsabile del botto destinato a provocare l’ingovernabilità del paese sarebbe lo stesso Professore.

Ciò che Monti non ha calcolato, però, è che la sua richiesta a Bersani di affrettarsi a rompere il legame con Sel mette in grave difficoltà il Partito Democratico ed il suo segretario. Come può chi ha vinto le primarie del proprio partito grazie all’alleanza con Vendola e che ha puntato sullo stesso Vendola per tenere a freno la pressione del “nemico a sinistra” rappresentato da Antonio Ingroia, liberarsi del governatore pugliese senza irritare e deludere una parte del proprio elettorato e regalarlo alla concorrenza dei giustizialisti e di Beppe Grillo? Può anche essere che in cuor suo Bersani arda dalla voglia di scaricare Vendola. Ma se non vuole perdere le elezioni durante lo sprint finale non può fare a meno che difendere a spada tratta il povero Nichi ed annunciare ai quattro venti che non si piegherà mai alla inaccettabile pretesa del Professore. Il risultato di questa recita a soggetto è duplice.

Da un lato la distanza tra centristi e Pd diventa sempre più marcata e rende sempre più problematica l’ipotesi di un governo di sinistra-centro nell’avvio della prossima legislatura. Dall’altro gli elettori del centrodestra ancora incerti se tornare a votare per il Cavaliere scoprono di avere uno stimolo in più per turarsi il naso e sostenere lo schieramento avversario di quel centro e di quella sinistra incapaci , per loro stessa ammissione, di dare un governo stabile al paese. Può bastare l’errore di Monti a favorire la “reconquista” berlusconiana? Probabilmente il Cavaliere non riuscirà a realizzare il tanto evocato “sorpasso”. Ma è assolutamente certo che, grazie alla spinta delle polemiche tra Monti e Bersani e tra Vendola e Casini, le probabilità che nel nuovo Senato il centrosinistra non abbia la maggioranza diventano decisamente alte.

Che potrebbe succedere se tutto questo dovesse verificarsi? Monti ha già incominciato a parlare della eventualità di riesumare la grande coalizione . Ma mentre il Professore punta all’ingovernabilità per tornare a Palazzo Chigi come il punto di equilibrio tra destra e sinistra, qualcuno incomincia a fare dei calcoli diversi. Ed a scoprire che se i sondaggi venissero confermati il Pd potrebbe fare maggioranza non con i centristi ma con la sinistra estrema di Ingroia. Magari con l’appoggio esterno o con il sostegno dichiarato del Movimento Cinque Stelle. Chi l’ha detto , infatti, che Beppe Grillo sia votato a restare a vita all’opposizione? E se decidesse il contrario? Magari per precedere e sterilizzare il prevedibile tentativo di Bersani di convincere i neo-parlamentari di Cinque Stelle a sostenere un governo di sola sinistra a colpi di poltrone di sottogoverno?

Monti e Bersani, magliari dei tedeschi

Massimo D’Alema si è infilato per un attimo nei vecchi panni di Alberto Sordi ed ha definito la proposta sull’Imu di Silvio Berlusconi una “sola”. Ma la vera “sola” in circolazione è quella che, prima Mario Monti e successivamente Pier Luigi Bersani, sono andati a presentare in Germania ai componenti del governo di Angela Merkel. Questa “sola” è rappresentata dalla assicurazione che dopo le prossime elezioni solo un governo formato dai neo-centristi e dal Partito democratico sarà in grado di dare quella stabilità all’Italia che le principali cancellerie dell’Europa del Nord considerano indispensabile per salvare l’euro ed i rispettivi interessi nazionali.

Per illustrare la “sola” di Monti e Bersani ancora una volta serve la citazione di Alberto Sordi. I due esponenti politici italiani, infatti, si sono comportati come il personaggio interpretato dall’attore romano nel film “I magliari”. Hanno messo nella loro metaforica valigia di cartone una serie di stoffe fasulle spacciate come pregiate e si sono recati nella terra dei crucchi con l’intento di vendere al meglio la loro merce scadente puntando sulla dabenaggine congenita dei possibili acquirenti.

Può stupire che l’algido professore della Bocconi si comporti come un furfantello meridionale degli anni ‘50. E si può rimanere perplessi di fronte all’idea che un emiliano di scuola post-comunista possa mettersi ad imitare non i bagnini romagnoli degli anni ‘60 ma i “sola” romani della stessa epoca. È un fatto indubitabile, però, che Monti e Bersani sono andati in Germania a vendere un prodotto taroccato. La loro assicurazione di poter dare vita ad una coalizione di governo stabile costituisce una truffa bella e buona. Può essere che i tedeschi ci caschino perché si rifiutano di conoscere a fondo la realtà politica italiana o perché fa loro piacere e comodo scoprire di avere dei vassalli in quello che continuano a considerare il Bel Paese del Sacro Romano Impero. Ma quello che Monti e Bersani hanno apparecchiato ai loro danni è una autentica “magliarata”. All’indomani del voto assisteranno compiaciuti alla formazione di un governo di coalizione da parte dei loro vassalli italiani. Ma ben presto, come capitava ai tedeschi truffati dai magliari con le stoffe taroccate, alla prima pioggia l’abito del governo spacciato per solido si infeltrirà e si restringerà drammaticamente e dovrà essere buttato la macero per trovare al più presto formule  governative diverse o ripiegare su nuove elezioni anticipate.

La “sola” non è rappresentata dal patto che secondo Rosy Bindi dovrebbe stare alla base della futura coalizione di sinistra-centro. Cioè la guida del governo a Bersani e quella della politica economica a Monti. Se tutto si potesse risolvere in un accordo di potere ed in una distribuzione accorta di poltrone, la faccenda potrebbe anche funzionare. Il guaio è che per reggere e assicurare la stabilità venduta ai tedeschi questo patto non dovrebbe essere firmato solo da Bersani, Monti e da Vendola ma anche dalla Cgil. Che è il vero azionista di maggioranza della società politica rappresentata dal segretario del Pd. E fino ad ora non sembra proprio che il maggior sindacato italiano abbia una qualche intenzione di accettare la politica economica che dovrebbe essere portata avanti da Monti. Al contrario, in piena coerenza con la linea tenuta dagli anni ‘70 ad oggi, la Cgil non sembra disposta a cedere di un millimetro nei confronti di chi chiede riforme strutturali sul mercato del lavoro, sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola.

Il governo tedesco, quindi, farebbe bene a non farsi abbindolare dai nuovi magliari provenienti dall’Italia. E gli italiani farebbero ancora meglio a sconfessare e smascherare chi torna a rappresentarli all’estero come degli inguaribili imbroglioni.

Riforma giustizia: ci voleva Ingroia

 

Non è affatto un guaio che i magistrati politicizzati entrino in politica. Anzi, è un bene. Perché, pur essendo una anomalia fin troppo evidente (ma frutto della più grande anomalia rappresentata dallo squilibrio costituzionale tra i poteri dello stato), rappresenta un elemento di positiva chiarezza agli occhi dell’opinione pubblica nazionale. La conferma viene dal caso Ingroia. Che con il suo fin troppo previsto passaggio di campo dalla magistratura inquirente alla politica militante ha reso evidente l’anomalia di cui sopra anche a molti di quelli che per più di vent’anni l’avevano testardamente negata bollandola come una accusa strumentale dei garantisti fasulli e pelosi.

Ma il chiarimento provocato dalla vicenda Ingroia non riguarda solo la dimostrazione lampante della necessità di rivedere la Costituzione nella parte relativa alla tripartizione dei poteri. Comporta anche due conseguenze che al momento appaiono nascoste dal clamore della campagna elettorale ma che dopo il voto di fine febbraio sono destinate a venire fuori ed a produrre effetti di portata sicuramente significativa sulla vita pubblica del paese.La prima riguarda il panorama politico. Ingroia, insieme ai resti dell’Idv di Di Pietro, alla legione giustizialista campana di De Magistris, agli ultimi dei Verdi ed ai reperti archeologici del vecchio comunismo militante, ha dato vita al più classico dei “nemici a sinistra” del Partito Democratico. Nessuno pensava che questo potesse avvenire nelle dimensioni oggi indicate dai sondaggi. Bersani era convinto di aver risolto il problema provocando la scissione di Donadi dall’Idv. Invece Ingroia ha sfruttato con grande abilità il sostegno e la copertura avute dalla sinistra post-comunista nella sua crociata giudiziaria contro l’esecrato Cavaliere ed è riuscito nel miracolo di dare vita ad una ultra-sinistra al tempo stesso giustizialista e nostalgica destinata a dare filo da torcere ed a condizionare comunque la futura politica del Partito Democratico.

La seconda conseguenza riguarda, invece, il panorama giudiziario. Non perché il passaggio di Ingroia alla politica abbia provocato particolari sconvolgimenti tra le diverse e frastagliate correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati. Chi segue le vicende interne del sindacato dei magistrati sa bene che questo è un mondo abituato da tempo e riflettere le spaccature e le lacerazioni del mondo della politica. Ma perché ha messo in luce più chiaramente agli occhi dell’opinione pubblica il rapporto speculare esistente tra l’area della magistratura di sinistra con la sinistra politica italiana. Fino a ieri, in sostanza, la corrente di sinistra tradizionale dei magistrati Italiani, cioè Magistratura Democratica, sapeva di avere, come il Pd, un “nemico a sinistra”. Oggi lo sanno anche i cittadini. Che fino a ieri avevano avuto il sentore di una scarsa sintonia tra i personaggi più rappresentativi della Procura di Milano e  quelli della Procura  di Palermo.

Ma che oggi, dopo lo scambio di furiose malignità tra Ingroia e la Boccassini e la condanna di Bruti Liberati del protagonismo strumentale di chi usa le proprie inchieste per traghettare in politica, è diventato un dato dall’evidenza quasi cromatica. A Milano ci sono le “toghe rosse” ortodosse, a Palermo quelle “arancioni” eterodosse. In mezzo ci sono procure variegate, formate da magistrati che non sono né rossi, né arancioni, né ortodossi, né eterodossi, ma che fanno il loro lavoro sapendo bene che la visibilità si può conquistare solo adeguandosi ai colori dominanti o diventando dei battitori liberi di stampo grillino come quelle procure e quei pm che hanno cancellato da tempo le regole della competenza territoriale.

Insomma, grazie ad Igroia, ora è più chiaro che la riforma della giustizia è assolutamente indispensabile !

Il circo mediatico giudiziario e bancario

 

Chi ha predicato da anni contro gli effetti perversi del circuito mediatico-giudiziario non può non dare ragione al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per il suo appello ad evitare che anche la vicenda del Monte dei Paschi di Siena venga trattata all’insegna dello scandalismo giornalistico alimentato dal protagonismo giudiziario. Certo, condividere ed apprezzare l’appello del Quirinale non significa chiudere gli occhi di fronte alla circostanza che solo oggi Napolitano ha scoperto un fenomeno del genere, che la conseguenza della sua richiesta non è solo la difesa di Bankitalia e del sistema bancario ma anche il tentativo di disinnesco di tutte le tante mine che il caso Mps potrebbe far scoppiare sotto il sedere della politica in generale e del Pd e della sinistra in particolare. Ma la scoperta che Napolitano avverta il richiamo della propria foresta d’origine durante quello che Roberto Maroni ha chiamato il “semestre rosso”, non cambia la validità della sua critica ai pericoli del circuito mediatico-giudiziario e l’importanza simbolica che per la prima volta tali pericoli siano stati denunciati dalla più alta autorità della Repubblica.

Dato a Napolitano ciò che è di Napolitano, va però rilevato come fino ad oggi la vicenda Mps sia stata caratterizzata da due fenomeni particolari. Il primo è che il famoso e deprecato circuito tra stampa e magistratura sia scattato solo dalla parte dell’informazione. Giornali e Tv hanno dato vita al solito scandalismo giustizialista ma lo hanno fatto senza il tradizionale supporto del protagonismo giudiziario. Dove sono i verbali d’interrogatorio o le infinite ed inquietanti intercettazioni dei personaggi implicati che in casi analoghi dominavano pagine e pagine dei quotidiani e riempivano le trasmissioni televisive di maggiore ascolto? Al momento non ci sono fughe di notizie dalle Procure tese ad alimentare l’incendio scandalistico. I magistrati che indagano fanno il loro lavoro evitando clamori eccessivi. E la circostanza merita di essere sottolineata perché dimostra che per fare giustizia non c’è affatto bisogno di magistrati superstar.

Il secondo fenomeno, altrettanto importante e significativo, è che il caso Mps non solleva solo la questione del circuito mediatico-giudiziario ma anche quella del circuito mediatico-bancario. Ma su tale questione non c’è nessuno che osa spendere una sola parola. Per la semplice ragione che il controllo della grande stampa nazionale passa attraverso le principali banche del paese e tutti quei campioni integerrimi della pubblica moralità che imperversano sulle più importanti testate nazionali non hanno il coraggio civile e la dignità intellettuale di denunciare che il caso Mps si porta appresso fatalmente anche il problema della presenza condizionante delle banche nelle proprietà editoriali.

Quanto pesa questa presenza nel modo con cui il caso Mps viene presentato all’opinione pubblica nazionale? È questa presenza che sconsiglia il protagonismo giudiziario, frena il tradizionale linciaggio mediatico nei confronti delle persone e tende ad indirizzare la vicenda verso una conclusione che preveda il sacrificio dei singoli ed il salvataggio dell’intero sistema bancario e mediatico? Giorgio Napolitano ha oggi 87 anni. Gli auguriamo di vivere ancora molto a lungo. Nella certezza che tra vent’anni, come spesso è avvenuto nella sua vita, denuncerà con la massima energia ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti ma non dice nessuno.