L’amaro calice fino ai grillini

 

L’incertezza e la confusione che dominano la settimana conclusiva della campagna elettorale sono l’avvisaglia del rischio di ingovernabilità che potrebbe diventare il possibile risultato del dopo-voto. Le previsioni più accreditate ed insistenti indicano che il Pd potrebbe vincere alla Camera ma fallire l’obbiettivo di bissare il risultato positivo al Senato. Che il Pdl potrebbe perdere la battaglia per Montecitorio ma conquistare una posizione di rilievo (se non determinate ) al Senato. Che l’ipotizzato sfondamento al centro di Mario Monti e delle liste a lui collegate di Casini e Fini è un progetto già da adesso fallito e che qualunque governo fondato sull’asse Bersani- Vendola-Monti sarebbe in stato di perenne instabilità. Che in Parlamento irromperà una valanga di esponenti del Movimento Cinque Stelle destinata a sconvolgere, almeno nella prima fase della legislatura, la normale vita parlamentare paralizzando di fatto qualsiasi attività di qualsiasi esecutivo i partiti tradizionali riescano a mettere in piedi.

Sulla base di queste quattro previsioni c’è chi ipotizza l’eventualità di un rapido ritorno alle urne sull’esempio di quanto è avvenuto lo scorso anno in Grecia. Ma se si immagina che il voto possa produrre un risultato di ingovernabilità non ci si può limitare ad ipotizzare uno sbocco rappresentato da nuove elezioni sul modello greco. Perché le condizioni politiche che potrebbero verificarsi a Roma sarebbero ben diverse da quelle registrate dopo la prima tornata di elezioni ad Atene. In Grecia è risultato determinante il condizionamento esterno provocato dalle pressioni minacciose dell’Europa in generale e della Germania in particolare. In Italia , dove la pressione delle Cancellerie europee pro-Monti c’è già stata, difficilmente un condizionamento analogo potrebbe scattare. Anzi, potrebbe provocare un effetto assolutamente contrario.

Sulla base di una valutazione del genere diventa evidente come l’unico modo di rendere proficuo un eventuale ritorno alle urne dovrebbe consistere in un profondo rinnovamento dei due partiti maggiori e delle loro rispettive coalizioni. Ma è pensabile che Bersani da un lato e Berlusconi dall’altro possano avviare un qualunque rinnovamento dopo aver blindato i rispettivi partiti con la loro tradizionale nomenklatura ? Le ultime prese di posizione di Matteo Renzi lasciano intendere che una mancata vittoria piena del Pd alla Camera ed al Senato potrebbe riaprire la battaglia delle primarie in vista di un congresso destinato a cambiare od a spaccare il partito. I fermenti esistenti non tanto dentro il Pdl ma tra i partiti della coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia in primo luogo, fanno pensare che qualunque possa essere il risultato del Cavaliere il processo di ristrutturazione di un’area in cui non mancano affatto idee forti liberali, riformiste, nazionali e popolari diventerebbe assolutamente inevitabile. Non tutto il male, allora, viene per nuocere. Se si deve toccare il fondo dell’ingovernabilità prima di avviare una fase di rinnovamento e cambiamento vero della vita pubblica, si beva, dunque, l’amaro calice fino al fondo dei grillini. Nella consapevolezza, però, che se i partiti tradizionali non saranno capaci di rinnovarsi, a provocare una innovazione assolutamente incontrollabile ci penserà un comico alla testa di un esercito di qualunquisti inconsapevoli!

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