La campagna fallimentare di Monti

 

Se qualcuno lo consiglia vuol dire che ha sbagliato consigliere. Ma se non lo consiglia nessuno vuol dire che ha sbagliato mestiere. Si parla, ovviamente, di Mario Monti. Che dopo aver condotto una campagna elettorale senza azzeccarne una, l’ha conclusa fallendo clamorosamente anche l’ultima mossa. Le battute del presidente del Consiglio sulle attese e speranze della Cancelliera tedesca Merkel riguardo le elezioni italiane vanno considerate come una sorta di incredibile capolavoro in negativo. In un colpo solo Monti si è confermato “l’uomo della Germania” agli occhi degli elettori del centrodestra e si è scoperto “l’alleato impossibile” agli occhi di quelli della sinistra. Il ché, per essere l’esponente di un centro che vorrebbe far saltare la logica dei due poli e conquistare consensi sia su un versante che sull’altro, rappresenta un vero e proprio atto di autolesionismo elettorale. Può anche essere che il risultato del voto smentisca questa considerazione.

E che il “Professore” ottenga un buon risultato. Ma se c’è un dato su cui tutti gli osservatori non asserviti ed indipendenti concordano ad urne ancora chiuse è proprio quello relativo al sostanziale fallimento della “salita in campo” del presidente del Consiglio. L’unico risultato politico ottenuto fino a questo momento da Monti è stata la cannibalizzazione degli alleati dell’Udc e di Fli. Per il resto due mesi di campagna elettorale non adeguata gli hanno impedito di compiere quello sfondamento al centro che alla partenza era considerato come un evento scontato e gli hanno fatto progressivamente disperdere il gigantesco patrimonio di credibilità che tutti i grandi media , il Quirinale, gli ambienti economici e finanziari e le Cancellerie europee gli avevano assicurato durante l’anno del governo tecnico. Si discuterà a lungo sulle ragioni di questo fallimento. Consiglieri fasulli? Inesperienza personale? Gli interrogativi perdono d’interesse di fronte al dato politico complessivo rappresentato dal fatto che l’ondata di antipolitica prodotta dal governo tecnico non ha portato allo “tsunami” di Monti ma a quello di Grillo. E, soprattutto, ha bruciato in maniera definitiva quella formula dell’esecutivo affidato ai tecnici che nella storia della Repubblica ha rappresentato la tradizionale soluzione a cui ricorrere nei momenti di ingolfamento o di vuoto della politica.

La campagna elettorale, in sostanza, si chiude con la prospettiva di una maggiore ingovernabilità a causa di un Parlamento segnato da una forte presenza di oppositori di sistema come i grillini e dalla impossibilità di ricorrere alla formula tecnica per dare un governo al paese durante il tempo necessario a realizzare una qualche stabilizzazione del quadro politico. Tutto questo riporta in campo l’ipotesi di una grande coalizione che, partendo da una elezione concordata tra Pd e Pdl del nuovo Presidente della Repubblica, si fondi su un accordo per qualche indispensabile riforma costituzionale e preveda una fase di tregua (fino a nuove elezioni anticipate) gestita all’insegna dell’emergenza da un governo con i leaders dei partiti. Ma apre anche un diverso scenario di cui incominciano a parlare quegli esponenti del Pd che, per non perdere la propria base elettorale con le grandi intese, pensano alla formazione di un nuovo Ulivo con Prodi al Quirinale ed Ingroia e Grillo al governo al fianco di Bersani. C’è il rischio, in sostanza, che il fallimento del centro spiani la strada ad una inquietante e pericolosa radicalizzazione della vita politica italiana. Grazie Monti. Ma anche grazie Napolitano!

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