Tanto si tornerà a votare tra un anno

Non sembra essere una strada percorribile seguire l’esempio della Grecia ed andare a votare di nuovo nel giro di qualche mese. Perché il paese ha già pagato uno scotto di immobilità alla campagna elettorale appena conclusa e non potrebbe mai permettersi di raddoppiare la fase di paralisi decisionale per il tempo necessario ad una nuova campagna elettorale. Tanto più che per i partiti tradizionali andare a nuove elezioni subito dopo aver perso quelle immediatamente precedenti significherebbe rassegnarsi ad una nuova e più cocente e sconfitta e consegnare il futuro Parlamento e l’intero paese alle mani imprevedibili e poco rassicuranti di Beppe Grillo. Ma non è neppure pensabile che la nuova legislatura possa andare avanti troppo a lungo con la situazione di ingovernabilità espressa dal voto di domenica scorsa.

A meno che Pierluigi Bersani non esca dal bunker con le mani alzate piegandosi all’intimazione dei “grillini” ed offrendo a Grillo la guida di un futuro governo sostenuto dall’esterno dal Pd (e non è detto che il comico genovese sarebbe disposto ad accettare questa proposta), non esiste alcuna possibilità di dare una guida certa e solida al paese. C’è, sicuramente, la possibilità di mettere in piedi un governo di tregua, d’emergenza o di scopo (la fantasia non manca per trovare definizioni a formule comunque raffazzonate). Ma è fin troppo evidente che un esecutivo formato dai partiti di Bersani, Monti e Berlusconi non potrebbe mai avere vita lunga e non travagliata. C’è dunque da pensare che se le elezioni anticipate non ci saranno tra tre mesi, ci potranno essere entro un anno. Magari in abbinamento con quelle elezioni europee che sono fissate per la primavera del 2014. È a questa data che si deve rinviare l’obbiettivo di una stabilizzazione del quadro politico.

Ed è tenendo presente questa data che le forze politiche tradizionali debbono incominciare ad attrezzarsi per non venire spazzate via da un nuovo e più forte tsunami provocato dal “terremoto Grillo”. L’esigenza riguarda in primo luogo il Partito Democratico, che è il vero sconfitto della tornata elettorale. Ma riguarda anche il Pdl e le altre forze del centrodestra e dell’area moderata a cui non può bastare la conferma di poter contare sul carisma di Silvio Berlusconi per pensare di potere riassorbire le fasce dei delusi passate all’antipolitica grillina e poter sperare di tornare a rappresentare la maggioranza del paese. In questa impresa di rinnovamento e di ristrutturazione in vista dell’inevitabile prossimo appuntamento elettorale lo schieramento che ha più possibilità di recupero è il centrodestra. Perché il trauma del voto è destinato a provocare pesanti ripercussioni dentro in Partito Democratico dove la sconfitta di chi aveva puntato sull’alleanza con il centro può spingere le componente più di sinistra a cercare di riconquistare i voti passati a Grillo spostando su posizioni più radicali ed estremiste il baricentro del partito. E l’eventuale radicalizzazione del gruppo dirigente del Pd non può non provocare l’inevitabile riavvicinamento verso il centro destra di quelle diverse componenti dell’area centrista uscite malconce, deluse e scompaginate dalla partita elettorale. I risultati hanno dimostrato che non esiste uno spazio per un terzo polo teso a restaurare la Prima Repubblica.

E nel momento in cui il Pd dovesse spostarsi sempre più a sinistra per rincorrere Grillo, l’area centrista non potrebbe far altro che superare la pregiudiziale personale nei confronti di Berlusconi e ricucire rapporti con il centrodestra all’insegna della comune concezione della democrazia liberale. Ma il gruppo dirigente del Pdl sopravvissuto allo tsunami sarà capace di aprirsi alle nuove esigenze o punterà ancora una volta alla propria blindatura nella convinzione di poter sempre e comunque contare sui miracoli elettorali del Cavaliere?

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