Archivio mensile:marzo 2013

Bersani si è già schiantato

Si schianta o non si schianta? L’interrogativo riferito al tentativo di Pier Luigi Bersani domina l’attuale momento politico. Ma costituisce un falso problema. Perché Bersani si è già schiantato. Non personalmente ma nella sua condizione di massimo rappresentate del Partito Democratico. E lo ha fatto nel momento in cui durante la ridicola e devastante consultazione in streaming con i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle, è stato costretto a rivendicare la diversità morale e la superiorità politica del proprio partito per fronteggiare l’accusa di Roberta Lombardi e di Vito Crimi di essere responsabile, al pari di tutte le altre forze politiche tradizionali, dei danni provocati al paese negli ultimi vent’anni. La diversità morale e la superiorità politica della sinistra erede del Pci hanno rappresentato per l’intero secondo dopoguerra italiano un assioma ed un dogma inattaccabili. Anzi, l’assioma della diversità è stato costruito negli anni Settanta da Enrico Berlinguer sul dogma della superiorità realizzato precedentemente da Palmiro Togliatti.

Insieme, diversità e superiorità, sono diventati dagli anni ’80 in poi il piedistallo su cui il Pci ed i suoi eredi Pds e Pd hanno costruito tutte le proprie fortune politiche. Bersani, che di questa tradizione è l’erede ufficiale e che proprio in nome di questa tradizione ha rivendicato il diritto di poter guidare il paese, si è schiantato proprio perché, per la prima volta nella storia del suo movimento politico, si è visto costretto ad usare la diversità e la superiorità non come una spada d’attacco ma come uno scudo protettivo. E per la prima volta ha dovuto verificare che lo scudo non funziona e non impedisce affatto l’attacco di chi rivendica per se stesso la diversità etica e la superiorità politica e nega questi attributi a chi per decenni li ha usati per esercita la propria egemonia sul paese. Di fronte a questa vicenda, esaltata da un impietoso streaming, diventa paradossalmente ininfluente la riuscita o meno del tentativo di Bersani di formare il governo. Se il segretario del Pd dovesse completare positivamente la propria missione impossibile potrebbe, forse, rinviare di qualche tempo il momento della presa d’atto della fine di un’epoca per il proprio partito.

Se invece non dovesse riuscirci la presa d’atto sarebbe immediata provocando una crisi nel Pd dagli effetti devastanti destinata a durare almeno fino a quando l’intera sinistra tradizionale non farà finalmente i conti con se stessa e con la propria storia e accetterà la propria condizione di assoluto eguaglianza con le altre forze politiche. Lo streaming come la presa della Bastiglia? In un certo senso si. Perché il copione recitato da Lombardi e Crimi a beneficio del proprio elettorato ha messo in difficoltà Bersani costretto, di fronte al proprio elettorato, ad arroccarsi attorno alla pretesa di continuare a rappresentare “l’aristocrazia repubblicana” rispetto alla normale plebe politica nazionale. Ed ha reso evidente come anche questa Bastiglia abbia mura fragili e destinate ad essere spazzate via dalla furia di chi, a sua volta, pretende di essere diverso eticamente e superiore politicamente in nome di una novità tutta ancora da dimostrare. Il povero Bersani pensava di poter ammansire i grillini salendo sul piedistallo del proprio blasone ma ha dovuto prendere coscienza che i suoi interlocutori, proprio a causa di quel vecchio e superato titolo nobiliare, intendono ghigliottinarlo. Il ché è sicuramente un grave problema per la situazione politica del paese e per la sua governabilità. Ma è anche l’avvio di un processo di chiarimento e di normalizzazione della politica nazionale destinato a far saltare le vecchie caste ed a rimettere tutti i cittadini sullo stesso piano.

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Salvacondotto fasullo e ghetto per il Pdl

Tutto si può dire di Pier Luigi Bersani tranne che sia uno sciocco. Il segretario del Pd sa bene che l’unica possibilità di dare vita ad un governo a propria guida passa attraverso un accordo con il centro destra vista l’indisponibilità del Movimento Cinque Stelle a rinunciare al suo comodo ruolo di opposizione per diventare forza di governo. Ma sa altrettanto bene che se vuole entrare a Palazzo Chigi con la prospettiva di non restarci lo spazio di un mattino ed uscirne segnato a vita dal marchio di “inciucista” lanciatogli dai grillini e dalla parte più oltranzista della sinistra italiana, deve necessariamente nascondere, mimetizzare, sotterrare il più profondo possibile l’accordo con il Pdl. E continuare a fare la faccia feroce con il Cavaliere bollando lui ed i suoi seguaci ed elettori con quell’accusa di impresentabilità che è diventata la parola d’ordine della sinistra oltranzista italiana e che nei fatti rappresenta una sorta di conventio ad excludendum per un centro destra da ricacciare nel ghetto della politica nazionale.

Di qui la sua idea di avere il via libera da parte del Pdl per un governo con personalità care al giacobinismo ed al grillismo italiaco in cambio di una vaga promessa di un nuovo Presidente della Repubblica non di parte e, soprattutto, di una commissione destinata a preparare la riforma della seconda parte della Costituzione guidata da Silvio Berlusconi. Molti pensano che dell’accordo da nascondere, mimetizzare e sotterrare l’aspetto più significativo riguardi il futuro Capo dello Stato. Ma non è affatto così. Bersani non può favorire l’elezione di un candidato moderato perché se lo facesse renderebbe pubblico l’accordo sotterraneo. Può, al massimo, concedere al Pdl un personaggio equilibrato ma sempre espressione della sinistra (Marini, Grasso, ecc.). E si rende conto che al centrodestra una concessione del genere non può assolutamente bastare. Per cui ha pensato di spostare il centro dell’accordo sulla commissione delle modifiche costituzionali trasformando l’assicurazione che a presiederla sarebbe il Cavaliere in una sorta di salvacondotto per Silvio Berlusconi. Come se, da presidente di questa nuova Bicamerale , il leader del Pdl diventasse immune dagli strali in arrivo della giustizia politicizzata o in cerca di visibilità mediatica.

L’esca lanciata dal segretario del Pd è in apparenza allettante. Ma solo in apparenza. Perché presiedere una Bicamerale sia pure mascherata da commissione istituzionale non ripara da nessuna sentenza o da nessuna eventuale richiesta d’arresto. E, soprattutto, perché l’esigenza prioritaria del centro destra non è quella di salvaguardare il proprio leader dalle bordate della magistratura ma quella di rompere la conventio ad excudendum che all’insegna dell’impresentabilità viene pesantemente esercitata da una minoranza nei confronti di una parte consistente dell’elettorato italiano. L’esca del salvacondotto per Berlusconi, dunque, va respinta. Perché se l’interesse politico di Bersani è di nascondere il più possibile l’accordo con il Pdl, l’interesse di quest’ultimo e dell’intero arco di forze estraneo alla sinistra (centristi compresi) è l’esatto opposto. L’accordo da cui può nascere il governo, in sostanza, va evidenziato, sbandierato, esaltato. Perché sono rendendolo più evidente possibile si possono abbattere le mura che ghetto in cui la parte più ottusa ed estremista della sinistra vuole richiudere i suoi oppositori. Questo significa togliere un possibile scudo protettivo a Berlusconi? Niente affatto. Significa costringere Bersani a fare ciò che il Pd rinvia da tempo immemorabile: uscire dall’ossessione di non avere nemici a sinistra e fare finalmente i conti con l’estremismo paranoico della sinistra alla Battiato.

Bersani e la possibile fronda interna Pd

L’agenzia di rating Moody’s preannuncia un nuovo declassamento dell’Italia e la Borsa del nostro paese crolla miseramente. A Bruxelles filtrano dai vertici della Ue notizie secondo cui la trovata dell’esproprio del 30 per cento dei conti bancari superiori ai 100 mila euro applicata a Cipro andrebbe estesa anche in Italia per ridurre il nostro debito pubblico. E nel paese una ventata di paura si abbatte sui cittadini tutti nel timore che la rapina, come avvenne all’epoca del governo Amato, non riguardi solo i risparmiatori più ricchi ma anche quelli che di euro ne hanno ben pochi. Il tutto mentre il governo non riesce ancora a sbloccare i fondi per i pagamenti dei crediti alle aziende da parte della Pubblica Amministrazione, le società chiudono a rotta di collo, la disoccupazione aumenta in maniera proporzionale e cresce automaticamente il pericolo che la tensione sociale sia sempre più vicina al punto di esplosione.

Nel bel mezzo di questo dramma il segretario del Partito Democratico incaricato dal Capo dello Stato di verificare se sia possibile trovare in Parlamento i voti necessari a dare vita ad un governo provvisto di numeri certi e capace almeno di avviare la fase iniziale della legislatura, perde tempo in consultazioni inutili e ridicole. Nella giornata di lunedì ha incontrato i rappresentanti dei sindacati e la segretaria della Cgil gli ha chiesto di inserire nel programma di governo quell’abolizione dell’Imu che Silvio Berlusconi aveva chiesto a gran voce incassando dall’intera sinistra l’accusa di demagogia a basso costo. Poi ha visto i rappresentanti di ogni genere e specie della cosiddetta società civile. Da quelli del Club Alpino Italiano e del Touring Club fino al fondatore di “Libera” Don Ciotti, al sociologo De Rita ed ai dirigenti di fantomatiche associazioni di studenti. Ieri, infine, ha sbrigato la pratica dell’incontro con i partiti presenti in Parlamento da cui ha avuto la conferma dell’esistenza di veti e di condizioni difficilmente superabili. Nessuno ha capito bene se con il Cai Bersani abbia parlato dei sentieri di alta montagna in grado di fargli scavallare le aspre cime che gli sbarrano il cammino o se con quelli del Touring si sia informato sui luoghi più ameni dove ritirarsi dopo il possibile fallimento del proprio tentativo.

Tutti, in compenso, si sono resi conto che il segretario del Pd ha peso del tempo più che prezioso. E lo ha fatto non nella speranza di poter smussare angoli, trovare nuove intese, creare un clima di concordia capace di favorire la nascita di un esecutivo in grado di affrontare al più presto la crisi. Ma nella pretesa di dimostrare in lungo ed in largo che se non c’è una maggioranza per il proprio governo non ci può essere una maggioranza per nessun altro governo e che l’alternativa è “o Bersani o voto”. Non ci vuole grande intuito per capire che questa è la linea del Piave del segretario del Pd. Quella con cui Bersani non solo tenta di imporre le proprie condizioni capestro alle altre forze politiche ed al paese ma cerca, soprattutto, di tenere a bada il rischio di tensioni e ribellioni interne nel Pd. Fino a quando avrà la speranza di formare il governo riuscirà a tenere sotto controllo i dissidenti. Ma quando questa speranza dovesse svanire la sua sorte di leader del Pd sarebbe segnata.

Il paese può pagare un così alto prezzo in termini di paralisi decisionale alle questioni interne del Pd ed alla pretesa di Bersani di tenere il più lontano possibile il fantasma ossessivo di Matteo Renzi ? La risposta è scontata. Per cui è auspicabile che Bersani esca di scena al più presto.È vero che se non c’è una maggioranza per lui difficilmente può esserci per qualche altro incaricato. Ma questa difficoltà passa per la tenuta interna del Pd. E se, liquidato Bersani, la componente più responsabile del partito uscisse allo scoperto e si mostrasse disponibile a sostenere un governo del Presidente, cioè di Napolitano, cioè di un altro leader, per di più storico, del Pd ?

Sui media Grillo non ha affatto torto

Per anni Beppe Grillo è stato accarezzato, sostenuto, blandito, aiutato e guardato con la massima simpatia dal sistema mediatico tradizionale. Che lo considerava come una sorta di fenomeno da baraccone da tenere distinto rispetto al novero dei comici organici come vengono adesso catalogati i vari Crozza, Dandini, Littizzetto e via di seguito. Cioè come componenti a pieno titolo della nomenklatura politicamente corretta a cui spetterebbe per una curiosa volontà divina il compito di illuminare le menti del popolo bue e guidare il paese. Ma che, sia pure con la sua diversità, andava benedetto e favorito in quanto nemico dichiarato degli impresentabili del centrodestra. Non importava che Grillo proclamasse a gran voce di essere nemico irriducibile del sistema. Non solo quello politico ma anche quello mediatico dipendente dal primo. L’importante era che il comico genovese attaccasse lo psiconano Berlusconi per far scattare in suo favore la regola secondo cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio amico. Ora questa regola ha improvvisamente trovato una applicazione opposta. Grillo si rifiuta di dare i propri voti indispensabili per il governo Bersani? Ecco che il nemico del mio nemico è diventato di colpo l’amico del mio nemico.

Ed , anzi, visto che senza i voti del M5S il sogno di Bersani sfuma, ecco che l’amico del nemico è diventato il nemico più acerrimo del Pd e del sistema mediatico che lo sostiene. Di qui i primi dossier sui giornali d’area che sputtanano il leader grillino ed i suoi amici e sostenitori, le massicce incursioni nella rete dei militanti Pd che si spacciano per votanti del M5S per dividere, lacerare, spaccare il popolo dei grilli contestatori, le campagne di sdegno, condanna ed esecrazione dei grandi media contro Grillo ed i suoi parlamentari che sbattono la porta in faccia a quello che considerano un giornalismo prezzolato. Cioè il giornalismo pagato non solo dai partiti tradizionali ma anche dai grandi poteri che esprimono la nomenklatura politicamente corretta alla guida del paese. Grillo va demonizzato per le porte in faccia ai media ? Niente affatto. Al contrario, al leader del Movimento Cinque Stelle va riconosciuto il merito di comportarsi nei confronti della stragrande maggioranza della categoria giornalistica come il bambino della favola che rompe le convenzioni e denuncia che il re è nudo.

Grillo, infatti, svela ciò che tutti sanno da sempre. Cioè che i grandi media o sono controllati direttamente dai partiti tradizionali (come è il caso della Rai) o sono al servizio di grandi banche e grandi gruppi industriali e finanziari. Ed avendo scoperto di non aver bisogno della mediazione dell’informazione tradizionale per diffondere le proprie idee ed, anzi, che il rifiuto di questa mediazione aumenta all’infinito l’attenzione ossessiva dei media nei suoi confronti, non ha alcuna difficoltà a trattare a pesci in faccia chi considera comperato , venduto, infido ed inaffidabile. Per questo suo atteggiamento Grillo viene ferocemente bacchettato. In questa faccenda, però, il problema non è il comportamento del leader del M5S ma la reazione stolida dalle gran parte della categoria giornalistica. Che reagisce all’insegna del più sciocco perbenismo nei confronti di chi proclama che alla fine della democrazia rappresentativa e all’avvento della democrazia diretta non può non corrispondere la fine della informazione mediata e l’avvento dell’informazione diretta. E si rifiuta di ammettere che l’accusa mossa da Grillo nei suoi confronti di essere parte integrante e decisiva di una casta ormai esaurita da troppi decenni di potere incontrollato è fin troppo centrata. Troppo comodo fare i rivoluzionari a parole con alle spalle la copertura del servizio pubblico radiotelevisivo, dei componenti del patto di sindacato della Rcs , degli interessi di De Benedetti , di Berlusconi , di Caltagirone ! Il re è nudo. Ed i suoi cortigiani pure.

Concordia nazionale e scontro frontale

Da una parte la necessità della concordia nazionale, dall’altra la decisione della radicalizzazione dello scontro. La prima parte è interpretata da Giorgio Napolitano, la seconda da Pier Luigi Bersani. Il Capo dello Stato, non solo in omaggio al proprio ruolo istituzionale di garante dell’unità nazionale ma anche perché convinto che la conflittualità politica aggrava e non risolve la crisi in atto, è l’espressione della concordia nazionale. Che ha perseguito favorendo la nascita del governo tecnico in cui i due grandi schieramenti alternativi del bipolarismo hanno stipulato una tregua in nome dell’emergenza. E che continua a perseguire anche nelle ultime giornate del proprio mandato chiedendo alle forze politiche presenti nel nuovo Parlamento di dare vita il più presto possibile ad un governo che abbia la possibilità, grazie ad una maggioranza definita, di poter svolgere efficacemente il proprio compito emergenziale. Il segretario del Pd è in questo momento l’antitesi di Napolitano.

Ossessionato dalla resurrezione elettorale di Berlusconi e dalla necessità di recuperare i voti della sinistra confluiti sul Movimento Cinque Stelle, si è convinto che l’unico modo per conseguire i due obbiettivi sia quello della radicalizzazione dello scontro con il Cavaliere. E nel momento in cui sul nostro paese rischia di arrivare il vento destabilizzante dell’euro e della Unione Europea fatto nascere a Cipro dalle pretese ottuse dei banchieri dell’Europa del Nord, pensa di convincere Beppe Grillo a sostenere un governo a guida Pd offrendogli la distruzione del Cavaliere attraverso non solo l’arma giudiziaria ma soprattutto quella legislativa ( anticorruzione, conflitto d’interessi, ineleggibilità e via di seguito). Coesione nazionale o radicalizzazione dello scontro? Poiché sembra chiaro che Napolitano difficilmente potrebbe sconfessare se stesso decidendo di benedire la linea della radicalizzazione, è nata tra le file di chi pensa che solo la testa di Berlusconi può ammansire la belva Grillo l’idea di fare a meno di questo Capo dello Stato. Cioè di tirare la crisi di governo oltre il 15 aprile, data in cui il Parlamento è chiamato ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, per sostituire Napolitano con un Capo dello Stato disposto a cavalcare la strategia della radicalizzazione e consentire a Bersani di dare finalmente vita ad un governo appoggiato da parte o da tutti i grillini.

Ma è proprio questa idea balzana a rendere evidente l’irresponsabilità e la confusione mentale dei teorici di una nuova guerra civile contro il centrodestra per consentire al Pd di avere sempre meno nemici a sinistra. Se il problema fosse Berlusconi e la sua presenza sulla scena politica la loro strategia avrebbe un qualche senso. Ma il problema non è il Cavaliere ma la crisi. Quella che ha fatto sfondare il debito pubblico oltre il tetto dei duemila miliardi, ha provocato una disoccupazione galoppante, ha imposto una pressione fiscale insostenibile e sta provocando il ritorno alla proletarizzazione di tutti i ceti medio-bassi del paese con il rischio di tensioni sociali incontrollabili. Si può permettere il paese la paralisi della crisi di governo in attesa di un nuovo Capo dello Stato disponibile a tradire la linea della coesione nazionale di Napolitano ed a spostare la strategia della radicalizzazione dello scontro di Bersani? La risposta è scontata. Ma solo per le persone di buon senso. Che però non mancano neppure all’interno del Partito Democratico a dispetto del girotondismo fuori tempo di un segretario pericoloso per se e per gli altri. A loro non resta che appellarsi. Nella speranza che la crisi decida di aspettare il loro risveglio.

Pensiero autoritario e compiti del Colle

Nessuno può prevedere quale sarà la reazione di Giorgio Napolitano di fronte alla richiesta di Pierluigi Bersani di avere il via libera alla formazione di un governo di minoranza zeppo di specchietti per i grillini e destinato a cercare di giorno in giorno l’aiuto di qualche dissidente del M5S per poter sopravvivere. Può essere che il Presidente della Repubblica respinga la pretesa di governare senza maggioranza del segretario del Pd. Ma può anche essere che il Capo dello Stato si convinca che non esiste altra alternativa a quella proposta da Bersani e, seppure a malincuore, accetti di autorizzare il leader della sinistra a mettere in piedi l’esecutivo più anomalo dell’intera storia repubblicana.

Questo interrogativo rappresenta la dimostrazione inequivocabile di come la XVII Legislatura sia partita nel peggiore dei modi possibile. Ma non perché non esista la possibilità di costruire un governo forte di una solida maggioranza e capace di affrontare la crisi senza cadere al primo alito di vento e si arrivi addirittura a prendere in considerazione l’ipotesi del governo di minoranza che , per definizione, è evaporabile come neve al sole. Ma perché se in una democrazia parlamentare si incomincia a considerare normale , ed anzi addirittura auspicabile e positivo, che una minoranza possa guidare il paese a dispetto dei numeri presenti in Parlamento, numeri che rappresentano la volontà popolare, vuol dire che quella democrazia è ormai in coma e rischia di esalare l’ultimo respiro da un momento all’altro. Nello sciogliere il nodo delle consultazioni è bene che Napolitano tenga ben presente questa considerazione. Perché la sua non sarà una scelta in favore e contro Bersani ma assumerà inevitabilmente il significato o di dare una boccata d’ossigeno alla democrazia parlamentare boccheggiante o di diventare il colpo di grazie ed il certificato di morte del sistema voluto dalla Costituzione. Per la verità chi propone come soluzione ineluttabile quella del governo di minoranza sostiene che proprio la scelta di un esecutivo obbligato a cercare ogni giorno i voti per il proprio sostentamento ripropone ed esalta la cosiddetta centralità del Parlamento.

Al punto da realizzare l’obbiettivo di quel “parlamento governante” che viene proposto da Grillo come l’unica alternativa al governo dei partiti. Ma Napolitano è troppo esperto per non riconoscere ciò che si nasconde dietro la teoria del parlamento governante e la pratica del governo di minoranza destinati, entrambi, a cacciare dal tempio della democrazia i partiti corrotti e corruttori. Barbara Spinelli sostiene che in questo modo si torna all’agorà di Atene. Salvatore Settis sostiene che per questa strada si segue l’esempio delle “actiones populares “ della Roma repubblicana. Ma per uno come Napolitano che è passato attraverso le esperienze del secolo breve è fin troppo facile capire che dietro tutte queste teorie più o meno suggestive si nasconde il tradizionale antiparlamentarismo delle minoranza attive, di destra o di sinistra che siano, che è sempre sfociato in passato verso sbocchi di stampo autoritario. Alle spalle dell’antiparlamentarismo, infatti, c’è sempre e comunque il pensiero aristocratico di chi crede che solo le minoranze illuminate siano in grado di guidare il “popolo bue”. Un pensiero che oggi si nasconde dietro le teorie della democrazia partecipativa che nasce dal basso ma che nella realtà, anche e soprattutto in quella della rete, ripropone sempre il solito schema dei piccoli nuclei di portatore di verità destinati a trascinare le masse amorfe e ignoranti. Bersani, ossessionato dalla pretesa di andare a Palazzo Chigi per scongiurare il pericolo interno rappresentato da Renzi, non capisce il pericolo. Napolitano non dovrebbe ignorarlo. E comportarsi di conseguenza.

La sfida di Bersani a Napolitano

 

È la strategia della disperazione quella che viene portata avanti da Pier Luigi Bersani e dai suoi sostenitori. Il segretario del Pd non si rassegna alla sconfitta elettorale. Non intende in alcun modo uscire di scena passando la mano nel partito e rinunciando per sempre al sogno di sedere a Palazzo Chigi. Per questo il suo unico obbiettivo è il voto anticipato a giugno. Perché se si dovesse tornare alle urne alla fine della primavera il Pd non potrebbe celebrare il congresso destinato a giubilarlo. E, soprattutto, non ci sarebbe il tempo necessario per tenere quelle primarie con cui il suo competitore interno Matteo Renzi conta di rottamarlo, diventare il candidato premier della sinistra e conquistare la leadership del partito. Il disegno di Bersani è ormai chiaro in ogni suo aspetto. Per provocare le elezioni a giugno deve fare terra bruciata di fronte ad ogni ipotesi di governo diverso da quello irrealizzabile tra Pd e grillini.

Di qui la scelta di surriscaldare al massimo il quadro politico decidendo di rompere ogni tipo di possibile rapporto con il Pdl attraverso la criminalizzazione del suo leader Silvio Berlusconi e dell’intero centrodestra . E sempre di qui il corteggiamento, apparentemente assurdo visto che viene fatto a chi reagisce con insulti e ribaltando completamente la linea politica tenuta in campagna elettorale, nei confronti del Movimento Cinque Stelle. Più Bersani rincorre Grillo, più rende impossibile ogni ripresa di dialogo non solo con il centrodestra ma anche con i centristi di Mario Monti. Cioè azzera in anticipo ogni residua speranza di evitare le elezioni anticipate con un governo del Presidente, di scopo, di responsabilità o semplicemente balneare, che serva a cambiare la legge elettorale, assumere i provvedimenti economici indispensabile per ridurre la tensione della crisi e portare il paese alle urne in autunno o in concomitanza con le europee del prossimo anno. Per perseguire il proprio scopo Bersani ha giocato e si appresta a giocare ogni carta utile.

Dal sostegno al candidato grillino alla Presidenza della Camera alla mobilitazione dei soliti intellettuali organici e degli ancora più soliti magistrati organici presenti nelle Procure e nel Consiglio Superiore della Magistratura. In più, sempre per avere la garanzia assoluta di poter avere dal successore di Giorgio Napolitano un immediato scioglimento delle Camere per il voto a giugno, si prepara a puntare su quel Romano Prodi che pur di concretizzare il vecchio sogno di installarsi al Quirinale sarebbe disposto a sciogliere anche gli elmi dei corazzieri. Ma l’interesse personale di Bersani non coincide in alcun modo con l’interesse generale del paese. Al contrario, rappresenta un macigno posto in maniera irresponsabile sulla strada del tentativo di fronteggiare la crisi senza inutili perdite di tempo, una spinta verso un disastro che non colpirebbe solo la società italiana ma che lo stesso Pd destinato a polverizzarsi per seguire l’avventurismo del proprio attuale segretario. Come ogni strategia della disperazione, però, anche quella di Bersani presenta un punto di debolezza.

Che è rappresentato dalla sfida implicita che tale strategia lancia al Presidente della Repubblica in carica legittimamente preoccupato della crisi incombente e giustamente deciso a subordinare gli interessi dei singoli a quelli generali del paese. Come può Napolitano reagire a questa sfida che, come si è visto con il comportamento dei magistrati organici del Csm, assume aspetti anche apertamente offensivi nei confronti del Capo dello Stato? La risposta può venire solo dall’esito delle consultazioni. Dalla constatazione che l’esponente del partito di maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato non è in grado di formare alcun governo stabile ma solo un esecutivo di minoranza. E dalla decisione, inevitabile visto il no di Pdl, Scelta Civica e dello stesso M5S al governo minoritario del Pd, di saltare l’inutile passaggio dell’esplorazione a Bersani e di puntare subito sul governo di scopo a termine ed a guida istituzionale. Questo significa che Napolitano deve liquidare Bersani aprendo di fatto la battaglia interna del Pd per il nuovo segretario e la nuova leaderschip? Significa proprio questo. E nessuno dubita che recuperando un pizzico della cattiveria tipica della vecchia guardia del Pci, l’ex leader migliorista non sappia e non possa farlo per il bene del paese!

La sorte del Cav e lo squilibrio dei poteri

A piazza Montecitorio, di fronte a all’ingresso del Parlamento , è stata delimitata con apposite transenne un’area dedicata alle manifestazioni di protesta. E nelle ultime legislature non è passato un giorno senza che quest’area non fosse occupata da manifestanti che il più delle volte contestavano i rappresentanti del potere politico presenti nella Camera dei Deputati . Molto spesso , inoltre, rappresentanze dei manifestanti hanno chiesto ed ottenuto di entrare a Montecitorio per portare la propria protesta nel luogo fisico dove si celebra il rito della formazione delle leggi. E non non sono mancate le volte in cui la richiesta non è stata neppure avanzata e si è tentato di forzare l’ingresso con la violenza per rendere la protesta più clamorosa possibile. Di fronte ad un fenomeno del genere nessuno si stupisce o si lamenta per i tentativi di “ condizionamento improprio della funzione “ legislativa . Al contrario, è opinione generale che la protesta contro il Parlamento, il potere legislativo, la classe politica non solo sia legittima ma addirittura sacrosanta.

“Questa è la democrazia, bellezza. E tu non puoi farci niente !”. Nello stato di diritto fondato sulla tripartizione dei poteri il diritto dei cittadini alla critica dovrebbe avere la possibilità di esprimersi liberamente nei confronti non solo dei poteri esecutivo e legislativo, come avviene regolarmente e sacrosantamente, ma anche nei confronti del potere giudiziario. Nel nostro paese, invece, le sentenze non si possono discutere e ai magistrati non si può muovere alcun genere di appunto perché ogni forma di dissenso nei confronti del rappresentanti del potere giudiziario diventa una sfida inaccettabile, un attentato alla indipendenza ed alla autonomia , una prevaricazione illegittima ed indebita alla funzione giudiziaria. Per il potere giudiziario, quindi, non vale la regola del “ questa è la democrazia”. Vale , al contrario, la regola della deroga alla democrazia. Cioè il principio che , a differenza per quanto accade per i poteri esecutivo e legislativo, nei confronti del potere giudiziario non si applica il diritto costituzionale della libertà d’opinione. Di conseguenza, l’eguaglianza dei poteri che è alla base dello stato di diritto fondato sulla tripartizione salta.

Ed il potere giudiziario diventa automaticamente il primo di una scala gerarchica che altera la natura stessa della democrazia italiana. Come ben sa lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per aver toccato come mano come anche il Capo dello Stato debba subire le conseguenze di questa nuova gerarchia entrata a far parte in maniera prepotente ed incontrollata della Costituzione materiale del nostro paese. Il problema, allora, dopo la manifestazione del Pdl di fronte al Tribunale di Milano e dopo gli interventi del Presidente della Repubblica, non è quello di assicurare il legittimo impedimento a Silvio Berlusconi per tutta la durata della crisi di governo e dell’ingorgo parlamentare per l’elezione quasi contemporanea dei Presidenti di Camera e Senato e del nuovo Capo dello Stati. Il problema è lo squilibrio dei poteri che , in questa particolarissima e drammatica fase della vita pubblica del paese, rischia non solo di liquidare personalmente il leader della seconda forza politica italiana ma di espellere dal circuito democratico i dieci milioni di elettori raccolti alle recenti elezioni dal centro destra. I dirigenti del Pd che puntano proprio a questo obbiettivo nella speranza di liberarsi una volta per tutte dal concorrente naturale e quei magistrati che applicando ottusamente la legge sperano di intestarsi il merito dell’abbattimento del caimano dovrebbero capire che stanno segando il ramo su cui sono seduti. Perché se un terzo degli elettori italiani viene messo fuori gioco a causa dello squilibrio dei poteri e dell’interesse di una precisa parte politica, a saltare non è Berlusconi ma ciò che ancora rimane del sistema democratico.

La campagna elettorale di Pd e Pdl

 

Non bisogna farsi ingannare dalle cifre sbandierate da Pier Luigi Bersani secondo cui il Pd ha la maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato. La prima l’ha presa grazie al Porcellum, la seconda non permette alcun tipo di governabilità. Ed entrambe non possono nascondere il dato inequivocabile che la distanza tra sinistra e centrodestra è di poco più di centomila voti. Nel definire la sua nuova strategia politica il Pdl deve necessariamente partire da questo punto fermo e porsi due sole domande. Può il centrodestra colmare la differenza che lo separa dal Pd in caso di elezioni anticipate? E, nel caso, come farlo? Il Pd di Pier Luigi Bersani ha già risolto il suo problema.

La sua strategia è fin troppo chiara. Il prossimo mandato esplorativo che il segretario pretende da Giorgio Napolitano è solo l’avvio non di un tentativo di dare un governo al paese ma della nuova campagna elettorale del Pd incentrata sull’obbiettivo di recuperare i voti perduti a beneficio dei giustizialisti di Ingroia e, soprattutto, dei grillini all’insegna del fronte popolare contro la destra eversiva berlusconiana. Non si tratta di una strategia innovativa. In fondo Bersani non intende altro che riesumare il vecchio Ulivo. E non è un caso che, grazie a questa strategia, il candidato più accreditato alla successione a Giorgio Napolitano sia diventato il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi. Si può discutere se questa sia la strada più favorevole al recupero da parte del Pd dei voti persi a sinistra. Ma è certo che Bersani ed i suoi “giovani turchi” siano convinti che i grillini siano una costola dalla sinistra e, come tali, vadano riassorbiti blandendo la base dei “compagni che sbagliano” e demonizzando i leader Grillo e Casaleggio come autocrati di stampo vagamente fascista.

Ed è ancora più certo che per il vertice del Pd il recupero debba essere effettuato con elezioni anticipate da tenere nel minor tempo possibile. Partendo da questa considerazione il Pdl, a cui la sinistra spera di azzoppare il leader attraverso la magistratura politicizzata o semplicemente avventurista, non può far altro che entrare anch’esso in campagna elettorale partendo dalla considerazione che il divario con il Pd può essere colmato e che proprio la scelta ulivista della sinistra lo spinge a superare i frazionamenti passati e presente ed a dare vita ad un grande rassemblement capace di impedire che il paese finisca nelle mani dell’estremismo più irresponsabile.

Questo non significa che, fallita l’esplorazione di Bersani il Pdl non debba mostrarsi disponibile ad un governo del presidente per assicurare comunque una guida al paese. Anzi, proprio attraverso questa disponibilità si potrebbe cercare di ricucire i rapporti interrotti con l’area centrista convincendola che se non si vuole consegnare l’Italia ad un nuovo bipolarismo Pd-Grillo non c’è altra strada che rilanciare il tradizionale bipolarismo centro destra-sinistra. In questo modo il centro destra può e deve tentare di recuperare anche quella parte del proprio elettorato finito nell’astensione dei delusi o nella protesta dei grillini. La prossima partita elettorale si giocherà su posizioni nette . Da una parte quelli che pensano di salvare il paese dalla crisi mantenendo la democrazia liberale e difendendo i cittadini dal peso esorbitante dello stato burocratico assistenziale e dall’altro quelli che perseguono l’obbiettivo della democrazia autoritaria che subordina l’interesse dell’individuo a quello di chi detiene il potere.

Berlusconi come El Cid per il centrodestra

 

Se non lo faranno i giudici milanesi ci riusciranno quelli napoletani. Per Silvio Berlusconi il finale di partita è già segnato: condanne, carcere , interdizione dai pubblici servizi. Cioè estromissione per via giudiziaria dalla vita politica. Che un finale del genere trascini l’Italia al livello dell’Ucraina post-comunista è fin troppo evidente. Se il leader dell’opposizione, dopo vent’anni di incredibile accanimento giudiziario ai suoi danni, viene eliminato dalla scena pubblica non da un risultato elettorale ma da sentenze neppure passate in giudicato, vuol dire che nel nostro paese lo stato di diritto non esiste più e che la democrazia liberale realizzata dai Padri Costituenti si è trasformata in una finzione dietro cui si nasconde un autoritarismo ipocrita e sempre più invadente e drammatico.

Che fare di fronte ad una prospettiva da colpo di stato antidemocratico compiuto in nome della legge? E che fare di fronte all’eventualità di perdere il leader che negli ultimi vent’anni è riuscito a coagulare attorno a se la maggior parte dell’elettorato di centrodestra del paese ? La prima domanda dovrebbe riguardare non solo il Pdl ma anche tutte le forze politiche diverse da quelle del centrodestra. Dal Pd al Movimento Cinque Stelle. Perché se il meccanismo dell’esclusione dalla politica per via giudiziaria è questo, oggi tocca al Cavaliere nero ma domani potrebbe toccare allo smacchiatore dei giaguari o al comico a cui il primo dei dossier della sere ha già attribuito oscure ed anonime società in America Latina. E quale l’occasione migliore per mettere di fronte le altre forze politiche e l’opinione pubblica nazionale ed internazionale delle prossime consultazioni del Pdl con il Capo dello Stato? La denuncia deve essere fatta sul Colle più alto, nelle forme più chiare e solenni.

Per dimostrare che la questione Berlusconi non è un caso personale ma la dimostrazione vivente della anomalia giudiziaria esistente nel nostro paese. Anomalia da eliminare se non si vuole correre il rischio che l’autoritarismo mascherato diventi ufficiale ed irreversibile. La seconda domanda riguarda direttamente ed esclusivamente il Pdl. Come reagire di fronte al tentativo di decapitazione del proprio leader? L’ipotesi dell’assalto alle Procure sull’esempio di quelli che i fascisti del 21 facevano con le sedi dell’Avanti e della Case del Popolo non è realizzabile. Il popolo del centrodestra è pacifico, i fascisti non ci sono più ed i pochi rimasti votano per Grillo. Ogni reazione muscolare va dunque esclusa. Si può, naturalmente, decidere di tenere la manifestazione contro la giustizia ingiusta ed antidemocratica a Piazza Indipendenza, di fronte alla sede del Csm. Ma ad una operazione politica si deve rispondere con una operazione politica. E qualsiasi operazione di questo tipo passa attraverso la definizione del rapporto che si dovrà comunque creare tra il leader azzoppato o addirittura messo in carcere ed l’area politica che alle ultime elezioni ha raccolto circa il 30 per cento dei suffragi elettorali. Chi pensa ad una semplice operazione di scaricamento del Cavaliere non fa i propri interessi.

Dimentica l’insegnamento della storia secondo cui i tradimenti dei leader portano alla rovina dei traditori. Come, tanto per citare l’ultimo esempio della serie, il caso Craxi insegna. Al tempo stesso, però, non ci si può neppure cullare nell’illusione che tutto possa rimanere immutato. L’azione dei giudici, milanesi o napoletani che siano, apre il doppio problema non della successione ma della nuova collocazione di Berlusconi e della ristrutturazione dell’intero centrodestra. Il Cavaliere in carcere può essere la rovina del centrodestra ma anche una formidabile arma elettorale. El Cid Campeador di un grande schieramento anti-autoritario. Ma questo schieramento va costruito tenendo conto che è proprio il ruolo da Cid Campeador di Berlusconi può favorire la realizzazione di un rassemblement in cui rientrino tutti i delusi di Fini, Casini e dello stesso Monti e tutti quelli consapevoli che se si vuole evitare un futuro bipolarismo italiano incentrato sull’alternativa Pd-Grillo bisogna superare i particolarismi ed i personalismi del passato e dare vita ad un grande fronte della responsabilità e della libertà.