Archivio mensile:aprile 2013

La forza del governo delle debolezze

La forza del governo Letta è rappresentata, sempre non volendo considerare l’incognita dei pazzi e degli effetti che le loro azioni potrebbero provocare, dalla sua grande debolezza. Tutti sono consapevoli che il governo potrebbe cadere da un momento all’altro per un qualche improvviso scarto della sinistra del Pd in vena di rivincita sui post-democristiani del partito, per un inaspettato mal di pancia dei falchi del Pdl decisi a ricuperare fette di potere rispetto a Silvio Berlusconi o per qualche furbesca manovra di Beppe Grillo pronto ad approfittare dei dissidenti interni della sinistra e del centro destra per mandare a fondo il nuovo esecutivo e riconquistare il centro della scena politica. Al tempo stesso, però, tutti sono altrettanto consapevoli che questa estrema debolezza è bilanciata dalla certezza che il fallimento del governo Letta porterebbe di filato alle elezioni anticipate (oltre che alla dimissioni di Giorgio Napolitano).

E questa certezza indica che fino a quando i partiti non saranno pronti a ritornare alle urne e ad eleggere un nuovo Capo dello Stato con l’attuale o con il nuovo Parlamento, il governo resterà in piedi e potrà svolgere, sia pure con grande accortezza, la sua funzione. I sondaggi dicono che l’unica forza politica in apparenza pronta ad andare subito alle urne sarebbe il Pdl. Ma i numeri non spiegano che il recupero del centro destra si è verificato prima delle elezioni di marzo con la campagna antitasse e dopo il voto con la linea della massima responsabilità scelta da Silvio Berlusconi. Provocare le elezioni anticipate significherebbe ribaltare la linea responsabile e dimostrare di non essere in grado di rispettare le promesse elettorali riducendo le tasse con il governo in carica. Ed è facile immaginare che il Cavaliere non intenda compiere un errore del genere puntando, semmai, sul sostegno al governo per sfruttare al massimo la crisi che la funzione stessa dell’esecutivo di Enrico Letta è destinata ad acuire all’interno della sinistra italiana.

Se, infatti, la funzione principale del nuovo governo è di chiudere la fase ventennale di contrapposizione viscerale tra centro destra e sinistra ed avviare una fase di reale pacificazione, è fin troppo facile pronosticare come questa funzione di pacificazione sia destinata a provocare la spaccatura definitiva dentro e fuori il Pd tra chi crede nella pacificazione e vuole essere sinistra riformista di governo e chi non vuole affatto la pacificazione e punta a tornare ad essere una grande sinistra d’opposizione capace di riassorbire la bolla grillina. Nesuno, dunque, al momento ha interesse ad approfittare della debolezza strutturale del governo appena nato. Tutti, semmai, hanno l’interesse opposto di fare in modo che l’esecutivo avvii la realizzazione della propria funzione per meglio sfruttarla , al momento opportuno, per i propri disegni particolari. Ognuno, in sostanza, attende l’ora in cui scatterà il momento della verità all’interno della sinistra italiana, quello della resa dei conti e della separazione definitiva tra l’anima decisa a superare la fase della guerra civile del secondo dopoguerra e l’anima intenzionata a perpetuarla all’infinito. Tutto è rinviato, dunque, al congresso del Pd del prossimo autunno. Fino ad allora il governo delle debolezze avrà la forza necessaria per andare avanti senza problemi.

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Per il Pdl il difficile viene adesso

Fino ad ora gli incredibili errori compiti dal gruppo dirigente del Pd hanno permesso al Pdl, uscito sconfitto (sia pure di un soffio) dalle elezioni, di trasformarsi nel vincitore della lunga e travagliata fase del dopo voto. Silvio Berlusconi ha perfettamente ragione nel rivendicare il merito di aver richiesto per primo la riconferma di Giorgio Napolitano al Quirinale. E può più che legittimamente sottolineare con soddisfazione di essere riuscito ad ottenere il risultato del governo di larghe intese che aveva chiesto e perseguito con coerenza e determinazione dall’indomani del risultato elettorale. Ma il Pdl ed il suo leader compirebbero un gravissimo errore se si lasciassero cullare sugli allori. Non solo perché il successo è stato in gran parte favorito dal demerito degli avversari. Ma soprattutto perché il difficile viene proprio adesso.

Sia perché si tratta di formare una squadra di governo all’altezza della gravissima situazione . Sia perché bisogna ora passare dalla propaganda della campagna elettorale alle proposte di riforma possibili e realizzabili nel minor tempo possibile. Sia perché, infine, la coalizione di centro destra che ha sfiorato la vittoria alle elezione ed ha sostanzialmente vinto il dopo elezioni, giunge all’importantissimo appuntamento della formazione del nuovo esecutivo perdendo per strada due formazioni dello schieramento originario come la Lega e Fratelli d’Italia. Con quale criterio scegliere la propria delegazione governativa? Come comportarsi nella scelta delle misure e delle riforme da portare avanti ? E quale strategia politica da avviare non tanto per recuperare i pezzi della coalizione decisi a sfruttare i vantaggi dell’opposizione quando per creare le condizioni politiche, culturali, morali per costruire durante la fase del governissimo un grande schieramento liberaldemocratico capace di prendersi la rivincita sulla sinistra quando i cittadini saranno chiamati a nuove elezioni politiche? Il futuro del centro destra, in sostanza, si gioca adesso. E passa in primo luogo attraverso l’applicazione dei criteri della competenza, della capacità, del merito e non della fedeltà cortigiana nella scelta del futuri componenti del governo e del sottogoverno.

La qualità deve essere il tratto distintivo degli uomini e delle donne del centro destra nel prossimo esecutivo. E questa qualità, da perseguire anche puntando fuori del tradizionale gruppo dirigente, deve intrecciarsi con la coerenza e la fermezza nel pretendere l’inserimento nel programma del governo delle riforme e delle misure che caratterizzano la linea liberaldemocratica e riformista del centro destra. La coerenza e la fermezza sul programma non esclude affatto la necessità di trovare compromessi utili con il Partito Democratico. Significa avere la consapevolezza che solo conservando la propria identità sulle questioni di fondo si può sfuggire ad rischio di trasformare le larghe intese in un inciucio paralizzante dagli effetti sicuramente negativi. La qualità e la coerenza, infine, debbono essere utilizzate per promuovere un grande processo di rinnovamento interno nel centro destra e di allargamento a tutte quelle forze che condividono la necessità di difendere il sistema della democrazia rappresentativa non con la chiusura passiva ma con una grande e coraggiosa azione di modernizzazione delle istituzioni e della società nazionale. L’obbiettivo non deve essere solo quello del recupero della Lega e di Fratelli d’Italia ad una politica comune. Deve essere molto più ambizioso e prevedere una trasformazione talmente innovativa del Pdl da creare le condizione per la formazione di un’area molto larga di centro destra e di sinistra riformatrice per una nuova e più moderna Costituzione. Il vero alloro su cui cullarsi verrà solo dopo.

Il congresso del Pd condiziona il governo

 

Il congresso continua. Ovviamente quello che il Pd ha avviato in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica e che ha provocato l’implosione del partito contenuta, almeno in apparenza, con la rielezione di Giorgio Napolitano. E quello che riprende ora che dopo aver fatto il Presidente della Repubblica si tratta di fare non un governo qualsiasi ma il governo che, come indicato da Napolitano, dovrà affrontare l’emergenza economica e promuovere le riforme indispensabili per la ripresa del paese. La richiesta, decisamente e giustificatamente imperiosa del Capo dello Stato, infatti, non è stata di mettere in piedi un esecutivo di transizione, di breve periodo, destinato al piccolo cabotaggio e non attrezzato a sfidare il mare grande delle impellenti questioni nazionali. È stata, al contrario, di dare vita ad un governo di programma, che vada avanti almeno per un paio d’anni, cioè per il tempo strettamente necessario a realizzare le riforme istituzionali , che richiedono procedure lunghe e complesse, e le riforme economiche, che impongono un consenso politico e sociale largo.

Chi entra in un governo del genere in posizione di rilievo si carica sicuramente di una grande responsabilità ma assume anche un ruolo di primaria importanza nella politica nazionale, ruolo che non può non pesare ed incidere all’interno del proprio partito d’appartenenza. In questa luce va vista la continuazione del congresso del Pd avviata in occasione della battaglia per il Quirinale ed aperta ufficialmente con la giubilazione da parte di Rosi Bindi della candidatura di Enrico Letta, vice segretario dimissionario del Pd, a Presidente del Consiglio. Qual’è, infatti, la ragione di questo siluro se non quella di evitare che il ruolo di Presidente del Consiglio di un governo stabile possa influenzare il riassetto interno del Pd dopo il terremoto delle dimissioni di Bersani precostituendo le basi per una segreteria Letta o per il predominio dell’area trattativista del partito e la sconfitta di quella della chiusura intransigente a qualsiasi collaborazione con l’”impresentabile” centro destra? Ma se questa è la ragione del colpo decisamente basso rivolto dalla Bindi al proprio compagno di partito, di corrente, di origine democristiana e di area cattolico-progressista, è facile prevedere che qualunque altro esponente del Pd potrebbe essere accolto da identiche bordate di fuoco amico.

La logica secondo cui la presenza al governo può avvantaggiare Letta nel partito non può riguardare solo il vice segretario dimissionario. Diventa la regola da applicare ai danni di qualsiasi altro altro esponente. Al punto da lasciar temere che il gioco dei veti incrociati possa diventare un ostacolo estremamente arduo da superare per la formazione del nuovo governo. C’è un modo per mettere un freno a questo gioco al massacro che potrebbe addirittura portare il Pd a non partecipare alla coalizione governativa ed a scegliere la strada di un appoggio esterno destinato a rendere precario un esecutivo nato per essere solido e stabile? Una prima risposta l’ha data Giorgio Napolitano, con la sua chiara minaccia di rassegnare le dimissioni nel caso di una mancata assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche. Ma c’è un modo diverso da quello indicato dal Capo dello Stato, quello del chiarimento politico immediato all’interno del Pd. Ed è quella della separazione tra il realismo politico richiamato da Napolitano che impone la collaborazione tra i partiti e l’utopia irrealistica di chi sogna una sinistra dura, pura ed autosufficiente pur se minoritaria. Se congresso deve essere, è bene che si celebri subito. Perché il paese è stanco di attendere.

La precarietà imposta dalle due sinistre

Nessuno si illuda che la rielezione per disperazione di Giorgio Napolitano risolva d’incanto la paralisi in cui versa la politica nazionale. Nel Partito Democratico, che è la causa principale di questa paralisi, la “guerra continua”. L’armistizio tra le correnti, che ha portato alla formula disperata della rielezione, non è in grado di reggere l’impatto con le trattative per la formazione del governo indicato dal Presidente della Repubblica. Per cui è facile prevedere che la battaglia pre-congressuale apertasi nel Pd durante le votazioni per l’elezione del Capo dello Stato tornerà a riaccendersi nei prossimi giorni rendendo inevitabilmente precaria qualsiasi soluzione verrà trovata al problema della formazione del nuovo esecutivo. Chi pensa ad un governo di larghe intese sul modello tedesco, cioè un governo fondato su un accordo politico solido tra il blocco del centro destra e quello del centro sinistra, s’illude pericolosamente.

Le intese non possono essere né larghe, né solide. E non perché non ci sia la necessità di raggiungere un obbiettivo del genere ma solo perché non esistono le condizioni. Pdl, Lega e Scelta Civica fanno il loro lavoro incalzando il Pd con la richiesta di una intesa per un governo di lunga durata capace di realizzare le riforme grandi e piccole necessarie alla ripresa del paese. Ma è chiaro che la loro richiesta è destinata a non avere una risposta adeguata. Fino a quando la fase pre-congressuale e congressuale del Pd non sarà terminata ed il maggiore partito della sinistra non avrà risolto i propri problemi interni, i suoi dirigenti non saranno in grado di assumere impegni di lunga o media portata. Potranno solo concordare intese di breve durata evitando accuratamente di affrontare questioni destinate a riaccendere e condizionare la battaglia interna. La prospettiva più realistica, quindi, è che tutti i nuovi sforzi di Napolitano potranno favorire al massimo la nascita di un governo in grado solo di affrontare i temi economici della più immediata emergenza e destinato a rinviare a data da destinarsi tutti i nodi delle grandi riforme. Come dire che dopo essere stato cacciato dalla porta il pericolo di elezioni anticipate rientrerà dalla finestra spostando la data del ritorno al voto del tempo necessario per affrontare le esigenze più immediate.

Cioè sei mesi o, più probabilmente, un anno, con elezioni o nel prossimo autunno o nella primavera del prossimo anno in abbinamento con le elezioni europee. C’è una sola possibilità in grado di evitare una prospettiva del genere. Ed è quella del chiarimento interno del Partito Democratico. Fino a quando le fasi pre-congressuale e congressuale non si saranno esaurite, la precarietà del governo e della politica continuerà a dominare nel paese. Perché le divisioni interne impediscono ad un Pd intenzionato a mantenere la propria unità di compiere quelle scelte impegnative sui grandi temi d’interesse nazionale che potrebbero provocarne la dissoluzione. In estrema sintesi, quindi, l’unica possibilità di impedire che allo stallo subentri la precarietà e la eventualità del ritorno alle urne in tempi brevi consiste nella scissione a breve del Pd.

Cioè nella separazione netta tra le componenti che intendono farsi carico non solo dell’emergenza di governo e delle grandi riforme da realizzare al più presto ma anche della difesa della democrazia rappresentativa e quelle che non rinunciano al progetto di trasformare il Pd nel partito di una grande sinistra radicale, anticapitalistica e , soprattutto, decisa ad archiviare la democrazia rappresentativa sostituendola con un modello di democrazia diretta ancora tutto da definire. Una volta si sarebbe parlato di separazione tra riformisti e massimalisti, tra socialdemocratici o liberalsocialisti e comunisti di varia fazione. Adesso , più correttamente ed alla luce del superamento delle vecchie categorie, bisognerebbe parlare di sinistra realista e sinistra paranoica. Ed auspicare che la separazione tra queste componenti avvenga il più presto possibile.

In nome del partito, alla faccia del paese

In apparenza la scelta di Romano Prodi, clamorosamente bocciata ieri dal Parlamento, sembrava fatta apposta per salvare l’unità interna del Partito Democratico e provocare la spaccatura verticale del paese secondo il solito e ventennale schema della contrapposizione frontale tra il Mortadella ed il Caimano. In realtà la mossa su Prodi, servita sicuramente per ricompattare il più possibile il partito dopo le lacerazioni provocate dal passo falso sul nome di Franco Marini, nasce non dal ritorno all’antiberlusconismo del bipolarismo della Seconda Repubblica ma dalla paura dell’intero Partito Democratico di essere travolto da quella che l’immaginifico Nichi Vendola definisce,con la solita demagogia trombonesca, l’«irresistibile spinta al cambiamento» della Terza Repubblica.

Prodi, in altri termini, è stato gettato in pista non in alternativa a Berlusconi ma per rappresentare un ostacolo a Beppe Grillo ed al personaggio con cui il leader di Cinque Stelle intende aprire il Pd come una scatola di sardine, Stefano Rodotà. In questa luce la partita del Quirinale si è trasformata nella illuminante anticipazione di uno dei temi politici destinati a dominare la scena nazionale nel corso dei prossimi anni: lo scontro per l’egemonia tra la vecchia sinistra rappresentata dal Partito Democratico dei post-comunisti e dei post-democristiani e la nuova sinistra dei grillini del Movimento Cinque Stelle. Puntando su Prodi, Pier Luigi Bersani ha pensato di poter rientrare nella partita che sembrava aver perso dopo l’implosione interna sul nome di Marini.

E di recuperare tutti quei dissidenti che in nome dell’opposizione a qualsiasi accordo con il centro destra si erano schierati con Rodotà. Ma il calcolo è apparso sbagliato per due ordini di ragioni. Il primo è che la maggior parte dell’elettorato di sinistra cresciuto nel culto della propria diversità e superiorità è già stata conquistata dalla predicazione estremista e giacobina di Beppe Grillo. E come hanno dimostrato le manifestazioni dentro e fuori le sedi del Pd, le raffiche di insulti sulla rete e le richieste pressanti di aderire alla richiesta di Grillo di uscire con le mani alzate dal bunker di via del Nazareno, non può essere in alcun modo recuperata ad una corretta e più razionale attività politica.

Il secondo ordine di ragioni è che il conflitto tra le due sinistre non esaurisce affatto la normale dialettica democratica. Ne rappresenta una parte importante ma non esclusiva. Perché mentre il Pd cerca di frenare con il vecchio antiberlusconismo prodiano le puntate insistenti del nemico a sinistra grillino, l’altra metà del paese , quella non solo dei nemici storici della sinistra ma anche quella che si colloca tradizionalmente in una posizione centrista, non sembra rimanere indifferente di fronte alla deriva estremista, alla occupazione sistematica di tutte le cariche istituzionali, alla conversione all’estremismo più esasperato della sinistra tradizionale. I sondaggi che danno il Pdl ed il centro destra in crescita non sono una invenzione di Silvio Berlusconi.

Più la sinistra si estremizza e lo manifesta nei soliti modi esasperati ed inquietanti, più la maggioranza moderata torna a sentirsi minacciata da un pericolo addirittura più grave di quello rappresentato dalle conseguenze della crisi economica. Alle prossime elezioni, che potrebbero essere vicinissime, la vecchia regola montanelliana del turarsi il naso può ritrovare un grandissimo seguito. E dare al centro destra, si spera nel frattempo rinnovato, la possibilità di tenere ai margini gli estremisti e guarire dalla malattia del grillismo i democrats privi di difese immunitarie contro la demagogia e l’estremismo.

Le due sinistre del nuovo 18 aprile

Il 18 aprile è una data fatidica nella storia dell’Italia del secondo dopoguerra. Fino a ieri era il giorno della storica vittoria del 1948 del fronte moderato guidato dalla Democrazia Cristiana sul fronte popolare diretto dal Partito Comunista Italiano, il giorno della vittoria di Alcide De Gasperi su Palmiro Togliatti, della Chiesa di Pio XII sul “pericolo rosso “di staliniana osservanza. Da adesso in poi, invece diventa il giorno non solo dela mancata elezione di Franco Marini al Quirinale, ma soprattutto il giorno della clamorosa implosione del partito Democratico. Può essere che nel prossimo futuro Pier Luigi Bersani riesca a rincollare la maggior parte dei cocci in cui si è frantumato il suo partito.

Ma è fin troppo evidente che la rincollatura non riuscirà mai a riportare la compattezza e l’integrità del partito originario. Le spaccature saranno pure state meno numerose e profonde di quelle che si sarebbero potute provocare con la candidatura di nomi diversi da quello di Franco Marini. Ma sono state comunque talmente marcate da mettere comunque in evidenza che il soggetto politico che si era delineato durante gli anni ’70 all’insegna della fermezza delle forze dell’arco costituzionale contro il terrorismo e che si era materialmente formato all’atto della fusione tra Ds e Margherita, tra post-comunisti e post-democristiani di sinistra, ha esaurito la sua corsa ed è giunto di fatto al capolinea. A frantumarlo, paradossalmente, non è stata la verifica che le differenze tra cattolici ed ex marxisti non sono state affatto superate ma tornato ad emergere nei momenti di tensione e di difficoltà. È stato l’effetto devastante della diversità antropologica tra il mondo della sinistra tradizionale e quello della cosiddetta nuova sinistra, tra chi ha alle spalle tradizioni politiche che si rifanno all’esperienza di governo della Dc ed alla via italiana al socialismo di Berlinguer e chi, invece, non vuole avere le radici di quel tipo e tende a rifarsi al modello di successo del momento rappresentato dal cosiddetto “fenomeno Grillo”, cioè al fenomeno che incanala i pregiudizi ancestrali del popolo della sinistra e le tensioni provocate dalle difficoltà della crisi economica nell’intolleranza moralistica contro gli avversari di turno.

Questa differenza antropologica inconciliabile è apparsa con tutta evidenza nell’attacco alla candidatura di Franco Marini lanciata dagli schermi televisivi da Matteo Renzi. Fino a quel momento il sindaco di Firenze veniva considerato un antagonista naturale di Beppe Grillo e del grillismo, l’unico in grado di rinnovare il Pd e metterlo di condizione di fronteggiare senza sudditanze di sorta il comico genovese. Invece , nell’attaccare non sul terreno politico ma su quello strettamente personale Marini, Renzi si è calato totalmente nei panni di Grillo, lo ha imitato in tutto e per tutto ed ha dimostrato in maniera inaspettata e clamorosa che il problema del Pd non è lo scontro personale tra il sindaco di Firenze e Pier Luigi Bersani ma tra le due sinistre inconciliabili ed alternative presenti nel panorama politico nazionale. Non è un caso che sulla scia di Renzi si siano posti anche Niki Vendola ed i cosiddetti “giovani turchi”, tanto diversi apparentemente dallo sfidante interno di Bersani ma in tutto simili a lui nell’imitare il modello dell’indignazione intollerante e moralistica rappresentato da Beppe Grillo. L’esistenza delle due sinistre è venuta allo scoperto ed ha provocato un nuovo e più moderno 18 aprile. Con gli stessi vinti e vincitori di allora.

La triste storia del piffero di Piacenza

 

È bastato un mese e mezzo di paralisi politica per provocare un significativo scambio di ruoli tra Pier Luigi Bersani e Beppe Grillo, tra il Partito Democratico ed il suo “nemico a sinistra” rappresentato dal Movimento Cinque Stelle. All’indomani del voto il ruolo di Bersani e del Pd era quello,dichiarato, di attaccare la compattezza dei grillini e di fare scouting nei confronti del parlamentari del movimento guidato dal comico genovese. Al contrario, il ruolo di Beppe Grillo era di difendere la compattezza della rappresentanza parlamentare grillina e di impedire che il Pd potesse realizzare ai danni del Movimento Cinque Stelle quell’operazione di frantumazione perfettamente riuscita nel passato più recente ai danni di Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti e dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. La situazione, oggi , è completamente cambiata.

L’assediante è diventato assediato. Non è più Bersani che tenta di fare scouting tra i grillini ma è Grillo di prova a compiere la stessa operazione tentata ai suoi danni nei confronti del parlamentari del Partito Democratico. A nessuno sfugge che la candidatura civetta di Milena Gabanelli al Quirinale nasconda quella vera di Stefano Rodotà . Ed è fin troppo evidente che il nome dell’ex Presidente del Pds e parlamentare di lungo corso della sinistra post-comunista è fatto apposta per provocare non l’elezione di Rodotà , operazione che presupporrebbe una improbabile scelta unitaria del Pd nei confronti del candidato lanciato da Grillo, ma una più probabile frantumazione del partito di Bersani durante le votazione a scrutinio segreto per il successore di Giorgio Napolitano. Questa scambio di ruoli non è solo il segno delle difficoltà in cui versa il Pd a causa della insensatezza con cui Bersani ed il suo gruppo di fedelissimi ha deciso di gestire un risultato elettorale falsato da un premio di maggioranza eccessivo.

È, soprattutto, l’indicazione della sorte che aspetta il Partito Democratico nel corso della durata dell’attuale legislatura. Una sorte segnata non dallo scouting di Bersani sui grillini ma dall’offensiva costante di Grillo tesa ad aprire varchi nella sinistra del Pd ed a mandare il mille pezzi il maggiore partito della sinistra italiana. È fin troppo chiaro, infatti, che se Bersani non vuole correre il rischio di vedere una esplosione di franchi tiratori alla quarta votazione sul Quirinale deve chiudere un accordo blindato con il Pdl e con i montiani nei primi tre scrutini su un nome condiviso. E, sulla base di questo accordo sul nuovo Presidente della Repubblica, non può correre il rischio di spianare la strada ad elezioni anticipate che lo costringerebbero a difendersi dal “ciclone-Renzi”ed a trovare una intesa su un governo di scopo con Silvio Berlusconi.

Ma è altrettanto chiaro che Grillo, consapevole che il voto a breve segnerebbe una sconfitta per il proprio movimento, spera proprio che una intesa Pd-Pdl si realizzi sia sul Quirinale che sul governo per avere un bersaglio, il Pd, da aggredire costantemente all’insegna della lotta all’inciucio per provocarne la frantumazione e conquistare la parte più estremista del suo elettorato. La partita del Quirinale, quindi, non è la conclusione di una fase politica ma, al contrario, solo il suo inizio. Una fase in cui il Pd sbilanciato a sinistra da un gruppo dirigente confuso e settario dovrà vedersela con un nemico a sinistra deciso a portare avanti l’assedio per tutta la durata del futuro governo di scopo e della legislatura. Se non fosse che le conseguenze di questa lotta tra le due sinistre sono destinate a scaricarsi sul paese la faccenda sarebbe addirittura divertente ed assumere il titolo de “La triste storia del piffero di Piacenza”.

L’anomalia nobiliare di Fabrizio Barca

Nessuno discute che l’irruzione di Beppe Grillo sulla scena politica nazionale rappresenti una sorta di bizzarra anomalia. Anche se il precedente di Guglielmo Giannini dimostra che non c’è nulla di nuovo sotto il sole d’Italia, non può non colpire che un comico si trasformi in leader politico ed alla sua prima uscita elettorale riesca a conquistare più di un quarto del voto degli italiani. Ma questa anomalia, che peraltro è stata cancellata proprio dalla piena legittimazione democratica avuta dai risultati elettorali, appare il classico fuscello di fronte alla trave nell’occhio rappresentata dalla improvvisa e prorompente apparizione sullo stesso firmamento politico nazionale dalla stella nascente di Fabrizio Barca.

È vero che quest’ultimo non è un comico urlatore con poche idee e pure confuse. Ed è un esimio professore apprezzato negli ambienti accademici italiani e stranieri. Ma è altrettanto vero che non ha avuto alcuna legittimazione da parte degli elettori e, dopo essere diventato ministro di un governo tecnico per cooptazione, ha deciso di dedicarsi alla politica prendendo la tessera del Pd solo da qualche giorno a questa parte e lanciando, come Palmiro Togliatti al ritorno dall’Urss, il progetto di un partito nuovo per l’intera sinistra italiana. Se un qualsiasi professore universitario stimato in Italia ed all’estero si fosse comportato come Barca ponendosi come il promotore del grande rinnovamento del maggior partito della sinistra italiana sarebbe stato, nella migliore delle ipotesi, totalmente ignorato. Invece l’emulo di Togliatti non solo è subito balzato agli onori delle cronache diventando assumendo immediatamente il ruolo di possibile successore di Pier Luigi Bersani nella sfida contro Matteo Renzi per la leadership del Pd.

Ma è stato immediatamente promosso dai grandi media nazionali a demiurgo del grande progetto di ritorno al modello di partito di massa radicato nella società proprio dell’esperienza del Partito Comunista Italiano. Qual’è la ragione che giustifica un credito così immediato ed ampio per Fabrizio Barca? Non i suoi titoli accademici e neppure l’esperienza di ministro nel governo Monti. La ragione principale è che Barca è il figlio di Luciano Barca, economista e stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. Cioè fa parte di quella aristocrazia nata dalla vecchia guardia comunista che, forse per essere stata figlia di un Dio minore, ha prodotto generazioni di figli di un Dio assolutamente maggiore e superiore. Il titolo su cui Barca poggia la sua ambizione di riformare il Pd, la sinistra e l’intera politica italiana è , dunque, un titolo esclusivamente nobiliare.

Che sicuramente è supportato da grandi capacità personali, ma che per chiunque abbia un minimo di buon senso e non si voglia abbandonare al conformismo di massa prodotto dai media progressisti rappresenta una anomalia molto più inquietante di quella costituita da Beppe Grillo e dai suoi dilettanti allo sbaraglio come definiti dall’altro grande anomalo Silvio Berlusconi. In questa luce il caso Barca diventa fin troppo illuminante della reale anomalia esistente nel sistema democratico del nostro paese. Che è quella segnata dalla presenza di una casta chiusa che si perpetua da generazioni e che pretende di conservare il proprio predominio politico, economico e culturale sul paese in nome di dei propri quarti di nobiltà conquistati nel secolo passato.

Porcellum e governo della conservazione

C’è un unico punto su cui i saggi di Giorgio Napolitano non sono riusciti a trovare un qualche accordo. È stato quello della riforma elettorale. Tre saggi su quattro hanno bocciato la proposta dell’elezione diretta del Capo dello Stato. E solo per dimostrare che su questo terreno non avevano solo perso tempo, i quattro dotti per scelta quirinalizia hanno abbozzato una proposta di riforma mescolando insieme il sistema tedesco con quello spagnolo e tirando fuori un aborto istituzionale ricalcato sui risultati dell’ultima tornata elettorale e diretto semplicemente a correggere l’assurdità attuale di un premio di maggioranza che attribuisce il cinquantacinque per cento dei seggi ad un partito che non ha raggiunto il trenta per cento dei voti.

La mancanza di accordo sulla riforma elettorale non stupisce e non rappresenta uno scandalo. Non si poteva certo pensare che in dieci giorni di tempo i quattro del Colle, sia pure se provvisti di saggezza, avrebbero potuto sciogliere un nodo su cui si sono inutilmente cimentati per anni ed anni i partiti tradizionali. Ma il mancato accordo sul tema della riforma elettorale impone alcune considerazioni che possono risultare utili per il prossimo futuro. La prima è che qualunque governo possa nascere dopo l’elezione del successore di Giorgio Napolitano, di larghe intese, di scopo, di minoranza, difficilmente riuscirà ad indirizzare in tempio brevi il Parlamento verso una nuova legge elettorale. La seconda considerazione, legata alla prima, è che con la scusa della necessità di cambiare il Porcellum qualunque nuovo governo avrà la possibilità di allungare il tempo della propria sopravvivenza. Cioè dello stato di precarietà in cui versa il paese visto che nessuna formula, neppure quella delle larghe intese, garantisce la fine della conflittualità tra le forze politiche dell’attuale legislatura. La terza considerazione, infine, è che a dispetto delle critiche e del suo stesso nome, il Porcellum rischia di essere un sistema elettorale difficilmente riformabile.

Perché assicura ai leader di ogni partito la possibilità di nominare con il listino bloccato i futuri parlamentari scegliendoli tra i più fedeli. E perché alla vigilia del voto trova sempre chi, pur criticandolo ufficialmente, lo difende a spada tratta nella convinzione di avere la vittoria già in tasca ed il mostruoso premio di maggioranza già assicurato. Chi pensa e sostiene che un governo serva a cambiare il Porcellum, dunque, sbaglia o racconta frottole. I vantaggi che l’attuale legge elettorale assicura alle caste chiuse dei partiti sono talmente tanti che difficilmente si potrà assistere nel prossimo futuro alla sua sostituzione con un sistema diverso e (si spera) migliore. C’è una sola strada per arrivare a superare il Porcellum. Ed è quella bocciata dai tre saggi su quattro. Cioè la scelta di inserire la riforma della legge elettorale all’interno di una più ampia e radicale riforma istituzionale diretta ad eliminare il bicameralismo perfetto ed a trasformare il sistema parlamentare in sistema presidenziale attraverso l’elezione diretta del Capo dello Stato. Ma è proprio il partito che più parla di cambiamento che si oppone ad una prospettiva del genere.

Da questo orecchio Pier Luigi Bersani, che pure rivendica la diversità del Pd dalle altre forze politiche e ripete il mantra degli anni ’70 che in nome di questa diversità il suo partito deve governare per cambiare, non ci vuole sentire. Il ché non stupisce. Perché la resistenza al cambiamento del Pd sul terreno istituzionale è identica alla resistenza del Pd a qualsiasi ipotesi di cambiamento suo terreno di ogni altra riforma indispensabile per la ripresa del paese. Da quella dello stato burocratico-assistenziale e del lavoro a quella fiscale, da quella delle autonomie a quella della giustizia. Se mai Bersani dovesse riuscire a concretizzare la sua ossessione di dare vita ad un esecutivo di minoranza, dunque, il suo non sarà il governo del cambiamento ma solo quello della conservazione. E non del paese ma solo di una casta che pretende di essere inamovibile e di perpetuarsi all’infinito.

Napoli da ragione all’allarme di Squinzi

Poiché le rivoluzioni non nascono mai dalle masse popolari ma solo dalle minoranze attive borghesi della borghesia, è bene non sottovalutare le parole del Presidente della Confindustria Squinzi che teme lo scoppio della violenza per all’aggravarsi della crisi. E, soprattutto, è indispensabile prendere atto che il primo segnale di questo possibile scoppio si è già verificato a Napoli con la manifestazione di piazza dei commercianti sfociata in incidenti per fortuna estremamente limitati. Il sindaco Luigi De Magistris, che poi è stato l’obbiettivo principale della protesta dei commercianti esasperati, ha liquidato lo scoppio d’ira dei manifestanti come il frutto dell’infiltrazione di gruppi camorristici. Il ché può essere in parte anche vero visto che difficilmente dei pacifici commercianti divelgono il selciato, lanciano bombe carta e si calano il passamontagna per non essere riconosciuti dalle telecamere della polizia.

Ma ridurre la vicenda ad un semplice ed esclusivo fatto camorristico sarebbe un errore clamoroso. Che può essere compiuto da un De Magistris disperato per il fallimento della propria amministrazione e per la crisi di consenso che è costretto a toccare giornalmente con mano. Ma che non dovrebbe essere commesso da chi ha responsabilità maggiori di un declinante Masaniello che per difendersi tira strumentalmente in ballo una presunta avversione della criminalità organizzata. Ciò che è avvenuto a Napoli è la conferma che le preoccupazioni di Squinzi sono fondate. E che gli incidenti a Piazza del Municipio non vanno derubricate in evento camorristico nato dalla ostilità dei mascalzoni contro il sindaco alfiere della legalità ma come un primo ed inquietante segnale che la capacità di sopportazione del ceto medio ha raggiunto il livello di guardia e può sfociare da un momento all’altro nella protesta più dura e violenta.

Non è affatto un caso che questo segnale venga da Napoli. Perché la rabbia dei commercianti partenopei non è esplosa solo contro le difficoltà crescenti provocate dalla crisi economica, contro il progressivo impoverimento della classe media e contro l’incapacità della classe politica di prendere coscienza di quanto sia ormai estesa e pesante la tensione sociale. È esplosa anche contro un tipo di amministrazione ispirata ad una arroganza pedagogica, ad un moralismo presuntuoso, ad un giustizialismo aristocratico, ad una forma di nuovo autoritarismo che in De Magistris ha trovato non l’interprete esclusivo ma solo il rappresentante più folcloristico. La protesta, in sostanza, segna l’esaurimento ed il fallimento del fenomeno che ha portato negli anni scorsi la cosiddetta borghesia progressista a puntare per il governo dei territori sugli ex magistrati portatori di improbabili progetti di palingenesi politica e morale.

Napoli è il primo segnale. Che potrebbe essere seguito da segnali analoghi a Bari, a Milano, a Palermo ed in tutte quelle altre città dove un certo tipo di borghesia ha cercato di sostituire le vecchia e corrotta classe politica con un nuovo ceto politico tratto dalle minoranze giustizialiste della magistratura e dalle componenti più faziosamente moraliste della sinistra italiana. La crisi , in sostanza, sta dimostrando l’inadeguatezza non solo della vecchia nomenklatura dei partiti tradizionali ma anche di quelli che si erano presentati come gli uomini nuovi alternativi a quelli del passato. Come dimostra il caso De Magistris ma anche i casi di Di Pietro ed Ingroia. Il ché per un verso è un fatto positivo in quanto smaschera una finzione demagogica ed autoritaria pericolosa ma per un altro verso è fin troppo inquietante. Perché pone l’antipolitica sullo stesso piano fallimentare della vecchia politica. Ed impone di affrontare il problema gigantesco della formazione di una nuova classe dirigente radicalmente nuova e diversa da quelle ormai esaurite.