Archivio mensile:maggio 2013

Il gioco dell’oca delle correnti del Pd

C’è una bella dose di irrealismo e di strumentalità nella tesi di chi sostiene che far perdere al Movimento Cinque Stelle circa la metà dei consensi ottenuti alle ultime elezioni politiche sarebbe stata l’irritazione per il mancato appoggio di Grillo al governo di Pier Luigi Bersani. Se alle amministrative ci fosse stato un moto di protesta nei confronti del governo delle larghe intese, questo moto si sarebbe tradotto in un incremento e non in una flessione dei voti dei grillini, gli unici schierati decisamente all’opposizione dell’esecutivo Letta- Alfano. La sconfitta di Cinque Stelle, quindi non dipende affatto dalla mancata genuflessione di Grillo alle pretese del Pd e del suo ex segretario Bersani.

Dipende, semmai, dalla inadeguatezza messa in mostra negli ultimi tre mesi dai parlamentari di Grillo e dalla stesso comico genovese rispetto alla gravità e complessità dei problemi che gravano sul paese. La protesta delle politiche si è trasformata nell’astensione e nella rinuncia a voto delle comunali di Roma e delle amministrative in genere. E la circostanza sembra fatta apposta per indicare che la sfiducia di una larga fetta di cittadini non riguarda più solo i partiti tradizionali ma anche quei nuovi movimenti che sono nati all’insegna della rottamazione del vecchio ma che si sono rivelati totalmente incapaci di farlo. Non sbaglia, allora, chi rileva che il voto amministrativo abbia avuto come effetto principale quello di rinforzare il governo di larghe intese di Letta ed Amato. Ma compie un errore grossolano chi pensa che, scaricata la protesta nel nulla dell’astensione, il governo sia ormai al sicuro e possa tranquillamente andare avanti senza scossoni di sorta fino al prossimo autunno ed oltre.

Lo scontro che si è consumato all’interno al Partito Democratico sulla proposta del renziano Giachetti di riesumare il Mattarellum al posto del Porcellum ha dimostrato che il vero problema di Enrico Letta non è di ripararsi dal fuoco del nemico esterno e protestatario ma di guardarsi dal fuoco “amico” proveniente dal proprio partito. In particolare da quei settori del Pd a cui il risultato delle amministrative ha fatto tornare il testa l’idea dello scouting nei confronti del Movimento Cinque Stelle. Cioè la speranza di usare a proprio vantaggio una parte dei voti del grillini per far saltare gli attuali equilibri politici in Parlamento e per conquistare più agevolmente il Pd al prossimo congresso. Da oggi fino al prossimo autunno, data in cui si celebreranno le prossime assise nazionali del Partito Democratico, quindi, la partita politica si giocherà tutta sul tentativo di parte del Pd di spezzare a frantumare la rappresentanza parlamentare di Cinque Stelle per avere la possibilità di completare in autunno la propria strategia.

Ma non si tratta di tornare indietro all’indomani del voto politico quando l’allora segretario Bersani rincorreva con petulante e ridicola insistenza i parlamentari di Beppe Grillo scambiando una forza antisistema nel partito dei contadini della Polonia comunista del secondo dopoguerra? Certamente sì. L’operazione che ha paralizzato il paese per tre mesi di seguito torna al suo punto di partenza. A dimostrazione che una parte del Pd affronta la crisi del paese come se dovesse partecipare al gioco dell’oca senza rendersi conto che è proprio questo gioco di Palazzo a creare nella società italiana quella delusione e quella rabbia che alimentano le forze antisistema di Grillo e di altri. Insomma, ancora una volta il costo dei problemi interni del Partito Democratico viene fatto pagare all’intera società italiana.

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Il Pdl ed il problema del partito nuovo

Il problema del Pdl è che alle elezioni politiche si affida ai miracoli di Silvio Berlusconi ed alle elezioni amministrative alle pratiche dei padroncini delle tessere e proprietari delle preferenze. Tra questi due poli non c’è nulla. Perché il gruppo dirigente di vertice, che pure in gran parte è formato da persone di qualità, dipende dai miracoli elettorali del Cavaliere. E perché i proprietari di tessere e di preferenze personali sanno che per sopravvivere non debbono far altro che conservare il proprio patrimonio elettorale difendendolo non dagli avversari esterni ma dai competitori interni.

Che fare per colmare questo vuoto esistente tra il gruppo di vertice che ruota attorno a Berlusconi ed i padroncini locali che ruotano solo attorno a loro stessi? La risposta è come quella data da Lenin: ci vuole un partito. Che, però, non può essere simile a quello leninista copiato nel corso dell’intero novecento dai partiti di massa fondato sulla organizzazione territoriale della militanza. E che non può neppure essere ispirato al modello dei comitati elettorali da far spuntare in occasione delle campagne politiche o amministrative e da abbandonare quando esauriscono i loro compiti contingenti. Insomma , a differenza del Pd che continua a difendere il partito pesante d’ispirazione leninista cercando di innovarlo con la trovata (non sempre proficua) delle primarie, il Pdl si trova nella singolare condizione di non essere né pesante, né leggero. E di essere costretto a puntare, sempre che non voglia continuare ad alternare alle vittorie delle politiche le battute d’arresto delle amministrative, su un nuovo modello che sia al tempo stesso incentrato sulla leadership di Berlusconi e che non dipenda dagli egoismi tra loro perennemente conflittuali dei padroncini. L’impresa, ovviamente, è facile da proporre ma molto più difficile da realizzare.

Perché per trovare una felice sintesi tra il partito leaderistico d’opinione ed il partito parcellizzato in tanti micro-apparati personali locali non c’è altra strada che quella di costruire una classe dirigente di vertice e di base capace di non solo di perseguire i propri interessi personali ma di saper anche subordinare questi interessi ai valori, alle opinioni ed alla visione complessiva della società espressi ed impersonificati dal leader. Vasto programma? Non c’è alcun dubbio. Perché l’operazione richiede sforzo, impegno, risorse, capacità di interpretare i bisogni e le esigenze della società e trovare le persone più adatte per rappresentare queste esigenze. Impone scelte precise. A cominciare dalla separazione, a livello di gruppi dirigenti nazionali e locali, tra compiti istituzionali e compiti di partito per non correre il rischio che gli impegni di governo cancellino quelli di partito. A finire con una selezione rigida di una classe dirigente che , come insegna l’esperienza non solo immediata ma anche quella degli ultimi vent’anni, può assicurare la tenuta ed il successo del partito solo se appare preparata, autorevole, credibile ed affidabile.Una operazione del genere richiede tempi lunghi. Ma deve soprattutto incominciare.

E non è detto che questo inizio debba necessariamente avvenire per iniziativa interna del Pdl. A dispetto del grande assenteismo delle elezioni di domenica scorsa la società nazionale ed, in particolare, l’area del centro destra, sono pervase da un fervore di iniziative volte proprio alla formazione ed alla aggregazione di nuclei di gruppi dirigenti di qualità. Favorire simili fermenti può essere un primo passo utile. Ad incanalarli in un alveo con regole democratiche c’è sempre tempo. Ma intanto si incomincia e si da un segnale di vitalità ad un corpo elettorale che ha bisogno di idee e fermenti a cui affidare le proprie speranze di uscita dalla crisi.

I due campionati del voto romano

Alle elezioni comunali di Roma si sono giocate due campionati distinti e diversi. Uno di serie A, che ha visto partecipare il candidato della sinistra Ignazio Marino ed il sindaco uscente Gianni Alemanno sostenuto dal centro destra. Ed uno di serie B in cui si sono misurati il candidato del Movimento Cinque Stelle De Vito ed il candidato del generone romano Alfio Marchini. I primi due andranno al ballottaggio. Gli altri due avranno la possibilità di risultare determinanti per l’esito dello scontro tra Marino ed Alemanno.

Sulla carta e nelle valutazioni dei dirigenti della sinistra la partita che si giocherà nella Capitale il 9 ed il 10 giugno è già decisa. Il vantaggio ottenuto dal rappresentante della sinistra al primo turno sembrerebbe dare per scontata la sconfitta del sindaco uscente e la vittoria di Ignazio Marino. Basta che i partecipanti al campionato di serie B entrino in campo in favore del candidato del Pd nel corso del secondo tempo della partita tra quest’ultimo ed Alemanno ed il gioco è fatto. In realtà, però , le valutazioni dei dirigenti della sinistra non tengono conto che solo tre mesi fa i risultati delle politiche indicavano come gli unici titolati a partecipare al campionato di serie A erano il candidato della sinistra, qualunque esso fosse stato, e quello di Cinque Stelle. E che nel frattempo il sindaco uscente è riuscito a ribaltare tutte le previsioni fondate sui risultati delle politiche ed a strappare al grillino la possibilità di andare al ballottaggio con l’uomo del Pd. La previsione fondata sulla certezza che i voti del campionato di serie B si riversino solo ed esclusivamente su Marino, inoltre, appare del tutto avventata. Non perché nei prossimi quindici giorni nulla impedisce che lo sfidante di Alemanno riesca a convincere Marchini e De Vita ad invitare i propri elettori a convergere sul suo nome.

Ma perché i voti ottenuti sia da Marchini, sia da De Vito, non sono espressi da compatte falangi di militanti pronte ad obbedire senza cedimento alcuno agli ordini dei rispettivi capitani. Ma rappresentano un elettorato d’opinione per definizione libero da qualsiasi tipo di vincolo diverso dalle proprie personali preferenze ed inclinazioni. Può essere che una parte marginale del voto grillino possa convergere su Marino in nome di una comune appartenenza alla tradizione post-comunista. Ma è fin troppo probabile che la stragrande maggioranza degli elettori del partito di Beppe Grillo non faccia grande differenza tra Marino ed Alemanno (come ha già rilevato lo stesso De Vito ) e decida di non partecipare affatto al ballottaggio rifiutandosi di appoggiare i due rappresentanti di partiti che fanno parte della stessa coalizione di governo.

La stessa considerazione, per motivazione completamente diverse, vale per l’elettorato borghese di Marchini. Può essere che una parte , quella del generone politicamente corretto, sia ben felice di ricordare l’origine “calce e martello” della famiglia di Alfio. Ma è molto più probabile che gran parte dell’elettorato moderato e borghese del costruttore avverta al momento del voto il richiamo della foresta a non sostenere un candidato deciso ad interpretare la parte del laico laicista e neo-giacobino nella città del Papa. La partita, dunque, non è affatto chiusa. Può essere ancora giocata con una piccola possibilità di successo da parte di Alemanno. A condizione che il sindaco uscente non si limiti a promettere di emendarsi dagli errori commessi nel primo mandato ma sappia dare un segnale preciso della volontà di cambiare il passo seguito fino ad ora. La critica principale è stata di non essersi circondato da una classe dirigente all’altezza della situazione e dei problemi della Capitale? Indichi la nuova squadra con cui conta di realizzare il cambiamento in meglio di Roma. E si affidi alla buona sorte!

Il caso Ilva, la crisi e il compito del governo

Ora tutti discutono sul calo dei votanti alle amministrative di domenica, del ballottaggio di Roma, della flessione dei grillini e delle divisioni dei Ds. Come se simili questioni politiche fossero al centro dell’attenzione degli italiani. E, soprattutto, come se il futuro del paese dovesse dipendere dalla riduzione o dall’aumento dei partecipanti alle infinite tornate elettorali, come se l’esito del ballottaggio romano fosse destinato a provocare la risurrezione della Capitale dallo stato comatoso in cui versa da almeno cinquant’anni o come se il declino o la ripresa del paese dovesse effettivamente dipendere dalle sorti del Movimento Cinque Stelle o del Partito Democratico.

Bisognerebbe rilevare che l’esito del voto non sarà comunque determinante per la stabilità dell’attuale quadro politico ed incominciare ad occuparsi di questioni molto più serie ed urgenti di cui la prima è sicuramente la sorte dell’Ilva. Che fine potrà fare l’azienda di proprietà della famiglia Riva che rappresenta in prima persona e per l’indotto che produce la siderurgia italiana? L’interrogativo non riguarda i Riva, padre e figli. Che avranno pure otto miliardi di beni sequestrati dalla magistratura ma che, presumibilmente, non hanno problemi di sopravvivenza personale e possono al massimo perdere il rischio di perdere le loro aziende. L’interrogativo riguarda i quarantamila lavoratori occupati nel settore della siderurgia che rischiano di perdere i lavoro e di finire in una cassa integrazione che nel loro caso sarebbe solo il preludio alla disoccupazione. Ma , soprattutto, riguarda la possibilità in genere della società e dell’economia nazionale di uscire dalla crisi che sta minacciando di trascinare il paese in un gorgo al termine del quale non c’è un generico declino ma un vero e proprio tracollo con annessa regressione all’Italia pre-industriale.

Dire che il futuro si gioca sull’Ilva non significa prendere le parti dei Riva, del consiglio di amministrazione dimissionario e stabilire che il diritto al lavoro debba sempre e comunque prevalere rispetto al diritto alla salute. Non significa neppure schierarsi contro ai magistrati che hanno sparato a stanno continuando a sparare a zero contro i Riva e gli amministratori in nome della prevalenza della salute sul lavoro. Significa semplicemente rilevare che la vicenda dell’Ilva è diventata la cartina di tornasole delle possibilità italiane di uscire dalla crisi. Dalla soluzione che si darà al problema Ilva, in altri termini, si potrà vedere se e come il paese riuscirà a riprendere la via della crescita e dello sviluppo. Non importa quale potrà essere il tipo di soluzione che potrà essere presa. Se diretta a difendere il settore della siderurgia italiana o se mettere una pietra tombale sull’acciaio simbolo dello sviluppo industriale e puntare su qualsiasi altro tipo di economia diversa da quella manifatturiera. L’importante è che una soluzione venga comunque presa. Senza tentennamenti, senza equivoci, senza rinvii di sorta e tenendo ben conto delle conseguenze che ogni scelta è destinata a provocare . Si vuole difendere la siderurgia? Bisogna strappare l’Ilva dalle mani di una magistratura che non conosce la regola del “summum jus, summa iniuria”.

Si vuole chiudere l’Ilva e convertire l’impianto di Taranto in una oasi del Wwf? Bisogna trovare i soldi per pagare la cassa integrazione per anni ed anni a quarantamila lavoratori oltre che i finanziamenti necessari a bonificare un’area consegnata irresponsabilmente per decenni e decenni al massimo inquinamento. Ciò che non bisognerebbe fare è non prendere una decisione precisa. Cioè cercare di scaricare sullo stato il compito di salvare la siderurgia inventando qualche marchingegno per imbrogliare Bruxelles e la Ue. E sperare che la cacciata dei Riva e l’intervento pubblico possano placare la furia salutista di una magistratura che, con la scusa che non le compete, se ne infischia dei problemi sociali ed economici. Il governo Letta, se c’è, batta un colpo!

Diseguaglianza? Troppe tasse

 

Il problema non è che la Fiat Industrial abbia deciso di trasferire la propria sede a Londra per sfuggire alla tassazione italiana del 36 per cento e sottoporsi a quella inglese del 20 per cento. Il problema è che la stragrande maggioranza delle piccole e medie imprese italiane vorrebbe seguire l’esempio della Fiat per sfuggire ad una tassazione che le penalizza in maniera insopportabile rispetto alle equivalenti imprese straniere ma non è in grado di farlo. Di fronte ad un fenomeno del genere il buon senso imporrebbe di prendere al più presto misure destinate a mettere le imprese nazionali nella possibilità di competere in condizioni di parità con quelle straniere.

Invece le reazioni principali alla decisione di Fiat Industrial di trasferirsi in Gran Bretagna sono tutte ispirate all’indignazione ed alla condanna di una delocalizzazione che viene fatta, come ha detto con riprovazione il vice ministro all’Economia Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, in base «alla convenienza». Una “convenienza” che viene aspramente contestata dalla Fiom, che ha subito chiesto un «tavolo immediato» al governo per trovare il modo di reagire alla scelta della Fiat, impedire che il suo esempio venga seguito anche da altre aziende e continuare ad assicurare alle casse dello stato i proventi derivanti da una pressione fiscale giunta ad un livello superiore a quello di tutti gli altri paesi europei. È facile preventivare che il “tavolo” chiesto dalla Fiom non ci sarà. O, se mai dovesse essere convocato dal vice-ministro per coerenza con le proprie convinzioni e per non essere spiazzato dal sindacato di sinistra dei metalmeccanici, non produrrà alcun risultato.E non perché alla fine il buon senso finirà con l’avere la meglio sulle posizioni ideologiche.

Ma perché non ci sarà alcun bisogno di prendere misure punitive nei confronti di chi delocalizza visto che la stragrande maggioranza delle piccole e medie aziende lo farebbero volentieri ma non sono in grado di farlo. Chi rimane, dunque, non lo fa per convinzione ma solo per costrizione. E poiché la costrizione riguarda le aziende più deboli visto che le maggiori o già sono fuggite dove possono recuperare la capacità di concorrenza sul mercato globale o si accingono a farlo, la conclusione è fin troppo semplice. L’alto livello di tassazione si scarica solo sui “piccoli” e risparmia e mette in condizioni di privilegio i “grandi”. Con un effetto esattamente contrario a quella redistribuzione del reddito che, secondo l’impostazione ideologica di Fassina e della Fiom, la pressione fiscale dovrebbe realizzare. Più tasse, dunque, producono solo più disuguaglianza. Rendono progressivamente sempre più insopportabile la condizione dell’ottanta per cento delle aziende produttive nazionali e alimentano un sentimento di ingiusta oppressione in masse crescenti di cittadini che avvertono sulle proprie spalle il peso esorbitante della crisi.

Queste masse non sono formate solo dagli imprenditori piccoli e medi ma anche dai lavoratori delle aziende a cui l’alta tassazione impedisce di essere competitive sul mercato globale e dalle fasce crescenti di precari e disoccupati. Non si tratta, in sostanza, di un fenomeno di classe. Ma , al contrario, di un fenomeno incredibilmente interclassista che finisce fatalmente col mettersi in contrapposizione con quel mondo del pubblico impiego che non ha problemi di competizione e di concorrenza visto che la propria sopravvivenza dipende sostanzialmente dalla pressione fiscale. Il buon senso imporrebbe di prendere atto dell’esistenza di queste due società divise da una pressione fiscale che schiaccia quella privata e garantisce quella pubblica. E di ridurre una divaricazione che alla lunga potrebbe far esplodere il paese. Ma l’ideologia continua ad essere più forte del buon senso. Fassina docet!

Scontro mortale tra Pd e Cinque Stelle

Le ultime polemiche polemiche tra Pd e Movimento Cinque stelle, quella tra Matteo Renzi e Beppe Grillo e quella sulla legge anti-movimenti proposta da Zanda e dalla Finocchiaro,costituiscono la prova del nove dell’errore compiuto per due mesi di seguito da Pier Luigi Bersani nel cercare ad ogni costo una intesa con il Movimento Cinque Stelle per dare vita ad un governo monocolore del Pd. Perché se il sindaco di Firenze ironizza sulla pochezza politica dei grillini sostenendo che l’unica questione a cui si appassionano solo le diarie ed i rimborsi e se il comico genovese sollecita gli elettori del Pd a prendere atto che il loro partito è morto, vuol dire che Bersani non aveva capito un ben nulla della natura alternativa ed antagonista delle due forze politiche.

E, soprattutto, continuano a non capire proprio niente quegli esponenti del Pd che, in vista del congresso autunnale del partito, insistono nel considerare possibile ed auspicabile una alleanza con il Movimento Cinque Stelle destinata a provocare la fine delle tanto aborrite larghe intese con il centro destra di Silvio Berlusconi e con il centro di Mario Monti. Quell’alleanza non si può fare. Non perché ci siano dei “bravi” che impongano la mancata celebrazione del matrimonio. Ma perché il Pd ed i Cinque Stelle gravitano nella stessa area politica. E mentre il partito guidato oggi da Guglielmo Epifani si dibatte in una crisi profonda che lo espone al rischio di una possibile frantumazione, quello di Beppe Grillo si rende conto che , persa la spinta iniziale grazie a cui aveva conquistato larghe fette di elettorato non di sinistra, non ha altra possibilità di tenuta e di crescita che quella di dilaniare il Pd e divorarne la parte più ottusamente ed ingenuamente radicale e giacobina. Qualcuno potrebbe pensare che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Che la competizione tra Pd e Cinque Stelle non sia altro che l’ennesima riedizione dello scontro tra riformisti e massimalisti per l’egemonia della sinistra. E che una volta concluso lo scontro la conquistata egemonia dell’uno o dell’altro schieramento porti naturalmente alla riunificazione dell’intera sinistra.

Ma il tempo delle diverse anime della sinistra divise dalle questioni di potere ma tenute insieme dal comune mastice ideologico è finito da un pezzo. Nessuno è in grado di prevedere se il Pd riuscirà a piegare Cinque Stelle o viceversa. Ciò che è assolutamente certo, però, è che in nessun caso il vincitore riuscirà a ricomporre l’unità della sinistra. Perché se sarà il Pd a frantumare i grillini rimarrà comunque un pezzo di sinistra antagonista anti-sistema ad opporsi al partito egemone. E se sarà Cinque Stelle a fagocitare una fetta del Pd, la fetta restante non potrà non difendere con ogni mezzo la propria autonomia anche a costo di passare dalla larghe intese ad una alleanza organica con il centro destra per fare fronte comune contro il populismo giacobino di Grillo. Una simile prospettiva dovrebbe far riflettere quanti, all’interno del Pd, puntano al congresso d’autunno per far saltare gli attuali equilibri di governo e creare le condizioni o per il ritorno alle urne o per un nuovo tentativo di alleanza con i grillini.

La partita in corso tra Grillo ed i dirigenti democrats non è concorrenza ma scontro mortale. Chi vince non riunifica la sinistra ma ne annette una parte e sancisce la spaccatura definitiva tra quella della democrazia parlamentare e quella che punta alla democrazia diretta. Grillo, che ha capito bene la situazione , è deciso a giocare fino in fondo le sue carte per liquidare il proprio avversario. I dirigenti del Pd contrari alle larghe intese lo debbono ancora capire. Come non capiscono che la mossa di Luigi Zanda e di Anna Finocchiaro con la proposta anti-movimenti non punta solo a mettere fuori gioco Grillo ma è diretta, in realtà, a mettere fuori gioco in vista del congresso proprio loro.

Presidenzialismo e abolizione delle carceri

In tutta la ormai lunga storia della Repubblica le proposte di legge di iniziativa popolare non hanno avuto alcuna fortuna. Le non tantissime che sono state promosse e che sono riuscite a raccogliere le cinquantamila firme necessarie si sono regolarmente impantanate nelle aule parlamentari e sono state inghiottite dalle sabbie mobili di Camera e senato. La ragione è duplice. Le proposte di legge di iniziativa popolare non nascono mai dai partiti tradizionali, che essendo presenti in Parlamento non avrebbero alcun bisogno di raccogliere le firme per presentare le proposte di legge, ma sempre da comitati spontanei di cittadini che molto spesso hanno in comune solo l’interesse per il singolo provvedimento che vorrebbero far approvare.

Inoltre, proprio per questo motivo, la spinta dei comitati tende ad esaurirsi con la raccolta delle firme e con la presentazione della proposta in Parlamento. Cioè con la consegna del provvedimento nelle mani di chi se lo avesse condiviso lo avrebbe fatto proprio senza dover ricorrere alla mobilitazione popolare e che, non condividendolo o considerandolo estraneo ai propri interessi , lo indirizza regolarmente verso il fallimento. A che serve, allora, una proposta di legge d’iniziativa popolare ? Normalmente non a far varare la legge in questione ma , più semplicemente, a sollevare un problema ed a sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica del paese. Per ottenere un risultato concreto dovrebbe prevedere che la campagna di pressione sulla classe politica e su tutti i cittadini scattasse subito dopo la conclusione della campagna per la raccolta delle firme. E poiché ciò non avviene le proposte di legge di iniziativa popolare hanno da sempre una scarsissima fortuna.

Non è detto, però, che questa sorte sia immutabile. Soprattutto adesso che l’iniziativa politica tende a nascere fuori dai partiti tradizionali, viene portata avanti sempre più spesso da corpi intermedi diversi da quelli del passato e trova nella rete (e nelle piazze) strumenti di pressione estremamente efficaci. Alla luce di tali fenomeni, quindi, non è affatto peregrina l’idea di tornare ad utilizzare la proposta di legge di iniziativa popolare per dare vita a delle battaglie tese a porre all’attenzione generale idee e progetti su cui fino ad ora la classe politica ha fatto blocco o non ha manifestato particolare interesse. I terreni si cui si può giocare con una qualche speranza di successo la partita della proposta di legge di iniziativa popolare sono numerosi. Ma quelli più urgenti sono la riforma istituzionale destinata a trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale e la riforma delle carceri tesa a cancellare ciò che nel nostro paese è ormai diventato uno strumento di tortura intollerabile ed ad introdurre un sistema nuovo ed articolato di pene alternative.

Sulla riforma presidenziale la battaglia per una proposta di legge di iniziativa popolare è stata lanciata dal costituzionalista Giovanni Guzzetta e trova il pieno sostegno de “L’opinione” e della sua “comunità” di amici e sostenitori ormai da tempo impegnati nel portare avanti le grandi riforme indispensabili per la ripresa del paese (istituzionale, fiscale, del lavoro, delle autonomie, della giustizia e dello stato sociale). Sull’abolizione delle carceri e sulla introduzione di un nuovo sistema di pene alternative all’impegno promotore dei radicali si aggiunge oggi quello di nuove forze della società civile, come la Lidu (Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo), a cui la “comunità de l’Opinione” intende dare tutto il suo massimo sostegno. Per l’Italia!

Per Berlusconi e Prodi senatori a vita

Si illude Silvio Berlusconi se pensa sul serio che per chiudere la guerra civile fredda che devasta il paese da troppi anni a questa parte sia sufficiente rispettare il patto tra Pd e Pdl grazie al quale il governo Letta-Alfano riesce a stare in piedi. Non c’è bisogno di ricordare come venne chiusa la guerra civile calda degli anni quaranta per rilevare che senza una apposita amnistia neppure la guerra civile fredda possa essere archiviata nella storia. Ma le condizioni per una amnistia che sarebbe subito vista come la summa della norme ad personam non ci sono. Fino a quando Silvio Berlusconi dovrà fronteggiare processi nei Tribunali di mezza Italia e parte dei suoi avversari continueranno a coltivare la speranza di vederselo tolto dai piedi dalla magistratura, non ci sarà alcuna possibilità di mettere la pietra tombale alla guerra civile attraverso lo strumento dell’amnistia.

Neppure se questa stessa amnistia, se realizzata puntando ad eliminare il gigantesco contenzioso esistente tra una massa gigantesca di cittadini e le strutture burocratiche dello stato, potrebbe rivelarsi un incredibile ed efficace volano per la ripresa del paese e per la sua uscita dalla crisi! Esclusa l’amnistia, però, basta il patto sulle larghe intese per chiudere la conflittualità endemica tra centro destra e centro sinistra? L’unica risposta realistica all’interrogativo è quella negativa. Già è un miracolo che il patto sulle larghe intese riesca ad andare avanti alla giornata. Figuriamoci se una alleanza così precaria e così mal digerita dai contraenti possa essere in grado di realizzare un compito epocale come la chiusura di un conflitto che non ha segnato solo la Seconda Repubblica ma che è l’eredità di tutto il cosiddetto “secolo breve” del novecento. Ed allora? Esiste un altro modo che non sia quello dell’amnistia per dare un segnale al paese che la guerra non continua ma è almeno interrotta per il tempo necessario alla uscita dalla crisi? Da più parti è stato ipotizzato che se il Presidente della Repubblica decidesse di nominare Silvio Berlusconi senatore a vita per tutelarlo dalla persecuzione giudiziaria si determinerebbe una importante condizione per un effettivo armistizio. Ma anche questa ipotesi , minimale rispetto alla amnistia, è stata subito bocciata come si è visto con la sortita del capo gruppo del Pd del Senato Luigi Zanda.

Eppure, a dispetto della bocciatura fatta dall’esponente del Partito Democratico, l’ipotesi di un intervento del Capo dello Stato per sopire l’eterna conflittualità del bipolarismo muscolare non è affatto peregrina. A patto che la motivazione non sia quella di sottrarre Berlusconi alla magistratura persecutrice e non riguardi solo la persona del Cavaliere. Se, ad esempio, il Presidente della Repubblica decidesse di chiudere e storicizzare la Seconda Repubblica nominando senatori a vita i due personaggi che sono stati i principali protagonisti di questa lunga fase politica del paese, cioè Silvio Berlusconi e Romano Prodi, le condizioni per il l’avvio del superamento della guerra civile sarebbero due, bilanciate e motivate dalla volontà di riconoscere dignità politica ai fondatori dei due schieramenti che hanno dominato la vita pubblica del paese negli ultimi vent’anni. In questo modo Berlusconi otterrebbe un vantaggio superiore a quello di Prodi che non ha alcuna persecuzione giudiziaria alle spalle? Sicuramente sì. Ma al tempo stesso Prodi, e lo stesso centro sinistra, otterrebbero quel riconoscimento politico e morale che la crisi del Pd ha negato non solo al fondatore dell’Ulivo ed all’unico sfidante vittorioso del Cavaliere ma anche a se stesso. Berlusconi e Prodi senatori a vita, dunque! Perché non provarci?

Monti, improponibile “coscienza critica”

Scelta Civica prima ha perso Futuro e Libertà, cancellato dalla scena politica dal risultato elettorale. Ed ora perde l’Udc, che dopo essere uscito dimezzato dal voto, si è reso conto che continuare a rimanere legato al carro di Mario Monti avrebbe provocato la sua definitiva dissoluzione. Al cartello elettorale dell’ex Presidente del Consiglio rimangono dunque due solo componenti ed un garante. C’è il gruppo di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo e di Nicola Rossi, che però ha già annunciato di non avere alcuna intenzione di trasformarsi in una mini-corrente di un mini-partito. E c’è la componente cattolica proveniente dalle Acli e dalla Comunità di Sant’Egidio che, a differenza dei montezemoliani, non avrebbe alcuna difficoltà a calarsi nei panni della corrente ma non sembra avere la consistenza necessaria ad essere tale.

C’è, infine il garante, Mario Monti, che però non ha alle spalle né una qualche organizzazione, né una qualche esperienza di attività politica di base. E che, nella consapevolezza di queste carenze, non può far altro che sperare di tenere insieme i due pezzi niente affatto omogenei o complementari del suo cartello (montezemoliani e cattolici di sinistra sono culturalmente e politicamente agli antipodi) autonominandosi, sull’esempio di quanto fatto a suo tempo da Ugo La Malfa nei confronti del centro sinistra classico, “coscienza critica” delle larghe intese e del governo Letta-Alfano. Bastano questi elementi per assicurare un qualche futuro politico a Scelta Civica? L’Udc ha dimostrato di non credere ad una prospettiva del genere ed ha scelto di uscire dal cartello incominciando, in vista delle elezioni europee del prossimo anno e della comune appartenenza al Ppe, una lenta ma decisa marcia di avvicinamento al Pdl. Ciò che rimane di Fli, dopo aver liquidato per “incapacità politica “Gianfranco Fini, ha dimostrato di pensarla allo stesso modo.

Ed ha incominciato a riprendere i contatti con la vecchia area di provenienza, cioè la destra degli ex An, e sembra destinato a ritornare, magari non con una trasmigrazione collettiva ma sotto forma di iniziative singole, alle proprie origini nel centro destra. Le due componenti restanti del cartello e lo stesso Monti , approfittando del fatto che Scelta Civica rimane comunque la terza gamba dell’alleanza delle larghe intese, appaiono ancora incapaci di fornire una risposta all’interrogativo e rinviano la risposta al momento in cui le larghe intese si esauriranno e una scelta per il futuro dovrà essere presa comunque. Questa paralisi, di cui Italia Futura sembra essere cosciente molto più della componente cattolica, è di per se un pessimo viatico per il prossimo cammino di Scelta Civica. Lascia presupporre che, in assenza di una decisione rapida sulla strategia politica da seguire, il cartello di Monti finirà col perdere progressivamente pezzi ed arrivare alla fine della parabola del governo Letta-Alfano senza aver più il fiato per poter poter andare avanti.

Se l’ex Presidente del Consiglio non fosse un tecnico imprestato occasionalmente alla politica e non un politico dilettante saprebbe che per svolgere il ruolo di “coscienza critica” nei confronti delle larghe intese sull’esempio di Ugo La Malfa verso il centro sinistra bisognerebbe essere La Malfa. Cioè un leader politico che nei confronti del centro sinistra aveva l’autorità di padre non solo fondatore ma anche ideatore e teorizzatore. Ma Monti non ha questa autorità. Perché non ha mai teorizzato o ideato la formula di governo attuale indicandola come indispensabile ed irreversibile. Ha solo guidato per un anno un governo occasionalmente sostenuto dall’esterno dal Pd e dal Pdl e l’unica scelta politica che ha compiuto non è stata di cercare di avvicinare ed armonizzare le forze alternativa ma di fare concorrenza ad entrambe nella temeraria pretesa di scompaginarle per condizionarle e conquistarle. E allora? La conclusione è prevedibile. L’unica incertezza riguarda la data dello “sciogliete le righe”. In autunno o nella primavera del prossimo anno?

Pd: tanti aspiranti segretari, poche idee

Da buon sindacalista il neo segretario del Pd Guglielmo Epifani è un uomo con i piedi ben piantati per terra. Così ha deciso che fino al prossimo autunno non farà solo il segretario del proprio partito ma continuerà a svolgere le funzioni di Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera. Perché, come dice l’antico adagio popolare, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. E se in autunno il congresso del Pd non dovesse confermarlo alla segreteria la sua poltrona di Presidente di commissione parlamentare non gliela toglierebbe nessuno e non si ritroverebbe nella triste condizione di passare da un giorno all’altro da leader del Pd a deputato col rango di peone.

La decisione di Epifani spiega più di qualsiasi lungo discorso che la caratteristica principale dell’attuale segreteria del Partito Democratico è quella di essere a tempo, transitoria, precaria , balneare. D’altro canto, se è lo stesso segretario a non credere alla possibilità di rimanere alla guida del partito dopo il prossimo congresso, come si può pretendere ci possano credere gli altri dirigenti del Pd e gli osservatori esterni tutti ? Non è un caso, infatti, che a distanza di un paio di giorni dall’elezione di Epifani al vertice del partito, sia partita la corsa alla segreteria con la discesa in campo di Chiamparino, la conferma della candidatura di Cuperlo, la presenza di Barca impegnato in un tour promozionale (ovviamente di se stesso) nelle federazioni locali e l’incombenza costante di Renzi che nell’incertezza tra puntare a fare il segretario o a fare il Premier punta su tutto, tanto per non sbagliare. A questo fervore di candidature personali dovrebbe corrispondere un qualche dibattito interno sulle idee e sui programmi di cui questi uomini dovrebbero essere portatori.

Invece, a dispetto dell’altro antico detto secondo cui le idee camminano sulle gambe degli uomini, nel Pd ci sono gli uomini e le gambe ma mancano totalmente le idee. Ci sono, per la verità, quelli che sostengono il governo Letta e quelli che mugugnano contro il governo guidato dall’ex vice segretario del Pd. Ma se si considera che è lo stesso Letta a dichiarare di trovarsi alla guida di un governo che non gli piace, si capisce perfettamente che la distinzione tra gli uni e gli altri non è politica ma solo di convenienza personale. Chi è al governo cerca di rimanerci, chi non ha incarichi governativi pensa a quando il governo cadrà per vedere di poter entrare in quello successivo. Nessuno è in grado di prevedere se e quanto questo stato di atarassia politica del Pd possa andare avanti. Ma, al tempo stesso, nessuno può stupirsi se il partito erede della tradizione del Pci e della tradizione della sinistra democristiana si trovi in questo stato catatonico e che l’unico segno di vitalità in grado di essere percepito dall’esterno sia il disagio di ritrovarsi in una coalizione governativa a fianco degli odiati berlusconiani. La verità, infatti, è che negli ultimi vent’anni l’unica idea circolata tra i dirigenti e gli elettori del Partito Democratico è stata solo quella dell’ostilità nei confronti del Cavaliere Nero e dei suoi prezzolati vassalli e cortigiani.

Il confronto per un eventuale intreccio e fusione tra post-marxismo e post-dossettismo? Scomparso. La tradizionale dialettica tra riformisti e massimalisti? Relegata in soffitta tra le robe vecchie. L’attenzione per gli esempi offerti da Blair e da Obama? Cancellata. La stessa infatuazione per la socialismo più tradizionale (oltre che più vecchio e scontato) di Hollande? Svanita nel giro di qualche settimana. Ogni forma di riflessione politica, giusta o sbagliata che fosse, è stata soppiantata dal più facile visceralismo antiberlusconiano. Quello su cui punta Beppe Grillo quando spara a zero contro il governo Letta nella prospettiva di farlo cadere per fagocitare un Pd privo di idee e diventare l’unico e solo antagonista del “Nano”. Da Togliatti e Dossetti a Grillo, ovvero dal dramma alla farsa.