Archivio mensile:giugno 2013

Marina Berlusconi la nostra Thatcher

Marina Berlusconi ha correttamente smentito di essere intenzionata ad assumere impegni di sorta nella politica attiva. E non c’è alcun motivo per dubitare della sua affermazione. Non fosse altro che anche nelle dinastie repubblicane vale la regola delle dinastie monarchiche secondo cui si regna uno per volta . E fino a quando il padre Silvio rimane sul trono di leader del centrodestra, la figlia Marina non può far altro che negare di essere pronta a sostituirlo. Preso atto che il Cavaliere non abdica e che la figlia non gli succede, però, non si può non riflettere sull’eventualità che a dispetto della legge salica cara ai Savoia e agli Agnelli (tanto per rimanere in Italia e tra i reali dell’aristocrazia e della finanza), il capostipite Silvio decida , dopo una possibile “ brumal Novara” di tipo giudiziario, di trasmettere alla primogenita l’investitura a leader del centrodestra italiano.

Si tratta di un’ipotesi impossibile o, almeno sulla carta, del tutto razionale? La risposta non viene solo dalle metafore di tipo monarchico, che hanno il merito di rendere credibile l’eventualità ma anche il torto di farla apparire una sorta di reperto del passato. Ma viene soprattutto dall’esperienza del presente, quella della formazione delle leadership nell’era della comunicazione, dell’immagine e del marketing politico, che rende l’ipotesi non solo praticabile ma anche incredibilmente appetibile per le sue concrete possibilità di successo. L’esempio dei Savoia e degli Agnelli, infatti, passa in seconda linea di fronte alle dinastie repubblicane dei Kennedy, dei Bush, dei Clinton. E perde completamente di peso alla luce di come nelle democrazie avanzate del tempo presente nascano e si consolidino le leadership politiche. L’epoca in cui i leader si formavano alla dura e lunga scuola dei partiti è finita da un pezzo.

I partiti tradizionali non esistono più. E la dimostrazione non è solo la leadership di Silvio Berlusconi nata come Araba Fenice dai partiti democratici della Prima Repubblica inceneriti dalla rivoluzione giudiziaria. Ma è, soprattutto, l’apparizione della cometa Matteo Renzi nel firmamento della sinistra italiana, cometa venuta fuori non da una lunga e formativa militanza nei partiti del fronte progressista, ma da un uso accorto e professionale del marketing politico. Al punto che Renzi venga visto dalla parte tradizionale e ortodossa del Pd come un corpo estraneo di natura sostanzialmente identica a quella dell’odiato Cavaliere. I nuovi leader, dunque, possono nascere anche senza partiti di riferimento, dal marketing politico o da circostanze eccezionali che ne favoriscono l’apparizione e il successo. Beppe Grillo non sarebbe mai diventato il capo di un movimento del 25 per cento se non avesse intercettato l’antipolitica di un quarto degli italiani. E Mario Monti sarebbe rimasto un professore imprestato alle alte cariche burocratiche dello Stato se la crisi e Giorgio Napolitano non lo avessero trasformato in un inappropriato personaggio politico di prima grandezza. Marina Berlusconi, quindi, nel caso la persecuzione giudiziaria dovesse provocare l’espulsione traumatica e violenta dalla politica del padre Silvio, potrebbe sicuramente raccoglierne l’eredità all’interno del centrodestra.

Con i vantaggi di un nome a cui non serve alcuna forma di promozione, ma che ha il traino di una ventennale persecuzione mediatico-giudiziaria, di un consenso pronto a passare in blocco da padre in figlia in nome della difesa dei valori di libertà contro le prepotenze e l’autoritarismo della sinistra fondamentalista, di una capacità e di una credibilità personali messe in mostra alla guida di un’impresa storica come la Mondadori, di una età e di una natura femminile che la mettono in condizione di poter giocare una carta innovativa e rivoluzionaria. Quella di poter diventare una Thatcher italiana! Se così fosse, ben venga anche la dinastia berlusconiana!

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Referendum per le libertà non folklore

Ciò che non può fare un partito impegnato in un governo di larghe intese, può fare un movimento di scopo che non ha alcuna responsabilità diretta nell’esecutivo e può portare avanti tutti le battaglie politiche che vuole. Il Pdl non può porre al centro dell’azione di governo il nodo della giustizia sollevato con il massimo clamore dalla sentenza di Milano tesa a liquidare per via giudiziaria dalla scena politica il leader riconosciuto ed incontrastato del centro destra? Se lo facesse Rosi Bindi si straccerebbe le vesti, mezzo Partito Democratico scenderebbe in piazza, Enrico Letta sarebbe costretto a meditare se dimettersi o meno ed il Capo dello Stato tornerebbe a minacciare di lasciare anzitempo il Quirinale per non sciogliere le Camere e mettere i partiti di fronte alle loro responsabilità? Se tutto questo è vero e se in nome della regola della “riduzione del danno” il centro destra non può rilanciare la questione dell’uso politico della giustizia per non favorire la nascita di un nuovo governo più spostato a sinistra e più animato da furore giustizialista, l’unica strada percorribile è quella di sposare i referendum sulla giustizia lanciati dai radicali e di sostenere un movimento per le garanzie dei cittadini e la difesa dello stato di diritto che si affianchi e rafforzi l’iniziativa lanciata da Marco Pannella.

Nessuno s’illude che l’arma del referendum possa risultare decisiva e creare finalmente le condizioni per attuare misure che vanno dalla separazione delle carriere alla responsabilità civile dei magistrati. L’esperienza amara del passato insegna che anche quando i referendum hanno avuto esito positivo , i Parlamenti dominati dalle lobby e dalla caste hanno avuto sempre la meglio sulle richieste votate dalla maggioranza degli italiani. Ma il problema non è solo quello del risultato. Il problema, in questo momento, è soprattutto dato dalla necessità di riaccendere nella società italiana la scintilla della rivolta contro la cultura che persegue la sopraffazione dei diritti individuali dei cittadini sotto la maschera della legalità formale e della voluta confusione tra legge e morale. La vicenda clamorosa delle sentenze ad personam contro Berlusconi e la minaccia delle iniziative giudiziarie contro chiunque osi schierarsi dalla sua parte ( l’incriminazione del testimoni a favore nel processo Ruby è un segnale fin troppo chiaro in questo senso) rappresentano solo la spia di un fenomeno molto più ampio.

Che non riguarda solo il Cavaliere e la sua cerchia di amici ed amiche ma che si estende all’intera società italiana o, almeno, a quella parte maggioritaria che non gode della protezione delle lobby mediatico-giudiziarie che difendono i propri privilegi conculcando i diritti individuali dei cittadini. I referendum, dunque, diventano uno strumento di ribellione contro l’oppressione culturale, politica, giudiziaria. Uno strumento che ha sicuramente dei limiti ma che ha almeno il merito di fornire una risposta politica e di popolo alle prevaricazioni di una casta sempre più arrogante e prepotente. Referendum, dunque, sulla giustizia e per le libertà individuali. Sempre meglio che il nulla o, peggio, le caricature del nulla di Piazza Farnese!

Il Pdl alzi l’asticella ad Enrico Letta

Gli ipocriti sostengono che le sentenze non si discutono. Ed, invece, da che mondo è mondo, non esistono sentenze che non aprano discussioni e non provochino divisione e contrasti nell’opinione pubblica. Gli stessi ipocriti, poi, aggiungono che il Pdl deve separare la questione giudiziaria da quella politica e ribadire il pieno sostegno al governo di Enrico Letta. Come se fosse del tutto indifferente la circostanza che nel frattempo al centro destra si tenta di eliminare il proprio leader usando le sentenze come arma impropria.

All’ipocrisia bisogna porre un limite. Che non può consistere solo nel rendere più perentoria la richiesta abolizione dell’Imu e della rinuncia all’aumento dell’Iva da parte del Pdl. E non può neppure risolversi in una nuova campagna per la giustizia giusta e la difesa dello stato di diritto tornando a sollecitare ancora una volta (e sempre inutilmente) la separazione delle carriere dei magistrati e la responsabilità civile dei giudici. Se il centro destra vuole alzare l’asticella deve pretendere qualcosa di politicamente più significativo da parte di Enrico Letta, di Dario Franceschini e di quei settori del Partito Democratico che considerano senza alternative praticabili in questa legislatura l’esecutivo di larghe intese. Questo qualcosa riguarda la natura dell’esperimento avviato con la nascita dell’esecutivo fondato sulla coabitazione tra Pd e Pdl.

Se la natura deve essere quella della precarietà data da una emergenza contingente, non si capisce perché mai il centro destra dovrebbe assistere passivamente alla eliminazione brutale del proprio leader e continuare a fornire il proprio appoggio e sostegno a chi non vede l’ora di vedere il Cavaliere detronizzato per potersi sbarazzare di un alleato azzoppato. Se invece la natura del governo deve essere quella di un esecutivo destinato a realizzare le riforme risultate impossibili in epoca di bipolarismo muscolare ed obbligato a rimanere in vita fino a quando l’azione riformatrice non sarà completata, la faccenda cambia aspetto. Ed il centro destra può anche pensare di continuare a sacrificarsi per il bene superiore del paese cercando, nel contempo, di difendere e preservare il ruolo politico del proprio leader. Il Pdl, in sostanza, deve sfidare Enrico Letta a prendere apertamente le distanze da quanti nel suo partito puntano sulla precarietà del governo per perseguire l’obbiettivo del ritorno alla guerra civile fredda favorita dalla liquidazione ingiusta ed assurda del leader del centro destra. Questo significa che Letta debba definire “irreversibili” le larghe intese ? Niente affatto. Perché in politica tutto è sempre reversibile.

Ma che almeno abbia il coraggio di incominciare a prendere oggi la strada che in futuro, sempre che non voglia smentire se stesso, la propria natura e la propria storia per consegnarsi ad una qualche deriva vendoliana o grillesca, dovrà comunque imboccare. Il riformismo, infatti, è comunque alternativo al fondamentalismo massimalista. Anche ( e soprattutto) se Berlusconi dovesse venire politicamente assassinato e se la maggioranza moderata e riformista del paese dovesse temporaneamente trovarsi senza un leader.

L’amnistia per la pacificazione

Se non si vuole che l’Italia diventi l’Ucraina del Mediterraneo con Silvio Berlusconi equivalente di Iulia Timosenko non c’è altra strada che quella dell’amnistia. Che non sarebbe una amnistia ad personam, ma risulterebbe piuttosto essere la sola possibilità concreta di realizzare un processo di pacificazione effettivo nella società italiana. Dunque, una amnistia ad paesem. Serve un atto di clemenza generalizzato motivato dalla necessità di impedire che il leader del principale partito dello schieramento di centro destra venga eliminato per via giudiziaria dalla scena politica nazionale come se l’Italia fosse piombata ai livelli dei processi stalinisti degli anni ’30? La risposta è positiva per due ordini di motivi.

Il primo è che Ruby sarà pure stata minorenne e non nipote di Mubarak ma quando si dovrà tirare le somme della storia del secondo dopoguerra italiano non si potrà non rilevare che un Capo dello Stato come Giovanni Leone è stato infangato ingiustamente al punto da costringerlo alle dimissioni da innocente, che il leader del partito alternativo al Pci come Aldo Moro è stato assassinato dalle Brigate Rosse, che l’unico segretario del Psi deciso a conquistare l’egemonia della sinistra a scapito dei comunisti è stato costretto a fuggire ed a morire da esule in Tunisia, che una intera classe politica di estrazione democratica e non marxista è stata smantellata non con il voto ma con gli avvisi di garanzia e che il solo personaggio politico in grado di battere gli eredi del Pci per due volte nel giro di vent’anni, cioè Silvio Berlusconi, rischia di fare la fine della Timosenko. Come verrà considerata questa lunga fase se non come una sorta di guerra civile in parte calda ed in parte fredda combattuta senza un attimo di tregua da una precisa area politica contro gli avversari di turno ? Certo, gli storici giustizialisti non mancheranno neppure in futuro.

Ma quando si tratterà di sintetizzare la fase di passaggio in Italia dalla fine del ‘900 all’inizio del terzo millennio il dato politico principale sarà quello della lotta condotta dalla sinistra dei compagni che non sbagliano e da quelli che sbagliano con tutti i mezzi possibili ed immaginabili. Da quelli illegali a quelli legali trasformati in arma antidemocratica. Porre fine a questa guerra civile non è, allora, salvare la persona fisica di Berlusconi ma risolvere una volta per tutte un vulnus che la democrazia italiana si porta dietro da decenni e decenni e che ha lacerato e continua a devastare la società nazionale. Si può insistere con questo vulnus e con la spaccatura verticale del paese nel momento in cui una crisi economica più grave di quella del ’29 rischia di provocare un arretramento epocale delle condizioni di vita degli italiani? Non è invece indispensabile fronteggiare un fenomeno così devastante con la massima unità e solidarietà per bloccare non il semplice declino ma una più drammatica e realistica rovina della penisola e dei suoi abitanti? Le domande sono retoriche. Perché le risposte sono assolutamente scontate.

L’amnista , in sostanza, non solo è indispensabile per pacificare gli italiani ma è assolutamente urgente per rendere concreto qualsiasi appello all’unità ed alla solidarietà contro la crisi. Chi pensa di continuare a lucrare sulla guerra civile, calda o fredda che sia, sbaglia tragicamente. E chi sbaglia presto o tardi paga. Uscendo dalla storia.

Il valore della scelta di responsabilità del Cav

A parti invertite ci troveremmo in una situazione da primavera araba. Con le piazze piene di folla imbufalita contro il tentativo di uccidere la democrazia del paese decapitando per via giudiziaria il leader del maggior partito d’opposizione. E con le forze dell’ordine impegnate a contenere l’inevitabile coda di guerriglia urbana che seguirebbe la concentrazione di grandi masse di manifestanti indignati in tutte le principali piazze italiana. Per fortuna, però, non ci troviamo a parti invertite. Il leader che rischia la decapitazione per via giudiziaria non è il segretario del Pd ma è il Presidente del Pdl, Silvio Berlusconi. E quest’ultim, benché provato ed arrabbiato al massimo livello per l’offensiva finale della ventennale persecuzione giudiziaria ai suoi danni, non aizza le folle alla protesta e non minaccia alcuna estate italiana contro l’aberrante tentativo dei suoi avversari di eliminarlo (e con lui eliminare l’opposizione) con un sistema totalmente ispirato ai processi staliniani degli anni ’30.

Chi rileva che la linea di responsabilità adottata dal Cavaliere nasca dalla considerazione che in caso di caduta del governo Letta quello che lo sostituirebbe, formato da Pd, Sel e grillini dissidenti, potrebbe fare anche peggio, ha sicuramente ragione. Ma solo in parte. Perché è vero che Berlusconi non ha affatto perso la lucidità e sa bene che in certe condizioni la riduzione del danno è una strada obbligata. Ma è altrettanto vero che trasformare l’atto di responsabilità del Cavaliere in un semplice calcolo di costi e benefici non consente di capire il valore effettivo e politico della rinuncia allo scontro ed alla rottura di Silvio Berlusconi. Per i media ed i politici della sinistra la responsabilità del leader del Pdl è un atto semplicemente dovuto. Per la stragrande maggioranza del paese, quella che non guarda con gli occhiali dell’ideologica e di una pretesa superiorità antropologica della sinistra, è un sacrificio gigantesco che assolve tutti i peccati reali o presunti del passato di Berlusconi e lo trasforma in una sorta di Padre della Patria verso cui anche il vecchio avversario non può non avere riconoscenza.

Quanto meno per non aver gettato nella instabilità e nel caos un paese che è già afflitto da una crisi di dimensioni bibliche. Non cogliere questo aspetto nella considerazione dell’atto di responsabilità del Cavaliere significa non riuscire a capire il valore e le ricadute politiche della rinuncia allo linea dello sfascio. Se si votasse oggi il Parlamento che verrebbe espresso dal nuovo voto sarebbe completamente diverso da quello presente. Il Pd non avrebbe più la maggioranza alla Camera e risulterebbe ridimensionato al Senato, il Movimento Cinque Stelle scenderebbe di almeno dieci punti rispetto a quella attuale, il centro di Monti e di Casini scomparirebbe quasi del tutto ed il centro destra, a stare almeno ai sondaggi, tornerebbe a governare il paese.

Tutto questo nel momento presente. Ma che succederebbe in autunno, dopo la conclusione della macelleria giudiziaria di Berlusconi e della trasformazione del Cavaliere in martire della democrazia e Padre della Patria per aver sacrificato se stesso allo scopo di evitare lo sconquasso della società nazionale? Immaginare di risolvere il problema espellendo il leader del Pdl dal Parlamento in seguito ad una sentenza della magistratura o a qualche gabola sulla incompatibilità è da beoti. Un leader politico rimane tale anche se non entra a Montecitorio o a Palazzo Madama. Anzi, con l’aureola della vittima, lo diventa sempre di più!

La Consulta e la questione istituzionale

Non è la “questione giustizia” ad essere stata trasformata dalla Consulta, con la decisione sul ricorso per legittimo impedimento di Silvio Berlusconi, in problema prioritario per il governo di Enrico Letta. È vero che la sentenza della Corte Costituzionale riaccende la polemica sull’accanimento giudiziario nei confronti del leader del Pdl e sembra spezzare quella “pax giudiziaria” che sembrava essere diventato uno dei principali puntelli dell’esecutivo delle larghe intese. Ma è molto più vero che affrontare il problema sollevato dai giudici costituzionali nella solita ottica del conflitto personale tra magistratura e Cavaliere e delle possibili conseguenze politiche di tale conflitto risulta essere assolutamente riduttivo. La Consulta, infatti, sia pure in maniera del tutto inconsapevole, ha sollevato una questione molto più ampia nello stabilire che la «leale collaborazione» tra i poteri dello stato esecutivo e giudiziario si realizza con la sostanziale subalternità del primo nei confronti del secondo.

Ha posto con grande clamore al centro dell’agenda del governo Letta la questione istituzionale. E l’ha trasformata alla luce delle esperienze degli ultimi vent’anni (quelle che portarono alla caduta del primo governo Berlusconi e del secondo Prodi) una emergenza prioritaria al pari di quelle economiche, fiscali e sociali che richiedono l’intervento immediato e salvifico della coalizione guidata da Enrico Letta. Il problema, infatti, non è più la sorte di Berlusconi come persona fisica e come leader politico. Il problema è come possa reggere un paese in cui l’equilibrio dei poteri, che è alla base dello stato di diritto voluto dalla Costituzione, viene trasformato da una Corte Costituzionale caduta in una chiara sindrome vetero-antiberlusconiana in palese e stabile squilibrio dei poteri.

È possibile uscire dalla crisi con il rischio costante e fin troppo concreto che squilibrio tra i poteri a vantaggio del giudiziario sull’esecutivo e sul legislativo possa mandare all’aria l’azione di un governo nato con il compito specifico di risolvere le emergenze del paese? In questa luce la questione istituzionale diventa di fatto l’emergenza delle emergenze. Perché se salta il governo di larghe intese per mano di un qualsiasi magistrato investito dalla Consulta di un potere superiore rispetto a quello degli altri organi dello stato, la strada del risanamento viene automaticamente interrotta. Con l’immediata apertura di una crisi che solo degli irresponsabili pensano possa essere risolta secondo lo schema della sinistra allargata agli eventuali emuli di Scilipoti provenienti dallo schieramento grillino.

Se questo è il risultato della decisione della Corte Costituzionale, è facile concludere che d’ora in avanti il compito della delegazione del Pdl al governo e di chiunque abbia la consapevolezza del rischio caos che grava sul paese diventa automaticamente la soluzione della questione istituzionale. Con una riforma capace di ricostruire una volta per tutte l’equilibrio alterato dello stato di diritto e di impedire in nome di una autonomia ed una indipendenza diventate arbitrio incontrollato ed incontrollabile ogni singolo magistrato abbia la possibilità di far saltare la stabilità politica indispensabile per il risanamento del paese. Paradossalmente, quindi, si può rilevare che senza neppure pensarci la Consulta abbia reso evidente la necessità e l’urgenza assolute del semipresidenzialismo.

Contro Grillo la vendetta dei media

Adesso tutti parlano della crisi ormai evidente del Movimento Cinque Stelle e rilevano che la causa principale del fenomeno sia la sostanziale incapacità di Beppe Grillo di saper gestire una vittoria dalle dimensioni assolutamente non previste. L’osservazione è giusta. Ma solo in parte. Perché è sicuramente vero che Grillo abbia data il meglio di se nel ruolo di demagogo populista e non sia offrendo prove particolarmente brillanti in quelle di capo politico di un movimento che ha raccolto un quarto degli elettori italiani.

Ma è altrettanto vero che il comico genovese improvvisatosi leader nazionale non debba fronteggiare solo la normale concorrenza delle altre forze politiche decise a recuperare in qualche modo fette dell’elettorato a vantaggio dei grillini ma debba anche sopportare da solo il peso enorme di un intero sistema mediatico teso a frantumare un fenomeno considerato politicamente scorretto e da normalizzare con ogni mezzo possibile. Da questo punto di vista la crisi dei grillini può essere considerata come la conseguenza della vendetta dei media tradizionali nei confronti della rete. Con l’aggiunta, però, che la stragrande maggioranza del sistema mediatico tradizionale del nostro paese non è espressione di un pluralismo maturo ma è caratterizzato da un pensiero unico omologato e conformista erede diretto della vecchia egemonia della sinistra ortodossa. E che questo gigantesco esercito fatto di grandi giornali e potenti testate televisive, passato un primo momento di attenzione e di sostegno per un movimento che essendo di protesta veniva considerato collaterale e funzionale alla sinistra, ha ben presto scoperto che Grillo era collaterale e funzionale solo a se stesso.

E che un irregolare di questo tipo, ben deciso a non derogare dalla linea della protesta antisistema, debba essere messo nelle condizioni di non nuocere frantumandogli una rappresentanza parlamentare formata da neofiti della politica incapaci di reggere la pressione continua ed ossessiva dei media tradizionali. Chiusi in Parlamento, infatti, i grillini avvertono di meno gli stimoli e le richieste di intransigenza che provengono dalla rete e sentono molto di più l’attenzione micidiale di una stampa, un tempo lontana e mitizzata ed oggi fin troppo presente, tesa a spezzare il legame esistente tra i senatori ed i deputati di Cinque Stelle ed il loro leader lontano ed anomalo. Grillo, allora, non deve battersi solo contro gli altri partiti che cercano legittimamente di ridimensionarlo e rimandarlo nei teatri.

Deve resistere alla offensiva di una oliata e ben funzionante macchina da guerra mediatica ispirata al pensiero unico della sinistra tradizionale che ha come unico obbiettivo di dividere, lacerare, frantumare il Movimento Cinque Stelle reo di essere rimasto fedele alla sua impostazione di forza di protesta antisistema e di non essersi trasformato in forza collaterale e subalterna al Partito Democratico. È in grado Grillo di resistere a questa offensiva che non conosce soste e che viene condotta con i metodi più spregiudicati sperimentati nel passato? In attesa di verificare quale sarà la risposta che verrà dai fatti forse sarebbe bene incominciare ad interrogarsi sull’altra anomalia della democrazia italiana. Quella di un mondo dell’informazione fermo ancora al pensiero unico di una sinistra in via disfacimento.

L’antagonismo Renzi-Letta

 

Il problema di Matteo Renzi non è Pier Luigi Bersani ma Enrico Letta. Perché l’obbiettivo del sindaco di Firenze non è di diventare il segretario del Pd ma di usare la carica di segretario del Partito Democratico per candidarsi a Premier in alternativa ed in sostituzione dell’attuale Premier in carica. Posta in questi termini la questione sembra essere uno dei soliti personalismi della politica italiana. In realtà, dietro la competizione personale tra Renzi e Letta che si può anche comporre nel breve periodo come sta avvenendo adesso, c’è una questione politica grande come una casa. E tale questione, a differenza del contrasto da pollaio, non è affatto componibile.

Perché per un verso riguarda il fatto che i due hanno una comune strategia ed una stessa area politica di riferimento. E per l’altro è segnata dalla circostanza del contrasto netto ed inconciliabile tra il sindaco fiorentino e l’attuale inquilino di Palazzo Chigi sul modello di leadership da perseguire. La parte in comune che rende lo scontro irrisolvibile e permanente non dipende dall’identica origine democristiana dei due personaggi. La radice comune esiste ma non incide più di tanto nel conflitto visto che entrambi si considerato “cattolici adulti” e tendono a far dimenticare l’ormai antica provenienza. La parte in comune è quella della linea politica riformista. Che Renzi ha cavalcato con grande abilità ponendosi come il Blair italiano in grado di conquistare consensi non solo dentro l’area della sinistra tradizionale ma anche in quella del centro destra. E che Enrico Letta, formalmente suo malgrado ma sostanzialmente con grande soddisfazione, sta praticando di fatto alla guida di un governo di larghe intese che lo rende inevitabilmente trasversale ai due schieramenti canonici.

Renzi, in sostanza, si propone al paese come il personaggio in grado di realizzare ciò che Letta sta dimostrando di poter già fare adesso con innegabile abilità. E questo dato oggettivo di rende inevitabilmente sovrapponibili. E, quindi, alternativi ed in concorrenza perenne ed inconciliabile. Alla parte comune che divide si aggiunge poi la parte di diversità che accentua la divisione. Renzi ha una visione del partito ed, in generale, dell’attività politica ispirata al modello americano. Usa la carica di sindaco di Firenze per meglio portare avanti la sua campagna “presidenziale” permanente allo scopo di vincere plebiscitariamente le primarie e conquistare la candidatura a Premier. Imita Silvio Berlusconi, che ha introdotto in Italia il modello americano con venti anni di anticipo su di lui. E non a caso viene visto come una sorta di alieno da quella parte del Pd che detesta il cosiddetto berlusconismo, considerato una sorta di attentato alla Costituzione. Enrico Letta, al contrario, ha una visione del partito ed in generale della politica, molto più domestica. Non si pone come leader plebiscitario ma punta a consolidare il proprio ruolo di capo del Governo con un comportamento che ricorda in tutto e per tutto i comportamenti dei leader democristiani del passato.

Quelli che nascondevano la propria ambizione dietro la formula dello “spirito di servizio” e che non avrebbero mai rinunciato alla “forza tranquilla” della democrazia parlamentare in cambio delle avventure, magari esaltanti ma sicuramente rischiose e brucianti, imposte dalla democrazia presidenziale. Per il momento tra i due esiste un patto di non aggressione. Imposto solo dalla comune constatazione che il tempo dello scontro non è ancora maturo. Entrambi, però, sanno che la premiership è una sola e che, presto o tardi, la partita per la sua conquista dentro la sinistra riguarderà solo loro due.

Centrodestra: una rete, non un apparato

È un falso dilemma quello tra partito pesante e partito leggero, partito apparato radicato sul territorio e partito movimento in campagna elettorale perenne per conquistare e tenere stretto il sempre più ampio elettorato d’opinione. L’alternativa è fasulla per la semplice ragione che il partito pesante e d’apparato, quello che si articola nel territorio e si sostiene occupando il più possibile le strutture pubbliche, è in via di sostanziale estinzione. Rimane in vita la parte clientelare che resta abbarbicata a tutti i diversi livelli delle amministrazioni locali e di quelle nazionali ma che fronteggia con sempre minore capacità di resistenza la rabbia diffusa e crescente contro le caste burocratiche che hanno occupato lo stato e gravano sulle spalle dei contribuenti. Ma la parte apparato è ormai in via di progressivo smantellamento.

E non perché, come pensa erroneamente Pier Luigi Bersani fermo ad una idea novecentesca e tradizionale del partito di massa, sul mercato politico ci sono ormai solo partiti leaderistici affidati alla visibilità ed alla forza comunicativa del “padre padrone” ad eccezione del Partito Democratico privo di padroni (e di leader). Ma perché nella moderna società segnata dalla molteplicità e dalla diversità dei canali di comunicazione, di informazione e di formazione, il partito come unico canale di comunicazione tra istituzioni e corpo elettorale formato da un corpo chiuso di funzionari e di professionisti della politica è ormai definitivamente e totalmente superato. L’esempio del Pd, proprio quello che Bersani cita a modello alternativo a quello leaderistico, è fin troppo significativo. Il vecchio apparato, quello che ha vinto le primarie contro il corpo estraneo Renzi, è talmente in ritirata da pensare addirittura che l’unica possibilità di salvezza sia di portare lo stesso Renzi alla guida del partito. E se non ci fossero le strutture collaterali, dalle masse dei pensionati della Cgil alla rete di interessi delle cooperative, il Pd (come dimostrano i dati delle elezioni) non avrebbe una capacità molto ridotta di presa e di mobilitazione del popolo della sinistra.

Il centro destra alle prese con il problema del modello di partito da costruire dopo che la vecchia macchina del Pdl sarà rottamata, dunque, ha una indicazione chiara. Non può pensare di mettere in piedi un partito pesante e di apparato. Sia perché i suoi professionisti della politica sono pochi, sia perché le sue clientele locali non sono capaci di conquistare e conservare fette di potere, sia perché alle proprie spalle non ha né sindacati, né cooperative. La scelta obbligata è dunque quella del cosiddetto partito leggero? Sicuramente sì. A condizione che la formula di questo tipo di partito non sia quella che affida al solo Silvio Berlusconi il compito di effettuare miracoli in occasione delle diverse tornate elettorali. Essere leggeri, infatti, non significa essere inesistenti. Significa, al contrario, dare vita a strutture snelle formate da persone di riconosciuta capacità. E, soprattutto, significa che queste strutture sappiano creare collegamenti costanti tra elettori ed istituzioni attraverso il sostegno di molteplici canali di comunicazione esterni al partito ma ispirati ai valori ed alle idee del centro destra.

Il partito leggero, in sostanza, deve svolgere il ruolo di coordinatore e di regista di una rete di organismi intermedi in grado di utilizzare tutti i più moderni strumenti di informazione, comunicazione e formazione. Ci sono giornali, siti, fondazioni, centri studi, associazioni culturali, movimenti monotematici e di scopo, società, cooperative, onlus ed i più diversi organismi del volontariato che possono contribuire a mettere in piedi la rete con cui il partito nuovo deve avere la possibilità di raccogliere il proprio elettorato. Impresa impossibile? Niente affatto. La rete c’è già ed è spontanea. Basta riconoscerla ed organizzarla.

La pericolosa linea del “perdere tempo”

Nessuno lo dice. A partire dai ministri a finire al Presidente del Consiglio, Enrico letta. Ma la linea scelta dal governo per superare le difficoltà del momento presente sembra essere solo quella del “perdere tempo”. Sulle riforme, da quella elettorale a quelle istituzionali, si è scelta la strada tortuosa ed inutile della commissione dei saggi affiancata da una consultazione popolare via web destinata a tradursi nella solita fiera delle vanità di chi ha scambiato internet nel confessionale tecnologico delle proprie nevrosi. Di questo tipo di riforme, dunque, se ne riparlerà non prima dell’autunno.

E solo per investire il Parlamento, che poi è l’unico titolato a discutere ed ad approvare i provvedimenti di riforma, della intricata questione. Stessa solfa per i provvedimenti economici. Chi aspetta qualche provvedimento urgente per evitare l’aumento dell’Iva e stabilire il riassetto definitivo della tassazione sulla casa è destinato a rimanere deluso. Il Ministro Zanonato ha annunciato che non ci sono soldi. E, di conseguenza, che la decisione di non aumentare l’Iva e annullare l’Imu sulla prima casa è rinviata a data da destinarsi. Questo significa che le risorse non impegnate su questi fronti potranno essere destinate al fronte della riduzione delle tasse alle imprese ed ai lavoratori? Niente affatto.

Se i soldi non ci sono per Imu e Iva non possono esserci neppure per gli sgravi sulle assunzioni. Ma poiché sbattere la verità in faccia a commercianti , consumatori e proprietari è politicamente corretto mentre non lo è avere la stessa brutale franchezza nei confronti dei sindacati, della Confindustria e dei partiti della sinistra, il governo ha annunciato che non ci saranno provvedimenti d’urgenza di sorta sul tema del lavoro perché prima bisognerà effettuare una doverosa consultazione con le forze sociali. Insomma, anche in questo caso , l’esecutivo di Enrico Letta ha scelto la linea del “ prendere tempo” . Fino a quando andrà avanti questa sorta di paralisi decisionale ? Nessuno dubita che si tratti di una scelta priva di alternative. E che il governo, se ci fossero le condizioni, non avrebbe difficoltà a non alzare l’Iva, ad eliminare l’Imu ed a varare la riduzione delle tesse per le imprese e per i lavoratori.

Ma un limite temporale allo stallo deve essere pur dato. Non tanto in nome di quella chiarezza e trasparenza che tutti invocano ma nessuno applica, quanto sulla base della considerazione che alla lunga il non fare porta automaticamente al tracollo della situazione sociale del paese e della stabilità del governo. Chi, all’interno dell’esecutivo, è convinto di poter contare su una sorta di scudo protettivo formato dall’emergenza, dal sostegno dell’Europa e dalla volontà di Giorgio Napolitano, compie un grave errore. Perché i fattori che garantiscono la tenuta dell’attuale esecutivo di larghe intese possono tenere finché le tensioni sociali che serpeggiano nel paese rimangono contenuti e nei limiti sostenibili. Ma se le tensioni esplodono lo scudo di emergenza (Europa e Quirinale) salta . E con esso salta il governo del “prendere tempo”.

È probabile, come molti sostengono, che per uscire dalla paralisi si debba attendere il risultato delle elezioni tedesche di settembre. Solo un allentamento della linea di estremo rigore portato avanti dal governo della Cancelliera Merkel potrebbe consentire ad Enrico Letta ed ai suoi ministri di incominciare ad operare concretamente per ridurre le tensioni. Perché, però, invece che inventare pretesti per prendere tempo e rinviare le decisioni, non dirlo apertamente? È certo che una “operazione chiarezza” in questo senso alimenterebbe le polemiche nei confronti non solo della Germania ma anche degli altri paesi rigoristi dell’Europa del Nord. Ma chi garantisce che tenere nascosta questa verità non impedisca la crescita e l’esplosione delle spinte antieuropee? E, soprattutto, se il problema è l’eccesso di rigore imposto da Berlino, perché non incidere in qualche modo sulle future scelte della Germania facendo sapere che di eccesso di rigore non rischiano di morire solo i paesi del Mediterraneo ma la stessa Unione Europea?