Archivio mensile:luglio 2013

I ridicoli conservatori

Dove si trovava Salvatore Settis nel 2001 quando venne modificato il Titolo V della Costituzione creando, nel tentativo del Pd di attrarre elettoralmente la Lega considerata “costola della sinistra”, quel pasticcio di competenze tra stato e regioni che è una delle cause del disastro attuale? Perché mai i difensori ad oltranza della “Costituzione più bella del mondo”, da Benigni a Bersani fino ai giornalisti de “Il Fatto”, molti dei quali allora impegnati nelle trincee progressiste, non si opposero allora allo stravolgimento della Carta Costituzionale e non tirarono in ballo, come fatto adesso, i sacri nomi di Ruini, Einaudi, Amendola, Mortati? La Costituzione, infatti, è già stata modificata. Ruini, Einaudi, Amendola e Mortati non si sono rivoltati nella tomba. Neppure di fronte allo sconquasso provocato dai riformatori strumentali ed irresponsabili.

E la circostanza dimostra non solo che una Carta Costituzionale nata in una epoca storica totalmente diversa da quella attuale non solo può essere modificata ma deve subire quelle trasformazioni che servono ad adeguare le istituzioni ad una società che altrimenti tende a compiere da sola le modificazioni necessarie. Accanto a questa considerazione, che dimostra la totale strumentalità di chi si nasconde dietro i nomi illustri dei Padri Costituenti e le battute di un comico, c’è poi la presa d’atto della profonda contraddizione che caratterizza molti esponenti del fronte della conservazione costituzionale. Mentre difendono l’intangibilità della Carta Costituzionale , infatti, parecchi di costoro sono impegnati nel dibattito in corso nella sinistra e, nel tentativo di evitare la perpetuazione delle larghe intese e la creazione di un blocco di governo neo-democristiano, si battono per una immediata riforma della legge elettorale in senso maggioritario ed in favore di Matteo Renzi non solo leader del Pd ma anche futuro premier del paese in sostituzione di Enrico Letta. Battersi per il maggioritario ed il bipolarismo è sicuramente condivisibile. Ma è totalmente contraddittoria con la richiesta della intangibilità della Costituzione.

Perché la preoccupazione principale dei Padri Costituenti di evitare il ripetersi di un esecutivo troppo forte e troppo personalizzato attraverso la formazione di una repubblica parlamentare si scontra con la conseguenza inevitabile del bipolarismo e del maggioritario data dall’elezione diretta del Premier ( o del Presidente), cioè con il potenziamento e la personalizzazione dell’esecutivo. Se i sostenitori della intangibilità del sistema fondato sulla centralità del Parlamento fossero quelli che sognano una legge elettorale proporzionale per riesumare gli equilibri della Prima Repubblica non ci sarebbe nulla da dire. Ma dover registrare che allo scopo di liquidare le larghe intese i più strenui difensori della sacralità ( peraltro già infranta) della Carta Costituzionale del ’48 diventano i fautori di una sorta di berlusconismo formato Renzi, appare decisamente inquietante. Quando lo strumentalismo diventa eccessivo si trasforma in ridicolaggine!

Annunci

Un grande futuro per il Cavaliere

 

Non c’è alcuna contraddizione tra il rischio di decapitazione giudiziaria che grava su Silvio Berlusconi ed il fatto che il Pdl torna ad essere nei sondaggi, anche quelli abitualmente vicini alla sinistra, il primo partito italiano. Perché gli elettori dell’area del centro destra, anche una parte di quelli che alle ultime elezioni si sono sono stati attratti dall’astensione o dalla protesta grillina, sono provvistI di un buon senso pratico, decisamente superiore rispetto alle convinzioni sballate di tanti politici ed osservatori di sinistra. Capiscono benissimo che qualsiasi condanna con interdizione dai pubblici uffici non solo non intaccherebbe ma addirittura aumenterebbe il ruolo di leader politico di un Cavaliere definitivamente insignito dell’aureola di perseguitato politico-giudiziario.

E, di fronte allo spettacolo delle profonde lacerazioni personalistiche offerto dal Partito Democratico e della incapacità del Movimento Cinque Stelle di andare oltre la becera interpretazione del “tanto peggio, tanto meglio”, intuiscono che la posizione moderata e responsabile assunta da Berlusconi nei confronti dell’unico governo possibile rappresenta il principale ostacolo alla corsa degli irresponsabili verso il caos. Neppure l’annuncio del Cavaliere di voler tornare a Forza Italia lasciando al Pdl il ruolo di federazione delle diverse componenti del centro destra modifica l’atteggiamento della maggioranza silenziosa. Perché i sondaggi non quotano la futura federazione ma i singoli partiti che ne faranno parte. Ed il Pdl attuale, inteso come partito ormai separato dagli altri alleati (Fratelli d’Italia, Destra e gli altri minori), rappresenta di fatto in termini numerici la prossima Forza Italia. Tutto bene, allora, per Berlusconi a dispetto della persecuzione giudiziaria e grazie all’annuncio di essere pronto ad andare in carcere senza far saltare il banco? In realtà il Cavaliere dovrebbe fare attenzione a due pericoli che gravano sulla sensazione della maggioranza degli italiani che il vecchio leone continua ad essere più affidabile delle giovani iene. Il primo è la tenuta del proprio partito.

Che potrebbe seguire l’esempio del Psi di Bettino Craxi e sfaldarsi come neve al sole di fronte non tanto all’azzoppamento del proprio leader quanto alla perdita di tenuta nervosa dello stesso. Se dunque Berlusconi, come ha assicurato, tiene i nervi saldi di fronte a qualsiasi sentenza e mantiene il ruolo di unico leader responsabile può scongiurare il rischio di essere abbandonato dai dirigenti del proprio partito. Tanto più che costoro sanno benissimo di non avere alcun futuro politico senza il Cavaliere. Il secondo pericolo è forse più importante del primo. E riguarda la capacità di Berlusconi di non limitarsi a dimostrare al paese di essere l’unico ostacolo al caos degli irresponsabili. Ma di caricare questa responsabilità di un particolare significato politico. Quello di essere anche l’unico baluardo contro la trasformazione dello stato di diritto in stato di polizia fiscale che altera le regole del mercato e contro quella deriva giustizialista ed autoritaria che pensa di risolvere i problemi con la semplice stretta penale o proibizionista della società conculcando i diritti individuali dei cittadini. Il Cavaliere, in altri termini, può ribaltare le previsioni che lo darebbero per liquidato giudiziariamente e può dare ancora più forza al proprio ruolo di garante della stabilità. Ma deve tenere unito il proprio partito e lo deve tornare a caratterizzare come la forza del cambiamento e delle libertà del cittadino, sull’esempio della prima Forza Italia.

L’Ataturk Napolitano e il congresso del Pd

Il problema non è Giorgio Napolitano che si comporta come l’esercito di Ataturk o i generali egiziani. Il problema è la situazione politica che costringe il Presidente della Repubblica ad intervenire in continuazione come se invece della Costituzione del 1948 l’Italia avesse come legge fondamentale dello stato quella del modernizzatore laico della Turchia o quella in vigore a Il Cairo. Ed il problema dato dall’instabilità endemica della politica nazionale è talmente grave che l’interrogativo più angosciante da porsi non è più se l’interventismo del Quirinale ha di fatto modificato in maniera irreversibile la Costituzione formale ma quale disastro potrà mai avvenire il giorno in cui Giorgio Napolitano decidesse o non fosse più in grado di svolgere la sua funzione anomala.

Il paese, in sostanza, come ha dimostrato il caso Alfano, rischia di finire nel caos da un momento all’altro e per imprevisti di qualsiasi portata, anche minima. Il Capo dello Stato cerca di impedire che il governo privo di alternative vada in crisi facendo sprofondare in un baratro senza fine la società nazionale. Ma la sua azione, anomala ed al tempo stesso encomiabile, non può durare all’infinito. Per una serie di ragioni fin troppo comprensibili. Di qui la necessità sempre più inderogabile di rendere più stabile il quadro politico al di fuori dell’intervento di Napolitano o di creare le condizioni di un atterraggio morbido nel caso il governo dovesse precipitare e si dovesse aprire una crisi destinata a sfociare elezioni anticipate. Come dare , però, stabilità alla politica nazionale a prescindere dall’azione salvifica dell’Ataturk nostrano ? Le risposte sono due. La prima prevede una riforma della legge elettorale che elimini l’assurdità di un premio di maggioranza sproporzionato all’effettivo rapporto di forze tra i partiti e l’avvio della riforma presidenziale.

La seconda impone una pressione immediata sul Pd affinché il congresso che attualmente viene celebrato in maniera surrettizia sulla pelle del paese si tenga all’interno del partito e nel minor tempo possibile. L’Ataturk Napolitano sa bene che l’instabilità politica dipende quasi esclusivamente dalle divisioni interne del Pd ed ha nei confronti del partito di provenienza l’autorità necessaria per richiedere ad Epifani e compagni un atto di responsabilità simile a quello compiuto dal Pdl con la decisione di separare la sorte del governo da quella delle vicende giudiziarie di Berlusconi. Può essere che un eventuale intervento di Napolitano possa accelerare la spaccatura in atto nel Pd tra riformisti ed avventuristi. Ma non è meglio che si spacchi il Pd piuttosto che il paese?

Renzi, rampante e irresponsabile

Matteo Renzi si è reso conto che se dovesse seguire la strada che passa dalla conquista della segreteria del partito per arrivare alla Presidenza del Consiglio non riuscirebbe mai a raggiungere l’agognato traguardo. L’apparato interno del Pd lo considera un soggetto estraneo, anomalo, pericoloso e non gli consentirà mai, come è già avvenuto quando gli hanno preferito a larga maggioranza Pier Luigi Bersani, di diventare l’”uomo solo al comando” del partito. Questa considerazione lo ha spinto a modificare totalmente la sua direzione di marcia.

Invece di puntare alla segreteria per arrivare al governo ha deciso di puntare al governo per conquistare la segreteria. Sembra un gioco di parole ed invece è una operazione fin troppo manifesta che si sta concretizzando con il tentativo dei parlamentari renziani di prendere a pretesto il caso Alfano per tentare un affondo sulla maggioranza delle larghe intese e mandare a casa il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, aprendo una crisi che potrebbe concludersi con l’incarico di formare il governo al sindaco di Firenze. Se l’eventuale caduta dell’attuale esecutivo dovesse portare effettivamente ed esclusivamente ad un governo Renzi, il disegno del giovanotto rampante avrebbe una sua precisa giustificazione. Ma questa è solo una delle tante ipotesi di soluzione della crisi. E neppure tra le più probabili. Perché Giorgio Napolitano potrebbe rinviare Letta alle Camere. Perché si potrebbe arrivare alle elezioni anticipate ad ottobre. Perché il Pd potrebbe spaccarsi e dividersi tra lettiani e renziani. E perché, più facilmente, l’affondo di Renzi potrebbe fallire e le larghe intese potrebbero continuare ad andare avanti a dispetto di tutte le scosse e le frammentazioni dei partiti che partecipano a questa maggioranza anomala.

In queste condizioni appare evidente come l’inversione di rotta del sindaco di Firenze ed il suo tentativo di puntare alla guida del governo per occupare successivamente la guida del partito rappresentano una scommessa estremamente azzardata. Sapendo di non potere vincere il congresso del Pd, Renzi ha deciso di combattere la sua battaglia congressuale fuori del partito e dentro la maggioranza di governo. Senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze che le sue manovre avventuriste ed egoistiche potrebbero determinare sulla pelle del paese. Non tutto il male, comunque, viene per nuocere. Ora Renzi è svelato. Niente Fonzie ma solo un irresponsabile.

Destra identitaria e destra diffusa

C’è una contraddizione nell’appello alla destra diffusa presente nel paese per una aggregazione capace di offrire una proposta di governo ed il progetto di riunificare in un unico soggetto politico i segmenti sparsi della ex An in nome della comune identità. Perché l’identità che dovrebbe essere il fattore unificante dei componenti della grande area che si vorrebbe trasformare in soggetto politico è in realtà un fattore divisivo e limitatore, capace al massimo di aggregare una nicchia ma non di dare vita ad uno schieramento rappresentativo della destra diffusa che è maggioranza nel paese. Naturalmente tutti i tentativi di riunificazione promossi dagli esponenti e dagli intellettuali di estrazione ex Msi o ex An sono legittimi. Chi ha alle spalle una storia ed una tradizione di questo genere ha addirittura il dovere morale di cercare di impedire gli effetti devastanti della diaspora in atto. Ma la legittimità e la doverosità degli sforzi diretti alla riaggregazione non possono far dimenticare il carattere limitativo del fattore identitario con cui si vorrebbe chiamare a raccolta la cosiddetta destra diffusa.

Non a caso Francesco Storace e gli intellettuali guidati da Marcello Veneziani si rivolgono «a chi ha creduito nella Destra, a chi è reduce dall’avventura di Futuro e Libertà, a chi è uscito dal Popolo delle Libertà per dare vita a Fratelli d’Italia ed a chi nel Pdl ci sta ancora ma in condizione di minorità». L’identità a cui fanno riferimento, infatti, è quella limitata nel tempo e nei valori della generazione che realizzò la grande operazione di passaggio dal post-fascismo antististema del Movimento Sociale Italiano alla destra di governo rappresentata da Alleanza Nazionale. Ed è ferma a quella fase ed a quella generazione. E che, se dovesse essere il fattore di recupero dalla diaspora seguita non tanto alla fusione di An con il Pdl quanto alla implosione della destra del centro destra a causa del personalismo irrealistico di Gianfranco Fini, provocherebbe una operazione di semplice ricompattazione di una generazione ferma alle idee della propria giovinezza ma carica della responsabilità di aver contribuito a far fallire la propria esperienza di forza di governo.

Naturalmente l’eventuale ritorno ad Alleanza Nazionale avrebbe il merito di bloccare l’emorragia di consensi verso l’astensione o la protesta sterile di Grillo, di occupare uno spazio politico che altrimenti finirebbe nelle mani di gruppi più o meno estremisti e comunque marginali, di ricucire un tessuto di relazioni e di solidarietà importante e da non disperdere. Ma questa sarebbe la strada per indirizzarsi verso un pezzo limitato della destra diffusa. Per coinvolgere l’intera area ci vuole il richiamo a valori ed a fattori identitari più ampi e più alti. L’identità nazionale, fattore indispensabile per gli Stati Uniti d’Europa, ed il rilancio delle libertà individuali come unico strumento di difesa dallo stato che ha burocratizzato la società rendendola oppressiva e prevaricatrice.

Ed ora Maroni sentitamente ringrazia

Per mesi Roberto Maroni è andato alla ricerca disperata di un tema capace di tornare a risvegliare gli ardori sopiti o totalmente svaniti dei vecchi elettori leghisti. Riprendere ad agitare la bandiera della secessione cara all’Umberto Bossi delle origini sarebbe fatica sprecata. Ormai anche i più tenaci sostenitori della necessità di separare la Padania dal resto dell’Italia si rendono perfettamente conto che il progetto lanciato a suo tempo da Miglio è ormai superato e non ha alcuna possibilità di essere realizzato. La subordinata della secessione , cioè la linea del “prima il Nord”, ha avuto una scarsa presa su militanti che di fronte alla crisi se ne infischiano del Settentrione e del Meridione e vorrebbero vedere applicata la linea del “prima se stessi”.

Lo scivolone di Roberto Calderoli sulla ministra Cecile Kyenge avrebbe potuto rappresentare il colpo finale ai tentativi del Governatore della Lombardia di svegliare i leghisti addormentati o di recuperare quelli fuggiti verso l’astensione o la protesta dei grillini. Invece, la spropositata reazione del mondo politicamente corretto all’insegna dello sdegno, della condanna e della esecrazione per una battuta infelice trasformata in una sanguinosa offesa razzista, ha regalato a Maroni il pretesto e l’occasione che aveva cercato con tanta determinazione e con con scarsa fortuna. La bandiera che i severissimi censori della sciocchezza compiuta da Calderoli non è quella del razzismo.

Che in Italia può al massimo mobilitare qualche gruppetto isolato di forsennati psicotici a cui riesce impossibile coagulare un consenso appena significativo. La bandiera che il segretario leghista si è affrettato a raccogliere ed a sventolare è quella della battaglia contro l’immigrazione clandestina, quella che negli ultimi tempi è stata di fatto depenalizzata e rilanciata da Papa Bergoglio , sollecitata dalla ministra Kyenge in nome di una accoglienza senza barriere ed esaltata dalla Presidente della Camera Boldrini che non parla d’altro visto che non conosce altro. Il regalo fatto a Maroni dal riflesso pavloviano dei fondamentalisti del politicamente corretto non va confuso con la vecchia tematica anti-immigrazione sfociata a suo tempo nella famosa ed inutile Bossi-Fini. Quella tematica è ormai superata dai fatti. E non perché la questione dell’immigrazione sia stata risolta ma perché da allora ad oggi , sotto la spinta della crisi economica e della recessione, si è aggravata ed è diventata potenzialmente molto più esplosiva di un tempo. I termini di questo aggravamento sono nelle cifre della disoccupazione: quella dei cittadini italiani supera il 10 per cento, quella degli immigrati , regolari o clandestini che siano, supera il 14 per cento.

Ora non c’è da fronteggiare solo la rabbia dei lavoratori italiani delle fasce più basse che si debbono contendere il lavoro con gli immigrati. C’è da affrontare anche la rabbia di chi è arrivato in Italia nella speranza di trovare una soluzione alla propria disperazione e scopre che ad aspettarlo non c’è solo la stessa disperazione ma anche il degrado, l’umiliazione, l’emarginazione. La Lega ha trovato il pretesto per frenare la diaspora del proprio elettorato. E ringrazia sentitamente i militanti ottusi del politicamente corretto.

Renzi “fa l’americano” ma si trova in Italy

Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ha avviato un tour internazionale per incontrare in successione la Cancelliera tedesca Merkel e il Presidente Usa Obama. Può essere che nel corso dei colloqui inviti i suoi importanti interlocutori a visitare Palazzo Vecchio e gli altri tesori della sua città d’arte. Ma è sicuro che li informi della intenzione di candidarsi alla segreteria del Pd ed alla guida del governo italiano. Ed è ancora più certo che, al di là delle risposte o delle eventuali benedizioni che potrà ricevere, userà il fatto stesso di essere stato ricevuto dai due tra i maggiori leader politici mondiali per la sua campagna diretta a conquistare la leadership del proprio partito e la premiership italiana.

La strategia di Renzi è perfetta per l’elezione diretta del segretario del Pd o, se vogliamo, per le primarie che dovrebbe precedere l’incoronazione del successore del traghettatore Guglielmo Epifani alla segreteria del Partito Democratico. Ed è ancora più perfetta se si considera che nel disegno del sindaco di Firenze l’elezione a segretario dovrebbe coincidere con l’investitura a candidato premier e preludere alla campagna per l’elezione diretta a capo del governo nazionale. Sarebbe ancora più perfetta, però, se il Pd fosse il Partito Democratico americano e se il sistema istituzionale del nostro paese fosse lo stesso di quello degli Stati Uniti. Renzi, in sostanza, si muove come se il proprio partito fosse diventato presidenzialista ed il Parlamento prima ed un successivo referendum poi avessero decretato la fine della Repubblica parlamentare e l’avvento di quella presidenziale (o semipresidenziale).

Il suo comportamento non è una novità. Prima di lui il marketing elettorale presidenzialista adattato alla realtà istituzionale parlamentarista è già stato adottato con indiscusso successo da Silvio Berlusconi. E non solo. Perché i vari Di Pietro, Ingroia, Vendola, Monti e Casini hanno fatto lo stesso imitando il Cavaliere ed infischiandosene bellamente dell’inesistenza nella nostra Costituzione dell’elezione diretta del Premier o dei segretari dei partiti. Se Renzi avesse alle spalle un partito personale o un partito con regole interne ispirate ad un modello presidenziale ancora da realizzare non ci sarebbero problemi di sorta. Il guaio, per il sindaco di Firenze, è che si comporta da Berlusconi avendo alle spalle un partito che da vent’anni a questa parte ha fissato nel suo Dna la ripulsa assoluta di ogni forma di berlusconismo, cioè del modello politico che si ispira al presidenzialismo ed è caratterizzato dalla scelta diretta di un leader destinato a competere per la premiership. Può essere che con il suo sfrenato personalismo il sindaco di Firenze che corre per la segreteria e la Presidenza del Consiglio riesca a modificare il Dna del Partito Democratico. Ma l’operazione si preannuncia lunga e niente affatto indolore. Forse, prima ancora di andare dalla Merkel e da Obama, Renzi avrebbe dovuto fare una visitina a Rosi Bindi!

Il problema non è Berlusconi ma il Pdl

Il problema non è la condanna o meno di Silvio Berlusconi o quello della sua tardiva ineleggibilità decisa da pezzi del Pd e dai grillini per meglio provocare la caduta del governo di Enrico Letta. Il problema è il Pdl, la sua unità, la sua tenuta e la sua capacità di resistenza di fronte alla eventualità di una defenestrazione per via giudiziaria dal Parlamento del proprio leader storico e carismatico. Il Cavaliere può anche subire la conferma da parte della Corte di Cassazione dell’assurda condanna comminatagli dai magistrati di Milano. E può anche incassare l’iniqua ma possibile decisione del Parlamento o di considerarlo ineleggibile o di espellerlo da palazzo Madama in ossequio a qualche sentenza definitiva. Se riesce a mantenere i nervi saldi di fronte all’atto finale della persecuzione che subisce da vent’anni , se non si lascia cogliere dalla sconforto e dalla depressione, se non compie l’errore commesso a suo tempo da Bettino Craxi e se affronta a testa alta la sua fucilazione virtuale, può ribaltare ancora una volta a proprio vantaggio la circostanza sfavorevole.

E puntare ad andare a nuove elezioni , quando si terranno, con la ragionevole speranza di far recuperare ad un centrodestra ancora contrassegnato dal nome Berlusconi l’intera fetta di elettori trasmigrati verso l’astensione o verso la protesta sterile di Beppe Grillo. Un Cavaliere in versione San Sebastiano, martirizzato dalla protervia e dalla prepotenza dei suoi avversari storici della sinistra politica e giudiziaria, può tranquillamente puntare a vincere ancora una volta la partita elettorale. Con qualsiasi possa essere il sistema destinato a sostituire il Porcellum. Le condanne, l’ineleggibilità ed addirittura qualche misura cautelare non cambierebbero di una virgola la rabbia e la determinazione degli elettori del centro destra. A cui non interesserebbe un bel nulla della presenza o meno di Berlusconi in Parlamento ma solo della possibilità di continuare a riconoscersi nel personaggio che per vent’anni ha dato corpo e speranza alla propria richiesta di cambiamento. Non è forse vero che Beppe Grillo, pur essendo ineleggibile e lontano dal Palazzo, è il leader incontrastato di un partito che ha raccolto più del 25 per cento dei voti degli italiani? Chi punta a liquidare per via giudiziaria Berlusconi compie, dunque, un errore clamoroso. Se il Cavaliere tiene botta torna a vincere . E questa volta “senza fare prigionieri “.

Ma la condizione indispensabile perché il leader del Pdl non venga travolto da sentenze e prevaricazioni parlamentari, oltre ad essere la sua tenuta psichica, è che il suo partito mantenga la propria unità e non si dissolva, come è capitato in passato a Bettino Craxi con il Psi , come neve al sole. Se i suoi lo dovessero abbandonare fuggendo disperati all’insegna del “ si salvi chi può”, anche un Berlusconi pronto a fare come Cesare ad Alesia sarebbe costretto a gettare la spugna ed a cercare una difficile salvezza personale. Chi punta a liquidare Berlusconi per via giudiziaria sa bene che il Cavaliere è tosto e non si arrende senza combattere. Per questo punta sulla debolezza del Pdl, che al momento ha già perso una parte della vecchia componente degli ex An ormai impegnati nella rifondazione dell’antico Movimento Sociale Italiano e che potrebbe perdere di seguito la fetta più tiepida e trasformista dei cortigiani. Sono in grado quelli che oggi sembrano dividersi tra falchi e colombe di trasformarsi in lupi capaci di battersi in branco e per il branco? L’interrogativo è aperto. Anche se già da adesso si può sicuramente affermare che i falchi e le colombe pronti al volo potrebbero essere facilmente sostituiti dai lupi irriducibili dell’elettorato del centro destra!

Renzi e Grillo puntano alle elezioni anticipate

Se vale sempre la regola che il nemico del mio nemico è mio amico, non c’è dubbio che, sulla scia delle tensioni del Pdl per l’accelerazione del processo mediatico-giudiziario teso all’espulsione di Silvio Berlusconi dalla scena politica, si stia realizzando una singolare alleanza dei due soggetti più diversi della sinistra italiana. Matteo Renzi, che studia da Blair italiano e che propone il superamento del modello di partito caro alla tradizione cattolica e comunista italiane, è incredibilmente ma oggettivamente in perfetta sintonia con Beppe Grillo, l’ex comico che predica la necessità di fare piazza pulita del sistema di cui il Pd è il più strenuo difensore. Il terreno comune su cui personaggi così antitetici si incontrano non è solo quello dell’ostilità al governo delle larghe intese del duo Letta-Alfano o quello dell’interesse ad andare alle elezioni anticipate prima della fine dell’anno. È, soprattutto, quello della destabilizzazione in maniera radicale e definitiva del quadro politico della Seconda Repubblica.

Ad operazione fatta i due, ovviamente, prevedono di imboccare strade totalmente diverse. Renzi spera di sfruttare la probabile eliminazione giudiziaria di Berlusconi per avere la possibilità di allettare il proprio partito con la prospettiva di conquistare, in elezioni segnate dalla mancanza del ventennale avversario di centrodestra, il governo del Paese sull’onda di un sostanziale plebiscito. Grillo conta di fare altrettanto in seguito ad elezioni tenute in un clima di sconquasso totale con il Pdl evaporato, il Pd lacerato e Cinque Stelle pronta a catalizzare la protesta generalizzata di un Paese allo stremo e pronto a qualsiasi avventura pur di uscire dalla crisi. Il futuro, dunque, li divide. Ma il presente li rende fatalmente alleati. Perché entrambi vogliono mandare a casa Enrico Letta e le grandi intese. Entrambi pensano di poter colmare in qualche modo il vuoto che potrebbe essere lasciato dal Berlusconi massacrato da Procure, Tribunali e giornali. Ed entrambi hanno tutto l’interesse a creare le migliori condizioni per andare al più presto ad elezioni anticipate per capitalizzare a proprio vantaggio l’aggravarsi della situazione politica e sociale. Si può battere l’asse tra Renzi e Grillo? L’operazione è molto più difficile di quanto potrebbe sembrare a prima vista.

Perché l’eventuale caduta del governo di Enrico Letta trasformerebbe il prossimo congresso del Pd in una sorta di apoteosi per il sindaco di Firenze privo di credibili avversari interni. E perché, sempre nel caso della fine della attuale coalizione, Giorgio Napolitano non avrebbe alcuna possibilità di evitare le elezioni anticipate vista la ribadita volontà dei grillini di non ricercare intese di sorta con il Pd e di puntare alla caduta della Seconda Repubblica. Una speranza di bloccare questo infausto connubio, però, non manca. Non passa per la difesa ad oltranza dell’attuale maggioranza e del duo Letta-Alfano. Passa, invece, per la eventuale capacità del governo di realizzare concretamente il lavoro di riforme tante volte promesso e tante volte rimasto senza alcuna applicazione pratica. Per battere Renzi e Grillo, in sostanza, il Pdl deve difendere il Cavaliere senza compiere colpi di testa, il Pd deve isolare l’alieno che punta a smantellarlo e insieme debbono cercare di spegnere l’incendio politico e sociale su cui puntano i due antagonisti alleati non con il soporifero piccolo cabotaggio ma con qualche provvedimento capace di provocare forti traumi positivi.

Berlusconi e la trappola dei golpisti

Qualcuno si chiede perché mai sia stato necessario un articolo del Corriere della Sera chiaramente ispirato dalla Procura di Milano ad innescare la decisione della Corte di Cassazione di fissare con folgorante velocità e nel bel mezzo dell’estate l’udienza per la sentenza che potrebbe segnare la fine politica di Silvio Berlusconi. Non bastava un contatto riservato tra chi, conoscendo a menadito il processo Mediaset, aveva fatto i difficili calcoli delle scadenze delle prescrizioni di cui avrebbe potuto usufruire il Cavaliere e qualche autorevole esponente della Corte a cui sarebbe servito tempo per esaminare le centinaia di carte processuali per arrivare allo stesso risultato? Chi dice che le sentenze non si commentano dice anche che i magistrati non parlano se non con gli atti.

Ma mentre la prima affermazione nasconde una concezione teocratica del ruolo della magistratura inesistente nello stato di diritto, la seconda è semplicemente una sciocchezza. I magistrati parlano tra di loro, usano il telefono come tutti gli altri normali cittadini. E quando non lo fanno ed utilizzano altri mezzi per comunicare non è per caso ma per scelta fornita di una precisa motivazione. Qual è la motivazione della decisione di far sapere attraverso un articolo del Corriere della Sera che il Cavaliere avrebbe potuto rinviare di un anno la sua decapitazione politica se la Cassazione non fosse intervenuto all’istante per correggere gli effetti della legge ad personam sulla prescrizione più nota come legge Cirielli? Qualcuno ipotizza che i magistrati esperti nei difficili calcoli sulle diverse prescrizioni non c’entrino nulla e che l’operazione abbia avuto una motivazione esclusivamente giornalistica: uno scoop per far passare alla storia il Corriere della Sera come il giornale che uccise due volte Silvio Berlusconi. Nel ’94 con l’annuncio dell’avviso di garanzia, nel 2013 con la sollecitazione alla Cassazione a bloccare le prescrizioni. Ma il marasma societario in atto a via Solferino rende poco credibile una ipotesi del genere ed apre la strada ad un diverso sospetto.

Quello che si sia deciso di evitare i contatti riservati ed utilizzare apertamente e dichiaratamente lo strumento mediatico per innescare la reazione più scomposta e clamorosa possibile da parte di quella parte consistente del paese che non può assistere passivamente alla eliminazione per accanimento giudiziario del leader in cui si riconosce. L’impressione, in sostanza, è che si tratti di una classica operazione mediatico-giudiziaria e che l’obbiettivo non sia solo quello di liquidare il Cavaliere ma quello di innescare una serie di reazioni a catena destinate a mettere in ginocchio il centro destra, mandare all’aria il governo delle larghe intese e creare le condizioni per nuovi equilibri politici garantiti da una parte della magistratura trasformata per l’occasione nell’equivalente delle forze armate egiziane . Il Pdl, il centro destra e tutte le forze autenticamente democratiche dovrebbero mantenere i nervi più saldi possibile ed evitare di cadere nella trappola di chi vuole usare il bersaglio Berlusconi per provocare una deriva autoritaria nel paese. I nervi saldi, tuttavia, possono al massimo evitare l’errore dell’Aventino ma non possono impedire che dalla speranza di pacificazione si passi ad una nuova e più pesante fase della guerra civile, per il momento ancora fredda, in atto nella società nazionale. Per uscirne non c’è che un modo : disinnescare il pretesto Berlusconi usato dagli aspiranti golpisti. E questo può farlo solo Giorgio Napolitano!