Archivio mensile:agosto 2013

Vent’anni dopo, Epifani come Occhetto

L’artefice principale del complotto antigovernativo di cui ha parlato nei giorni scorsi Gaetano Quagliariello si è svelato. Si tratta del segretario del Partito Democratico Guglielmo Epifani, che nel momento in cui ha dichiarato al Corriere della Sera che la legalità, cioè l’espulsione di Silvio Berlusconi dalla scena politica viene prima della stabilità del governo delle larghe intese, ha di fatto condannato a morte l’esecutivo guidato da Enrico Letta e preannunciato che la sentenza verrà eseguita non appena il Porcellum verrà sostituito con una nuova legge elettorale approvata da “chi ci starà”. Le presa di posizione del segretario del Pd non si presta ad equivoci. Può essere che la pausa estiva lo spinga a mitigare la promessa di cambiare la legge elettorale con chi ci sta, cioè grazie ad un accordo con il Movimento Cinque Stelle.

Ma è certo che la sua richiesta di pronta applicazione della pena comminata a Berlusconi dalla Cassazione senza correttivi o mitigazioni di sorta costituisce la dimostrazione più clamorosa della sua volontà di chiudere al più presto la fase del governo di scopo di Enrico Letta per cogliere al volo l’occasione offerta dalla sentenza della Cassazione e sbarazzarsi una volta per tutte del principale antagonista della sinistra degli ultimi vent’anni. Il calcolo di Epifani è semplice. La fine della Prima Repubblica avvenne nel momento in cui la magistratura creò le condizioni per la morte politica di Bettino Craxi e, di seguito, dell’intero sistema dei partiti democratici del dopoguerra. La fine della Seconda Repubblica non può non avvenire dopo che la magistratura ha creato le condizioni per la morte politica di Silvio Berlusconi. Epifani, in sostanza, vede nella sentenza della Cassazione l’equivalente delle monetine del Raphael. E conta di approfittare della decapitazione per via giudiziaria del leader carismatico del centro destra per lanciare il Partito Democratico verso l’obbiettivo di elezioni anticipate destinate a trasformare la sinistra nella forza dominante del paese. La linea di Epifani non fa una grinza. Conta di salire sul ring elettorale e di vedersela con un avversario a cui hanno legato le mani dietro la schiena.

Perché mai non dovrebbe approfittare di una occasione così propizia che, oltre tutto, cade a pennello per bloccare l’ascesa di Matteo Renzi verso la segreteria contrapponendo al sindaco di Firenze l’attuale Presidente del Consiglio Enrico Letta? A questo interrogativo non c’è risposta razionale. Tranne una sola considerazione. Che consiste nel ricordare come il ragionamento dell’attuale segretario del Pd sia assolutamente simile a quello che spinse vent’anni addietro l’allora segretario del Pds, Achille Occhetto, ad approfittare del crollo della Prima Repubblica per giocare una partita elettorale che sembrava stravinta in partenza. Tutti ricordano la fine inattesa della magnifica macchina da guerra guidata da Occhetto. E forse farebbe bene a ricordarlo anche Guglielmo Epifani. Che con la sua scelta di andare allo scontro frontale non rischia solo di ricompattare in un fronte unico i falchi e le colombe del Pdl ma di costringere anche i più riluttanti del fronte dei moderati italiani a fare di nuovo quadrato contro una sinistra che non punta le sue fortune su un disegno di innovazione e cambiamento per il paese, ma solo sulle difficoltà di un avversario provocate da una magistratura irresponsabile così perfettamente rappresentata dal giudice Esposito.

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Il pericolo viene dal fuoco amico

 

Non saranno Silvio Berlusconi ed il Pdl a provocare la crisi di governo. A stabilirlo non c’è stata solo la rassicurazione fornita dal Cavaliere nel corso del comizio di via del Plebiscito. Neppure la ostentata assenza dei cinque ministri Pdl della manifestazione. E, se proprio vogliamo, neppure l’assenza di toni ribaldi od eversivi registrata in una piazza traboccante di rabbia per la liquidazione per via giudiziaria del proprio leader politico. La vera garanzia che non sarà il centro destra a mandare a picco il governo di larghe intese è data dall’interesse concreto che il Pdl e lo stesso Berlusconi hanno nell’evitare una crisi al buoi dagli esiti assolutamente imprevedibili. Non solo le elezioni anticipate, infatti, ma come ha ipotizzato Stefano Rodotà ormai calato definitivamente nei panni del guru della sinistra più ottusa ed oltranzista, anche un governo di parte del Pd, un pezzo di Scelta civica, Sel e Movimento Cinque Stelle.

Dal versante del centro destra, quindi, sempre che l’accanimento giudiziario nei confronti di Berlusconi non comporti anche l’eventualità di domiciliari muti, cioè la pretesa di impedire al leader condannato di far sentire la propria voce ai propri simpatizzanti ed elettori, Letta non deve aspettarsi sorprese negative. Per il Presidente del Consiglio, infatti, il vero pericolo viene dal fuoco amico, quello che potrebbe venire dal Partito Democratico. Non per detronizzarlo e preparare il terreno per l’esecutivo evocato da quel profeta di sciagure che è diventato Stefano Rodotà. Ma, paradossalmente, per intronizzarlo non più come semplice presidente del consiglio ma anche come leader del partito in alternativa a quel Matteo Renzi che punta ossessivamente allo stesso obbiettivo. Intendiamoci, il pericolo del fuoco amico non è per l’immediato. Anche il Pd non ha interesse ad assumersi la responsabilità di aprire la crisi nel bel mezzo dell’estate senza sapere dove potrebbe portare una avventura del genere.

Il rischio è per la ripresa autunnale. Quando il dibattito precongressuale diventerà incandescente ed il gruppo dirigente che si oppone a Matteo Renzi nel timore di finire rottamato e pensionato dal rampante sindaco di Firenze potrebbe essere tentato di sbarrare la strada al loro avversario interno che aspira alla candidatura a Premier contrapponendogli il premier in carica Enrico Letta. Può capitare, in sostanza, che il gruppo dirigente del Pd possa trovare in autunno un qualche pretesto per aprire la crisi allo scopo di bloccare l’ascesa di Renzi con un Enrico Letta ancora non logorato dall’arrancare a vuoto del governo di larghe intese. Ipotesi fantasiosa? Non sembra proprio. Sia perché i sondaggi indicano che l’unico esponente del Pd potenzialmente in grado di battere il sindaco di Firenze è proprio l’attuale Presidente del Consiglio.

Sia perché il gruppo dirigente del Pd appare talmente frastornato e terrorizzato dal rottamatore toscano dall’essere disposto ad inventare qualsiasi manovra, anche la più azzardata, pur di annullare il nemico in agguato. In realtà, comunque, non c’è nulla di avventuroso nel pensare di contrapporre Enrico Letta a Matteo Renzi. E non c’è nulla di irrealistico nel prevedere che in autunno le larghe intese possano aver concluso la loro missione e debbano lasciare il campo ad una campagna elettorale di chiarimento politico definitivo destinata a concludersi con un voto nella prossima primavera. Anzi, una prospettiva del genere non solo è realistica ma anche auspicabile. Il paese ha bisogno di chiarezza e di un governo stabile. Non di un esecutivo paralizzato.

Il trauma che spiana la strada alle elezioni

Per mesi si è sostenuto che solo un trauma forte avrebbe potuto costringere il paese a reagire in qualche modo allo stato comatoso in cui versa a causa della depressione economica e dalla frantumazione della politica. Ora il trauma si è verificato, sotto forma di una sentenza di casta pronunciata ottusamente dalla Cassazione per non sconfessare l’operato dei magistrati milanesi e per evitare una frattura dalle conseguenze pesanti all’interno della corporazione delle toghe. I giudici del Palazzaccio di Roma non si sono posti il problema delle conseguenze generali della loro decisione . Hanno badato solo al loro “particulare”. Cioè alla esigenza di non certificare che il cosiddetto “rito ambrosiano” è fuori delle regole di una normale giustizia giusta.

Ma così facendo hanno inconsapevolmente accelerato a dismisura il processo di chiarimento politico che era stato praticamente congelato dal governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta. Chi dice che il governo regge ha ragione. Ma solo per quanto riguarda il resto dell’estate. La sentenza di condanna definitiva di Silvio Berlusconi è di fatto una sentenza di condanna a morte per l’attuale esecutivo. Ed il fatto che possa essere eseguita all’inizio dell’autunno sia per quanto riguarda la esclusione del leader del Pdl dal Senato, sia per la defenestrazione di Enrico Letta da Palazzo Chigi, non cambia la sostanza delle cose. Non sarà di sicuro il condannato Berlusconi a provocare la caduta del condannato Enrico Letta. Il Cavaliere (almeno fino a quando non gli verrà ritirata anche l’onorificenza) continuerà a sostenere la coalizione senza forzature o cedimenti di sorta. Non per generosità ma per semplice convenienza. Perché sa bene che a togliere la spina alle larghe intese ci penserà il Pd quando si tratterà di votare per l’espulsione parlamentare del leader del centro destra. Pier Ferdinando Casini si è augurato che Berlusconi si dimetta dal Senato prima che il Pd decida di rompere l’alleanza di governo votando la cacciata del Cavaliere insieme a Sel e Cinque Stelle. Ma non si capisce perché mai il leader del Pdl dovrebbe togliere la castagna bollente dalle mani del Pd.

Se la strada della fine delle larghe intese è segnata e se alla fine di questa strada non c’è che il ricorso alle elezioni anticipate nella prossima primavera, nell’ottica di Berlusconi tanto vale che il cerino della crisi rimanga nelle mani di un Pd che in quel periodo sarà aggredito in continuazione da Sel e Cinque Stelle. E, soprattutto, sballottato dalle tensioni provocate dall’imminenza di un congresso che potrebbe concludersi con l’incarico a Matteo Renzi di dare il colpo di grazia al Cavaliere posto ai domiciliari in un voto anticipato al prossimo aprile. In sostanza, quindi, la Cassazione ha spianato la strada alla fine delle larghe intese ed alle elezioni anticipate. Ed ora che la frittata è fatta non si vede come il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il Presidente del Consiglio Enrico Letta possano fermarne gli effetti.

E non si vede soprattutto perché mai Berlusconi dovrebbe perdere l’occasione di compiere l’ultima cavalcata elettorale alla guida di un popolo di centro destra ormai definitivamente convinto della persecuzione giudiziaria e del rischio di finire definitivamente nelle mani di chi vuole realizzare lo stato di polizia tributaria e la repubblica delle toghe. Chi grida scompostamente di gioia per la condanna del Cavaliere e lo da ormai per morto e sepolto non ha ancora considerato che alle prossime elezioni anticipate Berlusconi sarà ai domiciliari, simbolo vivente del rischio che grava su tutti quegli italiani che si oppongono alla deriva autoritaria della sinistra giustizialista. Come si comporterà il Tribunale di Milano nei confronti del condannato eccellente leader di uno dei principali partiti del paese? Oltre alla libertà personale gli toglierà anche il diritto alla parola, magari sotto forma di messaggi televisivi o via internet? E quale impatto avrà sull’opinione pubblica nazionale ed internazionale una campagna elettorale segnata dalla presenza del leader di Forza Italia arrestato e proteso a diventare il simbolo ed il leader non solo del centro destra ma di tutti i perseguitati ed i tartassati d’Italia?

Italia: così divisa, così stabile

Così lacerato, così stabile. È il paradosso italiano ancora una volta ribadito e confermato dalla sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi. Una sentenza che non colma la distanza tra quella parte di italiani che odia visceralmente il Caimano e che lo vorrebbe vedere appeso per i piedi in una qualsiasi piazza piena di folla osannante per la nuova macelleria messicana e l’altra parte che lo considera comunque innocente e vittima di una persecuzione politica attuata con i sistemi giudiziari più raffinati e perversi. Anzi, una sentenza che allarga il fossato tra queste due pezzi minoritari ma consistenti del paese. Perché dietro la personalizzazione dell’odio o dell’amore nei confronti del personaggio si nasconde la distinzione più profonda, più radicale e meno conciliabile tra le due Italie della infinita guerra civile che è iniziata agli albori del secolo breve e che si trascina, con forme e sotto sigle diverse, anche in questa prima fase del terzo millennio.

Cosa impedisce a queste due minoranze che si considerano antropologicamente, culturalmente, politicamente e magari anche fisicamente opposte ed alternative di non scannarsi nelle strade passando dalla guerra civile fredda a quella bollente già vissuta in altri momenti della storia patria? Forse la paura del sangue o la comune convinzione maturata in settant’anni di Repubblica democratica che il confronto e lo scontro debbono essere comunque mantenuti entro i confini della legalità e non debbono e non possono scivolare nella violenza? Niente affatto. Ciò che impedisce alle due minoranze di rituffarsi in una nuova resa dei conti è la stabilità imposta dalla grande area grigia formata da quella maggioranza della popolazione italiana che a dispetto delle divisioni, delle lacerazioni, dell’odio reciproco delle minoranze pretende ed impone stabilità.

Può la sentenza della Cassazione far saltare la volontà della maggioranza del paese di non imboccare la china che porta direttamente alla ripresa della vecchia guerra civile rivenduta e corretta nella forma berlusconiani-antiberlusconiani? In realtà la decisione dei giudici e le reazioni delle minoranze in preda ad estremismo paranoide sembrano fatte apposta per consolidare la richiesta, l’esigenza, la pretesa di stabilità ad ogni costo. Ma sembra fatta apposta anche per far scattare l’esigenza delle forze politiche più attente ad intercettare ed a mettersi alla guida del sentimento più diffuso presente nella società italiana. Su questa strada ancora una volta Silvio Berlusconi ha dimostrato di essere il politico con maggiore fiuto e con superiore capacità di mettersi in sintonia con gli umori più profondi della parte più ampia della società italiana. Da questo punto di vista la sentenza avrà sicuramente un effetto epocale.

Nel senso che spingerà fatalmente il Cavaliere a seguire più risolutamente il proprio istinto garantendo alla maggioranza degli italiani non accecati dall’odio quella stabilità che è irrisa dagli irresponsabili ma che è imposta dalla drammaticità della grande crisi. Il centro destra non potrà non seguire la linea del sostegno alla stabilità imposta dal proprio leader. Ed anche una fetta consistente del centro sinistra non potrà che puntare sulla stabilità piuttosto che rincorrere l’avventura richiesta dall’estremismo più infantile. Questo, nel bel mezzo del dibattito precongressuale del Pd, potrebbe provocare forti ripercussioni nella sinistra. Addirittura l’ennesima scissione. Che però, come già avvenne in passato con Saragat e con Nenni, separerebbe una volta per tutte gli estremisti dai responsabili dando al paese quella stabilità che cerca con tanta insistenza e determinazione.

L’anomalia che rischia di uccidere il paese

 

La regola è che un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi ma tre indizi sono una prova. Estendendo la stessa regola si può tranquillamente affermare che un processo è un processo, due processi sono due processi, tre processi possono ancora essere solo tre processi. Ma quanto il numero dei procedimenti penali diventa a due cifre la faccenda cambia aspetto e diventa persecuzione giudiziaria. Si può capire lo sforzo dei giudici della Cassazione di non tenere conto di questa considerazione e di cercare di trattare la “causa n.8” come una delle tante e normali cause su cui sono chiamati a giudicare. Nessuno può e deve pretendere che il loro giudizio possa essere influenzato o condizionato dalla circostanza che l’esito della “causa n.8” possa provocare la caduta del governo, l’apertura di una crisi senza sbocco, il ritorno della speculazione finanziaria internazionale e lo sconquasso generale del paese.

Al tempo stesso i giudici della Cassazione non possono e non debbono pensare di avere l’occasione di correggere l’anomalia della persecuzione giudiziaria emettendo una sentenza di assoluzione od essere tentati di eliminare quella che da altro punto di vista viene considerata la causa principale dell’anomalia, cioè il ruolo politico dell’imputato Silvio Berlusconi. Questi obblighi non sono un limite per la Cassazione. Al contrario, la possibilità di affrontare la “causa n.8” senza tenere minimamente in conto l’anomalia rappresentata dalla persecuzione giudiziaria nei confronti di un leader o, al contrario, quella di un leader politico che è la causa dell’anomalia a causa della sua inguaribile tendenza a delinquere, è un vantaggio incommensurabile per i magistrati del Palazzaccio di piazza Cavour. Non spetta a loro, infatti, il compito di esaminare l’anomalia che grava sul paese e che dopo averne condizionato gli ultimi vent’anni minaccia di condizionarne il futuro immediato ed anche quello più lontano.

Il compito spetterebbe alla cosiddetta politica. Che dovrebbe innanzi tutto capire le ragioni per cui si è verificato un fenomeno di persecuzione giudiziaria di durata ventennale o , ipotesi contraria, per vent’anni un delinquente abituale è stato al vertice di uno degli schieramenti politici del paese assumendo per lungo tempo anche la carica di Capo del Governo. Ma la politica è in grado di svolgere il compito che non spetta alla magistratura, sia essa della Cassazione che di qualsiasi Tribunale? La risposta è nei fatti. La politica non è in grado di compiere una impresa del genere. L’anomalia nasce proprio dal fatto che in tutti gli ultimi vent’anni una parte della politica ha sperato che la magistratura eliminasse attraverso una clamorosa persecuzione giudiziaria il proprio principale avversario politico e la parte politica di questo personaggio si è preoccupata esclusivamente di usare l’arma politica per creare ostacoli di tipo giudiziario alla macchina perversa di una magistratura caricata di compiti non propri.

Pensare che la politica possa riempire di colpo il vuoto lasciato da se stessa è farsi delle assurde illusioni. Purtroppo la sentenza della Cassazione che potrebbe cambiare le sorti del paese è destinata a non cambiare nulla da questo punto di vista. A meno che la politica responsabile non incominci seriamente a riflettere che la causa principale del declino italiano sia stata proprio la delega lasciata irresponsabilmente dalla politica ad una magistratura non titolata (ed incapace) di svolgere un ruolo così alto ed impegnativo. Nell’agenda del governo Letta, dunque, come dimostra anche il caso Fiat, il ritorno della politica nel vuoto lasciato da se stessa sotto forma di riforma della giustizia dovrebbe assumere il primo posto. In caso contrario l’anomalia è destinata ad uccidere il paese!