Archivio mensile:settembre 2013

Il richiamo della foresta per Napolitano

Le Procure di Milano, Napoli e Bari hanno iniziato la corsa a chi arriverà per prima a mettere le manette ai polsi a Silvio Berlusconi non appena l’assemblea di Palazzo Madama avrà votato la sua decadenza da senatore. Di fronte a questa prospettiva l’intero Pd, sia quelli che puntano alle elezioni anticipate per rinviare il congresso e bloccare l’ascesa di Matteo Renzi, sia i renziani convinti che solo con le elezioni anticipate il sindaco di Firenze può conquistare il partito ed il governo, gongola e si frega le mani all’idea di poter andare al voto a febbraio con il principale antagonista chiuso in cella e schiacciato dal peso di una insopportabile gogna mediatica.

La partita non è, allora, tra il Cavaliere ed i magistrati che lo vogliono in galera sopraffatto da ogni genere di imputazione. Non è una partita personale. E’ solo ed esclusivamente politica. Perché se il Pd volesse potrebbe disinnescare la bomba del carcere per il leader del Pdl rinviando alla Corte Costituzionale la interpretazione della legge Severino ed accontentarsi della interdizione dai pubblici uffici che il Tribunale di Milano deciderà comunque per il Cavaliere. Ma il Pd, con la scusa dei grillini che incalzano, non ha alcuna intenzione di perdere l’occasione offerta dall’uso politico della giustizia.

Vede la possibilità di stravincere le prossime elezioni grazie alla eliminazione per via giudiziaria di Berlusconi. E non vuole assolutamente perdere l’occasione di fare piazza pulita del centro destra sfruttando le manette ai polsi del Cavaliere. Giorgio Napolitano sostiene che questo non è un colpo di stato. E formalmente ha ragione.

Che c’entrano le inchieste delle Procure di Milano, Napoli e Bari con la speranza del Pd di vincere le elezioni sfruttando l’occasione dell’espulsione dalla politica del principale avversario? Così, in nome del formalismo giuridico e costituzionale a cui si deve attenere il Quirinale, il Presidente della Repubblica condanna la difesa che i parlamentari del Pdl fanno di Berlusconi, difende la separazione tra i poteri dello stato e lascia intendere che l’unico modo per uscire da questa situazione sia che il centro destra abbandoni al proprio destino ormai ineluttabile il proprio leader e si rassegni a seguirne la sorte subendo una sconfitta elettorale da cui sarà impossibile risollevarsi.

Berlusconi ed i suoi parlamentari sono convinti che dietro la linea del formalismo giuridico del Colle si nasconda la convinzione di Napolitano che l’unico modo per risolvere i problemi del paese sia quello di eliminare una volta per tutte l’”anomalia “ rappresentata dalla presenza del Cavaliere sulla scena politica nazionale. Napolitano, quindi, secondo questa tesi, non sarebbe affatto un arbitro al di sopra delle parti ma starebbe favorendo la speranza della sinistra di vincere la prossima partita elettorale grazie all’esclusione del proprio principale avversario. Tesi esasperata? Può essere.

Ma a renderla tale contribuisce il comportamento dello stesso Giorgio Napolitano. Che non si muove come una istituzione di garanzia ma come il principale soggetto politico del paese che sfrutta l’autorevolezza del Quirinale per decidere i destini delle diverse forze in campo e decretare la fine del centro destra ed il trionfo della sinistra. Colpo di stato? Più che altro richiamo della foresta!

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L’uscita dalla crisi e la questione Berlusconi

Telecom, Alitalia, Ilva sono le spie di un fenomeno molto più vasto e grave. L’Italia è diventato il paese meno competitivo dell’Europa. Meno della Spagna, meno anche della Grecia, cioè di quelli indicati un tempo come i fanalini di coda dei paesi del Vecchio Continente. La caduta della competitività indica che la crisi, a dispetto di quanto va sostenendo il Presidente del Consiglio Enrico Letta ed il ministro dell’Economia Saccomanni, non è affatto terminata.

E, soprattutto, stabilisce che la decrescita del nostro paese non sarà affatto felice come vanno teorizzando alcuni imbecilli talmente ricchi da potersi permettere di fare i paladini del ritorno alla povertà dei tempi passati. E’ probabile che neppure il trauma di prendere atto di una crisi arrivata ai saldi di fine stagione riuscirà a convincere classe politica e classe dirigente della necessità di invertire la corsa verso il baratro. Forse bisognerà aspettare che i nuovi padroni di Telecom ed Alitalia procedano a dolorose ristrutturazioni aziendali mandando a casa alcune migliaia di dipendenti.

O forse si dovrà attendere lo scoppio clamoroso di qualche tensione sociale diventata incontrollabile. E’ certo, comunque, che se i segnali di oggi del prossimo tracollo non verranno colti non per correre temporaneamente ai ripari ma per imprimere un cambio di rotta radicale, la crisi del paese toccherà rapidamente il fondo. Con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Ma come realizzare questo cambio di rotta radicale? Le strade sono solo due. La prima prevede un chiarimento politico di fondo, traumatico ed immediato.

Cioè la fine delle larghe intese concepite come parentesi paralizzante di una situazione ingestibile, le elezioni anticipate e la speranza che, posti di fronte alla drammaticità del momento, gli italiani sappiano compiere una scelta netta in un senso o nell’altro per sbloccare lo stallo all’insegna della democrazia dell’alternanza. La seconda è che le larghe intese perdano il loro significato di soluzione precaria tra forze alternative che si logorano a vicenda in attesa dello scontro finale ed assumano l’aspetto, in nome dell’interesse nazionale, di una intesa politica straordinaria destinata a durare fino alla realizzazione delle riforme indispensabili alla salvezza del paese. Non ci possono essere soluzioni intermedie tra queste due ipotesi opposte.

O meglio, ci può essere solo una lenta agonia fatta di rinvii, piccoli compromessi al ribasso su qualsiasi questione, risse continue a beneficio della scena mediatica, nella piena consapevolezza che il tracollo è comunque inevitabile. La scelta tra le due strade alternative è nelle mani degli uomini della sinistra italiana. Di Matteo Renzi, di Enrico Letta, di Giorgio Napolitano. Il primo deve decidere se vuole sul serio conquistare il Pd per puntare subito al governo e provocare le elezioni in primavera. Il secondo deve stabilire se intende trasformare le larghe intese precarie ed accidentali in un governo di straordinaria unità nazionale per le riforme e la salvezza del paese.

Il terzo deve capire che nessuna delle due soluzioni potrà essere efficace e risolutiva se non si troverà una soluzione politica al caso Berlusconi. Caso inteso non come questione personale di natura giudiziaria ma come questione politica che riguarda il funzionamento della democrazia italiana. Non si possono fare elezioni regolari o governi di unione nazionale se il leader in cui si riconosce una parte considerevole del paese e che è determinante sia per il regolare svolgimento di un voto decisivo che per la formazione di un esecutivo straordinario viene bollato come delinquente !

La Merkel e l’Italia che dovrà fare da sé

La grande vittoria elettorale diAngela Merkel provoca due conseguenze precise. La prima cancella l’illusione coltivata da quanti speravano in una affermazione della Spd per l’attenuazione della linea del rigore imposta dalla Germania ai paesi non virtuosi dell’Unione Europea. Con il voto la maggioranza dei tedeschi ha ribadito a chiare lettere che non potrà essere la Germania a farsi carico dei debiti pubblici esorbitanti dei paesi mediterranei. E chi coltiva la speranza che la vittoria spinga la Merkel a tenere conto solo in parte di questo mandato rigido in nome dell’ideale europeista non conosce la Cancelliera e non conosce i tedeschi.

Quel mandato, che poi altro non è che la scelta di porre l’interesse nazionale tedesco al centro di ogni politica europea, non verrà mai mitigato o , peggio, tradito. Perché rappresenta l’indicazione inderogabile di un popolo che avrà pure perso la sua antica volontà di potenza ma ha conservato intatta la sua vocazione ad essere il paese egemone dell’intero continente europeo. Se questa, e non altre, è la prima conseguenza del risultato elettorale tedesco, la seconda deve essere automaticamente la presa d’atto da parte del nostro paese che se vuole incamminarsi sulla strada del risanamento deve fare da sé.

Per troppo tempo l’europeismo è stato interpretato in Italia come il tentativo di scaricare sugli altri paesi, fossero gli Stati Uniti con la Nato o la Germania e la Francia con l’Unione Europea, ciò che l’Italia non voleva o non sapeva fare. Ancora adesso, ad esempio, la linea del rigore non viene presentata come un atto di responsabilità nazionale ma solo come un obbligo imposto dall’Europa. Ed ancora oggi, sulla scorta di una tradizione che risale ai secoli del “Franza o Spagna basta che se magna” e che vuole il nostro paese sempre e comunque dipendente dalle volontà altrui, si coltiva la convinzione che solo l’imposizione esterna della virtù può costringere un paese naturalmente riottoso a praticarla.

La vittoria della Merkel impone, invece, di prendere coscienza che non ci saranno aiuti esterni, sia pure sotto forma di vincoli, a salvare il paese dalla crisi e dalla recessione. Bisognerà sbrigarsela da soli. Cioè sarà necessario imitare in tedeschi che hanno posto l’interesse nazionale al centro delle loro richieste e preoccupazioni. E sarà indispensabile concepire l’interesse nazionale non come chiusura egoistica ma come atto di responsabilitàattraverso il quale realizzare le riforme indispensabili per la ripresa. La virtù, in sostanza, non può essere un regalo o una imposizione esterna.

Va coltivata e praticata in noi stessi. Affrettando la realizzazione di quelle innovazioni e quei cambiamenti senza i quali la società italiana è destinata a perdere progressivamente ciò che ha faticosamente conquistato in termini di benessere e di pace nei quasi settant’anni della democrazia repubblicana.

Il mandato dei tedeschi alla Merkel impone agli italiani di non cullarsi più nelle false illusioni di una Europa intenzionata e destinata a risolvere i problemi interni che noi non sappiamo o vogliamo affrontare. Ora l’interesse nazionale ad essere responsabili coincide con quello di una Europa fondata sulle responsabilità e non sulle egemonie. Speriamo che chi deve capire lo capisca !